LEONIDA REPACI.
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STORIA DEI FRATELLI RUPE.
LIBRO SECONDO.
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1957. Arnoldo Mondadori Editore, MILANO.
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       Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
                 Fondazione Ezio Galiano onlus
                    http:\\www.galiano.it
             ad esclusivo uso dei privi della vista.
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PRESENTAZIONE.
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Uscito nel 1932, è il primo dei volumi che costituiscono la «Storia dei fratelli Rupe», conclusasi con «La terra può finire» del 1973.
Vi si narra di una famiglia calabrese. L’autore dichiarò di essersi ispirato alla storia della propria famiglia: «Questo romanzo è, nelle grandi linee, la storia di noi Répaci».
Il romanzo si apre descrivendo la morte silenziosa di Antonio Rupe, che è stato un uomo coraggioso e rispettato (era chiamato Maestro) nel suo paese, Sarmùra, in origine «un castello di pescatori, poi ingranditosi, che prese nome dall’acqua che bevve Oreste pellegrino ad una sorgente». Ha lavorato una terra, Calimèra, arida, soda, infestata dalla malaria, e ne ha fatto un’azienda modello, finché la sventura (esito di cause in Tribunale) non si è accanita contro di lui, portando nella famiglia povertà e dolore. La sua morte peggiora le cose, ma, per fortuna, oltre alla vedova, ha lasciato dieci figli, tutti di forte carattere. Mariano il maggiore, davanti al morto, promette alla famiglia, che penserà lui a procurare di che sfamarsi, con l’aiuto degli altri fratelli già grandi, Cino, Pietro e Tristano. C’è tutto il Sud in questo avvio.
Sono cambiati i tempi ed ora (siamo nel 1908) circolano nuove idee, di cui i fratelli Rupe si fanno portatori; sono idee socialiste, rivoluzionarie. Per questo i maggiorenti di Sarmùra, guidati dall’avvocato Licèrta, «un uomo senza scrupoli che s’è arricchito con le eredità e l’usura», cercano di screditarli e di mantenerli isolati, ma cozzano contro la loro tenacia e la loro tempra di combattenti forti e decisi. Sono abituati ormai, i Rupe, alle avversità e alla lotta contro la natura aspra e il destino mai compiacente. Non temono nulla. Nei Rupe si riflette nitidamente il carattere di Répaci, schierato dalla parte degli oppressi e nemico pervicace del parassitismo e dello sfruttamento.
Il romanzo possiede una forte carica evocativa di sentimenti intensi e di drammi personali, familiari e collettivi. L’intreccio è ricco e la vivezza dei personaggi gli attribuiscono un fascino che dura nel tempo. Anche in una costruzione corale come quella di questo romanzo, Répaci immette la sua capacità di indagare e raccontare della forza delle pulsioni che creano problemi, rompono equilibri, animano le esistenze. Si tratta spesso di relazioni dense di sensualità, talvolta tormentate, talaltra trasgressive. La pennellata dell’autore, mai approssimativa, è colorita, forte, espressiva, capace di dare al racconto densità e sapidità.
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L'AUTORE.
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Leonida Repaci (Palmi, provincia di Reggio Calabria, 5 aprile 1898. Marina di Pietrasanta, 19 luglio 1985) è stato uno scrittore, saggista, poeta, drammaturgo, pittore e antifascista italiano. Nel 1929, insieme a Carlo Salsa e Alberto Colantuoni, fondò il Premio Viareggio, del quale è stato presidente fino alla morte.
Diciassette mesi dopo la sua nascita suo padre Antonio Rèpaci, mastro muratore e costruttore, morì, lasciando dieci figli e la moglie di 37 anni in condizioni economiche disastrose. Toccò a Mariano, il primo dei dieci orfani, prendere le redini della famiglia. Lo fece il giorno stesso dei funerali non consentendo la cerimonia religiosa al padre.
Dopo il terremoto del 1908, Repaci andò a Torino dove completò gli studi superiori. Si iscrisse in seguito alla facoltà di Giurisprudenza ma, a causa dello scoppio della Prima guerra mondiale, fu costretto suo malgrado ad interrompere gli studi. Venne arruolato e mandato al fronte dove ottenne, con una medaglia d'argento, anche il congedo illimitato.
Tornato a Palmi scrisse il poemetto La Raffica ispirato alla morte di Anita, Nèoro e Mariano tre dei suoi nove fratelli, morti a causa dell'epidemia di spagnola. Nel 1919 ritornò a Torino e conseguì la laurea, l'anno seguente prese l'abilitazione all'avvocatura e incominciò a frequentare ambienti e personaggi politici di sinistra.
Nel 1923 pubblicò il primo lavoro letterario, “L’ultimo Cireneo”,che gli fece ottenere un grande successo, tanto da indurlo ad abbandonare la sua professione di avvocato e dedicarsi alla narrativa, dimostrando un interesse preminente per i problemi e le vicende della gente della sua terra.
Nell'agosto 1925 Rèpaci venne arrestato a Palmi, insieme ad altri comunisti e socialisti, come presunto assassino di Rocco Gerocarni, gerarca fascista del luogo; inaspettatamente Rèpaci venne assolto ma l'accaduto avvelenerà per sempre di diffidenze e sospetti i rapporti con i suoi concittadini.
Dopo aver lavorato, fra il 1923 e il 1925, alla redazione de l'Unità, collaborò poi alla Gazzetta del Popolo e a La Stampa.
Iniziò La storia dei Rupe, che nel 1933 gli farà vincere il Premio Bagutta e, tra varie versioni, lo accompagnerà fino agli anni settanta.
Il 9 settembre 1943, assieme a tre amici (Pacini, Tosi, e Bernini) portandosi dietro un folla di popolani, assaltò un deposito d'armi a Palazzo Pallavicini Rospigliosi, episodio che diede il via alla Resistenza romana.
Il dopoguerra, dopo il ripristino del Premio Viareggio, per Rèpaci fu un susseguirsi frenetico di proposte e idee che lo fecero maturare positivamente sia intellettualmente sia a livello umano che sociale; fondò e presiedette il Premio Fila delle Tre Arti, e il Premio Sila (1948).
Nel 1956 vinse il Premio Crotone con Un riccone torna alla terra e due anni dopo il Premio Villa San Giovanni con la Storia dei fratelli Rupe. A poco a poco si allontanò dall'attività giornalistica per dedicarsi alla stesura definitiva della trilogia Storia dei Rupe, e il secondo volume, Tra guerra e rivoluzione, vinse nel 1970 il Premio Sila. In quel periodo la sua naturale irrequietezza lo portò a darsi alla pittura, con discreto successo sia di critica sia di pubblico, allestendo personali a Milano e a Roma. La morte colse il Leone mai domoa Pietrasanta (Lucca) il 19 luglio 1985.
La sua villa “Villa Repaci” ristrutturata è diventata un mausoleo dove vengono di tanto in tanto allestite delle mostre letterarie e di cultura.
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STORIA DEI FRATELLI RUPE.
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Libro Secondo.
POTENZA DEI FRATELLI RUPE.
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PARTE PRIMA.
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CAPITOLO 1.
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Il silenzio dell'oasi, immersa in una luce di acquario da una luna portentosamente grande, e cosi rasente alle cime dei palmizi da parerne calamitata, è rotto, a levante degli avamposti, da una triplice scarica di zagarit, quegli strilli, del tutto somiglianti a nitriti, della femmina indigena, con i quali essa suole accompagnare gli eventi massimi della vita, e la nascita e la morte.
Sulla pace paludosa della notte tripolina, in cui palpita, come una febbre, l'anelito all'acqua e al verde del deserto vicino, condannato a guardare l'incredibile oasi con occhi di furibonda invidia, il triplice grido della donna ignota è la sassata che rompe l'acqua ferma.
Il viso insonnolito dei soldati ne ha gli spruzzi in faccia. Ognuno si scuote di dosso la pigrizia, e la butta fuori dalla trincea di sabbia come una cartuccia scempia. Che nessun guasto eguaglia, in guerra, quello dell'inerzia non voluta e sospettata. Un'attesa che langue per cause oscure accende le luminarie malate della nostalgia, sprona il pensiero su chiusi cammini, disseminati di bocche da lupo.
Tocca a Piras, il quale, per esser stato, da giovinetto, manovale a Tripoli, è considerato il cicerone della compagnia, spiegar l'arcano di quel nitrire umano nella notte.
- Son zagarit di gioia... Laggiù, in questo momento, è nato un beduino. Appena avviene il parto, se si tratta di un maschio, una donna sale sul terrazzo della casa per annunciarlo al vicinato con tre gridi di contentezza. Se invece è femmina gli zagarit son soltanto due. Mezza festa, mi capite?
- E se non è né maschio né femmina? chiede calmo calmo quel Brigante di Valli.
- Allora - risponde Piras che è di lingua pronta - la donna si limita a dire Mazalinna mési nharche significa: Abbiamo ancora un giorno di marcia... .
- Spiegati con un esempio... dice Valli interdetto...
- Un giorno di marcia per arrivare all'inferno, cioè al tuo paese.
M'intendi?
Una risata clamorosa, alla quale partecipa tutta la squadra, suggella
la spiegazione del bersagliere sardo. Poi gli uomini si stampan con gli occhi pieni di fanciullesca curiosità sul muro di fango disseccato che li fiancheggia, a circa trecento metri di distanza, sprone difensivo del gruppo di case a ridosso della sciara da cui, alcuni giorni avanti, è partita qualche fucilata dimostrativa da parte del turco fuggitivo. Ma alla curiosità dei bersaglieri italiani non va incontro il piccolo arabo, nato fra due trincee col disperato coraggio del ficodindia, che butta anche sulla sabbia. Egli non appare sulla cresta del muro, lucente come un putto robbiano, a tendere le manine agli uomini dal cappello piumato. Forse è troppo perso a combattere, pur fragile Com'è, contro legioni di geni maligni che lo vorrebbero stregare.
- Sarei curioso di sapere quel che ne pensa il piccolo beduino della sottomissione dei notabili. Se tra poco lo sentiremo strillare vorrà dire che disapprova i suoi capi. Ho detto bene, signor interprete dei miei stivali?
Piras, impegnato nel corpo a corpo polemico col compagnone Valli, sta per ribattergli allorché il suono di un flauto, cui si accompagna un coro femineo lento e voluttuoso, che batte sulle stesse cadenze con la cocciuta malinconia delle musiche orientali, arriva di là dal muro, mozzandogli le parole sulla bocca. Nell'afa notturna che fa pesare i panni addosso come orticarie, quel suono lascia un profumo di nudità liberate, di carni languide, di oblii desiderati. Gli uomini sentono improvvisamente salire per le vene una voglia furiosa d'amare. Ora la loro immaginazione reagisce alla sordidezza delle cose vedute, all'evidenza dei tuguri coperti di lebbra e abitati da gente cotta nelle carni come la steppa che preme l'oasi, recante nelle vesti la probante miseria delle terre assetate e nemiche. Reagisce e crea, con la prodigalità dei semplici, una vita leggendaria, felicemente corposa e ignava, in cui ogni trascurato della città e del deserto annunzi per lo meno un ras e ogni capanna un castello, e ogni donna una schiava bianca o negra dai fianchi opulenti, intenta a cantare e a danzare sulle terrazze e nei cortili che il plenilunio irrora con la sua mite luce.
Dice il caporale Neri al sergente Rupe, che sta ispezionando la linea: A quanto pare gli arabi si divertono. In fondo due padroni sono meglio di uno solo. Sperano di palleggiarseli entrambi, naturale.
Pietro Rupe consente con un sorriso evasivo. Quella musica che giunge dall'abitato indigeno gli ha messo la smania addosso. Improvvisamente l'immagine di Sara gli si è fatta avanti, concreta come quei soldati che dividono con lui i rischi della guerra, e, tuttavia, inafferrabile, 
come le cose che lo circondano: l'oasi ingrandita dalla sua assurda pace, quel coro di donne che fa da bersaglio alle canne dei fucili, quel senso di satura bellezza che dà il plenilunio e che si traduce in sonno. E basta che Permisi, la vedetta - un siciliano dall'occhio celeste un po' sprecato nel volto violento e asciutto di saraceno - proponga di farsi sotto al muro per vedere di che si tratta, perché Pietro Rupe non sappia come regolarsi. Teme di rompere un incantesimo, e, nello stesso tempo, la curiosità lo spinge. Finalmente il gusto dell'avventura ha il sopravvento su lui:
- Solamente due uomini con me. Valli e Piras, per esempio, gli eterni litiganti. Voialtri stateci a guardare, e, se è il caso, intervenite. Ma credo non ce ne sarà bisogno...
- Però di questi beduini è meglio non fidarsi troppo... avverte Landucci, un toscano malizioso e un po' sboccato nel parlare. Secondo me, si fa male a lasciarli circolare tra le linee... Ci potrebbero fottere alle spalle, e sarebbe un affar di nulla... Ieri per esempio furon scoperti parecchi Mauser in un sacco di cipolle; e a una berbera, che faceva la spola, dalla città alla Menscia, con la scusa di portare il latte, fu intercettato, tra le mammelle, un biglietto scritto in arabo, contenente la disposizione delle nostre truppe e il parere che gl'italiani sono in molti, ma hanno fifa dei turchi... Tutti questi son fatti...
- Che gli arabi abbian visi da Giuda non ci può esser dubbio al mondo - proclama Valli di rincalzo. Poi, rivolto al commilitone Piras che si sta stringendo il cinturone:
- Se tu insisti a dire che ho il muso da berbero ti passo da parte a parte con la baionetta, per quanto è vero Dio...
- Non negherai - ribatte l'amico - che l'uomo venuto l'altro ieri a consegnare il fucile avuto dal Dema non ti somigliasse come una goccia d'acqua... Sarà stata una combinazione...
- E tu sai a chi somigli, bello mio? replica con voce trionfante l'avversario. A un cacciucco di malvagità... Cosi ha detto stamani il colonnello Rossi parlando di Kiemal bey, e la cosa ti sta a pennello... Quel che è certo è che ci rimetto a starti vicino... Non è vero, sergente?
Rupe l'approva con una strizzatina d'occhi, poi, stesosi carponi sulla sabbia, parte facendo segno ai compagni di seguirlo. L'ultima raccomandazione è di Pennisi:
- Portateci qualche donna nuda... Delle bandiere del Profeta e dei fez non sappiamo che farcene...
- Sarai accontentato! promette Valli olimpico. Se di beduine passabili non ce ne saranno costringeremo Piras a spogliarsi e a far la
danza del ventre sulle foglie di un'agave. Sarà sempre una consolazione...
E vanno, lentamente, ma senza incertezze. Però, a circa cento passi dalla sciara, un rumore come di rami scentati che pare venga dall'alto, dalle sommità delle palme, li ferma al riparo di un monticello di sabbia. Il rumore non si ripete, ed essi, convinti di essersi ingannati, dopo una sosta prolungata, riprendono a strisciare uno nel solco dell'altro, più svelti che possono, per uscire dal possibile tiro di sbarramento del nemico. Intanto il flauto si è spento, pur lasciando nell'aria qualche cosa del suo disperato accanirsi sullo stesso tema. Quel suono era una mezza compagnia, un orientamento per la pattuglia; era la prova di uno stato di riposo, nella piccola comunità araba, vivente ai margini della guerra. Ora, mentre procedono strisciando come pitoni, puntellandosi sui gomiti che bucano il sabbione, i tre uomini si sentono un po' scoperti contro l'agguato che li circonda, e anche contro se stessi. Troppo silenziosa la Menscia quando il sangue batte nelle vene con la violenza del solleone sulla sassaia del Gebel. Desiderio di un improvviso e grandioso clamore che scoppi come un incendio tra i palmeti, e annulli in un'ansia più vasta quella loro subdola inquietudine. E, intanto, son giunti a una depressione del terreno, coperta dalle larghe foglie della scilla e dominata dalla mole imponente di un tibizir. Là si fermano per prender fiato.
- Mi pare - mormora Piras - di risentire il rumore di prima. Si direbbe che in alto ci sian gli spiriti. Le palme sembrano abitate... E' stranissimo...
- Saranno - dice il sergente - i topi dell'oasi che vanno a cercarsi sulla cima dei tronchi il succo di cui sono ghiotti. Vedremo i topi delle Piramidi ubriachi di vino di palma... Sarà bellissimo...
- A meno che Piras - insinua il suo antagonista - non creda si tratti di leoni... Quando si interpretano anche i rumori non si sa dove si va a finire, le pare sergente?
Il sardo gli risponde spallucciando, rimandando a miglior tempo la sua zampata, che Rupe ha ripreso, sempre carponi, la marcia in avanti, mostrando di non dar troppo peso ai rumori vaghi dell'oasi. Ormai il muro è a poche decine di passi, e già, dalla gobba di una piccola duna, compresa con fasto scenografico tra due palme alte e sottili, si vede il letto stradale della sciara, la quale, calva ai margini, e battuta in pieno dal plenilunio, soltanto più a sud, dalla parte da cui suole avventarsi nelle sue ore matte il Ghibli, sollevando mulinelli di sabbia infocata, s'infosca, protetta da una fitta siepe di fichidindia su entrambi i lati. Dell'ombra,
proiettata dall' una all'altra siepe, approfittano i tre per attraversare la strada, e raggiungere il muro che essi prendon d'infilata, fino al momento in cui svolta nell'abitato. Esso almeno in apparenza non presenta né rotture né feritoie che permettano di curiosare dall'altra parte. O arrampicarsi sulla cresta dello sprone, offrendosi gratuitamente al bersaglio della fucileria turca, o spingersi fino al gomito della strada, rischiando di cadere in bocca alle pattuglie nemiche. Per il primo di questi rischi opta Pietro Rupe, sdegnando di ritornare in linea col tascapane vuoto. Tuttavia, prima di agire, egli si consulta con i compagni:
- A me pare che il meno che si possa fare è dare di lassù un'occhiata in casa degli arabi. Salirò io... Sarò il primo a godere la vista delle beduine sulle terrazze...
- Sempre fortunati questi graduati... sospira comico Valli. Almeno passassi appuntato...
- Se lo spettacolo merita facciamo un po' per uno, eh sergente... chiede Piras.
- Naturalmente. Ma tu ora sorveglia la strada mentre Valli mi fa da ponte. Su, non perdiamo tempo...
Dice, e, appoggiato il fucile al barbacane che fa da sostegno al muro, monta sulle spalle di Valli, rizzandosi con grande cautela fino alla sommità del baluardo, alto due metri e mezzo circa. L'occhiata guardinga che egli butta sul gruppo di case, disseminate tra i giardini dell'oasi e il mare vicino, lo fa restare senza fiato. L'abitato - una ventina di tuguri impastati col bab attorno ai quali si affolla una moltitudine di capanne fatte di foglie di palma o di fango - è un formicaio umano, operante in perfetto silenzio, e con quella scioltezza che dice in uno la necessità, la precisione, l'urgenza e il consenso. Dirige con rapidi gesti le operazioni una squadra di fucilieri turchi, riconoscibili alle uniformi brune, chiazze ferme nell'ondeggiante biancore dei baracani e dei càmici indigeni. E' appena arrivata una carovana carica di fucili, di Casse di munizioni e di farina. I sacchi, slegati dai basti, vengono trasportati ai forni; i fucili e le munizioni, in parte, sono destinati ad una trincea coperta, di cui si vedono le fondamenta di tronchi di palma, tracciata a qualche distanza dal muro per fronteggiare una possibile irruzione italiana sulla sciara; e il rimanente è affidato a una squadra di arabi volanti, i quali, obbedendo ad una segreta consegna, lo vanno a rimpiattare in una trincea aerea, sulle cime delle palme circostanti, che essi ascendono con agilità prodigiosa, aggrappandosi alle vertebre mozze delle rame e portando, chi due moschetti per volta ad armacollo, chi sacche pesanti di cartuccie dietro la schiena. Numerose lingue
di fuoco si levano dall'abitato, indicando che si cuoce pane in gran furia. L'aroma del pane, appena sfornato, si mescola con quello dei forni roventi, per vincere il sito che mandan le bestie accaldate della carovana sotto il colonnato dei palmizi, e l'odor d'arabo dolceamaro, fusione di vegetale e di animale, che impregna di sé perfino il deserto. Anche presso le alte stampelle dei pozzi è gran movimento. Si attinge acqua con otri e ghirbe attaccati a un verricello, e si caricano sui cammelli che, appena arrivati, debbon già ripartire. Se non fossero quelle povere bestie a zampare di malcontento sulla sabbia, tutto si svolgerebbe come in un film muto, proiettato sullo schermo del plenilunio. Nel quadro, le terrazze delle case, completamente deserte, recano una nota di privazione sostanziale. Si vedono, nel riflesso delle fascine accese, sfaccendare le beduine ai forni, tra nugoli di bimbi, anche essi tanto silenziosi da parer finti, ma non son quelle le femmine che il suono carnale del flauto lasciava immaginare. Né vale, a smentire la visione della comunità araba, impegnata nella sua universalità a preparare la lotta a oltranza contro l'invasore, il coro improvviso di donne che, da una casetta nascosta dalla vegetazione, sgorga nel silenzio, sottolineato dalle scariche della derbuka. Quel coro subdolo, cosi dissimile per la sua intempestività, da ogni aspetto della vita circostante, è una rivelazione per Rupe. Troppo evidente che esso è un pretesto per trarre in inganno, sulle vere intenzioni degli arabi, gl'italiani vigilanti nelle trincee di fronte. Nessun dubbio che il suono del flauto sia nato dalla stessa frode. E forse anche gli zagarit.
- Cosa vede, sergente? chiede Piras a Pietro Rupe inchiodato dall'emozione al suo osservatorio. Non si sporga troppo, per carità. Se la vedono siamo fritti...
Rupe risponde saltando a terra, e invitando, con un gesto brusco, i compagni a seguirlo nell'ombra della siepe. Appena si trovano acquattati sotto il groviglio spinoso, egli dice concitato:
- Di là si sta preparando un colpo contro di noi. Gli arabi nascondono i fucili perfino sulle palme... I rumori che abbiamo sentito poco fa erano dovuti a gente imboscata in cima ai tronchi. Bisogna riguadagnar subito la linea. Seguitemi...
Stanno per lasciare la protezione della siepe e riattraversare la sciara quando, da sud, vedono avanzare un gruppo di uomini a cavallo. Sono arabi. Le loro stature imponenti, avvolte nei burnus e coronate dai turbanti, paion voler forzare il significato umano, per assurgere a un bisogno di monumentalità del paesaggio. Formano un blocco compatto: uno il cavaliere e uno il cavallo: entrambi di proporzioni allarmanti
per la breve e sconnessa strada che si sente cosi umile a contenerli. Portano il moschetto a tracolla e la bandoliera sul davanti. Il loro aspetto è chiaramente pugnace, tuttavia essi parlano ad alta voce, come se la guerra, accampata a pochi passi da loro, non li toccasse. E forse questo è un modo di manifestarsi della loro fierezza. Rupe sente in essi dei nemici.
- Fermi! raccomanda ai compagni, che rimpiattati nel folto della siepe si preparano a far fuoco. Non è detto che siano alleati di quegli altri... Potrebbero essere capi berberi che vengono a sottomettersi...
- E se fossero nemici com'è probabile? chiede Valli. Ci dobbiamo far massacrare senza colpo Ferire? Nel migliore dei casi ci farebbero prigionieri...
- Io dico - suggerisce Piras - che faremmo in tempo a traversare la strada e a raggiungere di corsa la linea...
- E' l'unica... - dice Rupe. Siete pronti? In bocca al lupo!
Un'occhiata ai commilitoni, per avere la conferma, poi partono come frecce. Raggiunto l'opposto margine della sciara, e risalita la breve scarpata che dà nelle nostre linee, stanno puntando verso la macchia dominata dal tibizir, allorché, improvvisamente, una scarica di fucileria, proveniente dalle feritoie più alte dello sprone stradale, li prende alle spalle. Dei tre, il più sventurato è Valli. Colpito alla nuca stramazza a terra fulminato. Invece Rupe e Piras son soltanto feriti, ad una spalla il primo, alle gambe il secondo. Il sergente fa per sollevarsi da terra e correre da Valli, troppo silenzioso per non suggerire un orribile pensiero, allorquando irrompono dalla sciata i cavalieri arabi arrivati fulminei sul luogo dell'imboscata. Prima che possan pensare a qualsiasi resistenza, Rupe e il suo compagno sono accerchiati, soverchiati, sollevati di peso e involati. Dalla linea italiana, passato il primo momento di sorpresa, s risponde alla fucileria nemica, ma la vivace rabbiosa reazione, che esprime l'incertezza sulla sorte della pattuglia, non impedisce alla squadra di cavalieri arabi di mettersi in salvo col bottino dietro al muro che protegge l'abitato. Non solo. Dopo qualche minuto dal fatto, quando ancora non è cessato il fuoco della trincea italiana, ecco scendere un'ombra dalla cima di una palma, accostarsi con quattro salti da capriolo a Valli caduto con gli occhi aperti nella voragine di sabbia, caricarselo sulle spalle come fosse un fagotto di stracci, poi sparire, col suo lugubre trofeo, giù dalla scarpata, verso il gomito della sciara.
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CAPITOLO 2.
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Solidamente legati ad uno stesso tronco di palma, Rupe e Piras aspettano d'esser finiti. Ai loro piedi è Valli, con la testa sfracellata e l'occhio vuoto. Invece di dargli sepoltura, gli arabi l'han messo in faccia ai suoi compagni, perché compia l'estremo ufficio di abituarli alla morte. Gli han puntellata la schiena con un macigno e inforcata la testa con due paletti infissi nel cranio aperto, dal quale seguita a gorgogliare il sangue, misto al cervello. E cosi Valli può seguitare la sua polemica col compagnone Piras, alla presenza del sergente che, invano, chiude gli occhi, illudendosi di non sentire le misteriose parole che il morto seguita a dire con la bocca gelata. I prigionieri son guardati da un arabo armato e da una moltitudine di bambini incuriositi dallo spettacolo insolito. La vista del cadavere, grottescamente atteggiato, non suscita in quei piccoli esseri né rispetto né sgomento. E questa constatazione, impressionante per Rupe, è assai meno per Piras, che, nei quattro anni trascorsi da giovanetto a Tripoli, ha imparato a conoscere l'indifferenza dell'arabo verso la morte.
Tanto il sergente che il suo compagno, appena depositati nel campo nemico dai loro catturatoti, non sono stati massacrati, per quella raffinatezza della ferocia, la quale mette più sale nel pregustare la vendetta, che nell' eseguirla. Prevalsa l'opinione dei turchi, di tenere per il momento i prigionieri come ostaggi, riserbandosi di finirli più tardi, quando di loro non ci sia più bisogno, essi sono stati affidati ad una specie di santone vecchissimo, coperto di loia, il quale li ha medicati sommariamente, per impedire alle ferite di dissanguarli. Riempiti di carbone i fori fatti dai proiettili, e avvolte le parti in bende tratte da un lurido hazam, la tradizionale sciarpa delle beduine, i prigionieri sono stati legati a un tronco di palma, e comandati di giocare col morto, come a una partita a tresette. Unica fortuna per loro, quella di non essere divisi, di poter parlare insieme, magari con gli occhi chiusi, per sfuggire all'implacabile vigilanza di Valli. Intanto il plenilunio si dissolve nell'alba. Da principio son due pallori che si accostano, pieni di temenza, poi uno non regge e svanisce, mentre l'emozione spruzza l'altro di rosa. L'oasi riceve la luce del sole sulla punta dei piedi. Le palme, come se una corrente sotterranea gonfiasse il mare di sabbia, fanno a gara a chi si solleva più in alto.
Dice Pietro Rupe sforzandosi di non guardare avanti a sé:
- Con la luce del giorno il supplizio del cadavere che ci guarda ci farà impazzire. Sarebbe meglio che ci accoppassero subito. Finiremo con l'odiare quel poveraccio.
- Guardi in alto come faccio io. Spunta il sole. Le cime delle palme son tutte rosa. Fa bene al cuore...
- A me paiono insanguinate... Non le posso guardare...
- Crede che ci terranno qui parecchio tempo?
- E chi può dirlo? Siamo nelle mani di Dio...
- Purché Valli non cominci a puzzare... Allora si non si potrebbe resistere...
- Con un sole come quello di ieri, il morto non dovrebbe tardare a corrompersi... Povero ragazzo. Tanto buono e allegro...
- Forse sua moglie in questo momento, spalancando una finestra e vedendo la bella giornata, si sente voglia di cantare... Che vita vigliacca...
La voce di Piras è umida di pianto. Rupe lo supplica di cambiar discorso:
- Parliamo d'altro, mio caro. Non è proprio il momento di pensare alla famiglia... Io voglio persuadermi d'esser solo al mondo e che la mia sorte non interessi nessuno, proprio nessuno... Almeno ci riuscissi...
Attirato dai loro discorsi l'arabo di guardia li squadra minacciosamente:
- Ma tkellim-s! ordina a Rupe, e non occorre che Piras traduca la frase perché entrambi capiscano di far silenzio. I due prigionieri seguitano il colloquio scambiandosi i pensieri. Uno dei quali è amarissimo, e supera anche la sfera della sorte individuale. E' il rimpianto di non aver potuto informare i compagni di trincea del tradimento che in campo arabo si sta perpetrando contro di loro. Certo la perdita della pattuglia può fornire al battaglione motivo di riflessione, se non di dubbio, e sotto tale aspetto il sacrificio di essa non è del tutto vano. Ma l'episodio, i cui limiti sono vaghi, difficilmente precisabili, non può, da solo, evitare la strage che si prepara. Ecco la pena più grande. Per la sicurezza della vendetta non esiterebbero, Rupe e Piras, a buttare in questo momento la vita. Quella vita che la presenza del compagno caduto svuota di contenuto e di sapore; che, solo le corde, reggono al tronco della palma; che crollerebbe, se fosse abbandonata a se stessa. E invece li attende una morte inutile, protratta dai carnefici per un lugubre divertimento; una morte che ha fatto le sue prove generali con Valli; che gode di vedere distrutto, in un essere caro, in un compagno,
ogni bellezza e simpatia; e che, dal corpo che lo spirito, svanendo, ha reso opaco, scatena tutte le corruzioni, tutti i miasmi.
L'arabo che si sostituisce nella guardia al precedente si rivela subito assai peggiore del compagno. Il sangue che sèguita a colare dalla nuca del bersagliere morto ha su di lui un terribile fascino. Egli non si sazia di chinarsi sulla salma per sentirne l'odore. Quando se n'è saturato, si avvicina ai due prigionieri e li respira a lungo sulla bocca e sulle ferite. Invano quelli, nell'impeto della disperazione, si difendono sputando, profferendo maledizioni atroci, torcendo la testa a destra e a manca. L'arabo è paziente e aspetta, leccandosi compiaciuto gli sputi, che quelli si stanchino, per riprendere la sua fatica di sensale. Ad un certo momento, preso da follia, li buca ripetutamente sulle braccia e sulle co-scie con la punta della baionetta. Rupe e Piras per dare al mostro prova di fierezza non emettono un lamento. Ma il loro coraggio non importa niente all'arabo ossesso. Egli non vuole che il loro sangue. E quando lo vede apparire sulla tela grigia, quando scorge la macchia allargarsi e addensarsi, allora s'illumina nel viso come gli avessero aperto le porte del paradiso.
La palma, al cui tronco stanno legati i due prigionieri, è compresa tra il muro della sciata e la trincea coperta con stuoie, nella quale, durante la notte, sono state depositate bracciate di fucili*e casse di munizioni. Gli arabi che si alternano alle feritoie dello sprone stradale, tracciate ad altezza d'uomo per poter far fuoco di sbarramento al di sopra della scarpata che domina l'opposto margine della sciata, hanno la consegna di non sparare. Gl'italiani seguitano a crivellare il muro di fucilate, sfogando cosi la loro rabbia per lo scacco della pattuglia, ma gl'indigeni non rispondono al fuoco. Però stanno attentissimi a spiare le minime mosse del nemico, e se, di quando in quando, notano qualche cosa di sospetto, chiamano presso di loro il graduato turco perché si renda conto della novità.
Ma la pazienza e la disciplina degli arabi son messe ad un dato momento a dura prova. Una fucilata italiana, infilando una feritoia, colpisce in fronte un beduino, uccidendolo. Il fatto scatena nel campo musulmano una gran confusione, di cui i prigionieri possono misurare su se stessi le conseguenze. Il caduto è appena finito di adagiare sulla sabbia e nel suo orecchio ancor trema la professione di fede, la ilah ill-alla; mhemmed rsul-alla, mormorata dal vecchione che ha medicato i due italiani, perché con quel viatico si presenti a Dio, allorquando, da una casa, irrompe, gridando di dolore, il parentado dell'ucciso. Son donne di tutte le età, dall'ava ottantenne cieca e paralitica, trasportata a 
braccia da due robuste figliole, alla moglie ancor giovane, dal viso brunito dal sole, alla bimba non ancora svezzata, che guarda la scena con occhi sgomenti. Il morto sparisce sotto l'abbraccio delle donne che egli amò mentre gli uomini presenti mantengono un contegno grave e leggermente attonito. Un accento singolare esprimono, nel piangere il genitore, i tre figli maschi del caduto, ragazzi dai dieci ai quindici anni. Essi si atteggiano già a piccoli uomini. Singhiozzano, però mostrano di volersi padroneggiare. La loro manifestazione di doglianza non è ancora quella dominata dei grandi, ma non è neppur quella scoperta delle donne.
A un dato momento, la moglie dell'ucciso lascia la spoglia, e, come una furia, raggiunge la palma alla quale sono legati gl'infedeli. Fortunatamente per costoro un fuciliere turco arriva in tempo a impedire che la donna li scanni ambedue col coltello che stringe nel pugno. Certo l'arabo di guardia, indemoniato dalla speranza del sangue, non avrebbe mosso un dito per impedire la carneficina. Fuori di sé, la beduina non esita a buttarsi sull'inaspettato protettore, ferendolo a un braccio, e mordendolo, nella lotta che egli sostiene per disarmarla. Né, priva del suo coltello, ella desiste dal combattimento. Se non accorressero altri uomini a metter fine al contrasto, e portarsi via la belva schiumante, essa seguiterebbe a calciare, a mordere, a urlare, a imprecare fino all'ultimo respiro. Il soldato turco risponde in un curioso modo alla gratitudine tacita dei due soldati italiani, impalati. Schiaffeggiandoli sonoramente e suggellando i ceffoni con alcune pedate nel ventre. E, seguendo il suo esempio, altri uomini vengono e percuotere i due crocifissi, a coprirli di sputi, ad accecarli con pugni di sabbia, a ingiuriarli, a minacciarli di ogni sorta di supplizi. Sia Rupe che Piras subiscono la tortura con gli occhi chiusi, invocando con tutte le loro forze una subita morte. Poi la tempesta dirada, essendo venuto il momento di seppellire il caduto. Massimo onore per un guerriero essere interrato al più presto, e nel luogo dove incontrò la morte. Nel sole che incomincia a picchiare sull'oasi con i suoi martelli roventi, tranne gli uomini di guardia alle feritoie, e quelli addetti alle carovane, tutto il campo arabo assiste alla cerimonia dell'inumazione recitando versetti del Corano e salmodiando confusamente. Cerimonia breve e solenne. Il morto, lavato accuratamente, e avvolto in un lenzuolo, è calato in una fossa scavata sotto lo sprone della sciara. Ricolmata la fossa, e riempito il tumulo di sassi, con quell'atto l'anima fino allora implacata riconquista la sua pace. La folla riguadagna i suoi ricoveri mentre il caduto incomincia il suo viaggio verso le eterne dimore.
- Questi cani si sono affrettati a seppellire il loro morto. Ma del
povero Valli non ne vogliono sapere... mormora Piras, più per il bisogno di sentire la propria voce, che per l'importanza della cosa in sé. Rupe non risponde, e il suo silenzio atterrisce il compagno.
- Sergente, perché tace? Per l'amor di Dio si faccia forte. Non bisogna darla vinta a questi maledetti.
- Io non ne posso più, Piras... Questo supplizio è più forte di me... E' terribile non poter far nulla, nulla, per sopprimersi... Era meglio che il turco ci lasciasse scannare da quell'ossessa...
- A morire c'è tempo, sergente... Io invece vedo, in tutto, il segno della Provvidenza... Da stanotte abbiamo rischiata la vita non so quante volte... E siamo crivellati di ferite, maciullati dalle percosse, lavati dagli sputi, ma, alla fin fine, ancor vivi... Chissà non venga pure il nostro momento...
- Sei ammirevole, Piras. Come vorrei poterti abbracciare.
- Non mi faccia piangere, sergente... Ci mancherebbe altro. L'arabo mi cova con l'occhio... Non aspetta che di odorare le lacrime... Del sangue dovrebbe averne abbastanza...
Come se le animose parole di Piras avessero gemmato il loro premio, ecco, prodursi nel cielo dell'oasi il fatto prodigioso di un velivolo italiano, intento a fare la sua prima ricognizione aerea sul campo nemico. L'uccellaccio si annunzia con un rombo cosi fragoroso da far pensare ad una frenetica danza ballata dalle palme su un immenso piatto di bronzo, e accompagnata da scoppi di castagnole tra foglia e foglia.
Poi appare. In principio è un puntino; si potrebbe confonderlo con un'aquila reale che si librasse nel sole in attesa di piombare sulla preda ; e, dopo qualche secondo, si precisano, sullo sfondo del cielo, l'unico piano dell'apparecchio, la girandola pazza dell'elica, la carlinga e la coda; e, dopo qualche secondo ancora, si distingue la persona ai comandi la testa avvolta nel casco, il viso fermo, fisso alle lontananze, le mani tremanti del rombo degli abissi violati. Un uomo, un uomo fatto apparentemente come gli altri, e pur simile agli angeli; un uomo che emula l'immortale Chavez volando ad altezze incalcolabili, forse a mille metri, e ad una velocità che supera i cento chilometri orari; un uomo per cui la grande follia di mescolarsi agli uccelli negli spazi azzurri è diventata realtà. Ed è un italiano. Lontano il tempo in cui Wright dava lezione di pilotaggio al tenente Calderaro, primo aviatore nostrale. Ora gli aquilotti italiani son tanti e volano in guerra come in pace; nessuna audacia è loro ignota, nessuna fatalità li arresta.
Ora l'aeroplano è arrivato lucente, potente, sicuro, nel raggio d'azione della Sciara Sciat. Vedendo la cosa inaudita navigare altissima 
sopra le palme, senza che nulla dal basso la regga né niente dall'alto l'attiri, il campo arabo sembra preso da follia collettiva. I più si prostrano sulla sabbia, baciano la terra, pregano furiosamente; altri si danno a correre come trottole frustate verso la trincea coperta, dove si ammassano, pecore atterrite dal tuono; altri infine, impossibilitati a muoversi, non fanno che dimenarsi, dondolarsi su se stessi, quasi un demone li possedesse, gridando con voce di agonia: Subhan Allah, Subhan Allah! Ma-hu, Ma-hu? .
E' il momento di Rupe e di Piras. Anche loro sembrano impazziti. Piangono a calde lacrime, ridono pazzamente, invocano il compagno sublime, gli offrono le loro piaghe, gridano a Valli di alzarsi e di camminare, sputano sull'arabo nefando che non temono più, ghignano su quella folla di pavidi, si senton bruciare da un orgoglio smisurato. Quell'aeroplano è il loro, chi l'ha inventato è uno dei loro, chi lo pilota è uno dei loro. Ora senton di essere i martiri di un tempo, il loro spaventoso e magnifico tempo. La civiltà, prima di vincere la barbarie, deve farsi legare a una palma come San Sebastiano. Ogni grandezza ha il suo patimento. Sempre cosi è stato. Sempre cosi sarà.
- Siamo qui, qui, guardaci, colpisci questi cani, butta giù tante bombe, che di loro non resti traccia, son tutti traditori, state attenti alle palme, siamo nelle tue mani...
Queste ed altre simigliami parole. Ma il velivolo non le raccoglie. L'altezza e il rombo del motore lo isolano come in una campana sonora, gli danno il privilegio che solo è concesso agli dei: quello di dare per loro intima grazia, senza ascoltare la supplica dell'uomo. Scompare dopo un largo giro sulla Menscia, e il suo svanire, più che dall'affievolirsi del motore, è espresso dall'ombra che a poco a poco guadagna il viso, prima splendente, dei due suppliziati.
Ma, ritornando al suo nido, l'albatro umano non si porta via ogni accesa speranza. Esso ha scritto nel cielo un prodigioso fatto, di cui l'anima religiosa dell'arabo non può non tener conto. Infatti, sia effetto della paura o della superstizione, non è passata mezz'ora dalla comparsa dell'aeroplano sull'oasi, che alcuni beduini vengono a prendere Valli, abbandonato con la schiena al macigno, e col cranio inforcato, lo liberano dalla sua grottesca positura, lo avvolgono in un lenzuolo, e lo vanno a interrare poco distante.
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CAPITOLO 3.
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All'alba, nell'ora in cui l'oasi profuma più forte, e gli uccelli si svegliano nei nidi, reparti misti di cavalieri turchi e arabi appaiono, a distanza di circa un miglio, sulla destra della linea italiana che si accampa fra le tombe dei Caramanli e le prime propaggini dell'oasi, col proposito di aggirarla e di ributtare gl'invasori in mare. Gli arabi sono alla testa della colonna volante. Galoppano con estrema eleganza, gonfiando come fiocchi gli ampi baracani e sollevando nembi di sabbia, poi, quando sono nel raggio d'azione del fuoco di sbarramento avversario, ritti sulle staffe e attanagliati con i garretti possenti alle pance delle bestie, rispondono sparando come in una fantasia .
A mezzo miglio dagli avamposti, i primi cavalli cominciano a ruzzolare sulla sabbia sbalzando i cavalieri. Passa la galoppata frenetica sui caduti, e di loro non resta che un urlo amarissimo, un sibilare di vento in gole selvose, che i compagni acciuffano come una fiaccola sonora e brandiscono, arma invisibile, ma non meno viva dell'altra, che stringono nella destra, contro il nemico ormai prossimo.
Entrano in azione due mitragliatrici italiane in aiuto ai fucili, che pure fanno vuoti sensibili nella colonna. Una prima sventagliata inchioda al suolo una quantità di bestie. Un momento di sbandamento, riempito dai nitriti dei cavalli moribondi e da un più acceso urlio delle schiere. Poi la pazza cavalcata riprende, attizzata dal bisogno della vendetta, e dalla vicinanza della linea. La seconda mitragliatrice opera la sua falciata. Ma quei diavoli avanzano...
- Baionette innestate - comanda il capitano della quarta compagnia, Doma, un romagnolo. Fuoco con le mitragliatrici... Pronti i bombardieri... Poi al tenente Gilardini:
- Mandi due staffette al battaglione a chieder rinforzi d'urgenza...
- Signor si... Speriamo non arrivino troppo tardi... Questi arabi sembrano diavoli scatenati...
I due portaordini partono come razzi, infilando un camminamento scavato nella sabbia. L'azione intanto stringe i tempi. Gli arabi sono a quattrocento metri circa. Le loro pallottole arrivano fischiando sul ciglio della trincea e s'insaccano nella sabbia. Un proiettile colpisce Pennisi alla faccia, di striscio. Non è una ferita grave, però è il primo sangue che versa la compagnia. Quel sangue è un poco di tutti. Per il 
camminamento, Perniisi è spedito al marabutto diruto che fa da posto di medicazione. L'emozione dà ai visi il colore paludoso delle mele francesche.
- Arabi alla nostra sinistra - grida il sottotenente Brambilla che guarda la sciara col suo plotone. Sembran disarmati. Fuggono verso Tripoli. Dobbiamo tirar su loro?
- Non sparate! comanda Doma. Lasciateli andare dove vogliono. E' gente pacifica... Non ci può dar noia...
Intanto, per il camminamento, arriva di corsa il comandante della quinta compagnia, Caréri, un salernitano impetuoso, pieno di estro nel parlare. I suoi ufficiali lo accolgono gridando:
- Ci siamo, capitano. Viva l'Italia...
- Sempre evviva, carissimi. E li saluta con la spada sguainata.
Poi dice:
- Figli miei, non v'impressionate. Ste sfaccimme d'arabe fanno i capuzzelle perché nun sanno con chi hanno a fa'. Ora glie facimmo verè cu siamo nuie, infilando a nostra carta e visita ncoppa a punta d'i baionette...
- Fanteria turca a destra... si grida all'estremità della trincea, dall'alto di una palma. Avanza al riparo dei muretti dei giardini...
Caréri e i suoi ufficiali si guardano perplessi. E' evidente il pericolo dell'aggiramento. Né d'altra parte è possibile con due sole compagnie far fronte a tanti attacchi. Bisogna ripiegare. Mentre il capitano ordina il movimento tattico, una staffetta porta agli avamposti l'ordine del comando di battaglione: Resistere a tutti i costi. Partono i rinforzi .
Infatti una vedetta annunzia l'arrivo della truppa di rincalzo:
- I nostri, i nostri... Arrivano di corsa... Forza ragazzi...
La cavalleria araba è a meno di cento metri ormai. Se pur decimata dalle raffiche incessanti delle mitragliatrici, presenta sempre un fronte di attacco notevole. Saranno, tra turchi e arabi circa cinquecento cavalieri. Non son tutti armati di Mauser o di Martini. Alcuni impugnano picche, daghe, scimitarre, spadacce di ogni genere, e perfino balestre barbaresche.
Il tenente Mazza fa un segno convenuto alla squadra dei bombardieri. E, immediatamente, un nugolo di petardi vien lanciato contro la prima ondata nemica. Il bersaglio è raggiunto in pieno. Le bombe scoppiano in mezzo alle file, seminando la strage tra gli assalitori. Approfittando dello scompiglio, Doma decide l'assalto alla baionetta.
- Avanti ragazzi, viva l'Italia! urla lanciandosi fuori della trincea per dar l'esempio. Ha fatto appena pochi passi che un cavaliere arabo lo prende di mira e lo fredda con una fucilata al cuore. Il giovane si schianta sulla sabbia, come se gli avessero troncato le gambe, emettendo un lungo sospiro e abbracciando con occhio velato tutto il verde dell'oasi.
Solo Gilardini della quarta e Logiudice della quinta compagnia, con una cinquantina di uomini in tutto, fanno in tempo a iniziare l'assalto alla baionetta. Lo squadrone barbaresco, che ha ricostruito fulmineamente il suo fronte, se li beve con lo spasimo di una gola assetata davanti all'acqua ghiacciata; ed è tanta l'arsura - c'è tutto il sole delle sabbie libiche sulle labbra di questi figli del deserto - che neppure sente il refrigerio. Poi l'ondata si precipita, scrosciando sulla linea nel momento in cui il resto della truppa sta attaccando.
Avvantaggiati dal numero, dall'arcione, e dal bisogno della vendetta, gli arabi hanno il sopravvento, però tanti di loro, infilati dalle baionette o sfracellati dai petardi, vanno a raggiungere gli altri morti della scorreria. Per la quarta e la quinta compagnia è giornata di lutto grande. Gli ufficiali, in breve spazio di tempo, tutti massacrati: prima spenti, poi la maggior parte scannati e le loro teste brandite sulle punte delle picche contro i rincalzi accorrenti. La truppa decimata, disposta a morire piuttosto che arrendersi. E, intanto, il confortante sopraggiungere dei rincalzi fraterni alle spalle. E, sul fianco, le prime scariche di fucileria della fanteria turca che avanza.
- Coraggio, ragazzi, i nostri arrivano... La vittoria è nostra... distruggiamo questi cani...
E' la voce del sergente Pugliese, diventato comandante di compagnia, dopo la morte dei suoi ufficiali. Egli non resta a lungo al suo posto di vedetta. Un capo barbaresco gli tira un terribile fendente in testa spaccandogliela come una melagrana. La lugubre risata con la quale il vincitore accompagna la strage ha il timbro d'una risacca d'ossa su un lido di giustiziati.
Tocca al caporale Neri insignirsi del comando. Egli accetta l'onore gridando:
- Figli di celebrate puttane, piuttosto crepare che arrenderci! Ci sarà chi vi liscerà il pelo... Intanto a te lo liscio io...
Dice, e butta il petardo che ha in mano contro il massacratore del sergente. Una fiammata, e cavallo e cavaliere precipitano nello stesso sangue. Ride il caporale vedendo l'avversario tenersi le viscere con le mani:
- Una volta per uno, bello mio. Vai dal tuo Maometto che ti cucia la pancia. Vedrai che ha perso l'ago...
Una volta per uno: ha detto. Ed ora è la sua. Circondato da tre avversari, Neri ne infila uno a colpi di baionetta, ma gli altri lo colpiscono per di dietro a mazzate di moschetto sulla nuca, lo riducono un'orrenda focaccia. Poi, non ancora sazi, lo evirano. Gli attributi della virilità sono da uno degli uccisori agganciati alla bandoliera tra amuleti fatti di lettere magiche e di Mani di Fatma.
Ma sono le ultime fasi della carneficina nella trincea. Ridotta a poco più di duecento uomini, la cavalleria turco-araba decide di ripiegare, lasciando alla fanteria il compito di proseguire la battaglia per il possesso dell'oasi. Essa eseguisce la sua ritirata sotto il fuoco radente dei rincalzi italiani. I bersaglieri superstiti si buttano a inseguirla cadendo nel fuoco incrociato delle due fanterie avverse. Ma essi non si padroneggiano più. Stramazzano sulla sabbia che si disseta col loro sangue, pagando anche con la vita la gioia di vedere rotta e dispersa la squadraccia infernale.
Arriva la nostra fanteria sulla linea tenuta dai bersaglieri e la passa, tentando, con azione avvolgente sul fianco mancino, completamente disimpegnato, di operare l'aggiramento delle forze turche che avanzano, facendo fronte alla sciara e allo sprone stradale. La nostra ala sinistra penetra nell'abitato donde, poco prima, sono state avvistate schiere di profughi in fuga verso Tripoli, e, trovando le case abbandonate, con solo qualche vecchione di guardia, intento a pregare o a spidocchiarsi, prosegue la sua azione, affrettando la conversione sulla dritta.
La fanteria turca non fa mostra di temere la mossa avversaria. Le sue avanguardie sono ormai alle prese con gl'italiani e la nuova battaglia tra le palme segna le sue vittime. Per qualche tempo nessuna delle due schiere si avvantaggia sull'altra. I nemici si stanno studiando, e questa specie di tregua che precede l'urto massimo e decisivo serve alle truppe di copertura per raggiungere le seconde linee, dove attendono a piccoli lavori di assestamento e di fortificazione, nell'eventualità di un ripiegamento dei reparti avanzati.
Ad un certo momento, la fanteria musulmana si slancia all'attacco. Il suo obiettivo appare evidente. Ricacciare la nostra ala sinistra oltre la sciara, tenendo duro sul resto del fronte. L'esecuzione di questo piano sarebbe ardua, se, improvvisamente, non gittasse la maschera, rivelando interamente la sua irriducibilità, l'elemento arabo da noi lasciato filtrare tra le linee, specialmente sulla sinistra, senza sospetto.
Dalle cime delle palme, dalla bocca dei pozzi, dalle terrazze delle case sparse nell'oasi, dai muretti che dividono i vari giardini della Menscia, dai tumuli dei piccoli cimiteri musulmani che sorgono qua e là alla periferia della città, da ogni avvallamento del terreno, da ogni siepe, da ogni fossa, da ogni luogo in cui può trovar ricetto e protezione l'imboscata, una gragnuola di fucilate si abbatte alle spalle dei nostri. La sorpresa e lo sgomento s'impadroniscono del campo italiano. Le gravi perdite dovute alla precisione di tiro degl'indigeni; il disorientamento dei comandi incerti sul nemico da fronteggiare; la scomparsa dei collegamenti tra i vari reparti; lo sguernimento del fronte d'attacco, determinato sia dal pànico che dal bisogno della caccia all'uomo, impadronitosi della truppa, appena ha individuato il nuovo avversario; l'avanzare impetuoso delle fanterie turche che approfittano della situazione: di quest'insieme di elementi è fatta la tragedia del ventitré ottobre. Per un certo tempo la battaglia perde il suo clima per tramutarsi in guerriglia spicciola e feroce. Case muri giardini pozzi diventan teatri di mischie orribili nelle quali vince chi più odia; e l'odio è come quelle sabbie mobili che continuano a sprofondarti, anche dopo che ti han seppellito. La morte non basta più a questi uomini che hanno inventato un modo troppo rapido di uscir dalla sofferenza. Una morte che continuasse a morire, avendo la coscienza, non di una sola, ma d'infinite perdite, e che ognuna fosse più tremenda della precedente, e che l'ultima tutte assommasse, si che la fine individuale volesse significare la strage di tutti gli esseri viventi: ecco quello che bisognerebbe all'odio di questi uomini, i quali pur sanno commuoversi al canto di un uccellino, amano di tenero amore le spose e i figli, fanno l'elemosina ai mendicanti e sbiancano se vedono un loro congiunto tagliarsi un dito.
Sparpagliandosi la nostra truppa tra i palmeti, come un fiume che abbia rotto gli argini e vada dove la piena delle acque lo porta, la fanteria turca che avanza incontra gli svantaggi del troppo favore: perde completamente il suo bersaglio. Qualunque piano tattico naufraga di fronte al frangersi della battaglia in mille focolai di rappresaglia, che esprimono, da un lato, la gravità dell'emozione impadronitasi della linea italiana, e, dall'altro, l'ardore col quale essa reagisce all'imboscata araba. Pur essendo padrone del campo, le forze turche son tratte ad accettare la lotta cosi come si è venuta determinando, per quell'elemento di drammatica suggestione che la caccia al singolo esercita al paragone della battaglia di masse, dove l'indefinitezza del bersaglio si risolve nel colpire astratto, difficilmente constatabile, e però meno atto a potenziare la volontà omicida del combattente. Ora, nella lotta a corpo a corpo,
eccelle il soldato italiano, portato ad essa dalla sua indole rissosa e dalla sua storia, che, se si toglie Roma e la scacchiera del mondo per le sue legioni, è tutto di guerriglie tra città e città, paesi e paesi, castelli e castelli, condotto in nome di fazioni irriducibili da avventurieri di razza, conquistatori della loro fama sul campo, esempio alle milizie di ardimento personale e di selvaggio prepotere consacrato dall'eccellenza fisica. I turchi, accettando la caccia all'uomo, imposta agli italiani dagli arabi imboscati, e dai nostri condotta alle estreme conseguenze, fanno, in certo modo, il loro gioco, dando cosi un'estrema riprova dell'ironia che si nasconde nei fatti umani, e che determina le soluzioni più assurde, opposte alle premesse, come il bianco al nero. Tramutatosi il combattimento in una rissa gigantesca, esso, per attrazione naturale, si sposta verso il terreno più accidentato, e meno adatto ai grandi movimenti. Le case dell'oasi e i muri dei giardini sono i centri, verso i quali gravitano gli ardori offensivi delle milizie opposte. Dalle cime delle palme si continua ancora a sparare, ma, essendo quello un bersaglio scoperto, molti di coloro che han fatto centro nei primi momenti dell'imboscata, per la novità dell'agguato, sono in seguito precipitati a terra crivellati di proiettili, né altri hanno avuto animo di sostituirli. Una terribile lotto si svolge dentro l'abitato dove furono a suo tempo condotti Rupe e Piras. Cessato il fuoco dall'alto delle palme per la morte degli arabi nascosti nelle chiome, gl'italiani ritornati indietro, dopo la forzata rinunzia alla manovra di accerchiamento, sono fatti segno a un micidiale fuoco di granate a mano da parte dei turco-arabi nascosti nella trincea coperto, dove già Rupe vide rimpiattare armi e munizioni. Mascherata com'era da una graticciato colma di stipe, le nostre avanguardie non l'avevano scorta, né il nemico, che aspettava l'imboscata araba per agire, aveva tradito il suo covo.
Per un pezzo, la partito sanguinosa è tutto in vantaggio dei musulmani, i quali lanciano le granate da diversi punti della trincea, per confondere con la mobilità del bersaglio gli avversari. Poi la disperazione vince ogni altro ritegno negli assalitori. Riunitisi, in una cinquantina, sotto il comando di un sottotenente che gronda sangue dal viso e da una spalla, ma non se ne cura, essi si lanciano alla baionetta contro la fortezza sotterranea decisi ad espugnarla. Quelli che si presentano alla bocca della trincea non sono più uomini ma tigri. Le unghie sono diventate artigli, gli occhi vampe livide, le bocche morse, i cuori pietre. I difensori non sono inchiodati alle sabbie con le baionette, ma sbranati.
L'esaltazione che corona la carneficina è un ottimo cemento, non
solo per gli autori di essa, ma anche per gli altri gruppi impegnati ai lati, nella caccia al singolo. Un primo elemento di coesione succede all'anarchia di prima. I cinquanta son diventati ora cento, duecento, e non è più il sottotenente Vespucci a comandarli, che egli è improvvisamente tracollato, dissanguato dalle sue molte ferite, ma un capitano, un bel giovane dall'aria atletica che dà un senso di sicurezza e di autorità al solo guardarlo. Il fronte italiano si va cosi ricostruendo. La fucileria nelle parti arretrate dell'oasi divien sempre più rada, segno che la repressione raggiunge via via i nuclei di ribelli nelle loro tane. Le perdite del battaglione sono certo gravissime, ma i morti non pesano quando si comincia a sperare nella vittoria ultima. Anzi, essi aiutano i vivi a esser più spietati che possono, più forti, più pazienti, più tutto.
Sarà uno squadrone di cavalleria nostrale che deciderà la battaglia, iniziata dalla colonna barbaresca senza un giusto calcolo della resistenza avversaria e della potenza dei suoi mezzi offensivi. E' chiaro che, se invece di farsi decimare dalle mitragliatrici italiane, e di svenarsi nel tremendo corpo a corpo succeduto all'irruzione, essa avesse sfruttato la rottura del fronte per caricare e disperdere i nostri rincalzi, la giornata si sarebbe potuta risolvere in un disastro per noi. Sono i morti della quarta e quinta compagnia che han fatto ressa contro le zampe dei cavalli, fermando nel sangue l'impeto dei centauri ossessi. Cosi il martirio del caporale Neri, i cui attributi genitali vanno ad arricchire gli amuleti del capo arabo contro il malocchio, è un macigno che pesa sulle spalle dell'intera squadraccia, è fame che vuol essere saziata, è rovina che ne vuole altre - satelliti d'un sole notturno che si leva solamente sui cimiteri - è un'espiazione sicura che nessuna imboscata tra i palmeti può eludere.
Piomba la nostra cavalleria sui reparti turchi, battuti altres dagli shrapnells della batteria da sbarco di Bu Meliana, e li costringe alla fuga. Alcuni nuclei, asserpolati tra i fichidindia di cinta a un podere, tentano un'estrema resistenza. Per snidarli, si brucian le stipe tomo tomo alla proprietà. In breve le fiamme si appiccano alle palme, agli ulivi e ai fichi, costringendo i difensori a uscire dalla fornace invocando pietà. Parecchi soldati son trovati con rivoltelle e pugnali rimpiattati negli stivali o nei fez. Son passati a fil di spada. Questo è l'ordine dei comandi. Chiunque venga trovato armato sia immediatamente giustiziato. Cominciano le fucilazioni nell'oasi. Durante la giornata, secche scariche di moschetto annunzieranno ai morti e ai vivi le esecuzioni sommarie degli arabi, riconosciuti colpevoli di tradimento, o sorpresi con le armi
alla mano. Quasi tutti questi beduini muoiono senza batter ciglio. Per la loro anima primitiva l'unica giustizia terrena è ancor quella del guerriero che si è conquistato il diritto di spegnere il proprio nemico sul campo.
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CAPITOLO 4.
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La notte successiva alla battaglia, sia nell'oasi che in città, è dominata dal terrore. Gl'italiani si aspettano altri tradimenti, gli arabi altri castighi. Gli uni tengono le strade della Medina e della Mensola; perquisiscono case e giardini, carovane e mercati; gli altri, barricati nelle abitazioni, nelle moschee e nei fondouk, son con le orecchie alle porte e col cuore in gola. Gli uni e gli altri, con l'ossessione del fiume di sangue che continua a scorrere sotto gli occhi e a gonfiarsi sempre più, han perso la misura di se stessi e il profumo della pietà. Il frusciare di una fronda all'altalenio di un uccello, il saettare di una moffetta lungo le siepi, l'apparire di un'ombra sotto un porticato all'angolo di una sciara o di una piazza, le strane prospettive dei colonnati di palme dei piccoli cimiteri arabi sparsi qua e là, e le immaginarie cavalcate dei fichidindia sotto il raggio dei riflettori della Squadra, son cagioni di sparatorie improvvise che cadono sui nervi martoriati dei vicini e dei lontani come olio bollente.
Si son ricoverati i feriti in città, nel castello barbaresco, abbandonato dal turco, ma i morti non c'è stato ancora tempo di raccoglierli e, tanto meno, di inumarli. Gli uomini di guardia ai piccoli posti vorrebbero non vedere quelle macchie di vario colore, sparse per un lungo raggio all'intorno, sulle quali il plenilunio, con egual sentimento di pietà, versa la sua pacata pallida luce. Vorrebbero, ma non possono. Parlano e il loro occhio è fisso là, a quei mucchietti di vita morta che aspettano la sepoltura; tentano smemorarsi del presente, per fissare la mente nel pensiero della casa e del passato, e lo stesso bisogno di ricupero, che li muove a ricordare, dà loro, per riflesso, quei mucchietti di vita morta, nei quali solo il colore dei panni testimonia la razza: unico essendo l'abbandono del corpo umano nel transito. Arabi avvolti nel sudario dei baracani insanguinati; italiani ingranditi nelle uniformi di tela grigia, larghe di misura e ricche di pieghe, fino a riempirle con la vetrosa rotondità che dà la morte nelle prime ore del decesso; turchi alti e sfuggenti nelle uniformi brune che staccano sulla sabbia battuta dalla luce lunare con una vivezza cosi grande da parere artificiale; moli di cavalli rimili a creste di dune che un vento rapinoso abbia ammassato 
all'improvviso contro la Menscia; per tutti, indistintamente, cristiani e musulmani, uomini e bestie, la sabbia che fa da letto alla loro prima notte di morti non fa eccezioni di sorta, non bada ai motivi per cui caddero: egualmente materna.
Le salme insepolte attirano con i loro primi fiati di corruzione le iene, rarissime nella Menscia, dove talvolta arrivano dall'oasi di Giofra, spinte dalla fame e dalla speranza del bottino. A tutta prima, gli avamposti credono a qualche insidia nemica e iniziano un dannato fuoco di sbarramento che mette in allarme tutta quanta la linea, estesa in lunghezza dal forte Gargaresch alle tombe dei Caramanli, e converge sui pozzi di Bu Meliana, come al vertice di un triangolo scaleno.
Le bestiacce non rinunziano facilmente alla preda, che, per loro, il richiamo di quella carne intirizzita è più forte di qualunque istinto di conservazione. Davanti al tiro della fucileria si danno a fuga disordinata tra i palmeti, inseguite dai fari delle navi; si fermano, se folgorate dal raggio abbacinante, come ipnotizzate; annusano l'aria gemendo, quasi pregando i soldati d'esser più pietosi e comprensivi; poi, appena uscite dall'alone, si riprecipitano verso le salme, finché cadono crivellate di pallottole, aggiungendo le loro ombre a quelle che già fanno dell'oasi una vera isola della morte, affiorata dal mare di sabbia per una tremenda malia, e nella sabbia destinata a risprofondare.
Ci sono, anche tra gli uomini, le iene. Il gusto d'impazzire sul cadavere del nemico spinge qualcuno a lasciare, col favor della notte, la ben nascosta tana, per mozzare orecchie nasi mani falli, cavare occhi, spezzare mascelle, con sassi fasciati di stracci per non far rumore, riempire di merda e di fango le bocche, che forse si addormentarono nell'estremo sonno con un sorriso.
Più feroci delle iene s'inselvan, costoro, nei covi, e stanno a consolare l'attesa della certa espiazione con colloqui senza parole, che pur bruciano le labbra come fossero lave di vulcani infernali.
Il Comando ha vietato l'uscita dalle case dopo le nove di sera, ma, assai prima di quell'ora, la Medina ha vuotate le sue straduzze e i suoi portici della consueta folla di mercanti, di artigiani, di cammellieri, di bastasi del porto e di schiavi negri, cui il vario colore e l'estroso drappeggiarsi delle vesti donano tanto pittoresco. Nell'oasi, il silenzio che circonda le casette estive dei notabili e i tuguri dei terrazzani è cosi 
profondo, che fa pensare, non ad una presenza atterrita, dietro gli schermi dei muri, ma ad un'assenza che aspetta la morte.
Scomparsi gl'indigeni dalla circolazione, resta a testimoniarli quel loro caratteristico odore che sa di cera di palma e di erba cedrina, che è dell'uomo, come della bestia, dell'aria come della terra. Mai Tripoli ha più fortemente odorato d'arabo come questa notte. Parrebbe che delle lavandaie invisibili battessero sui selciati, invece di baracani e di rdauat, beduini vivi, fino a spremerne i succhi vitali ed esalarne l'aroma nascosto. E poi c'è odore di grani, di zuccheri, di orzi, di caffè bruciati nei souk, quasi che il complotto arabo fosse arrivato alla distruzione delle riserve agrarie per render più tragica la situazione. Un'aria densa di droghe si spande dai mercati sulla città, suggerendo sensazioni domestiche e ricordi di piazze festose, e niente è più contrastante ad essa dell'atmosfera di incubo che preme i cervelli, chiudendoli in uno stretto e insormontabile cerchio di ombre rosse.
Moschee, Zauie, Kubbe e Marabutti son gremiti di arabi, rifugiatisi in quei santi luoghi per sfuggire alla repressione. Abolito il drappo di broccato che isola, come un sipario, nelle moschee, la navata delle femmine da quelle dei maschi, uomini e donne, in gran mescolanza, ora prosternati davanti al chatib che predica la calma o recita il Corano, ora ritti ed esagitati all'arrivo di notizie che parlan di stragi e d'arresti in massa, aspettano il verificarsi di un miracolo che attesti la partecipazione di Allah il Potente, alla pena dei suoi fedeli. Ma il Profeta tarda a manifestarsi, né valgono a cattivare la sua clemenza le preghiere di quella moltitudine travagliata che promette di andare in massa in pellegrinaggio alla Mecca, se un diluvio spazzerà da Tripoli la verminaia italiana.
Le donne, come sempre, nelle grandi ore di impazzimento collettivo, son le più fiere e disposte alle estreme resistenze. Queste sono ancora le donne di Cartagine che fecero funi con i capelli, assediante il Primo Scipione, e che buttarono olio bollente sulle aquile del Secondo, per prolungare la disperata resistenza della Città votata da Roma alla morte. C'è nel loro odio assai più del contrasto di razza e di religione, più della certezza di un guasto che un calcolo sbagliato o giusto, secondo il punto da cui lo si considera, possa attribuire alla venuta dell'invasore sul litorale libico. C'è in esse un'avversione fisica elementare, quasi animalesca, da pelle a pelle, contro l'individuo italiano, contro il maschio italiano, il quale ancora non era sbarcato dalle navi, per prender 
posssesso della nuova terra, che già aguzzava lo sguardo a cogliere la forma di un bel viso sotto Yholi della prima donna che si era affacciata al Molo dello Sparto a osservar la scena, non trovando di rimando che un occhio sbarrato e buio. Un'avversione cosi forte che, messe nell'alternativa di accettare l'amore di uno di quei dannati, dal cappello piumato, o di farsi fucilare da un plotone di esecuzione, queste profumate Ielle di serra cittadina, o queste asprigne beduine del deserto, non esiterebbero forse a scegliere la morte. Né i loro propositi appaiono dettati da quella spavalderia che vivacchia sul velluto dell'impossibilità. L'ora grave, che rende possibili tutti gli errori, non facendo troppe distinzioni tra prove e indizi, tra complicità attive e istigazioni subdole, tra innocenze schive e colpevolezze loquaci, tra uomini e donne, è la prova del fuoco per le loro virtù guerriere.
Giunge ad un certo momento, in una Moschea, un bersagliere moribondo, portato a braccia da alcuni arabi, che lo han raccolto in un fossato del Castello, non per pietà, ma per crearsi un alibi, domani, se le indagini delle autorità li dovessero raggiungere. L'entrata dell'italiano nel tempio musulmano è accolta dagli uomini con sbalordimento, dalle donne con grida di orrore. I primi si piegano al sacrilegio, in vista dei vantaggi che l'atto pietoso potrebbe recare alla generalità; le seconde dividono il loro disprezzo tra gli autori del fatto e i loro uomini, che quella viltà lasciano consumare. Il soldato è condotto in un angolo e protetto perché la folla, premendoglisi contro, non gli levi l'aria. Un empirico col naso macchiato da una voglia di mkalli, che lo fa assomigliare a certa antilope del Fezzan, si china sul morente, lo osserva attentamente, poi nomina alcune erbe che occorrerebbe applicare, per dar modo al ferito di prolungare la sua agonia fino al mattino. Egli tiene quelle erbe nella sua casa, non presso di sé, né è disposto a sfidare i fucili italiani che guardan le strade per andarle a prendere. Un arabo dall'occhio livido, col pelo alto un palmo sulle mani, si offre per l'impresa, e quella è la prova dei pesi che ha sulla coscienza. Egli ha appena accennato a muoversi verso l'uscita che, sulla porta del tempio, si ammassano schizzando fiamme dagli occhi e maledizioni dalla bocca le donne dell'adunata. L'uomo fa il gesto di scartarle, abbassando la testa, quasi volesse dare una cornata, e trinciando attorno a sé con le mani, ma quelle gli sono addosso e, con morsi graffi calci e sputi lo buttano in un cantuccio moribondo. Incanite poi dalla vittoria e dall'odore del sangue, le furie, facendosi largo nella schiera maschile, che guarda, più attonita che atterrita, il dramma, rotta la debole protezione fatta al
ferito dai quattro arabi di scorta, si buttano sul soldato e in un attimo lo finiscono. Poi se ne stanno a guardare la vittima e le proprie mani sanguinanti con espressione di leonesse scatenate.
Fuori, sulla sciare, passano e ripassano, battendo con le scarpe ferrate, lugubremente, sul selciato, le pattuglie italiane, che rastrellano incessantemente persone e armi. L'ululato dei cani, che i fari delle navi non lascian dormire, spezza il cuore.
Nel Castello, vedetta di Tripoli sul mare di Barberia, seguitano ad affluire i feriti. Non son tutti italiani. Ce ne sono anche di indigeni che vanno a finire nei sotterranei adibiti a segrete dai vari conquistatori musulmani. L'odor del cloroformio, dell'acido fenico, dell'alcool, si mescola a quello delle piaghe aperte per impregnare le vecchie mura, alle quali una millenaria storia di assedi, di arsioni, di stragi e di prigioni, diede e darà nei secoli quella massiccia ossatura della Cosa che basta a se stessa ab aeterno, che sfida l'uomo e le sue vicende, la storia e le sue giustizie.
Fratello d'eternità, il Mare, sente il soffio degli agonizzanti, i lamenti dei feriti, i sospiri dei medici, le imprecazioni dei sopravvissuti, e ritrova accenti che credeva perduti nel fluire del tempo e degli eventi. Il colloquio tra lui e il vecchio barbaro, che si affaccia ai merli, per narrargli delle antiche prodezze e delle stragi recenti, dice che il male è antico e l'uomo una tigre verticale.
Il Mare e il Castello, i due padroni di ieri, di oggi, di domani. Resti Tripoli ai conquistatori di oggi, o ritorni ai turchi, per la connivente gelosia dei governi di Francia e di Germania, il Mare e il Castello non romperanno la loro alleanza, che dura da secoli, e finirà con loro. Questo senso del tempo, che si fa storia, forma, elemento, crea tra Mare e Castello un rapporto di fedeltà da natura a monumento, che assurge a bellezza di simbolo. Fedeltà dell'una all'altra presenza, degli uomini a entrambe. Chiudendo gli occhi, i morenti guardano al Mare e al Castello come a meravigliose visioni consolatrici nel transito; al Mare e al Castello volgono la mente i giustiziandi di domani e le turbe turcoarabe in fuga, votando alla loro difesa, o alla loro riconquista, la morte o la resistenza a oltranza; al Mare e al Castello, come a beni sostanziali, senza i quali la vita sarebbe un occhio senza pupilla, anelano tutti coloro che sono intanati nelle case, nelle moschee, nei fondouk, per i quali le ore notturne adunano sarabande di spettri, e le scarpe ferrate, che battono incessantemente le strade, son martellate al cuore.
Estranei e impassibili a tanto travaglio, che converge su loro, il mare frusciante e il vecchio barbaro seguitano il loro colloquio sotto il lume lunare. Quando la brezza salina ha tolto dalle nari del pirata di pietra l'odore dei medicinali, al quale è poco abituato, il distacco dei due semidei dal fatto, raggiunge il suo clima perfetto.
A mezzanotte, si presenta al Comando italiano un vecchio arabo, accusandosi del delitto di sobillazione e di contrabbando di armi. Egli narra confusamente, con la bocca che gli trema agli angoli, dello sbarco del Derna, della distribuzione dei venticinquemila fucili alle varie Cabile, dello spionaggio organizzato fra la città e l'oasi, della preparazione del complotto. Ma l'ufficiale che l'interroga trova, nelle palesi contraddizioni del suo racconto, la conferma del primo sospetto. L'arabo è pazzo. Con la schiuma alla bocca e grandi genuflessioni il vecchio demente invoca d'esser fucilato sul momento. Impiccato no, perché il nodo scorsorio impedisce all'anima di volare in paradiso, ma la fucilazione subito. E giacché l'ufficiale lo fa scacciare dai soldati, stanco di seguirlo nelle sue pietose omelie, egli, urlando come un cane arrabbiato, lo maledice. Poi, col fioco passo consentitogli dalla grave età, si spinge fino al Molo, e di là, dopo aver baciato per tre volte la terra, col viso volto verso la Mecca, si butta a capofitto nel mare.
Per scinder la loro responsabilità da quella degli arabi, gli ebrei chiusi nella Hara, pur temendo forse come gli altri, ostentano grande tranquillità. Le loro case, le loro sinagoghe, i loro caffè sono sbarrati conformemente agli ordini dell'autorità, ma non si nota, almeno in apparenza, presso di essi, quell'affannoso bisogno di sapere e di tormentarsi che strizza come un limone la folla araba. Anzi, alcuni soldati, che hanno occasione di sostare davanti a un piccolo bar, dal parigino titolo di Petit riche, trasecolano, sentendo musiche e canti di donne in sordina. Punti dalla curiosità, occhieggiano per lo spiraglio di un'imposta e vedono, su un minuscolo palcoscenico, che fa del caffeuccio un teatrino per le ore minime, ballare e cantare, al suono di una piccola orchestra composta di un alto , di un liuto e del bendir, coppie di donne dalle chiome nere e dagli occhi spaventosamente bistrati. Ballano seminude, unicamente drappeggiandosi in un succinto scialle, e portando come segni di graziosa cattività, numerosi braccialetti ai polsi sottili e i chalcal di rame alle caviglie. Danno spettacolo per alcuni avventori dallo sguardo nebbioso, dai quali sperano un bicchierino di tè o un paio di orecchini di giada, e, a tratti, per affrettare
il dono, si scoprono interamente sul sesso, accompagnando il movimento con una scarica di natiche, che mette in rivoluzione i seni, tinti di rosso alla sommità dei capezzoli, per far quadro con le unghie delle mani e dei piedi, le gengive, e le punte delle orecchie.
Viene, per un momento, il frizzo ai soldati di troncare la baldoria con una semplice apparizione nel locale. Poi, pensando che quel ballo lascivo non giunge sgradito allo sguardo, se ne stanno cuciti allo spiraglio dell'imposta, dimenticando tante malinconie.
Stanotte le foglie degli alberi, che l'autunno recide inflessibili, quando sfiorano il suolo, stridono come fossero di pomice. Dicono cosi la loro disperazione di cadere su una terra lorda di sangue.
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CAPITOLO 5.
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La sentenza di morte è accolta dai tredici arabi con silenzio sdegnoso. Durante il breve processo davanti al Tribunale di Guerra si son
difesi quasi contro voglia, con la certezza di finir fucilati. Prove schiaccianti contro di loro. Quasi tutti sorpresi con le armi alla mano. Il capo della banda, uno sceicco con terre al sole e moglie e concubine e schiavi, depositario confesso della quota parte dei fucili sbarcati dal Derna, e destinati alla città per la rivolta. Nei sotterranei della sua casa, una delle più belle della città, nascoste in materasse di lana e di piume, in sacchi di grano di orzo di riso, cartucce a migliaia. Sotto i letti delle donne, avvolti in ricchi tappeti e stuoie, almeno duecento Martini. Perfino una pistola mitragliatrice di marca tedesca, sotterrata in un angolo del cortile, un vasto patio alla maniera andalusa. Infine risultato
 scritto di suo pugno il biglietto intercettato sotto gli stracci di una
vecchia mendica, in cui si dava lo spiegamento dei nostri reggimenti su tutto il fronte d'attacco e le ultime notizie sulla preparazione dei-l'imboscata. Gl'imputati son tutti condannati a morte. Verranno fucilati, scoccando alla Torre dell'Orologio il mezzogiorno.
Condotti nel cortile della caserma - un vecchio edificio che si tiene
in piedi per miracolo, dopo il bombardamento della nostra Squadra, la quale ne fece uno dei suoi bersagli - dove avverrà l'esecuzione, i condannati han due ore a loro disposizione per prepararsi a morire. Vedono nell'angolo opposto del cortile alcuni soldati del genio, che stan preparando in tutta fretta le tredici bare, e, per un po', li stanno a guardare incuriositi, come se la cosa avesse soltanto un valore pittoresco. Poi ogni interesse visivo in essi si smorza; voltan le spalle ai rumi,
e in gruppi di tre e di quattro, cominciano una calma camminata su e giù per il piccolo rettangolo loro concesso, discutendo pacatamente, ed evitando di guardare in tralice, non per paura, ma per significare cosi una perfetta indifferenza. Camminano per circa un'ora, poi, stanchi, si aggiaccano per terra, e, con le spalle al muro, e gli occhi perduti nelle lontananze, si godono l'ultimo sole della loro vita. E' il momento in cui le due donne che sono tra i condannati pensano alla loro estrema toilette. Col viso rivolto alla fabbrica, perché quei cani d'infedeli, che stanno segando e inchiodando, non vedano, con la schiena riparata dai rispettivi mariti, esse si pettinano con studiata lentezza gustando il benessere di strigare le trecce nere, arruffate da tante ore d'insonnia e di disagio. La faccia se la son lavata alla fontanella del carcere, una velatura di khol sulle palpebre ancora permane, le labbra son rosse perché la gioventù ha il sangue lucido: ed ecco ch'esse son pronte. Se non ammirabili, in grado di presentarsi alla morte come un giorno schiette e fragranti allo sposo limato dall'attesa, certamente decenti.
Ad un certo momento, un giovane beduino nei cui occhi è la luce abbacinata che il deserto lascia nelle pupille dei nomadi, sente il bisogno di cantare. E' forse l'uomo più bello della compagnia e uno dei meno colpevoli, essendosi, si, fatto arrestare con un Mauser a tracolla, ma senza che alla cartuccera mancasse un solo proiettile. Certo il Comando, che vuole, in queste ore tragiche, dare un esempio, non può badare a sfumature di colpa nel reprimere i ribelli. D'altra parte il beduino ha appena risposto all'interrogatorio dei suoi giudici. Segno che la morte gli era indifferente e che seguiva passivo la sorte dei compagni di sventura.
Quando accenna a cantare, quelli che gli stanno a lato lo credono pazzo, e si dolgono per lui, per lo spettacolo di debolezza che sta per dare ai soldati di guardia. Ma l'assorta serenità che traspare da quel viso, la pura fermezza della voce, smentiscono ogni sospetto di follia. Quel canto che gli sgorga dal cuore è il suo modo di congedarsi dalla vita: niente altro. La sua non è una sfida, è solo una malinconia, un bisogno della sua agonia. Non potrebbe non cantare, come tra poco non potrà sottrarsi alla morte. Gl'infedeli possono guardarlo ammirati; i compagni ascoltarlo commossi. Egli canta:
Il lampo che guizzò fu simile a una spada fendente l'aria. 
Meraviglioso splendore. Esso svan presto, bruscamente, seminando scintille. Traversò il cielo fischiando e illuminò le nere nubi.
Si precipitò impetuoso e scatenato mentre torrenti di pioggia rompevano con fracasso e il tuono rotolava. La tempesta allagò la pianura e la catena delle colline. Allora tutto fiori largamente.
La pioggia fece verdeggiare le zolle che si smaltarono di fiori. L'inquietudine lasciò i cuori. Gli uomini che possiedono le greggi si spinsero verso la regione, dove l'uragano s'era abbattuto.
Son gli uomini della generosità e della potenza, dei combattimenti e delle vittorie. Essi che non rifiutano l'ospitalità a nessuno.
La loro tribù lasciò l'accampamento. Essa levò le tende all'alba. Più tardi fece alt in un avvallamento del deserto, luogo popolato di terribili miraggi.
Orde nemiche s'avvicinarono, e assalirono le greggi. Giovani e vecchi si lanciarono in loro difesa, come leoni infuriati.
Si vede allora chi nella tribù è un eroe. Con la daga e la pistola, con la carabina e la scimitarra, si slancia e infiamma il coraggio dei suoi compagni.
Si precipita, pieno d'impazienza, sull'orda nemica, con l'ardore di un carbone incandescente, abbatte a destra e a manca. Un turbine di polvere si solleva nel luogo dove il valoroso combatte.
Una vita intensa anima l'arena della battaglia. La scimitarra colpisce la nuca, la palla distrugge la vita. Chi da essa è raggiunto è messo alla tortura.
L'orda nemica lasciò sulla sabbia schiere di morti. I beduini attaccati batterono quei banditi. I quali alla fine si riconobbero vinti e domandarono grazia. 
Abbandonati per terra, le spalle al muro e gli occhi nelle lontananze, gli uomini si fanno cullare dalla nenia del nomade. La steppa infinita si anima davanti ai loro occhi. E' un corpo senza forma - qualche cosa come il mare, come il Ghibli, come la distanza, come la canicola - sul quale a poco a poco appare la macchia nera della carovana che va lentamente, per l'oceano di sabbia, lasciando orme che la prima bava di vento colmerà. Paurosa verginità del deserto. L'uomo la sfida senza sapere, come in sogno, guidato dal miraggio del verde cosi caro |alle greggi e ai pastori. E un giorno, quando l'uragano ha fatto germogliare la sabbia e ti accingi a godere del bene che Allah ha adunato per te, per premiarti dei lunghi digiuni, delle sconfinate solitudini, ecco sorgere il nemico, che ti contende quel bene. Tu ti difendi come un 
leone, costringi l'orda avversa a lasciare la preda, ma quanti dei tuoi non hanno esalato lo spirito nella battaglia? Quanti non saranno pianti dalle donne sotto le tènde profumate? Eccoli distesi sulla sabbia, accanto ai loro nemici. Placati. La carne che pesa addosso per l'amore che la travaglia; il bisogno di esplorare il mistero dell'anima; la smania di andare per dune, forse inviolabili, alla ricerca del mondo che si nasconde dietro l'orizzonte, con la fame e la sete che fanno da battistrada suonando per stordirsi un tempestoso tamburo: tutto s'è in loro placato. Il Deserto ha vinto. E' sempre lui l'unico vincitore. Ha sommerso i poveri, piccoli naufraghi che si son avventurati a percorrerlo. Distesi, gli uni accanto agli altri, sulla steppa, essi ora aspettano che il vento sollevi loro addosso montagne di sabbia, e che niente più turbi il silenzio nel silenzio.
Canta ancora il beduino:
Canto in onore della bella dagli occhi neri, che si culla leggera come una quercia nel vento, di cui io bevvi l'amore a gran sorsi fino a sentirmi scoppiare il cuore.
I suoi capelli sono simili alle penne dello struzzo, che sbatte rumoroso l'ala, e che un tiratore intrepido ha mirato colpito e fulminato.
La sua fronte è come un lampo nelle nubi, che brilla in tutto il suo splendore e rischiara le tenebre della notte più nera.
Le sue guance sono simili alle rose fragranti tenute nelle mani da un principe famoso nel paese, illustre dominatore d'uomini.
 Il suo labbro è come il corallo: rosso e di tinta densa. Il cremisi gli deve il suo colore. Certo è cosi perché Dio lo vuole.
Le sue braccia scintillano come la spada nuda nel giorno del combattimento, quando un giovane negro suona il tamburo e scaccia i nemici lontano dai palanchini variopinti, dando l'allarme a tempo.
Essa porta un mantello colore del granato, che le scende fino ai fianchi. La sua andatura è superba e ondeggiante, piena di dignità e cinta di grazia.
L'ondulare regolare del suo corpo ricorda il rullio d'un veliero di pirati che s'invela sicuro, lascia il porto e voga verso l'alto mare. Esso lancia da lontano le sue granate fulminanti. 
Si, non sempre la steppa è nuda e il pozzo dell'acqua irraggiungibile e la notte nera e il cuore di Om el-Heir spietato. A volte la distesa
infinita per un prodigio della tempesta si riveste di ginestre, di arfeg e di sbot, gioia e pane del cammello e del nomade; e il pozzo, con l'aiuto delle stelle che segnano il cammino, vien trovato pieno d'acqua; e la notte è simile a un perenne crepuscolo per il suo dolce chiarore: e Om el-Heir delira d'amore nella sua tenda color della notte, aspettando l'amico suo dolce. Ma son queste le ore in cui il Deserto parla a Dio. Le parole tra il verme e la divinità si vestono di riconoscenza e di grazia, ed è tanto il bisogno del sublime e dell'amore che la morte è invocata come un premio. Non più assenza sbarrata sul passato e sul futuro, ma vita più alta e perfetta, se pur chiusa nel silenzio, perché resti un mistero per quelli dell'altra riva la meraviglia del'Eterno Giardino.
Canta ancora il beduino:
Tortura del mio povero cuore. La dimora della mia donna è lontana e di difficile accesso. Dovunque io lasci errare il mio sguardo non vedo che fiumi solitari e gole selvose. Sera e mattina appaiono spesse brume che stendono il loro velo sulle montagne e le aspre rocce. Non c'è cima che io non conosca. Tutte si rizzano come barriere tra me e l'amata dal corpo ondeggiante, e la nascondono ai miei sguardi. E per lei io languisco e muoio di dolore. Dove il Destino ha bandito l'amante mia? Quale caso ci riunirà ancora? Ci ritroveremo con gioia e tenerezza? Se questa è la volontà di Allah onnipotente, che non respinge nessuno di quelli che lo supplicano, il sogno si realizzerà. Ma, qualunque sia la sorte che Dio mi manderà, sia fatta la Sua volontà. E possa Egli perdonare chi si pente dei suoi falli.
Io dormo e soffro. Per l'amore della mia donna mi auguro la morte. Sono come il colombo selvatico che geme e piange solitario in preda ai più ardenti desideri e all'inquietudine.
I giorni oscillano come i piatti d'una bilancia: ora l'uomo è ricco, ora sente la sua miseria fino in fondo al cuore.
Alcune giovani gazzelle han presa l'abitudine di passar la notte a Kassr El-djedid. Respirano esse ancora o sono già morte?
Su in piedi, uomo. Segui la tua amata. Come saresti felice se fossi pugnalato sul suo seno...
E se tu non ti contenti della mia morte e non ti placherai, io risorgerò vivente dalla tomba e griderò perdutamente verso di te... 
La voce del beduino è sempre più distaccata e interiore. Egli crede allo Gianna, sa d'esserselo meritato, facendo in pace e in guerra il suo
dovere: ha amato la sua donna dagli occhi di falchette prigioniero, ha pregato nelle ore debite, s'è purificato con la sabbia quando non c'era acqua nella steppa, ha fatto l'elemosina sempre che ha potuto, ha digiunato durante il Ramadan, ha sperato di recarsi alla Mecca, ha combattuto fino alla morte l'infedele. E, s'egli ha assolto i suoi doveri, se il suo delitto è quello di avere amato la sua terra e la sua donna, perché dovrebbe Allah negargli il paradiso? Benvenuta sia la morte per chi in terra non la perdette mai d'occhio, per chi ne indovinò la presenza nella solitudine del deserto e nel furore della canicola, nell'ebbrezza dell'amore e nell'avvicinarsi della notte, nel trionfo dell'empietà e nell'attaccamento alle cose. Ogni atto di Dio non può che donare al saggio. E la morte è il suo atto maggiore, quello che più attesta il suo potere, quello che consacra in eterno la sua giustizia.
Quando il beduino cessa di cantare, tanto lui che i suoi compagni sono già all'altra sponda. I fucili rumi spareranno sui tredici corpi che lo spirito ha già abbandonati, che soltanto una malia tiene desti, per dare alla giustizia inesorabile degli uomini la sua sanguinosa e necessaria offerta.
Avvicinandosi l'ora dell'esecuzione, si cerca dal Comando, tra gl'indigeni, un marabutto o un imàm per assistere i morituri negli ultimi momenti della loro vita. Essi non mostrano di averne bisogno, ma tant'è, l'ultimo passo è il più brutto, e la debolezza dell'uomo di fronte alla morte ha qualche volta dato esca al sadismo che ogni supplizio capitale alimenta.
La scelta dello zaptié e del carabiniere incaricati di cercare il religioso, cade su un Hag che essi incontrano sulla porta della Moschea Gurgi. E' l'Hag una specie di mezzo santo, che ha conquistato il suo prestigio per avere effettuato il pellegrinaggio alla Mecca, pregato Allah sul sacro monte di Ararat, e recato l'acqua del pozzo di Zenzem miracolosa, alle genti ansiose.
Ma questo sant'uomo con tutte le benedizioni di cui dispone e le virtù risapute non è della stessa pasta dei tredici giustiziandi. E' solo una brava persona amante del quieto vivere, perfettamente indifferente se siano i turchi o gl'italiani a spadroneggiare a el-Medina Tarabulos el-Garbi. Una specie di Don Abbondio in turbante, impastato di cuscus invece che di risotto ambrosiano. Per cui non è da stupirsi se, nel vedersi venire incontro i due uomini armati, il vecchione per poco non tracolli per terra. Si regge in piedi, come Dio vuole, e abbraccia con un'occhiata il cielo nella speranza che l'arcangelo Gabriele, se non Al
Iah in persona, raccolga il suo desolato appello. Appena lo zaptié gli spiega di che si tratta, il poveraccio è sul punto d'impazzire dalla gioia. Cerca di darsi un contegno, ma non ci riesce. Per fortuna ha in mano un libro di devozioni col quale può salvare il suo credito, fingendo d'immergersi nella sacra scrittura. Per tutta la strada non alzerà gli occhi dalle pagine, e quei mendicanti che gli chiederanno la benedizione, sfiorandogli un lembo del burnus batteranno a una porta sbarrata.
E forse, chi sa, se questo medesimo Hag fosse tra i giustiziandi se avesse valicato quel limite che l'istinto di conservazione difende contro la paura generica della fine, se la morte non fosse più un fantasma, ma una certezza, andrebbe anche lui col sorriso sul labbro, al supplizio.
I tredici condannati accolgono il santo pellegrino con grande indifferenza. L'Hag risponde al loro atteggiamento glaciale, quasi diffidente, con altrettanto riserbo, giustificandolo di fronte a se stesso con la gravità del momento e con quel distacco che l'uomo di religione deve mettere in tutte le cose. Al suo invito i condannati accettano di esprimere i loro ultimi desideri, circoscritti unicamente agli affetti e agli interessi familiari, ed egli tutto ascolta ed archivia con viso patito, ripromettendosi di far del suo meglio per andare incontro alle loro volontà, senza tuttavia cader nella ragna del complotto: cosa che non piacerebbe a Dio. Infine, dato fondo alle cose terrene e carnali, s'incarica lui, parlando di Maometto e del Corano, della Sunna e di se medesimo, di trasportare gli spiriti dei morituri in quelle regioni eteree, che essi non tarderanno a esplorare con l'aiuto del plotone d'esecuzione. Compie l'opera la slat ad-dohor, quarta preghiera giornaliera dell'arabo, che generalmente si fa qualche minuto dopo il mezzogiorno e che, data la circostanza eccezionale, viene dall'Hag anticipata. Dopo aver disteso per terra il tappetino delle orazioni che tiene sotto il braccio, il sant'uomo s'inginocchia, invitando i condannati a concentrarsi nella devozione. La funzione si svolge austera sotto un sole cocente che dà all'avvenimento una vibrazione panica, un carattere di sacrificio druidico. Terminata la preghiera, l'Hag per sottrarsi all'emozione dell'esecuzione imminente, si fa venire un deliquio che gli permette di riguadagnare la porta della caserma. Di li con franco passo, che non farebbe sospettare il mancamento di prima, e senza più leggere, e senza largir barake ai mendicanti importuni, muove verso casa. E appena c'è, ordina alle sue donne di sprangar porte e finestre, si mette a letto, e, per otto giorni, non s'arrischierà ad accostare il muso neppure a una di quelle spie a forma di cuore, che son frequenti nelle imposte arabe.
A qualche minuto dall'esecuzione, il Comando, a scopo d'intimidazione e di mònito per tutti coloro che aspettano d'esser giudicati, aduna una grande quantità di arrestati ai lati del cortile della caserma, guardati da un forte nerbo di militi. Anche i compagni dei giustiziandi mantengono un contegno grave e virile. Vi son donne e giovinetti tra loro, ma nessuno che si abbandoni a gesti di scoraggiamento o a clamori vani. E' in tutti, oltre al sostegno che dà la colpa, per cui l'espiazione appare un restituire quello che già era stato preso, la chiara esigenza della morte esemplare, per non far più grande, con lo spettacolo della viltà che annaspa nel vuoto, il trionfo dell'esecrato invasore.
Le donne, con la fermezza di cui danno prova, attestano il magnifico diritto alla crudeltà, di cui l'episodio della Moschea fornisce un indice esatto. Quelle che saranno fucilate tra pochi minuti, per mostrare intera la loro intrepidità, si sono scoperta la faccia, e valga l'eccezionalità del momento a spiegare l'eccezionalità della cosa. Due visi egualmente puri di linee, se pur diversamente segnati dal differente modo di vita. Uno signorile, quasi diafano, l'altro forte e scavato. Il primo esprime le lunghe e fantastiche attese nelle penombre delle case soffici, la malinconia della razza che cerca nella musica, nella danza, nel profumo, una liberazione, il gusto sottile dell'amore, l'abito alla schermaglia espressa e tacita, più questa di quella, con le donne viventi sotto lo stesso tetto e rivali. Il secondo dice la schiettezza della vita libera sotto la tenda, e, più ancora, sotto le stelle, il sano rifugiarsi nel sonno dopo la giornata di fatica, l'amore del vagabondaggio nelle solitudini, la pace nella povertà contenta, la fede nell'uomo che si ama. Sono entrambi tatuati, con lievi segni quello signorile, con più marcati accenti quello terragnolo: portano orecchini e collane, ma quelli dell'uno, cosi ricchi e lucenti non rassomigliano a quelli dell'altro fatti di vetro o di stagnola. Però la fierezza della razza parla, in quei visi cosi diversi, uno stesso linguaggio.
A mezzogiorno meno cinque, i tredici giustiziandi sono disposti su una fila a qualche distanza dal muro. Non sono bendati; li si fucilerà in fronte. Le donne si son messe a lato dei rispettivi mariti. Le due coppie si tengono per mano. La moglie del notabile ha un sorriso sottile bianco come un foglio di carta; la moglie del Tuàregh ha le labbra più ferme: nel suo volto respira la calma che succede alla compagnatanell'oceano. Gli uomini sono assenti. Guardano innanzi a sé e non vedono nulla. Quei soldati che si stanno allineando a venti metri da loro, che al comando di un ufficiale imbracceranno i moschetti, che ad un
altro comando spareranno, non possono loro togliere una cosa ch'essi non hanno più.
L'Orologio della Torre scocca il dodicesimo colpo. Un abbassare di sciabola, e una scarica secca parte. I tredici arabi son coricati, mentre prima eran ritti, ma gli occhi di vetro li hanno ora come li avevano prima. Né più né meno. Anche le coppie son rimaste allacciate con le mani come prima.
Vedendoli cadere, quelli che aspettano d'essere giudicati hanno applaudito.
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CAPITOLO 6.
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Nella notte tra il ventidue e il ventitré, Pietro Rupe e Vincenzo Piras scampano da sùbita morte per l'immaginoso gusto del perverso di un sottufficiale turco, il quale, invece di abbandonarli alla muta spietata, perché ne faccia scempio, trova per loro un supplizio sottile e prolungato, quale solo un orientale, nella cui pigrizia si versa la malinconia di tutte le aberrazioni e complicazioni del senso e della mente, avrebbe potuto pensare.
Piras che afferra del trabeisi quanto gli basta per capire anche quello che le sue orecchie non vorrebbero sentire, alla rivelazione della morte che il turco si propone di infliggere a lui e a Rupe, ha un mancamento. Né il compagno che gli sta a lato, sotto la tenda, con le mani e i piedi legati, può fare altro che strusciarglisi contro a più riprese, per aiutarlo a riprendersi.
- Piras, per l'amor di Dio... Non fare scherzi... Che ti piglia? Non posso aiutarti... Maledizione...
Ritorna Piras lentamente in sé, ma, per un pezzo, non riesce a pronunziar parola. Spaventato e sorpreso dall'abbattimento che, per la prima volta il commilitone, cosi forte sempre, dimostra, Rupe lo tempesta di domande. Ma esse non trovano eco, aumentando la sua disperazione.
- Ma cos'è successo? Ci bruciano vivi? Parla, non avrò paura... Non hai il diritto di trattarmi come un bambino al quale si nasconde la verità. Voglio sapere... E Piras zitto, mortalmente triste, col capo abbandonato sul petto e gli occhi chiusi.
- E va bene... digrigna Rupe infuriato. Tientelo il tuo segreto. Non me ne importa un fico... Ma io ti dico che sei un fesso... Un fesso e un egoista.
Si pente delle sue parole offensive, e non sa come fare a chiedere per-
dono. Pensa che il silenzio dell'altro, più che dal marasma per sé, è dettato forse dalla pietà per lui... E il rimorso lo afferra. Però l'offende quel voler monopolizzare il dolore, circoscrivendolo alla propria persona, come fa Piras. Come se lui solo fosse candidato al supplizio. Sapere. Sapere. Nulla è cosi terribile come aspettare un colpo, di cui si sia già vista la fiammata, e sentito lo scoppio in partenza. Moltiplicato dall'immaginazione, il proiettile incontra, nel suo cammino, distese di selci che, all'urto, diventan ventagli di schegge furibonde.
- Se non ho parlato finora, non è per egoismo... mormora infine Piras, alzando gli occhi dolenti sul compagno. Io invece le voglio bene, sergente Rupe, e non so che cosa farei per lei... Purtroppo la volontà non basta. Siamo nelle mani di nemici che hanno un serpente al posto del cuore... Sapesse che cosa ci preparano...
- Non aver paura di dirmi tutto, Piras - dice Rupe animoso. - Mi sono ormai convinto che dall'Africa non tornerò indietro... E' questione di mettersela in testa una certa cosa, poi, quando ci si è ben radicata, tutto diventa più facile... Però prima ti voglio chiedere scusa. Le mie parole eran dettate dalla disperazione... Tu sei un caro giovane, Piras...
I due uomini sono commossi. Per qualche attimo, il silenzio che segue al loro affettuoso ritrovamento è pieno di tenerezza, e solo il geloso riserbo che, nelle nature forti, accompagna la manifestazione dei sentimenti più spiegati, impedisce di esprimerla con parole.
- Non immaginando - prosegue il sardo ad un tratto - che io capissi il dialetto tripolino, il sottufficiale turco ha spiegato, per filo e per segno, agli arabi, quel che intende fare di noi. Egli ha pensato di seppellirci vivi in uno dei tanti pozzi della Menscia, affidandoci l'incarico di sollevare il coperchio della bara quando i nostri bersaglieri, sbaragliati i turchi, conquisteranno tutta l'oasi, cioè mai. Staremo immersi nell'acqua fino alla cintola, e cosi potremo sopportare il sole cocente che picchierà sulla bocca del pozzo. Per respirare, ci verrà lasciato un buco nel muro che cinge la cisterna, cosi pure avremo pane per nutrirci. Tutto questo perché il festino duri più a lungo. Alla fine, quando le provviste saranno esaurite, ci penserà uno di noi due a mangiare l'altro... Questa almeno è la speranza del mostro...
- Come programmino non c'è male... dice Rupe sentendosi un nodo alla gola. E il pozzo del supplizio è questo della sciara o qualche altro?
- Non ha specificato... Credo che ci porteranno lontano...
- Quel figlio di cane - rugge il sergente scuotendo inutilmente le
legature - pare esser stato a scuola dall'inquisizione. Mi verrebbe la voglia di mozzarmi la lingua per sputargliela in faccia.
Le sue parole sono interrotte dall'entrata di tre arabi e del graduato turco sotto la tenda. Quest'ultimo mostra nel viso la crudele estrosità del bambino, che frughi nella stoppa di un giocattolo, con l'oscura speranza di trovarvi un cuore vivo, palpitante. Saluta sarcasticamente i prigionieri, mettendosi sull'attenti; chiede loro se hanno bisogno di qualche cosa: che so io, un caffè, una spremuta di limone, un cognac; riceve l'ordinazione immaginaria e la ripetè serie serio agli arabi che l'accompagnano ; s'informa se hanno scritto alle famiglie, per dar le loro notizie ; poi, esaurite le sue spassose trovate, dopo aver faticosamente represso il riso per tutta la durata della scena, scoppia clamorosamente a ghignare, invitando i compagni a fare altrettanto.
- Dio ti fulmini! gli grida esasperato Rupe. Se ti avessi tra le mani mi sentirei il coraggio di scalcarti come un pollo...
- Stia calmo, sergente... raccomanda Piras. Bisogna lasciarlo fare... Intanto lui non immagina che io capisca quel che dice... E già qualcosa... Potrebbe anch'essere una via di salvezza.
Quasi avesse comprese le parole del sardo, il graduato musulmano lo guarda lungamente con sospetto. Per un momento gli passa per la testa di farla finita con i due infedeli, evitando la fatica di trasportarli al pozzo del supplizio e la cura della messinscena. Poi la fantasia dei due uomini immersi nell'acqua fino al ginocchio, col sole assetato che batte invano alla pietra di copertura della cisterna, col lembo di cielo guardato di sottoterra per il buco dell'aria, con la fame che torce lo stomaco, con l'attesa spasimante della fine, misurata sulla voce che a poco a poco si affioca, sullo scavarsi del viso, sul tremore delle mani, sulla vanità dello sguardo, sul marasma dei pensieri: codesta macabra fantasia ha sul turco il sopravvento.
A un suo ordine, gli arabi prendono i prigionieri e li portano a due cavalcature, poco distanti dalla tenda. Slegano loro le gambe, perché possano inforcare le bestie, li caricano con ruvidezza animalesca sui garresi, poi il graduato e uno degl'indigeni montano in sella dietro di essi, e partono. Li segue un'altra cavalcatura, che porta al basto due cestoni carichi di cartucce e di pagnotte per le retrovie. Un po' di quel pane è destinato ai prigionieri.
Dopo un breve giro attorno all'abitato essi guadagnan la sciara, e la seguono per un tratto. I prigionieri non son stati bendati, per la stessa ragione che spinge la giustizia a dare il pollo e il fiaschetto di vino al condannato a morte. Quando si toglie il massimo a una persona, si
può anche esagerare nelle generosità minime. Per i musulmani i due prigionieri sono morti in permesso. Non importa che vedano il movimento delle forze turco-arabe nelle retrovie, indice dell'attacco che avrà luogo tra poche ore. Anzi la loro rabbia, di non poter dare ai compagni qualche preziosa informazione strategica, s'inquadra assai bene nel programma di lenta agonia, che il turco, singolare uomo di teatro e regista sulla pelle degli altri, ha loro preparato.
Ma se è vero che l'ultima cosa che s'ha da fare è il morire, come dice un proverbio, Rupe e Piras spalancan tanto d'occhi per fissar luoghi e persone nella miracolosa eventualità che se ne possano servire, sia per sé, che per gli altri. La loro speranza è che il pozzo non sia troppo lontano dalla prima linea italiana. Se esso si trovasse tagliato fuori da una qualsiasi possibile avanzata dai nostri, allora si, sarebbe la fine sicura. Perciò ogni passo che le cavalcature - due robuste bestie di Barberia le quali trottano spedite, malgrado il peso, godendosi la freschezza della notte - fanno al di là dei piccoli posti volanti, dai quali gli arabi sorvegliano gli italiani, è per Rupe e Piras una stilettata al cuore.
Oltre le dune, che essi già abbracciarono con lo sguardo dalla trincea, il graduato turco si ferma. Si sente, in distanza, nitrire e zampare la cavalleria che si prepara per la scorreria all'alba. C'è, tutt'intomo, come il presentimento della commozione vicina.
L'oasi è ora piena di rumori, di corpi in movimento, di concentrazioni di ombre, che le tolgono ogni riposante bellezza. Si sente dall'alto di una palma un uccello notturno ripetere un suo triste verso per qualche anima, vagante implacata nelle vicinanze. I due prigionieri rabbrividiscono, e il ricordo dell'arcano sgomento che, ragazzi, mise loro addosso la vista di un cimitero abbandonato nel plenilunio, costringendoli ad allungare il passo, li assale con tutto il peso degli accadimenti invano scongiurati, dei terrori avverati.
Disceso da cavallo, il graduato invita l'arabo a fare altrettanto e a deporre i prigionieri al suolo. Poi, mentre l'altro li sta a guardare, si dirige verso una macchia di arbusti, oltre la quale, cintata a fior di terra da un muretto di sostegno, e ostruita da un lastrone di pietra, è la cisterna. Il pozzo pieno d'acqua salata per le infiltrazioni della sébca vicina è stato, da lungo tempo, abbandonato dagli arabi. Perciò esso appare adattissimo per il macabro festino al musulmano, pensoso di non danneggiare col suo spasso di tirannello asiatico il terribile bisogno d'acqua dei correligionari.
Ritornato alle cavalcature, egli aiuta il sottoposto a legare nuovamente i piedi delle vittime. Poi si allontana con l'uomo verso il pozzo.
Sollevano faticosamente il lastrone dalla bocca della cisterna, misurano con una lunga pertica l'altezza dell'acqua - circa un metro sui cinque di profondità del pozzo - constatano il salmastro lambendo con la lingua il legno bagnato, trovano che tutto risponde alle condizioni volute, perciò passano senza indugi a eseguire il misfatto. Smurata una parte della cinta di sostegno al lastrone, perché entri nella cisterna quella quantità d'aria necessaria ai prigionieri per non morire, non resta ai due compari che buttarli nella chiavica. E' intanto giunta la terza cavalcatura, la quale prosegue per le retrovie, dopo aver lasciato la quantità di pane destinata alla doppia agonia. Sono una trentina di pagnotte circa, probabilmente cotte in quei forni che Rupe vide la notte della pattuglia. Mandano un grato odore e sembrano, con la loro umile cara presenza, chiedere perdono per la complicità che prestano a quei due mostri vestiti da uomini.
L'arabo s'incarica di trascinar Piras; il graduato, Rupe. Vorrebbero costoro gridare, non potendo far altro, ma il pensiero di accrescere con lo spettacolo della loro paura la gioia dei torturatori, e la certezza di non potere in alcun modo essere aiutati, circondati come sono da nemici implacabili, li trattiene. Ora sono alla bocca del pozzo, senton l'alito salmastro che arriva dalla bassura, percepiscono l'onda sonora che la tromba della cisterna crea intorno alle voci. Ancora qualche secondo, poi tutto sarà finito. Impassibile il cielo sulle verdi fontane delle palme; l'oasi sembra smisurata; la sabbia è come l'acqua del mare quando le stelle vi si lavan la faccia lasciandovi la loro magica fosforescenza. Tanto bello il mondo quando si fanno gli ultimi addii. Pare di possedere il senso riposto delle cose per un atto di grazia del destino che ci vuol consolare con esso di tutto ciò che perdiamo. La terra è un immenso giardino.
Han portato il sacco del pane alla bocca del pozzo. Il turco, che ha sempre voglia di scherzare, chiede alle sue vittime se hanno fame, se il viaggio ha messo loro un po' d'appetito. D'altronde un cosi breve viaggio: possono ancora aspettare. Frattanto il pane s'inzuppa, si gonfia, d'una pagnotta ne vengon tre. E per fare, anche lui, orrido Messia dello Gianna, la sua moltiplicazione dei pani nel deserto, eccolo a buttar le pagnotte nel pozzo, una dopo l'altra, non prima d'averle messe sotto il naso ai prigionieri, perché ne sentan l'odore. Un tonfo, un altro tonfo, e cosi via. Per trentadue volte si ripete il rumore dell'acqua che ingoia il buon pane odoroso. Poi, finita la prodezza, scoppia a ridere, e a lui fa eco il verso triste dell'uccello notturno sulla cima della palma.
Viene il momento di buttare i prigionieri nella cisterna. I due uomini prendono Rupe che fa un estremo e vano sforzo per rompere le legature, e, messolo in posizione verticale, dopo averlo tenuto sospeso un attimo nel vuoto, ve lo precipitano. L'acqua e il pane attutiscono la caduta del corpo, tuttavia il sergente batte la nuca contro il muro di fango disseccato, e sviene. Se l'imbuto del pozzo non lo sostenesse, impedendo al corpo di allungarsi, egli cadrebbe nell'acqua disteso e affogherebbe. Per aiutarlo a rimettersi, i due assassini gli buttano addosso Piras, il quale precipita sulla testa del compagno, levandogli, con le scarpe chiodate, una larga striscia di cuoio capelluto. Rotta la traiettoria del corpo, e cadendo sul fondo obliquamente, anche Piras batte con la fronte contro il muro, restando per un pezzo intontito. Appena torna in sé, il suo primo pensiero è Rupe che seguita a star muto. Incurante d'ogni altra cosa, anche della tenebra scesa lentamente dalla cima del pozzo, per il lastrone che i due spietati stanno applicando all'apertura, il sardo, zompando fragorosamente nell'acqua, a rana, si stringe addosso al compagno di martirio, lo bacia sulla ferita che lui stesso gli ha fatta, lo chiama disperato, lo urta con la punta delle ginocchia, lo spinge in qua e in là per la tromba della prigione, respira solo quando un gemito l'avverte che sta tornando la vita nel corpo inanimato. Finalmente Rupe apre gli occhi. Sopra alla bocca del pozzo, si è fatto un buio completo. Solo un breve riflesso di luna agli orli della spaccatura, nel muretto di cinta, dice che, di là, deve entrar l'aria. Anche i rumori sono cessati. Gli assassini, o starno con le orecchie alla pietra, a sentire quel che avviene nella catoia, o se ne sono già andati:
- Sergente, sergente caro, sono io, Piras, mi guardi, mi dica qualche cosa...
Rupe guarda e non vede. Sbatte le palpebre su gli occhi, per convincersi di non sognare, ma continua a non vedere. Il dolore alla testa, il sangue caldo che continua a sgorgare dalla ferita, l'ansare fraterno di Piras sul suo viso, il rumore che fa nell'acqua agitandosi, gli danno a un tratto la nozione delle cose.
- Siamo perduti... Non c'è più scampo... Ho tanto male alla testa... Sepolti vivi...
Questa volta Piras non trova parole per confortarlo. Il suo ottimismo è inchiodato al muro della prigione come Cristo sulla croce. Unica speranza, finire al più presto. Almeno potessero darsi la morte.
- Ci spaccheremo la testa contro il muro; è la sola arma che ci resti. Come invidio Valli... Lui almeno non ci pensa più...
- Vorrei bere... mormora lamentosamente Rupe. Potessi piegarmi berrei tutta l'acqua del pozzo...
- L'acqua è salata - dice desolato Piras. Cadendo m'è schizzata una colonna sulla faccia... E' salata come quella del mare... Si vede che c'è vicino qualche sébca. Per fortuna è quasi tiepida... Altrimenti domattina avremmo i piedi congelati...
- Morire come cani arrabbiati... Aver l'acqua a mezza vita e non poter bere... Mi pare di aver sete da quando son nato...
- La sua arsura è dovuta al colpo che ha battuto... Tra poco si calmerà, ne son sicuro... Io per esempio non ho alcuna voglia di bere... Anzi...
Una scarica di starnuti gl'impedisce di continuare. E quella reazione del corpo all'agente esterno diventa improvvisamente una compagnia. E' la prova di una difesa dell'organismo contro le forze negative. E' vita che si fa strappare dal ramo, dopo aver lottato, fino all'ultimo, contro il vento distruttore. Piras trova ancora la forza di scherzare. E il primo a restarne meravigliato è lui stesso:
- L'acqua è tiepida, ma i piedi non ci sono abituati, e, in fondo in fondo, preferirebbero un semicupio meno prolungato. Ha sentito che musica? Ora chiamo il cameriere perché asciughi questa pozzanghera... Però lei, sergente, che screanzato! Non ha neppur detto un salve ai miei starnuti. Mi dirò salve da me. E non una ma cento volte. Salve, salve, salve, ora e sempre. E non solo per me, ma anche per lei sergente. E a morte i vigliacchi che ci han calati in salamoia. Ci han presi per olive o funghi, questi malnati?
Il turco torturatore non c'è più con l'orecchio alla lastra tombale. E, se anche ci fosse, non sentirebbe le parole del soldato sardo, aspirate dal risucchio del vuoto e della tenebra. E, se anche sentisse, non capirebbe. Fortuna per lui. Se capisse, il meno che potrebbe fare sarebbe scannarsi, per staccare la razza dei mostri da quella degli eroi.
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CAPITOLO 7.
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Il galoppo della cavalleria musulmana, sorgendo l'alba, arriva nel vuoto della cisterna come una febbre scatenata repentinamente nel polso della madre terra. I due uomini hanno l'intuizione immediata che qualche cosa di decisivo accade. Forse la loro sorte è legata a quel galoppo che l'Angelo della Morte sta guidando, tanto è fulmineo e furibondo.
- Sono gli arabi. Tentan di sfondare il nostro fronte. Speriamo che vengano ricacciati...
- Quanti sono... Il galoppo ingrossa sempre più... La terra pare lamentarsi...
Il martellare degli zoccoli della cavalleria barbaresca dura qualche minuto, arriva al suo culmine, poi scema. La prima raffica di mitragliatrice italiana che investe la squadraccia è percepita dai crocifissi nel pozzo come il ronzio d'un'ape immane.
- Queste son le nostre mitragliatrici! grida con voce di forsennato Rupe. In questo istante parecchi assassini stan rendendo l'anima... E' una soddisfazione presentarsi con buona scorta al Padreterno...
- Glielo dicevo io, sergente? Moriremo, se occorre, ma intanto stiamo sotterrando gli altri...
Tutte le fasi della battaglia trovano un'eco iperbolica e immaginaria nei due sepolti vivi, i quali versano in tale stato di eccitazione da non sentir più né freddo, né fame, né sete, né piaghe, né dolore, né stanchezza. Son diventati corde di violino. Quando tutto tace sulla terra, creano loro i rumori, i gridi, i gemiti, le avanzate, i ripiegamenti, gli aggiramenti: i fasti e i nefasti del combattimento. Il ritorno della cavalleria araba decimata, le fasi del corpo a corpo tra i palmeti, la strage fragorosa nella trincea coperta, l'avanzare della nostra cavalleria, la fuga delle fanterie musulmane, e infine l'estenuante fuoco di fucileria, protrattosi per tutta la giornata: questi successivi momenti della battaglia del ventitré, visti dal fondo di una tomba vivente, da due strateghi, immersi nell'acqua salata fino all'anguinaia, e impastoiati come bestie, non presentano in definitiva altra discordanza sulla realtà che quella topografica e intercausale. Ma il risultato è quasi identico. Il bisogno di vendetta dei due sventurati non avrebbe potuto rivestirsi di più rossi panni.
Però, come viene la notte, e ogni voce della battaglia si spegne con la spera di luce dall'alto, una spaventosa tristezza si abbatte su i due uomini deserti. Ché la sete è stata vinta con la forza della volontà; il sangue alla testa, per una provvidenziale inerzia s'è fermato e raggrumato ; il freddo ai piedi è stato combattuto con l'aiuto della vampa solare che tutto il giorno ha picchiato alla lastra del pozzo nella speranza di trovar l'acqua; la fame s'è pasciuta d'ogni colpo di fucile che l'avvertimento del cuore ha attribuito alla linea italiana; i pensieri di morte sono stati rintuzzati con la spavalda fede della giovinezza; ma la notte è un nemico che, da solo, vale tutti gli altri messi assieme, è l'unico, forse, che non perdona. Scende l'ombra sulla cisterna, e i due uomini ces-
sano automaticamente di parlare; si smorzano come lampade senz'olio. Sentono di essersi detto tutto quello che potevano per illudere la loro attesa di un miracolo. Ora ogni parola porterebbe impresso lo sgomento della solitudine, la disperazione dell'inutilità, bruciante come un fuoco alla radice dell'essere. Meglio dunque, per pietà di sé e del compagno, seppellirsi nel silenzio che disintegra la persona, morire, a goccia a goccia, unicamente di se medesimi.
Per ore ed ore, se ne stanno muti nel buio atroce, volendo spegnersi col pensiero fisso di doversi spegnere, sperando che il freddo, saliente dal basso, guadagni a poco a poco tutto il corpo e ghiacci il cuore. Da quanto tempo non tentan più alcun movimento sulle piante dei piedi, per scuotere il sangue intorpidito dalle legature e intirizzito dall'acqua? Da quanto tempo hanno abbandonato il vano sforzo di limare coi denti i canapi che li stringono cosi fortemente sulle carni? Da quanto tempo han cessato di rizzar l'orecchio, per raccogliere i rumori esterni, tanto lontani dalla cisterna da non potersi più distinguere se sian gemiti di belve ferite a morte, o miagolii di proiettili che scheggiano palme e ripari difensivi? Da un'eternità. E il silenzio, mantenuto al duro prezzo dell'orrore, serba la maledizione di Orfeo, quella di non potersi voltare indietro. Maledizione unita a un tragico pudore emulativo. Nessuno dei due vuole essere il primo a uscire dal cerchio magico d'una pietà fiorita sulla rovina, e destinata a ignorarsi per circoscrivere il patimento. Sono un po' ragazzi che giocano alla morte. Il primo di loro che farà sentire il suono della voce umana avrà le lacrime cocenti dell'altro, avrà quell'abbandono del forte, che si fa minimo per farsi perdonare la sua forza.
- Io mi domando - dice a un tratto Piras - come si dovrebbe fare se si volesse metter sotto il dente qualcuna di quelle pagnotte che il turco sudicione ha buttato nella mota. Che ne dice, sergente?
- Ora avresti anche fame! dice Rupe profondamente commosso. Ma che sei, di ferro?
- Ferro o piombo, la verità è che da tante e tante ore non mettiamo niente nello stomaco. Ho la saliva che pare colla in bocca... E per quanto si debba morire le confesso che non mi dispiacerebbe mangiare una di queste pagnotte che stanno a bagnomaria da ieri sera... Ma è un fatto positivo che, se mi butto a corpo morto, per addentarne una, non posso più sollevarmi e affogo... In questo caso la pagnotta costerebbe cara...
- Contentati di mangiarla col pensiero... E' già qualche cosa... In seguito non potrai più fare neppur questo...
- Intanto faccio gli scongiuri... Non potendomi toccare con le mani dove lei sa, mi tocco proprio col pensiero... Le consiglio di fare altrettanto. Porta fortuna...
Per quanto tragiche queste loro considerazioni, è pur certo che la scintilla di una parola ha sprizzato un barlume di fede nei loro cuori. Sentono d'essere usciti vivi da una grande prova, forse la massima. Per tutto il resto della notte, essi metteranno nel parlare, nel respingere con fulminea prontezza il silenzio che vorrebbe riprenderli nella sua subdola rete, lo stesso accanimento che prima li aveva murati in una volontà di annientamento.
- Sai cosa trovo, Piras? Che l'acqua è un po' diminuita d'altezza... Prima mi arrivava all'inguine. Ora soltanto alle cosce...
- Dev'essere merito delle pagnotte. A furia di bere e di gonfiarsi si son asciugate due palmi d'acqua. Peccato che quei vigliacchi non ne abbian buttate di più nel pozzo. Ce l'avrebbero prosciugato del tutto...
- Quante ore ci sono all'alba, secondo te?
- Una o due al massimo... Abbiam passato almeno otto ore muti... Mi pareva d'impazzire. D'altra parte sentivo che anche il suono della voce è un'illusione troppo bella in certi momenti... Forse non so spiegarmi, sergente...
- Ho sentito anch'io, la stessa cosa... Ora è tutto diverso... Eppure non siamo gli stessi di prima?
- Non del tutto. La luce del giorno è vicina... Quando s'illumina quella piccola spaccatura lassù pare che qualcuno si ricordi di noi e ci chiami... Invece, quando vien la sera, si ha la sensazione di scender giù, di esser più vicini ai morti e ai diavoli, che ai vivi, agli alberi, agli uccelli...
.- Certo il sole è una gran cosa... Ci basta, per vivere, quel pochino che vediamo affacciarsi di lassù... C'intiepidisce l'acqua ai piedi e non ci dà una sete insopportabile... Sia benedetto ora e sempre...
- Quando ritornerò in Sardegna me ne andrò a stare sulla cima d'una montagna. D'inverno e d'estate dormirò sotto un albero... Non voglio veder più muri intorno a me, né sotto, né sopra di me. Aria e cielo. E salutar con le braccia aperte il sole che sorge. Parola d'onore, se incontro un minatore gli sputo in faccia... Pazienza esser buttati dai turchi cani in questa tomba, ma fare il mestiere del sepolto vivo, quello si che mi pare un delitto davanti a Cristo...
- Parli di ritornare a casa come se non stesse che in te, ormai...
- Che cosa vuole, sergente... Mi pare che il brutto dovrebbe esser passato. Abbiamo sofferto abbastanza... Sarebbe ora di finirla...
- Forse non siamo che al principio, mio povero amico...
- Principio, in ogni caso, mai... Giacché, o qualcuno ci viene a salvare, o noi creperemo... Lei crede che si possa resistere più di un giorno, due al massimo, in questo stato? No. E' già un prodigio che si sia arrivati fin qui... Ed allora vede che ho ragione. In ogni caso il peggio è passato...
- Chi vuoi che ci venga a salvare? L'unico che potrebbe è il mostro che ci ha buttati qua dentro. Ma quello, sta' tranquillo, non è uomo da soffrir pentimenti. Tiene più alla nostra pelle che alla sua vita.
- Simile gente siamo venuti a civilizzare... Chi ci chiamava, eh sergente? Dicono che, se non fossimo venuti noi, in Libia ci sarebbero venuti i tedeschi... Non ci avremmo perduto troppo, questo è il mio parere...
- Anch'io sono della tua opinione. Ma i nazionalisti nostrali ragionan diversamente. Han da vendicare Adua e, pur di riuscire nell'intento, non si peritano d'inventare che i poponi crescono in Libia più alti delle palme. Cosi sperano d'invogliare i gonzi...
- Qualcuno c'è sempre che abbocca... Io di poponi non ne ho visti di certo...
- E neppur io... Ma non vuol dire... Bisogna vederli lo stesso perché i signori nazionalisti cosi vogliono. E' necessario per il prestigio internazionale dell'Italia. E tutto questo mentre a Verbicaro, non più di due mesi fa, son state scannate parecchie persone perché sospettate di aver portato il colera per ordine del Governo. C'è ancora della gente, in Calabria, convinta che Giolitti, per decimare le popolazioni troppo prolifiche, fa avvelenare i pozzi. Altro che prestigio internazionale. Prima si dovrebbero sanare le piaghe di casa... ti pare?
- Verità sacrosante. Cosi è per il brigantaggio in Sardegna. Al mio paese comanda più un bandito che il maresciallo dei carabinieri. Le taglie che la Malavita mette ai proprietari son da questi subite in santa pace. Come potrebbero opporsi?
La piega presa dal discorso spinge i due uomini alle grandi confidenze. Prima di questo momento, Rupe e Piras non han mai varcato la soglia puramente fisica e diretta dei fatti ai quali debbono il supplizio comune. Essi non conoscono l'uno dell'altro che la capacità di soffrire. Ma è già tanto. Un terreno d'intesa fraterna si è creato tra di loro, destinato a durare e a incidersi sempre più. Dice Rupe:
- Ora che la guerra è dichiarata non si può non farla. Io non sono di quelli che arretrano davanti al pericolo. Non ho mai avuto paura della morte, né in questo momento, che essa è cosi vicina, influenza i
miei pensieri. Io parlo di fatti. E' certo che ci son troppe cose, in questi primi giorni di guerra, che non si capiscono. Per esempio si è lasciato che il Derna, battente bandiera tedesca, sbarcasse tranquillamente i suoi venticinquemila fucili mentre lo si poteva mandare a fondo con una cannonata di una delle nostre corazzate. I marinai sbarcati a Tripoli son stati lasciati esposti, per parecchi giorni, a una possibile offensiva dei turchi e degli arabi che li avrebbero potuti benissimo ricacciare in mare. E, infine, sbarcate le truppe d'occupazione, invece di puntare decisamente su Zanzur e Ain Zara, approfittando del numero relativamente esiguo dei nemici, e della loro disorganizzazione, siamo rimasti a gingillarci nell'oasi, guardandoci bene dal non uscire dai tiri di protezione della Squadra. Ma è una conquista questa? Crispi un giorno telegrafò a Baratieri che la sua non era una guerra, ma una tisi militare... La stessa cosa si potrebbe dire oggi. Purché non ci sia riserbata una seconda Amba Alagi... Io non me l'auguro certo, perché il danno ricadrebbe su tutto il popolo italiano...
- Come son giuste le cose che dice, sergente Rupe. Si sente che è istruito e ben informato di tutto. Io invece sono ignorante. Eppure queste cose le sentivo anch'io. Ci vorrebbe un po' più di fegato in chi è alla testa... Se lasciamo che questi diavoli di musulmani prendan fiato ci ricacciano per davvero in mare... E ci faremo una bella figura... Per parte mia non avrei il coraggio di presentarmi a Rosa...
- Chi è questa Rosa, Piras?
- La mia fidanzata, sergente...
- Le vuoi bene, eh?
- Certamente... E' l'unica persona che mi ami a questo mondo.
- Non hai la mamma, tu?
- No. Sono orfano... Il babbo me l'hanno ammazzato in America e mia madre è morta di crepacuore qualche anno dopo di lui...
- Oh povero ragazzo! Ti compiango con tutto il cuore... Sei stato molto sventurato...
- Lei ce l'ha la mamma, sergente?
- Si, Piras. Una mamma buona e semplice come doveva essere la tua...
- Buona e semplice... Ha detto bene... Di mia madre mi ricordo come di un sogno...
- Non hai altri fratelli, una famiglia?
- Nessuno... Sono solo... Ho viaggiato mezzo mondo, facendo tanti mestieri, prima di conoscere Rosa. Ora, se ritorno vivo, mi fermo.
Le ripeto che voglio fare il pastore. Le case mi sembreranno tutte prigioni...
- Forse la tua Rosa non vorrà...
- Lei vorrà quello che voglio io... Io sono il suo Dio. Anch'essa è una povera orfana. Tra sventurati ci s'intende...
Una breve parentesi, in cui ognuno dei due uomini si raccoglie, quasi per assaporare la fragranza delle cose già dette e pregustare quelle che verranno alla bocca, nella tragica grazia che contrassegna il momento.
- Come hai pensato alla tua Rosa - chiede ad un tratto Rupe - durante le otto ore che siamo stati muti, più vicini alla morte di ora?
- Come, sergente? La vedevo nel momento in cui le portavan la notizia che io ero morto in questa chiavica dell'oasi. Rosa diventava pallida come la cera, poi stramazzava al suolo. La portavano in casa, e tutta la gente le stava intorno al letto, aspettando che si levasse. E invece lei rimaneva con le braccia conserte e col viso sempre più pallido. Finché la folla dava in un urlo, e quello significava che Rosa aveva cessato di vivere. Un fatto mi addolorava soprattutto: che non mi avesse visto neppur morto. Perché, in quel caso, lei sarebbe spirata più contenta.
- Anche a me il pensiero di non esser trovato in questa tomba dava la pena maggiore... Eppure la cosa non dovrebbe avere importanza. Distruggersi sotto un palmo di terra nel cimitero del paese natio, o in questa cisterna, dovrebbe essere uguale... E, invece, non è cosi...
- Certo che non è cosi. E' bello esser sepolti vicino ai propri parenti. Se è vero che, dopo morti, ci si riunisce, è una gran consolazione trascorrere il tempo con le persone che più abbiamo amate. Ma, da quel buco lassù, come faremo a passare per raggiungere i nostri cari? Non ci passerà neppure lo spirito.
- Ora basta con questi discorsi... A furia di parlare di morte ci si sente già un pochino di là... Non è vero?
- Io direi di considerar sicuro che qualcuno ci verrà a salvare. Se noi ci convinceremo che non si tratta di uno scherzo, ma di cosa certa, il miracolo avverrà. A Lourdes i ciechi, i cionchi e i lebbrosi fanno ben cosi. Si persuadono che la Madonna li salverà, e quella li tira per i capelli davvero...
- Convinciti che il pane ti deve saltare alla bocca da solo. Vediamo se il miracolo succede...
- Non scherzi, sergente, su queste cose... dice Piras grave. Iddio vede e sente tutto... Poi dopo una pausa:
- Avendo bisogno di un miracolo io cerco che si avveri il più gran-
de. Che m'importa del pane quando debbo stare a marcire qui dentro? Io prego la Madonna che ispiri qualcuno, sia cristiano che maomettano, a salvarci... Ecco il miracolo che aspetto...
Le parole del soldato sardo creano un'atmosfera d'intensa religiosità alla quale Pietro Rupe soggiace come il compagno, né più né meno. Per un certo tempo entrambi sentono il bisogno di tacere, nell'inconscia speranza di avvertire prima, nella quiete assoluta delle cose, quel brivido delle sublimi sfere che attesti la nascita di un miracolo. E un miracolo infatti scende. L'alba appare alla cima del pozzo, mostrando timida la sua luce. La notte terribile è morta. I due prigionieri si abbracciano con gli occhi, non potendo altrimenti.
- Tra poco spunta il sole... Ho i piedi quasi congelati... E' l'ora del caffè. Suona, Piras, perché ce lo portino...
- Cameriere, due espressi coi fiocchi, mi raccomando! grida Pi-ras verso l'alto. E dopo un momento:
- Purché quello sbadato non se ne dimentichi... Ci mancherebbe altro...
Dice, e quasi scoppierebbe a ridere, se non lo trattenesse il rispetto verso la sofferenza durata e avvenire. Poi in un impeto d'entusiasmo:
- E' straordinario, ma io sento che oggi saremo salvati. Se no come spiegare questo nostro bisogno di parlar di miracoli, di prenderci in giro, come se non si trattasse della pelle, ma di un gioco da ragazzi? Creda, sergente, prima che si faccia sera, saremo fuori da quest'inferno. E' sperabile che otterremo qualche giorno di licenza per rimetterci... Saremo accolti ai nostri paesi come risuscitati... Immagino le feste in casa sua, lei che ha una famiglia... Sono questi i momenti in cui un orfano come me soffre di non vedersi intorno i genitori, magari vecchi, ma sempre necessari, e tanti fratelli e tante sorelle. E' bella la compagnia nelle case... I bisticci sono all'ordine del giorno, ma che importa se, dopo, ci si vuol più bene di prima?
La nostalgia dell'orfano ha il potere di evocare con pochi tocchi le care immagini che Pietro Rupe finora ha relegato in un cantuccio della memoria, per difendersi dallo struggimento di doverle perdere, durando il pericolo mortale sulla sua testa. Egli si è fatto forza per arginare il fiume del rimpianto e non aggiungere alla catena delle cause, cui deve l'attuale tremenda prova, lo spasimo di attaccarsi maggiormente agli affetti della vita nel momento del fatale distacco da essi. Sua madre, Sara, i suoi fratelli, le sue sorelle, sono apparsi a tratti nel cielo tempestoso delle cinquanta ore di martirio come sprazzi di azzurro, subito spenti da nuvole grosse e nere. La madre è stata l'ultima a spegnersi.
essendo ella la più minacciata dalla perdita del figlio. Ed unica essa è apparsa a Pietro sotto l'aspetto della malinconia presaga, come se invisibili fili avessero potuto trasmettere alla sua sensitività l'evento della pattuglia tragica, e il conseguente supplizio. Tutti gli altri sereni, ignari, anche Sara, pur cosi pronta a stender le ali per proteggere da una possibile minaccia il suo amore. Ma codesto atteggiarsi dei sentimenti risponde a una segreta armonia. La madre deve soffrire, gli altri posson soffrire. La differenza è tutta li.
- Se ce la caviamo, Piras, sai che cosa si fa, quando siamo in Calabria? Tu ti fermi a casa mia per una settimana... Ti assicuro che non te ne pentirai. Ti farò trattare come un re... Avrei gran piacere che, mia madre e mio fratello Mariano ti conoscessero...
- La ringrazio, sergente, del buon concetto che si è fatto di me. Ma crede che la mia persona possa interessare la sua famiglia? Io sono un ignorantaccio qualunque, non se lo dimentichi...
- La tua modestia puzza di bruciato, mio caro. Del resto non ti preoccupare della figura che farai... M'incarico io di farti il panegirico. Vedrai che il meno che ti possa capitare è di andare sui giornali...
- Sui giornali io? Lei ha voglia di scherzare...
- E come... Io non ti ho ancora detto che mio fratello Mariano è deputato socialista. Egli è contrario a questa guerra. E' un vero poeta, anche se non scrive versi. Chi sa che articolo gl'ispireranno le nostre sventure. Mi par già di leggerlo... Tutto fuoco, tutto anima...
- In casa sua son tutti contrari a questa guerra, è vero sergente?
- Ché... Mio fratello Cino è uno di quelli che più ha fatto per renderla popolare tra le masse. Però, a parte le opinioni che si possono dividere o no, ti dirò che questo mio fratello Cino è un giovane straordinario. Se non fosse antiparlamentare, avrebbe la medaglietta da deputato da due anni. Ma lui non la perdona neanche a Cristo. Una polemica finisce e un'altra ne comincia... E' un individualista a oltranza... Però nel fondo è ottimo, mi puoi credere...
- Che famiglia, la sua, sergente Rupe... Mi vien voglia di conoscerla per davvero...
- Per conoscerla tutta ci metterai una settimana almeno. Pensa che siamo dieci fratelli, e che i minori tra tutti, Nèoro e Leto, due diavoletti, l'uno di sedici e l'altro di tredici anni, son già dei piccoli personaggi. E con loro vedrai Orsa e Anita, due sorelline che fanno le mamme di casa a Torino, non solo per Nèoro e Leto, ma per dei grossi babau come Cino e Tristano: altro mio fratello, quest'ultimo, che insegna al Liceo. E a Milano, sposata al geometra Cortaldo, è la mia sorella maggiore,
Lina, una donna come ce ne son poche per bellezza e intelligenza, te lo dico senza falsa modestia. E, infine, a tener compagnia alla mamma che non ha potuto staccarsi dalla sua terra, c'è, insieme con Mariano, che fa la spola tra Roma e Sarmùra, Gilda, un'altra sorella, la quale, come temperamento, vale tutti noi messi insieme, mentre, come donna, sta spigando ora, giacché è sempre stata delicata e quasi malaticcia... Mi pare di aver finito... No! C'è anche Milord. Vedrai anche lui... E' vecchio e mezzo cieco, ma è sempre una gran cara e necessaria bestia... Ecco la mia famiglia... Tutti ci vogliamo un gran bene e adoriamo la mamma, alla quale dobbiamo di esserci salvati dal naufragio, dopo la morte del babbo che ci lasciò poveri e circondati da tanti nemici.
- Lei non è ammogliato, sergente?
- No, Piras... O meglio sono e non sono... Convivo con una donna che mi ama tanto e che, da qualche mese, avrei potuto anche sposare, dato che suo marito, un essere indegno di lei, che ora è morto, pace all'anima sua, l'ha lasciata libera.. .Chi sa che non mi decida a far questo passo. Sara vive per me. Se le mancassi sarebbe la sua fine. E' come la tua Rosa...
Una pausa. Poi Pietro chiede improvvisamente al compagno:
- Dimmi la verità, Piras. Sei geloso tu?
- Io? Veramente un pochino si. Quando si vuol bene non se ne può fare a meno... E lei, sergente?
- Anch'io, Piras. E' più forte di me. Ti dirò che Sara è tanto bella. E' la donna più bella che abbia mai veduta. Quando passa per la strada, tutti gli occhi sono addosso a lei...
- Se la sposi, sergente... E senza perder tempo... Se fossi stato al suo posto non avrei aspettato tanto... Io verrò al suo matrimonio e lei verrà al mio... Come vuole che non ce la caviamo con tutte queste cose che dobbiamo fare?
Sono le ultime faville del discorso che tanti bei fantasmi ha evocati per i due sventurati. Ora essi sentono una mortale stanchezza. E, più che la spossatezza materiale, già arrivata al suo culmine ore ed ore prima, è il bisogno di ricreare entro di sé le cose udite, di collocarle in una luce più distaccata, per meglio coglierne i contorni e i riflessi. Reclinano il capo su una spalla, e puntando i piedi contro il collo dell'imbuto, abbandonandosi inerti alla campana che il muro fa, salendo verso l'alto, tentan di prender sonno. Finora si può dire che non hanno dormito mai. Le palpebre bruciano su i loro occhi rossi e dilatati; sulla
bocca è un impasto di sale e di lacrime; le gambe, addentate dalle legature e intorpidite dall'immobilità, quasi perse; i piedi vicini a congelarsi; le fitte allo stomaco violente come coltellate: in queste condizioni, il loro sonno è il secondo miracolo della giornata, dopo il sorgere dell'alba. Eppure sonnecchiano per qualche ora, gemendo nel dormiveglia, e, tratto tratto, facendo qualche energico movimento sui piedi per attivare la circolazione sanguigna. Ma, verso il mezzogiorno, una ventata di caldo soffocante, che si traduce in nausea, entra improvvisamente nel pozzo. Quella nausea, unita alla sensazione di tepore che i due prigionieri ricevono alle gambe, per il cambiamento di temperatura dell'acqua, li sveglia. La cisterna che attira col suo basso regime termico la calura esterna si riempie rapidamente di una polvere impalpabile. Gli occhi di Rupe e di Piras, volti verso l'alto, ne sono accecati.
- E' il ghibli! mormora Piras. Non ci mancava che questo assassino... Se avessi qualche cosa da rigettare non tarderei a metterla fuori... Ho le vertigini come una donna gravida...
- Se non si resiste sottoterra, chi sa sopra...
- Oggi si dovrebbe star meno peggio noi degli altri, ma è anche vero che siamo all'estremo delle nostre forze... Qualunque cosa ha su noi un contraccolpo enorme.
- Come fai a sapere che si tratta del ghibli?
- E' lui, non c'è dubbio... Questa calura improvvisa che torce lo stomaco viene da lui... Alle volte dura anche dieci giorni... Però, verso sera, generalmente si calma un po'...
- Verso sera... Quante ore per arrivare a stasera?... E poi la sera vuol dire buio... Il pensiero di un'altra notte, come quella che abbiamo passata, mi atterrisce.
- Senza contare - soggiunge Piras seguendo un suo pensiero - che la Menscia è piena di cadaveri. Il ghibli farà presto a decomporli. L'aria sarà tutta avvelenata...
- Sai cosa ti dico, alla fine - esclama disperato Rupe. Che il finimondo prima viene e meglio è... Sono stanco di attingere acqua con una secchia sfondata... Maledetta sia la guerra e chi l'ha voluta...
Ripiombano nel silenzio, che non interromperanno più, per ore ed ore. Evitano financo di guardarsi, come se lo spettacolo che reciprocamente offrono di una miserabile vita che non sa rassegnarsi a finire -che si alimenta di terrori come d'illusioni, indifferentemente, che può durare in virtù di un equivoco, come certe larve che crescono misteriosamente senza che alcun succo le nutra, cosi per un'attitudine a 
consistere, a non disgregarsi, a non rientrare nel nulla - avesse il sentore della colpa.
Tacciono. E il ghibli che fuori torce sabbie, palmeti, pietre, salme, viventi, seguita a buttare sulle loro teste ventate d'inferno e di putredine.
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CAPITOLO 8.
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L'arabo che seguiva, a distanza, con un carico misto di cartucce e di pane, le cavalcature recanti al pozzo del supplizio Rupe e Piras, cade prigioniero delle nostre truppe nella giornata del ventitré. Consegnate le pagnotte al superiore, l'indigeno ha proseguito il cammino per un buon miglio, raggiungendo un accampamento oltre le dune, da cui, scaricata la mula, è ripartito immediatamente per tornare all'abitato, prima dell'attacco della squadraccia barbaresca. Rientrato alla sede mezz'ora prima dell'alba, egli si trova a far parte di quelle schiere che s'infiltrano alla nostra sinistra tra le linee, e che le truppe non molestano, credendo alla loro neutralità, se non alla loro simpatia. Si sa che essi faranno fuoco alle spalle degli avamposti, seminando la strage, e si sa pure che, appena riavutisi dalla sorpresa, bersaglieri e fanti li cacceranno come belve nelle tane. Tra i catturati, sfuggiti all'esecuzione immediata, è l'arabo delle pagnotte. Egli è sorpreso dai soldati in atto di pregare Allah in mezzo ad un orto di ulivi, che ricorda ai nostri la scena della Passione, anche perché, per render più toccante l'analogia, il viso dell'arabo cosi lungo e pallido, prolungato sul mento da una barbetta di quelle dette alla nazzarena, è somigliantissimo a quello di Gesù. Condotto dai bersaglieri perplessi davanti a un capitano, che lo passerebbe volentieri per le armi, mosso dal desiderio di vendicare tanti suoi compagni caduti, l'indigeno gli si genuflette ai piedi con atteggiamento cosi ispirato, che l'altro sente cadere di colpo il suo furore. L'uomo finalmente si rialza e, quasi per premiare l'ufficiale di avergli risparmiata la vita, comincia un lungo discorso in trabeisi che, per quanto sottolineato da una mimica indiavolata, il capitano non capisce. Però intuendo che qualche importanza il racconto dell'arabo deve avere, il capitano manda a chiamare, perché faccia da interprete, uno di quegli zaptié, passati automaticamente dal servizio turco al nostro, non dando luogo a sospetti, almeno fino all'imboscata del ventitré. Lo zaptié ascolta le dichiarazioni del prigioniero, e le riferisce all'ufficiale. Si tratta di Rupe e di Piras. L'arabo ha raccontato della pattuglia conclusa con la cattura dei due uomini, e la morte del terzo; delle torture alle palme
subite dai bersaglieri; e, infine, del supplizio inventato dal graduato turco. Egli si dice in grado di condurre gl'italiani al pozzo, dove i due sventurati sono sepolti, non chiedendo, in cambio, per sé, che di essere riconosciuto innocente e lasciato libero. Non nasconde d'aver dovuto ubbidire al turco portando le pagnotte al pozzo, e avverte che l'azione di soccorso deve essere immediata, se si vuole avere una lontana speranza di salvare i prigionieri.
Il capitano Magrini a tutta prima non crede alla fantastica rivelazione, e vede in essa un pretesto escogitato dall'arabo per mettere in opera altre imboscate, ad opera dei suoi nemici. Ragione per cui ordina di metterlo al muro e di fucilarlo. L'indigeno, visto vano ogni sforzo di salvar la vita, e considerando manifesto in quella vanità il volere di Allah di chiamarlo a sé, si dispone a morire con l'indifferenza che ormai conosciamo, per averne avuto più prove. Ed è appunto quell'indifferenza a insinuare nell'animo del capitano Magrini il sospetto che il racconto non sia una macchinazione, ma una realtà, tanto più vera quanto più spettacolosa. I suoi bersaglieri con l'occhio al mirino non aspettano che un cenno per crivellare di colpi il traditore. Magrini non si decide ad abbassare la sciabola e, nel filo di quella perplessità, in cui si dibatte il destino di tre vite, trema forse l'invocazione angosciosa, profferita nella sfera dei presentimenti, da Donna Maria Rupe, da Sara, da Rosa e dall'ignota berbera, alla quale il morituro è legato. Finalmente la voce della ragione impone a Magrini di desistere dall'atto irreparabile. Egli ordina ai soldati di rimettere le armi al piede, e cosi salva Rupe e Piras. E' il tramonto. In questo stesso momento i due crocifissi, vedendo il giorno morire alla spia del pozzo, dopo l'esaltazione loro data dall'eco della battaglia nella Menscia, ripiegano il capo stanchi, serrano le labbra, e si smarriscono nell'ombra come in una prima morte.
Tuttavia Magrini non può, come vorrebbe, correre subito in aiuto dei sepolti vivi. Le disposizioni del Comando son perentorie. Restar sulle posizioni procedendo a lavori di fortificazione, nel caso che il nemico ritenti qualche altro colpo di mano. Tutta la notte è impiegata in queste opere difensive. Col giorno neppur pensarci di raggiungere il luogo del supplizio; cosi si rimanda alla sera nella speranza che il Comando di Battaglione, informato del fatto, dia l'autorizzazione a tentar la pattuglia in quella zona neutra che non è più dei turco-arabi, e non è ancora nostra; e dove si trova il pozzo.
Il ghibli, data la grandiosità della pena che rappresenta per tutti indistintamente, da un lato mette in un secondo piano il problema del
salvataggio di Rupe e di Piras, dall'altro, incitando il nostro Comando a provvedere senza indugio alla sepoltura delle salme nell'oasi, crea le condizioni base perché la pattuglia di Magrini, uscita tra lusco e brusco, per adempiere come tante altre a quel pietoso ufficio, approfitti della quiete che regna nelle nostre linee e nelle nemiche, per giungere, con la guida dell'arabo, al pozzo. Scoperchiata la cisterna della lastra che la mura, e data una occhiata ansiosa nel buio dell'imbuto, il capitano, il quale ha i nervi limati da dieci ore di ghibli furibondo, si mette a chiamare i sepolti con voce esaltata, che tradisce, in uno, l'incredulità e la paura di essere arrivato troppo tardi. Gli pare, a un certo momento, di udire un gemito, e quella testimonianza, pur cosi fioca, impedisce a Magrini di abbandonare ai suoi uomini, distrutti come lui dal vento infernale che porta odor di cadavere dappertutto, l'arabo mentitore. Comandato il più assoluto silenzio, l'ufficiale, sporgendosi col busto nel vuoto della cisterna, grida, scandendo le parole:
- Siamo italiani... Veniamo a salvarvi... Rispondete senza paura...
Un gemito, più forte del primo, fa seguito alla voce di Magrini. Le parole, se pure sono uscite dalle labbra aride, non arrivano alla bocca del pozzo. Un tremito di commozione s'impadronisce dei salvatori.
- Sono giù... balbetta il capitano con le lacrime agli occhi. - L'arabo ha detto la verità... Bisogna che uno di noi scenda con una corda e leghi i corpi dei compagni... Purché non siamo arrivati troppo tardi... Dio non lo voglia.
L'ufficiale non ha difficoltà a scegliere l'uomo da mandar giù. Tutti si offrono per l'opera buona. Un bersagliere robustissimo, di nome Fortebraccio, per non smentire la sua figura di gladiatore, protesta il suo diritto su qualunque altro. E Magrini lo accontenta. L'uomo, passatosi intorno alla vita il canapo che la squadra, in previsione del salvataggio, ha portato seco, si lascia calumar lentamente, imbracato e rattenuto dai compagni, i quali, pur essendo in quattro, fanno ponte contro il muretto di cinta, per non farsi tirar giù nel fondo dal bersagliere gigantesco. Ad un tratto, avendo urtato col piede in un ostacolo, Fortebraccio grida agli uomini di fermarsi. Allunga una mano e tocca una testa. Per quanto sia un coraggioso a tutta prova, non può impedirsi di rabbrividire.
- Sono arrivato al primo... avverte con voce di apprensione. - Ho paura che sia morto... Qui dentro si soffoca... Date la corda... - 
I compagni lo calumano ancora, ed egli seguita a discendere. Ora entra nell'acqua, una acqua calda e fetente. Ancora un metro di corda e i piedi toccano il fondo. La sua prima impressione è di essersi posato su
un cespuglio di licheni o di spugne, tanto il suolo è morbido. Il buio è cosi fitto che non riesce a distinguere niente. Annaspa con le mani e stringe un corpo. Un corpo che risponde alla sua stretta con un rantolo.
Questo è ancora vivo... Sia benedetto Dio...
Allunga ancora le braccia e tocca anche l'altro. Accosta il viso al viso che non vede, di cui scorge soltanto lo scialbo chiarore, e sente che respira ancora, se pur debolmente. I due prigionieri sembran colpiti da asfissia. Anche Fortebraccio giurerebbe che il pozzo è invaso da esalazioni mefitiche. In men che non si dica, egli si scioglie il canapo dalla vita e imbraca con esso uno dei due suppliziati.
- Tirate su presto...
Cosi leggero in confronto di Fortebraccio, gli uomini tirano il corpo inerte con due bracciate impetuose. Come il sepolto assuma alla bocca del pozzo viene immediatamente sciolto, e, mentre il capitano in persona si dà a praticargli la respirazione artificiale, dopo avergli tagliate con un pugnale le legature alle braccia e ai piedi, e le vesti, sul petto, gli altri pensano a ributtare il canapo per il nuovo salvataggio. Il secondo prigioniero viene tirato su, e, anche a lui, che appare in migliori condizioni, uno degli uomini fa la respirazione artificiale. Non sono passati due minuti che i salvati respirano meglio, più largamente; animano i tratti del viso; si dibattono con più forza; gemono da malati, non più da morenti; aprono finalmente gli occhi. Occhi nebbiosi che han veduto la morte in faccia; un barlume di coscienza folgora improvvisamente la caligine; la caligine riprende, aiutata da un fortissimo vento che vien dalle radici; un nuovo più pieno sprazzo di coscienza illumina quelle larve d'abisso, e regna; ritorna la memoria, ritorna dal suo fondo lutulento, e anch'essa regna. Guardano Rupe e Piras attorno a sé, e vedono tanti visi, tanti visi dalla forma di pozzo, con la spia in cima; la fronte illuminata dalla fiamma di un cerino; sorgono come enormi lampade velate dall'acqua, l'acqua che ha sommerso tutto, è salita fino alla lastra (le pagnotte spremute dal ghibli han risputato il liquido), è salita senza far rumore, come una ladra, per sdraiare il corpo, da ritto che era; ma, disteso, esso resta in piedi come un filo a piombo sull'abisso, e lo squilibrio gli pesa come un macigno sul cuore; tanti visi che sorridono in mezzo all'acqua; e quel cerino che non si spegne; e quel cielo dove luccicano le prime stelle è troppo grande per la spia: vi è passato tutto, senza stracciarsi; e quelle palme che il naufragio non ha sradicate seguitano a star ritte, come foglie prese nel risucchio ; tanti visi da toccare, per sentirli vivi, ma come, se il corpo è sempre stretto nelle sue legature? Eppure le braccia perse tremano, si
agitano, qualche cosa circola nelle vene, un formicolio nuovo le anima, una scintilla, uno scoppio, sotto la pelle, ed ecco le braccia si sollevano, non senton più il canapo che le incide, si sollevano lente, estatiche, sfiorando teste, visi, petti, mani, intrecciando palme e stelle del cielo tra le dita. Vivi. Sono vivi. I salvatori hanno un nodo alla gola, Se non temessero di parer bambini, scoppierebbero a piangere.
Chi si ricorda più di Fortebraccio, rimasto nel pozzo con l'acqua a mezza gamba? Ma ci pensa lui a dar la sveglia con due saporitissimi moccoli che hanno il potere di voltare in riso la commozione generale. Per punire i compagni di averlo dimenticato in quella chiavica, egli, appena s'è imbracato al canapo, invece di starsene come un angelo per non aggravare il peso immane del suo corpo, già appesantito dall'acqua, fa ogni sorta di mattie: si agguanta con le mani e con i piedi al muro, si dondola come un ragazzo per la tromba della cisterna, dà falsi allarmi, che si traducono in faticose altalene. Appena lo squalo appare alla murata, è un gran sospiro di sollievo in tutti. E Fortebraccio:
- Ve l'ho fatta pagare, malnati... Un'altra volta non mi dimenticherete nella mota... Chi sono io? Il figlio della serva?
Attraverso le linee, Rupe e Piras, che finora parlan solo con gli occhi, sono portati a braccia dai compagni verso l'ospedale. Fortebraccio è l'unico, durante tutto il tragitto, al quale non vien dato il cambio. Egli ride di quella rappresaglia, e minaccia di farsi venire uno svenimento per costringere gli altri a portarlo come un mandarino alla reggia: son parole sue.
Lasciati i due salvati nelle mani dei medici, Magrini e i suoi ritornano in linea. Il rapporto col quale il capitano informa i superiori comandi della felice riuscita della pattuglia al pozzo ha una pronta risposta nella stessa nottata. Gli viene inflitta una punizione di trenta giorni d'arresti, da scontare più tardi, per aver violato la consegna, la quale era limitata alla sepoltura delle salme nell'oasi, con un'iniziativa che è stata, si, coronata dal successo, ma che poteva finire con la carneficina e la cattura d'un'intera squadra.
- Tutta colpa del ghibli... si limita a dire filosoficamente Magrini. Fa fare agli altri quello che vuol lui. Domani, se gli garbasse, potrebbe dare un po' di cuore e di fegato anche a chi non ce l'ha.
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PARTE SECONDA.
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CAPITOLO 1.
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Nella stessa ora in cui i due salvati entrano nel Castello di Tripoli, arriva a Sarmùra, dove già son trapelate coi giornali della sera le prime gravi notizie della battaglia del ventitré, il telegramma del Comando del Reggimento che dà come disperso Pietro Rupe.
Il fattorino del telegrafo - un giovinotto iscritto alla Sezione, fedelissimo a Mariano Rupe di cui è stato attivo propagandista nelle ultime elezioni - conoscendo il testo del dispaccio, per avere esso suscitato intensa emozione in ufficio, si reca alla Fornace del Trodio con l'orgasmo in corpo di chi deve comunicare una notizia assai più grande di lui, della quale, tuttavia, assapora il triste privilegio, dovuto all'affetto e alla devozione.
Sul cancello della fornace è Milord, il quale per quanto vecchione -ha ormai tredici anni suonati, e gli s'è imbiancata la barba e un po' velato l'occhio che resta umanissimo e tenero - sta rientrando dalla sua giratina nell'or di notte, alla quale non rinunzia che malato o se diluvia, un po' ubriacato da quell'odor di mosti in fermento che, favorito dallo scirocco, tradisce nelle cantine delle vicinanze il travaglio del vino novello e l'approssimarsi dell'estate dei morti. Vedendo l'ombra fermarsi al cancello, il cane, che ormai abbaia soltanto nelle grandi occasioni, la sta a odorare con interesse, e, giacché quella rispetta la legge del cristiano, chiamando gente della casa, egli aspetta che qualcuno di dentro appaia per cedere il passo.
S'affaccia alla terrazzina, che gira torno torno alla baracca, e dà sulla strada maestra, da cui la separa un fossatello di scolo per le acque, Nina, la moglie di Concetto, il caporale della fornace:
- Che cosa volete? L'onorevole Don Mariano non c'è...
Riconoscendo la donna, il fattorino le fa segno di venire al cancello. E giacché quella si mostra restia ad accogliere l'invito, spintosi al margine della strada, e sportosi verso la terrazza, egli le dice a voce bassa:
- Comare, è arrivato un brutto telegramma... Venite...
Pensando che sia accaduta qualche disgrazia a Mariano Rupe, per poco la donna non dà in un grido di raccapriccio. Si domina a stento e chiede tremante:
- Si tratta dell'onorevole?
- No, di Don Pietro Rupe...
- E' morto, Maria Santissima, Don Pietro?
- No, morto no, veramente il telegramma non dice questo... Però...
- Che cosa dice, parlate... Io mi sento male... Mi gira la testa...
- Non fate chiasso... Cercate di venire al cancello senza farvi accorgere da Donna Maria... Sarebbe meglio che avvertiste la signorina Gilda. Darò il telegramma a lei...
- Vengo, vengo... Purché Donna Maria non mi veda... Ma come si può nasconderle una cosa simile? Capirà alla prima occhiata... Dio, mi tremano le gambe... Don Pietro morto... Caro, signorino caro... Tanto bello e buono...
Fa il giro della terrazzina, scende nello spiazzo della fornace e va al cancello. Milord insospettito da tutti quei maneggi non si decide a rientrare. Sente che qualche cosa di straordinario succede, e rizza le orecchie per identificare da un nome un odore.
- Dite, compare... Ditemi tutto... Mi appoggio al cancello per non cadere... Tremo dalla testa ai piedi...
- Il Comando del Reggimento non parla di morte, dice solo ch'è disperso...
- Disperso. Che cosa vuol dire disperso?
- Vuol dire che non si sa più niente di lui... Forse è morto e forse è prigioniero... Certo la battaglia è stata tremenda... Si parla di centinaia di morti. Gli arabi hanno sparato alle spalle dei nostri... E i giornali dicon sempre di meno, per non spaventare la popolazione...
- Allora voi credete che sia morto?
- Mah! rispondo il giovane con un nodo di pianto nella gola. Ho paura che Don Pietro Rupe non lo vedremo più... Un uomo cosi si perde... Povera Sarmùra...
Alle sue parole, Nina non può trattenere uno scoppio di lacrime. Per non dare l'allarme alla casa, lascia il cancello e accompagna per una cinquantina di passi, fino al crocevia, il fattorino. Là, al riparo degli sguardi padronali, dà sfogo al suo impetuoso dolore. Si scioglie le trecce sulle spalle, si batte violentemente il petto e il viso, s'inginocchia pregando Cristo, poi mormora tra i singhiozzi una breve lode del morto:
- Figlio bello, figlio mammolino. figlio senza macchia. Ci lasci poveri e pazzi... Senza di te sarà amara l'acqua della fontana, il mangiare non avrà sapore... Si chiude la casa di Donna Maria Rupe. Si chiude dopo tanta contentezza, dopo tanta armonia e bene fatto. Viene
la morte a mettere i suggelli... Viene senza preavviso, e Sarmùra perde un cavaliere...
- Ora calmatevi... raccomanda il fattorino. Dopo tutto la morte non è sicura... E' meglio non chiamarla dov'è... Una speranza c'è sempre...
- C'è? Dite davvero che c'è speranza? Dio vi sentisse... Se Don Pietro scampa alla morte quella mamma sentirà di partorirlo una seconda volta...
Dice, si rialza da terra, ricomponendosi i capelli, e asciugandosi con un lembo del grembiule le lacrime. Prende il telegramma, che il giovane le porge, con quel senso di misterioso panico che ci domina quando tocchiamo un morto. Promette di consegnarlo nelle mani di Gilda, e trae verso casa con una lentezza che dice l'emozione che le taglia le gambe, e lo sgomento della missione da compiere.
Sulla porta del cancello è sempre Milord, immobile come una statua. La donna chiude, e il cane, invece di andarsi ad accucciare com'è suo costume nel ripostiglio in faccia alla cucina, dove Gilda gli ha preparato un sontuoso angolino per i suoi riposi, che vanno diventando sempre più lunghi, gratta alla porticina d'ingresso della saletta da pranzo costringendo Donna Maria, che sta facendo la calza sotto la campana luminosa della lampada a petrolio, ad alzarsi ed aprirgli:
- Come va, Milord? gli dice affettuosamente la padrona. Qual buon vento ti porta a me, in queste ore indebite? Hai forse freddo, eh, povera bestia? Eppure oggi è stato scirocco...
Milord la guarda con i suoi occhi teneri, e per la prima volta, forse, nella sua vita, non rimpiange di non possedere la voce umana. Assistere Donna Maria in quest'ora solenne: dovere. Da quando è nato non ha fatto altro, giacché tutte le ore sono solenni per un cane, dal momento in cui s'è donato a un idolo, per la vita. Ma assister la padrona non solo per dovere, ché quello è di tutti i cani, come suo; assisterla col bisogno di prendersi, in fondo al cuore, una parte del male che si è abbattuto su lei: ecco quel che significa la grattatina alla porta nell'ora indebita. La voce, quella che si fa ubriacare dai singhiozzi, meglio non possederla. Ora toccherebbe a lui far le veci di Nina. Soffrire senza lasciarlo trasparire: ecco una divisa che piace a Milord, che mai, come in questo momento, è apparsa più saggia. Le lacrime agli occhi. Ma quelle son frutto di vecchiaia, non della notizia della morte di Pietro. Per quanto in casa gliele nettino parecchie volte al giorno, con l'estremità delle orecchie, quelle gemono dalla botte della vecchiaia come da un fico maturo e prossimo a cadere. Son la sua disperazione.
La bestia si va ad accoccolare vicino alla padrona, poggiando il muso sul suo piede. Essa lo accarezza a lungo, poi riprende a sferruzzare. Milord la segue pensieroso, tratto tratto, socchiudendo gli occhi, non per sonno, ma per meglio abbandonarsi alla malinconia di certi ricordi. I ricordi hanno sempre un odore: Leto. Son tre anni che il piccino è partito e non ha fatto ancora ritorno. Purché venga prima della morte, lo spazzanido.
Intanto Nina, fatto in punta di piedi il giro della terrazza, batte ai vetri del balconcino di Gilda. La fanciulla scosta le tendine, vede la donna e apre. La fornaciara, tendendo il telegramma, la invita a uscire:
- Venite qui sulla terrazza... le dice in un soffio. Non fate rumore... Potrebbe sentir vostra madre...
- Ma che cos'hai? Tu tremi... E' successo qualche cosa?
- Signorina mia, leggete... Io non posso parlare... Sono intirizzita...
Allarmata dall'agitazione di Nina, Gilda spiega il telegramma, e, mettendosi nel raggio di luce che, dall'interno, manda il lume sul vetro, legge Famiglia Rupe Sarmùra. Si comunica che sergente Pietro Rupe risulta da quattro giorni circa disperso settore Sciara Sciat. Ossequi. Comando 11o Bersaglieri .
Gilda riceve la notizia impallidendo orribilmente, ed emettendo un lungo doloroso sospiro. Le si forma un risucchio gelato in testa, che la costringe ad appoggiarsi allo stipite della porta per non cadere. Passata la vertigine, ella prova subito un imperioso bisogno di star sola. E giacché Nina la segue nella stanza, rannicchiandosi in un angolo in attesa di ordini, ella non sa come invitarla ad andarsene. Ad un certo punto la fanciulla sente che tutti i suoi pensieri, e perfino la presa di possesso del dolore, sono falsati dalla presenza della fornaciara. Con la donna in quell'angolo, ella si sente menomata davanti ai fatti che richieggono tutta la sua forza d'animo, tutto il suo senso di misura per affrontarli. Perciò dice alla moglie di Concetto:
- Nina, vi prego, andate a vedere che cosa fa la mamma... Se poteste intrattenerla in qualche discorso ve ne sarei grata... Lasciatemi riflettere... Ho bisogno di star sola...
- Vado, signorina... Scusatemi... Son tanto sottosopra... Non so più quel che faccio...
Nina esce, e Gilda, presa da una vera frenesia di muoversi per secondare il ritmo precipite delle immagini che si affollano nella sua testa, comincia ad andar su e giù per la stanza, sospinta, respinta, risospinta dai tanti Pietro che si trova sul cammino, ai fianchi, alle spalle, dappertutto, che il suo amore ferito ha evocati. Pietro morto, Pietro morente,Pietro perduto nel deserto, Pietro affamato, Pietro assetato, Pietro ritornante, Pietro di Sara, Pietro ragazzo, Pietro di sempre: tutte queste diverse facce di un prisma, sospeso tra realtà e immaginazione, sprizzano fulminee davanti ai suoi occhi, lasciandole un senso di vago, di vuoto, d'inappagato: conseguenza, da un lato, dell'orgasmo del momento, e dall'altro, prima reazione dell'inconscio al fatto, impossibilità del fatto di crearsi un clima, e di fissarsi in esso. No, Pietro non può essere morto. Se fosse morto, lei avrebbe pianto, piangerebbe. Il suo ciglio è rimasto, rimane asciutto. Pietro è vivo. In angustie, ma vivo.
E se non l'avessi mai amato? Se io non fossi capace di amare? Questo sospetto fa immensamente soffrire Gilda. Pensa con terrore al suo rimorso di domani, se veramente arrivasse la notizia che Pietro è stato trovato morto, e si sforza di piangere, per un bisogno di difesa. Voglio piangere, voglio assolutamente piangere, mi ficcherò le unghie nel viso, ma debbo piangere. E il suo occhio resta asciutto. Si ficca le unghie nel viso, si batte le tempie con i pugni, si torce le braccia, ma non le riesce di versare una lacrima. Pietro è vivo, vivo conclude anelante. Non è possibile che sia indifferente alla sua morte! Io che ho tanto pianto per niente... E, per un momento, quel sofisma l'acquieta. Si lascia cadere su una sedia, riprende il telegramma; la sua concisione le sembra odiosa: Potevano dire di più, spiegare come si è disperso, fare il nome di chi l'ha veduto l'ultima volta, specificare l'ora precisa del fatto: insomma di più... Disperso. Con una parola ti ficcano un pugnale nel fianco e via. Chi s'è visto s'è visto. Vigliacchi! 
Giunge dall'altra stanza il suono di una breve risata. Sua madre è tanto lontana dal dramma che qualche invenzione di Nina, rimediata col coraggio della disperazione, l'ha messa di buon umore. Quella risatina è una tortura per la fanciulla. Le pare un doppio insulto: al morto, fatto dalla madre ignara, e alla madre, fatto da lei, Gilda, che ha in mano il telegramma della sventura di Pietro.
E' sul punto di alzarsi ed entrare impetuosamente nell'altra stanza col dispaccio in mano: la mamma alza su di lei gli occhi chiari, subito le si smorza il sorriso sulla bocca, lo sguardo le si oscura, tutto il viso è una domanda. E lei, Gilda: E' arrivato il telegramma della morte di Pietro... Mi pare che non ci sia da ridere... . A quelle parole la mamma dà un grido, poi reclina il capo sulla spalla. Ed ecco Gilda buttarsi su lei, baciarla, stringerla al cuore, chiederle perdono, mentre Nina va a cercare l'aceto in cucina.
Sono un mostro mormora Gilda sulla sedia. E' proprio vero che
non amo nessuno... Pietro è morto. Io non lo piango, perché non so più piangere, ecco la verità. 
L'immagine della madre riversa, alla notzia cosi brutalmente ricevuta, non ha per Gilda che l'importanza di una tra le tante illuminazioni che il meccanismo della fantasia crea, per impigliare la realtà e interpretarne il segreto. Essa permane nello spirito della figlia come la prova di una frattura determinatasi nella sua affettività - frutto di tutti gl'incontri mancati, di cui son piene le vite nelle famiglie - insanabile nei temperamenti volitivi come il suo, e portata a incidersi in un solco sempre più profondo. Balenata l'immagine, è nato in Gilda il rimorso. Per quanto faccia, ora e dopo, se anche si svenasse per la madre che, di là, seguita a parlare con voce lenta e dolce a Nina, nessun Dio potrebbe toglierle quel rimorso: Un mostro, sono un mostro. M'interessa più il viso della sofferenza nelle persone che quello dell'indifferenza o della gioia. Anche della mamma. Mi par di vederla svenuta, attraverso una lente d'ingrandimento, che ne riveli ogni piega attorno alla bocca, agli occhi, al collo, sulla fronte, ogni gradazione di colore della pelle, ogni lineamento. Sembra un'altra. E' forse più bella cosi .
Il viso della sofferenza nelle persone. Come è rimasto Pietro nel momento del trapasso? Come gli s'è atteggiata la bocca?; gli occhi gli son rimasti aperti o chiusi?; e, se vivo, come sopporta l'incognita della sorte? Non può che sopportarla come un Rupe. Nessuno è padrone di non essere se stesso. Anch'io non posso uscire da me stessa. Non posso piangere... E certo piangere mi farebbe bene... Mi scioglierebbe questo nodo che ho in gola. Se fosse Orsa al mio posto... A quest'ora non ci sarebbe più, e, invece di lei, resterebbe in questa stanza un lago di lacrime. 
Orsa e la sua immaginaria presa di coscienza della morte di Pietro, ricorda a Gilda che ella è la sola di tutta la famiglia a sapere. Ignara la mamma, ignara Sara, ignaro Mariano, che è forse a Milano e forse a Roma, ignaro Cino, che è dappertutto a comiziare, ignari tutti gli altri, piccoli e grandi. Oh, subito avvertirli, levarli tutti dal primo all'ultimo da uno stato di tranquillità, che è un delitto di fronte alla maestà del fatto compiuto, la morte di Pietro. Come non ci ha pensato prima, come ha potuto circoscrivere alla sua persona quella grande cosa che è, per tutti i Rupe, la scomparsa di Pietro?! Superbia, superbia anche in questo. Non solo io non lo piango, ma impedisco agli altri di piangerlo. Pietro aspetta le nostre lacrime per placarsi, per abituarsi all'ombra, e qui io me ne sto a ragionare, di là si continua a parlare come se niente fosse, a Torino forse si gioca, e a Milano forse si costruiscono castelli
in aria. Avvertirli subito, telegrafare cosi: Pietro nostro povero Pietro scomparso forse morto piangetelo piangetelo anche per me. Gilda . Il dispaccio arriva nella notte; a Torino è Orsa a riceverlo, perché Cino è assente, gira come una trottola per propagandare la guerra, la guerra che ha ucciso Pietro ; è Orsa che si è alzata per risparmiare la levataccia a Tristano (pensando che stia per arrivare Mariano, sorride prendendo nelle mani il telegramma, sorride perché crede di leggere il solito annunzio: Carissimi, mettete un coperto di più a mezzogiorno. Mariano ) ; legge: Pietro nostro povero Pietro scomparso forse morto piangetelo piangetelo anche per me. Gilda . E allora Orsa dà un grido, spalanca le braccia, e cade per terra. Cosi sveglia Tristano e gli altri, che accorrono, leggono, e tutti danno in un urlo, e finalmente scoppiano a piangere, e Pietro si comincia a placare. Poi altro pianto scende su lui, sulla sua salma sperduta nella sabbia: il pianto di Lina, di Cortaldo, di Mariano (se è a Milano): un pianto diverso da quello dei piccoli a Torino, che si disperano per l'affetto che vien loro tolto, e anche per la paura, per paura della cosa che non si conosce, la Morte, che ti sta a guardare dagli angoli bui delle stanze, senza che tu la veda. Un pianto assai più schivo e sotterraneo di quello di Torino, interrotto da grandi spalancati silenzi, e tradotto in sguardi perduti nel vuoto; pianto più fatto di ricordi, che di lacrime. Un altro pianto, ma anch'esso fa bene a Pietro, a Pietro che aspetta le lacrime della mamma e di Sara, per placarsi interamente. E quel pianto verrà, impetuoso come un fiume, fatto di tutto, di gemiti e di sospiri, di paura della cosa che non si conosce e di grandi spalancati silenzi, di ricordi e di preghiere, di appelli e di nostalgia; il pianto della madre e dell'amante. E quando quel pianto sarà tutto versato, Pietro ricomporrà il viso in pace, non sentirà più la morte come un eterno distacco dalle persone amate, ma come un lunghissimo sonno che si dorma su un gran letto, e in una stanza piena di fiori, con molta gente che singhiozza, e altra che va e viene; una stanza in cui l'odore dei ceri e delle corone non leva dalle nari quell'odor di casa che vi regna dal giorno della nascita; una stanza in cui, via via, passando gli anni, il numero delle persone che piange diminuisce e cresce quello delle persone piante, finché l'ultima salirà sul Ietto pieno di fiori, e non ci sarà più nessuno a piangere, e quel giorno sarà finita la famiglia Rupe, resteranno solo le opere a sfidare l'oblio degli uomini, i tradimenti del tempo.
La voce materna spezza ad un tratto la morbosa fantasticheria di Gilda:
- Gilda che fai? Perché non vieni qui da me?
- Vengo mamma, vengo subito... Leggevo.
Appare poco dopo sulla soglia della saletta con un viso pallido ma fermo. Nina le guarda le mani. Il telegramma fatale è scomparso.
- Sei pallida stasera, Gilda... Ti applichi troppo... Non va bene leggere alla luce del lume a petrolio... Ti stanchi la testa e gli occhi...
- Leggevo un libro tremendo, mamma...
- Peggio che mai... Stanotte non chiuderai occhio... Ti conosco...
- Ho paura di doverti dare ragione... E' difficile che chiuda occhio, stanotte...
- Sei proprio senza cervello, scusami... Datele una tazza di camomilla, Nina. Le farà bene ai nervi...
- No, Nina, lasciate stare... Preferisco prendere qualche cosa per il mal di testa... Un po' di piramidone. Però credo che non ne abbiamo in casa...
- Scendo io a prendervelo a Sarmùra. In un quarto d'ora vado e torno...
- Vi accompagno, Nina. Una passeggiatina fino al paese mi farà bene... Mi metto una veletta e andiamo...
Senza aspettare il parere della mamma, evitando cosi di trovarla ostile alla sua decisione di andare a Sarmùra a quell'ora, Gilda va nella sua stanza, e ne torna poco dopo invelata:
- Tra pochi minuti saremo di ritorno. Ti lascio Milord. La serata è bella... Lo scirocco di oggi s'è calmato... E' stata una brutta giornata per chi soffre di nervi...
Bacia la mamma e si avvia, con quel passo lievemente fiacco che i suoi le conoscono, ch'è uno dei residui della sua adolescenza malaticcia. Ma appena è al crocevia, fuori della vista della casa, ella dice a Nina impetuosamente:
- L'ufficio telegrafico chiude tra cinque minuti... Bisogna filare. Altrimenti non arriviamo in tempo...
E dà l'esempio, di mettersi a correre senza preoccuparsi delle rughe profonde di mota quasi disseccata, che traversano, in ogni senso, la strada, comprovanti l'azione dello scirocco sulle pozzanghere lasciate dalle prime pioggie d'autunno. Ma, ad un certo punto, mette il piede in fallo tra due solchi, e cade, sbattendo il viso nel fango. E Nina accorrendo presso di lei:
- Signorina, vi siete fatta male? Sventura sopra di noi. Questa barbara serata l'ha creata un diavolo...
Gilda s'è intanto rialzata, s'è scossa con due colpi il fango di dosso, e ha ripreso la corsa. Davanti al baraccamento del Genio Civile alcuni gruppi di persone che stanno commentando gli avvenimenti tripolini
la costringono a rallentare. Maledetti... dice tra sé e sé. Potevate esser voi laggiù, e non Pietro. 
Più in giù, ha ripreso a correre quando scorge a poca distanza l'avvocato Licerta venirgli incontro. E' accompagnato dall'istitutrice dei suoi tre ragazzi, la quale è giovine e bella, ragion per cui Licerta accentua la sua andatura di pinguino buffone, per significare il suo piacere nell'averla al lato, e confermar la voce generale che se n'è fatta un'amante.
Anche tu ci mancavi, vipera! dice tra i denti Gilda, rallentando, e prendendo un'andatura normale. Licerta, che sa del dispaccio arrivato ai Rupe, come tutti in paese, del resto, la guarda serio serio, perché ha paura, ma, dentro di sé, ghignando. Eppure Pietro gli ha salvato i figli e l'istitutrice nel terremoto. Acqua passata. Glieli ha salvati perché il flagello aveva reso tutti pazzi. A mente fredda, i Rupe farebbero fare a lui e ai suoi la fine dei topi, che si ungono col petrolio, si bruciano, poi si scatenano ancor vivi per le strade, a spasso della popolazione.
Passato Licerta, la fanciulla deve seguitare a camminare normalmente, perché le strade son piene di gente, gente ch'ella non ama, che se l'addita con una specie di sacro timore, quando passa, con quella diffidenza che corre tra esseri fatti per non comprendersi. Anzi stasera, sapendo la ragione della sua scesa a Sarmùra, parrebbero tutti disposti a disarmare nei riguardi dell'irriducibile Rupe; decine di mani si levano per salutarla con scappellate e riverenze che toccan terra; non per questo, Gilda esce dalla sua gelida indifferenza. Ed ella non sa dei giornali arrivati un'ora prima; non sa che la popolazione è informata della sventura, toccata alla sua famiglia. Se sapesse questo, se ritenesse il cadavere di Pietro necessario perché la gente mutasse di contegno verso di lei, Gilda accoglierebbe quell'ossequio con fiammeggiante furore.
Finalmente è arrivata alla baracca della Posta e del Telegrafo. L'ufficio è chiuso, e da un pezzo. Per questa notte, Pietro non sarà pianto. Non sarà pianto in nessun luogo. L'unica che potrebbe bagnare di lacrime la sabbia che lo ricopre, lei, Gilda. Ma lei ha un sasso invece del cuore. Nina la guarda, e la trova cosi forte, cosi buia nella sua forza, da averne quasi paura:
- Ritorniamo, signorina... Domattina avviseremo tutti. Forse è meglio cosi... Si fa passare una notte tranquilla a tanti poveri cuori...
Riprendono il cammino verso casa, dimenticando di comprare il piramidone. Se ne ricordano varcando il cancello del Trodio. Ma ormai è troppo tardi per tornare indietro. La mamma è al balcone ad aspettarle.
- Siete ritornate presto... Brave. Come stai Gilda?
- La passeggiata mi ha fatto bene... Però le farmacie erano chiuse.
- A quest'ora... Ma tu sei sporca, sei tutta infangata...
- Son scivolata per la strada... Non è nulla... un piccolo infortunio...
- Benedetta figliola... Tu mi fai disperare...
Donna Maria accompagna le sue parole con un bacio sulla fronte. Gilda contraccambia il bacio con le labbra scottanti.
- Tu bruci, figlia... Hai la febbre... Sono proprio preoccupata per te...
- Non devi, mamma, darti pensiero di me. Credimi, la colpa è del caldo soffocante di oggi... Ora vado a letto e ci dormo sopra... E' la cosa migliore che possa fare...
Donna Maria accompagna la figlia nella sua stanza, la guarda mentre si ravvia, mentre si spoglia, non la lascia finché non è entrata in letto. E, anche dopo che Gilda s'è coricata, le si siede al capezzale, le prende una mano nelle sue, gliel'accarezza a lungo.
- Ora vattene tu a letto, mamma. Sei stanca.
- Sono stanca ma non ho voglia di coricarmi... Da qualche notte dormo poco... Fino all'alba non mi riesce di prender sonno... Ho la testa vuota e tanti pensieri che vi sbatton dentro...
- Me lo dici solo ora...
- Tanto non mi potevi aiutare... Puoi fare tu che Pietro ritorni? No, ed allora...
Una pausa che la madre riempie di malinconia, e Gilda di trasalimenti.
- Sono sei giorni - riprende Donna Maria - che Pietro non scrive. Mariano dice, nella sua lettera di oggi, di non preoccuparsi, ma come si fa? Chi sa come avrà sofferto per questo scirocco... E' un vento di quei paesi, figuriamoci...
Gilda non risponde più, e la madre, dopo averle dato un ultimo bacio sui capelli, la lascia, portandosi via il lume.
Alle sette in punto, ora in cui apre l'ufficio del telegrafo, Gilda è allo sportello per mandare i suoi dispacci a Roma, Torino e Milano. Mentre scrive i vari telegrammi è avvertita della trasmissione di un urgenteda Reggio, in partenza da Tripoli. Qualche secondo dopo l'impiegato si precipita allo sportello con un pezzo di carta in mano.
- Signorina, è salvo, salvo... Benedetto Dio... Ecco qui...
Gilda si aggrappa alla mensolina dello sportello balbettando:
- Datemi... per piacere... fatemi leggere...
Legge: Sergente Pietro Rupe ritrovato ier sera da una nostra pattuglia ricoverato ospedale in preda forte choc nervoso scongiurato pericolo ossequi. Comando 11o Bersaglieri .
Un respiro, un distendere la pelle del viso, uno schiarirsi dell'occhio, un lasciare l'approdo della mensolina, divenuto inutile; ed ecco Gilda ha già dominato il fatto. Ringrazia l'impiegato, e si mette a scrivere i tre telegrammi col nuovo testo. L'uomo la guarda sbalordito.
Appena è a casa dice alla mamma:
- Fra qualche giorno Pietro sarà tra noi... Leggi.
Donna Maria legge, trascolora, si prende con i denti un'estremità del labbro, come fa, quando sta per piangere, gli occhi le diventan grandi grandi, quasi volessero abbracciare il mondo nella loro desolata vastità, poi scoppia in un pianto convulso.
- Piangi perché Pietro è all'ospedale... Che cosa avresti fatto ieri sera, eh, povera mamma?
- Tu fai paura, Gilda - balbetta la madre tra i singhiozzi. Hai potuto tenere per te sola un dolore cosi grande...
- Ti dirò, mamma, che la prima ad avere paura di me stessa sono io... Se potessi piangere come te... Ma io ho esagerato da piccola... Ora gli occhi mi si son seccati...
Poco dopo arriva Sara che si butta ai piedi di Donna Maria. La donna che Pietro ama, davanti all'evento che la colpisce, ha ritrovato il suo viso di bambina.
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CAPITOLO 2.
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Mariano e Lina non aspettano il telegramma di Tristano per muoversi. Ricevuta la notizia da Gilda hanno interrotto il pranzo, e sono corsi al primo treno in partenza per Torino. A Cortaldo, che si trova in provincia per i suoi appalti stradali, telefoneranno per l'ora di cena.
Il pensiero di riunirsi tutti, almeno i vicini, per opporre al fatto nuovo che ha minacciato nella loro compagine i Rupe, una barriera fatta di calda vita e d'intenso amore, non ha avuto bisogno di trovar parole in Mariano e Lina. Letto il dispaccio, la sorella s'è andata a mettere il cappello e il mantello, e Mariano s'è affrettato a chiudere nella sua busta da viaggio alcune carte che deve portare a Roma. Sono partiti, senza neppure commentare l'avvenimento. Però il loro spirito, per le tre ore di treno, ha fatto da infermiere.
Son già nelle vicinanze di Porta Susa, quando Lina si decide a rompere il silenzio.
- Sono curiosa di vedere come avrà appreso la notizia Cino. Per un miracolo non si è trovato sulle spalle il cadavere di Pietro...
- Non sarà mai un infortunio familiare che potrà cambiare le idee di un uomo come Cino, ricordatene... Tutt'altro. Il cadavere di Pietro gli avrebbe servito a cementare con il sacrificio quell'imperialismo proletario di cui si è fatto banditore con Labriola, Olivetti, Orano e Libero Tancredi. Dal dominio della letteratura il suo africanismo, affrontando la prova del sangue, non avrebbe avuto che da guadagnare in sincerità e conseguenza.
Più che la risposta, è grave il tono col quale Mariano l'ha pronunziata, indice d'un'intima sofferenza, abituata ad alimentarsi di silenzio, e solo in rari e decisivi momenti affidata alle parole, per quella necessità distensiva che domina le emozioni contenute e le usure della mente. Non soggiunge altro, né Lina si sente più l'animo di mettere nuovi ferri nella piaga. Riprendono la guardia al capezzale di Pietro e non l'interrompono che sulla porta di casa, dove debbono, all'improvviso, reggere gli abbracci appassionati, le domande brucianti, gli sguardi luccicanti dei loro fratelli. Il più irruente è come sempre Culo di Ferro , però Leto non canzona, ed è anzi il primo che arriva a baciare Mariano sulla barba. Anita sfoga la sua commozione, andandosi a rannicchiare in un angolo, e là se ne starebbe come una derelitta, se Lina non l'andasse a prendere, stringendosela a lungo, maternamente, al petto. Orsa, come padrona di casa, è già in faccende per disporre cappelli, soprabiti, borse da viaggio, sulla cassapanca, in buon ordine. Tristano parla di treni, di piroscafi, di orari, di scali, come se non avesse fatto altro da quando è nato. Mariano e Cino l'ascoltano, e, tratto tratto, gli muovono qualche domanda, avendone risposte pronte e sicure. Però Cino pare un po' a disagio. Accusa una grande stanchezza, per avere tutta la mattina difeso in Assise, e fuma come un dannato. I fratelli han notato che egli non ha abbracciato Mariano. Ma il mancato abbraccio è dovuto al fatto che essi si sono incontrati pochi giorni prima a Ferrara, dove hanno parlato ad uno stesso comizio: uno a favore dell'impresa di Tripoli e l'altro contro. Né questo li ha impediti di farsi festa, prima e poi. Con Lina, Cino è stato più espansivo. S'è rattristato nel vederla pallida e smagrita, gliel'ha detto in tono di rimprovero, e, anche ora ch'ella se ne sta abbracciata ad Anita, con la testa inclinata su quella della sorellina, non si stanca di guardarla. Ma chi domina la situazione è sempre Culo di Ferro ;
- Perché non andiamo di là? In anticamera non ci si vede neppure in viso. O abbiamo paura di far vedere che s'è pianto?
- Come se fosse vergogna... ribatte Leto. Si piange perché non se ne può fare a meno. Che cosa credi?
Si riuniscono nello studio di Tristano, una grande stanza imbottita di libri alle pareti, con una massiccia scrivania sotto la finestra. Per mezzo di una porta, che i due fratelli lasciano sempre aperta, per comunicarsi i pensieri , come essi dicono, lo studio di Tristano immette in quello di Cino, di cui rappresenta la perfetta antitesi, non solo per la qualità dei libri - letterari gli uni, politici gli altri - che trovano cittadinanza nei grandi scaffali, ma per l'atmosfera che vi creano la diversità dei cortinaggi e delle carte da parati, il vario ritmo di avvicendamento dei volumi sullo scrittoio, i quadri, i tappeti, e insomma ogni cosa che lo spirito investe e colloca nel suo clima. Il colore dominante della stanza di Tristano è l'avorio: avorio il velluto delle tende e le carte ai muri, le tinte delle imposte e delle porte, mentre i quadri appesi alle pareti sono tutti calme visioni di paesi e di marine in cui il celeste domina come tavolozza e come stato d'animo. Invece la stanza di Cino è l'esaltazione del rosso, dal velluto delle cortine a quello delle sedie, dalle copertine dei libri alle loro rilegature in marocchino, dalle carte di Francia ai tappeti. Sul grande scrittoio di Cino i volumi e i fogli non si avvicendano con ordine ma con incalzante frenesia, come ondate di un mare grosso. I quadri, tra i quali figurano impressionisti italiani e forestieri, e perfino un futurista, sono improntati a un senso di modernità in movimento. Cieli tempestosi, quasi apocalittici, e le figure, forse colpite dalla folgore, prive di compattezza, più schegge luminose che corpi. Uno studio in cui regna sempre il fumo o il suo ricordo. L'odor di sigaretta ha impregnato i muri e i libri, e ogni tentativo per scacciarlo si è risolto finora in un disastro per Orsa.
Naturalmente Nèoro è per lo studio di Cino, dove spesso e volentieri, quando il fratello non c'è, va a curiosare, nella speranza di trovar qualche rivista illustrata con fotografie di famose attrici, di aviatori, di uomini di sport e di macchine. Invece Leto è per la stanza di Tristano. Egli ama i libri dei poeti, e, anche se non li capisce, li sta a toccare e a odorare, come se gli dovessero rivelare un segreto.
Dopo avere esaminato l'avventura di Pietro, mettendola in rapporto alle gravi notizie date da alcuni giornali d'opposizione sulla battaglia di Sciara Sciat, Mariano annunzia la sua decisione di andare a Tripoli:
- Spero che non mi si faccian difficoltà a raggiunger Tripoli. Se mai chiederò un passaporto speciale al Ministero degl'interni. Giolitti non si farà pregare a rendermi un servizio in questi momenti non troppo allegri né per lui né per Caneva. Conto di essere al capezzale di Pietro tra quattri giorni, partendo stasera e fermandomi a Roma poche ore.
- Vengo con te - dice Cino. E giacché le sue parole, arrivando inattese, sono accolte da un attimo di perplessità, si affretta a soggiungere:
- A meno che tu, Mariano, non preferisca andarci da solo...
- Perché dici questo? chiede il fratello oscurandosi in viso. - Spiegati Cino. Tra di noi il gioco delle mezze parole non ha senso.
- Non dare, caro Mariano, alla mia riserva più valore di quello che ha. Mi è parso, ecco, che la mia proposta di accompagnarti a Tripoli non fosse accolta con troppo entusiasmo. E giacché io so di non amare Pietro meno di chiunque di voi...
- Lo credo bene... Ci mancherebbe altro che tu Parnassi meno...
- Cosi ho ravvisato nel silenzio che ha accolto le mie parole una curiosa incertezza, quasi che il mio atteggiamento di favore verso la guerra libica non mi desse il diritto, che a te è concesso senza discutere, di portare a Pietro il conforto degli affetti familiari...
A questo punto Cino è interrotto da Tristano. L'energia con la quale questi parla ed agisce dice la sua irritazione. Tutti lo ascoltan perplessi. Raramente Tristano s'è mostrato più acceso:
- A lasciarti fare tu arriverai tra poco alla conclusione che sei una nostra vittima. Andiamo, piantala, se non vuoi che mi arrabbi per davvero. Si direbbe che hai la coda di paglia, giacché io, per esempio, che pur son convinto essere la conquista di Tripoli una necessità improrogabile per il nostro paese, non mi sogno che venga a qualcuno in testa di collegare l'avventura di Pietro con l'orientamento delle mie idee. E' ben strano che tu stia sempre all'agguato, non solo fuori di casa, dove i nemici son tanti, e occorre vigilare su di essi, ma qui dentro, dove tutti ti adorano, e dove non esiste, se Dio vuole, né socialismo né imperialismo, ma una famiglia, unita da un legame infrangibile, tanti Rupe che camminano anche nel sonno, che si conquistano la vita ora per ora, che non si lasciano abbattere dai colpi della sventura e che vinceranno, vinceranno la loro piccola o grande battaglia, ne son certo...
La commossa sfuriata di Tristano chiude l'incidente. Cino mette in bocca un'altra sigaretta e preferisce seguire i ghirigori del fumo, piuttosto che rispondere. Mariano gli è grato di lasciar cadere la cosa. E battendogli affettuosamente sulla spalla, dice:
- Silenzio, hai capito? Se no stasera a pane e acqua... E col viso rivolto al muro... Uomo avvisato...
E' il momento di Leto:
- Ti porterò due ballotte, Cino... E se ti annoi stando con la faccia al muro ti vengo a leggere un libro...
La frase detta con ironia di uomo fatto, riconduce nel circolo familiare
la concordia piena. Se non fosse in tutti gli spiriti il limio per la sofferenza durata da Pietro, e l'eco da essa potuta suscitare nella mamma lontana e sola, questi Rupe si troverebbero, dopo le tante emozioni della giornata, di buon umore. E' ora il momento di Culo di Ferro , desideroso di prendere una rivincita sul suo eterno rivale, Leto. Egli dice candidamente:
- Chi sa quella povera Sara che dolore... Ha rischiato di restare in sei mesi senza marito e senza Pietro. Che sia una iettatrice, con quel viso da angelo?
Nèoro per poco non è linciato, ma lo scoppio d'indignazione, che accoglie le sue parole, nasconde, come una fiamma dietro un vetro, la gioia della riconquistata armonia. Si decide la partenza per la sera. Mariano e Cino andranno a Tripoli, e vedranno di fare ottenere una lunga licenza di convalescenza a Pietro. A questo scopo, la presenza di Cino non solo è utile ma necessaria, e Mariano è felice di constatarlo, per dare un'estrema smentita alla ombrosità del fratello. A Cino, come capo sindacalista fautore della guerra, non si faranno difficoltà di sorta; mentre a lui, Mariano, per quanto deputato, e munito di passaporto del Ministero, non si sa, potrebbero anche fare il viso dell'armi, specialmente dopo gli ultimi avvenimenti. Di ritorno da Tripoli, si fermeranno a Sarmùra per qualche giorno, poi, siccome tutti han diritto di vedere in faccia l'africano, verranno su con Pietro, e condurrebbero anche la mamma, se volesse, ma non vorrà, tutti lo sanno, mentre Gilda non verrà, pur volendo, ma quella è un tipo che non fa razza con nessuno, è un mistero, se ne sta a Sarmùra perché l'odia: questa è la verità.
Le ore passan rapidamente quando si parla di progetti familiari. Lo spirito fa come un puledro che si domi, che si avvezzi alla sella con grande sforzo. Salta, s'impenna, va di carriera, si ferma, caracolla, indietreggia, fa querciola, si alza, si ributta di carriera, si adombra, riprende la corsa, vola. La sella è, per lo spirito, quell'insieme di cose -fatti, ricordi, temenze - che ne limitano il potere di trasfigurazione. Ma se, dentro, c'è il sacro fuoco, alla fine anche il più pesante bardellone diventa leggero, non lo si sente più. Il genio familiare, quel bisogno di miglioramento che spinge i Rupe a camminare anche nel sonno, come ha affermato Tristano, per diminuire la strada che porterà ognuno alla sua piccola o grande vittoria, ha compiuto il miracolo di dare ali alla presenza, luce alla tenebra. Ora la sofferenza di Pietro, collegata ai ricordi delle tremende giornate vinte nel passato, è un'altra tappa nell'ascesa collettiva di questi Rupe. Non poteva avvenire, doveva. Era fatale.
Son quasi le sei. Mentre Cino si reca in ufficio per dare alcuni ordini, Mariano esce con Tristano, Lina e i piccoli, a far due passi. Saran tutti di ritorno tra mezz'ora. E intanto Orsa e Anita con l'aiuto della Teresa preparan la cena. Che bella tavola stanno apparecchiando; piena di fiori e con le posate d'argento. Sempre, quando viene Mariano. Festa grande. Ora c'è anche Lina. E, come se non bastasse, Pietro è fuggito a un grande pericolo. D'oro dovrebbero esser le posate, e i fiori sbocciati nei giardini del cielo.
Chiede Leto a Lina che guarda curiosa vetrine e case per quanto non sia la prima volta che vede la città:
- E' più bella Milano di Torino? E la sorella:
- Milano è assai più brutta, mio caro Leto, ma è anche la sola città dove si possa vivere...
- Qui non ci vivresti?
- Oh Dio, non prendere le mie parole alla lettera. Certo non è la città che preferisco... Per me è troppo lisciata e ripicchiata. Preferisco la cordiale trasandatezza di Milano...
- A me, sai Lina, ora piace, ma in principio non la potevo soffrire, l'avrei sprofondata. Non per la città in sé, ma per gli abitanti... Non facevano che guardarmi i calzoni lunghi, come se non avessero avuto di meglio da fare nella loro vita. Molti mi fermavano per chiedermi se ero un profugo del terremoto, ed io rispondevo di si. Non contenti, volevan sapere se avevo avuto tanti morti nel disastro, e se portavo il nero per loro. Io rispondevo di no, ed essi restavan male, come se avessero preferito sapere che tutta la mia famiglia era perita sotto le macerie.
- Che carini - dice Lina con un sorriso beffardo sulla bocca sottile. Avrebbero preteso che tu inventassi qualche morto pur di non apparire cosi poco fatale ai loro occhi.
- Io che li avevo capiti - interviene a dire Culo di Ferro- non avevo difficoltà a sballarle grosse. I morti di Sarmùra salirono cosi da settecento a cinquemila e i parenti da me perduti nel disastro - non fratelli, ma zii e cugini - non furono mai meno di trenta. Cosi li facevo contenti e gabbati.
- Bravo, Nèoro. In fondo essi non avevan tutti i torti. Avere in città un profugo del terremoto, e non saperlo caricato di lutti personali, è come veder tornare un soldato dalla guerra senza ferite. Per quanti eroismi racconti, nessuno gli crede. Mentre altro era per essi poter dire alle famiglie sbigottite: Ho incontrato un piccino che ha perduto
trenta persone nel terremoto . Qualche cosa della sua fatalità si sarebbe riflettuta anche sulle loro persone. E, quel che più conta, se la sarebbero goduta gratis.
- Fatto sta - conclude Leto - che per tanti mesi ho sempre camminato nelle strade secondarie per non dar nell'occhio alla gente... Poi un giorno, non potendone più, ho chiesto aiuto a Nèoro, e con lui ho dato battaglia a una squadra di ragazzi che ci sbeffeggiavano. Fu in piazza Paleocapa. In quell'occasione Nèoro fu grande. Con una sfuriata di calci nelle pance, facendo come Orazio con i Curiazi, cioè distaccandoli uno dall'altro, stese al suolo tutti quei vigliacchi. Poi, non contento, ritornò sui suoi passi e, uno per uno, li schiaffeggiò. Io intanto tenevo un sasso in mano, per spaccar la testa di chi lo avesse colpito alle spalle. Infatti due tra i più grossi si erano levati, per far la pelle al Musolino, come essi dicevano. Ma Nèoro non si perdette di coraggio, li affrontò con i pugni stretti e, prima, diede loro una scarica di cazzotti, poi si piegò all'improvviso sulle gambe, ne prese uno per gli stinchi, lo sollevò in aria come un fuscello, e lo rovesciò per terra, mentre io sparavo la mia sassata nelle spalle del secondo. Non era ancora finito. Gli altri ci avevano circondato, credendo di farci la festa, ma noi mettemmo in azione le teste e le bocche, dando cornate e mordendo. Alla fine la vittoria fu nostra. La gente che ci guardava era spaventata. Il giorno dopo il fatto venne anche sui giornali...
 Culo di Ferro , sentendo far l'elogio delle sue virtù, volge la testa dall'altra parte, per far mostra di non sentire. Ma il riconoscimento di Leto gli fa un piacere immenso. E a un tratto, non potendone più, dice:
- Ti assicuro, Lina, che Leto quel giorno si mostrò un fegataccio. Avrei voluto che l'avesse visto Attisani. Sarebbe stato ben contento di lui... Lo scolaro ha superato il maestro.
Lina non può trattenersi dal baciarli entrambi.
Mariano e Tristano, pur camminando dietro di loro, a qualche passo di distanza, han sentito tutta la conversazione.
- Ogni volta che li rivedo - dice il fratello maggiore - non so rassegnarmi a viver senza di loro. Me ne starei ad ascoltarli incantato... La nostra casa a Sarmùra è cieca... Come capisco nostro padre che si vedeva crescere la famiglia d'intorno, e si sentiva centuplicar le forze e la gioia di vivere...
- La prossima estate - dice Tristano - li si potrebbe mandare a passar le vacanze dalla mamma. Ormai ho perduto la speranza che ella lasci Sarmùra. Né io saprei chiederle un simile sacrificio. A Torino
morrebbe di crepacuore in sei mesi, né la nostra presenza potrebbe darle il profumo di quella vita vissuta per tanti anni, fatta di quei cieli, di quelle acque, di quegli alberi, di quelle pietre, di quei volti, ch'ella ha veduti nascendo; ch'ella ha continuato a vedere per un lungo ordine di anni, ai quali son legati impressioni e fatti, pensieri e fantasie. E poi, a pochi passi dal Trodio, in un cantuccio di muro, dorme nostro padre; in un altro angolino sono i suoi genitori. Come potrebbe rinunziare a sentirne la magica presenza nei silenzi, e nelle fragranze che le zolle nutrono di sé, che son quelle e non altre? E infine, a Sarmùra, ci sei tu. Con te forse ella verrebbe a Torino. Ma tu non potrai mai staccarti dalla Calabria. Da un lato essa è per te una camicia di Nesso, dall'altro il segreto della tua potenza. La definizione di Anteo bruzio che ti diede un giornalista, dopo il tuo bel discorso alla Camera sulle risultanze dell'inchiesta sopra il Mezzogiorno, è un po' eloquente, ma esatta. Invece io e Cino, soprattutto Cino, siamo ormai degli sradicati...
- Perché, Mariano - chiede Leto voltandosi - tutta la gente ti guarda quando passi per la strada? Specialmente le donne?
- Per la mia barba, Leto. Essa è come i tuoi calzoni lunghi dopo il terremoto. Metterebbe conto che anch'io facessi una battaglia come voi due in piazza Paleocapa. T'immagini quante belle totineper terra?
- Non è solo per la barba che ti guardano... replica il piccolo. - Non basterebbe quella sola. Ti guardano perché sei bello...
Sonò arrivati a uno dei ponti sul Po. Nella nebbia che sale dalle valli, sfumando il verde lucente dei prati, la cupola di Superga assuma vittoriosa come l'albero maestro di un veliero di pietra.
- Quella collina lassù - dice Nèoro a Lina - è Superga. Non passa giorno che io non le mandi un saluto. E' vero che non lega le scarpe al Monte Aulina. Eppure, non so perché, me lo ricorda.
- Te lo ricorda - dice la sorella - perché il Monte Aulina ce l'hai chiuso nel cuore, Nèoro.
Ritornano, dopo aver comprato un gran dolce. A casa c'è già Cino. Orsa e Anita son rosse in viso, come se avessero corso tutto il tempo. Il caldo dei fornelli e la gran quantità di cose da fare accendono il sangue. Lina sente il rimorso di non esser rimasta ad aiutare, ma Orsa non ne ha voluto sapere. Ella è un'invitata come Mariano, né più né meno. Forse Nèoro e Leto avrebbero potuto dare una mano, ma chi li teneva dal correre dietro ai maggiori?
Pur tuttavia, la cena è pronta, prontissima, non c'è che da mettersi a tavola. La tavola che è lucente e bianca come una sposa. Una sposa con i garofani rossi per vezzo, si è mai visto?
Come è buono quel brodo, come è buono quello sformato, come è buono quell'arrosto, com'è buona quell'insalata, com'è buono tutto, pane, vino, frutta. Ma quell'Orsa è una maga. Lei ascolta le lodi accendendo il suo bel viso sorridente e si fa un dovere di parteggiarle con la sorellina, la quale dal suo canto non chiede che di guardare estasiata. Il suo premio è nel fatto di esistere.
- E se ci pigliassero in giro, eh Anita? Ad ogni buon conto noi sappiamo di poter fare assai meglio perciò ci riserviamo di prenderci la rivincita un'altra volta...
- Se è vero che la nostra cucina vi piace tanto - soggiunge Anita - dite a Pietro che si affretti a venir quassù. Gli prepareremo tali piatti da fargli dimenticare perfino d'essere stato all'ospedale...
Il dolce, il caffè, perfino il liquore. La giornata che il telegramma di Gilda ha messo sottosopra, s'è quasi risolta in una festa. Però Cino è sempre un po' distaccato. Forse la stanchezza che lo macina lo rende cosi.
Tutti accompagnano i fratelli alla stazione. Qualche minuto prima della partenza, chiede Mariano a Nèoro:
- Che cosa debbo dire da parte tua a Pietro?
- Digli che mi porti un arabo vivo. Gli voglio riformare i connotati.
Mentre Cino, all'uscita di Culo di Ferrosorride, Mariano ribatte con una certa malinconia nella voce:
- Come sei feroce... E che ti han fatto gli arabi per odiarli cosi?
- A me niente. Li odio perché sparano alle spalle. Uno che spara alle spalle è un vigliacco...
- Può anch'essere... Ma se tanti ti venissero a prender la casa, e tu fossi solo, e non sapessi come affrontarli, non saliresti sul tetto per sparare su loro? Si tratta di legittima difesa...
- Certo salirei. Ma gli arabi prima ci han fatto gli amici, poi ci hanno sparato. E questo è da vigliacchi. Dovevano spararci subito. Avrei fatto tanto di cappello...
- Come sei informato... Si direbbe che hai preso parte allo sbarco...
- Non fa che divorare giornali su giornali - dice Orsa. La notte sogna battaglie, e rugge come un leone...
- E tu? chiede Mariano a Leto. Che incarico mi dai per Pietro?
- Digli che mi porti un turbante e una scimitarra. Il turbante me
lo metterò a carnevale, cos sembrerò più alto. E con la scimitarra taglierò stelle filanti, dall'alto del cavalluccio della giostra...
Mariano gli scompiglia i riccioli biondi con le mani:
- Sarai accontentato. Tu sei di più miti pretese... E poi quel tagliar stelle di carta con la scimitarra è degno di un poeta...
- Per me - esclama Anita - digli che non voglio niente. Solo che guarisca presto, e torni a casa...
- Lo stesso io - soggiunge Orsa di rincalzo. Digli che lo vogliamo qui a Torino. Dopo Sarmùra, deve venire da noi. Prima da noi che siamo di più, che a Milano, eh Lina?
- Va bene - consente la sorella. Mi piegherò a quest'angheria...
Mariano promette di eseguire le consegne, e, per suggellarle, secondo il suo solito, mette mano al portafogli, cavandone due biglietti da cento.
- Cinquanta per uno... Mi raccomando di tenerli da conto. Li affido a te, Orsa, che sei la mamma di famiglia.
- Sta' tranquillo... Li rimpiatterò cosi bene che neppur io saprò più dove trovarli...
- Te li scoverò, non dubitare - minaccia fiero Culo di Ferro . - Intanto domani stesso vado da Vigo a comprarmi un paio di scarpe da foot-ball. Sono l'unico della classe a non averle. Pensare che sono il capitano della squadra...
- Povero Nèoro! esclama Lina in tono di estrosa commiserazione. Ti mancheranno tutti di rispetto...
Mariano prende da parte Tristano, e gli chiede se ha bisogno di qualche cosa. Non può far molto, giacché i guadagni della Fornace sono diminuiti ma, insomma, per un piccolo aiuto, tanto per festeggiare Pietro che si è salvato, è sempre pronto. E Tristano:
- Ti ringrazio, Mariano. Quel poco che guadagno mi basta. Io son di modeste pretese. Se non avessi la smania di comprar libri, sarei un signore... Aspetto che tu vinca la causa di Calimèra per acquistare una biblioteca intera.
Ma il fratello maggiore gli mette quattro fogli da cento nelle mani:
- Aspettando l'esito della causa, spendi, intanto, questi. Cosi, quando ci rivedremo, i libri che hai comprato me li racconterai, perché io ho poco tempo per leggere...
Intanto gli addetti al treno stan chiudendo gli sportelli. Quasi tutti riconoscono Mariano e Cino Rupe, e li salutano con grande familiarità. Dopo aver abbracciato i fratelli, i partenti salgono in uno scompartimento di prima.
- Andrete nel wagon-restaurant? chiede Culo di Ferroa Cino, salito per primo, e già affacciatosi allo sportello. E Cino:
- Si, se ti fa piacere...
- Se viaggiassi io, me ne starei sempre là. Tra tutti quegli ottoni lucenti, quei cristalli, quei paralumi, quelle donne straniere che fumano dopo il caffè, mi parrebbe d'essere al teatro. Il tempo là dentro deve passare senza accorgersene...
- T'imborghesisci, vecchio mio. Invecchiando perdi il pelo... Non me lo sarei aspettato da te...
Leto non dà tempo a Nèoro di ribattere. Chiede a Cino:
- Allora non vi fermerete dalla mamma, passando?...
- No, Leto. Andiamo a Siracusa di volata...
- Quando passi da Sarmùra, sventola il fazzoletto per me... Non te ne dimenticare...
- Anche per me - dice Anita. Il giorno che ritorneremo a casa, ci parrà d'impazzire dalla gioia...
Mariano sente quelle parole, e guarda la sorellina commosso. Il treno già si muove. I grandi stringono un'ultima volta le mani, mentre Nèoro e Leto si mettono a correre per contendere al serpente la vista dei fratelli. Poi il treno accelera, e confonde i piccoli nella folla del marciapiede . Non c'è più l'adorabile Leto. Non c'è più l'imbattibile Culo di Ferro . Le parole di Anita sono nell'aria, e navigano. Ma non c'è la bocca che le ha pronunziate, dando a Mariano un palpito. Dove sono? A pochi metri, eppure lontanissime. Un oceano divide gli attimi, e la distanza è una prima prova della morte. Per un pezzo Mariano e Cino se ne stanno nei loro angoli, senza parlare.
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CAPITOLO 3.
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Il dissenso tra Mariano e Cino Rupe non è un fatto personale della loro esperienza politica, ma l'indice di una grave crisi, maturata nel socialismo italiano nel decennio precedente alla guerra di Libia, culminata clamorosamente al Congresso di Firenze con la cacciata dei sindacalisti, e conclusa, dopo l'offerta di un portafoglio di ministro a Bissolati, con l'osanna a Giolitti, durante la lunga discussione sul Monopolio e le Pensioni operaie, svoltasi alla Camera, pochi mesi prima dello sbarco a Tripoli.
La crisi ha importanza storica, perché interessante la sottocorteccia sociale e politica della nazione italiana, non solo, ma perché decisiva
per la formazione di alcune potenti individualità, che, dall'inettitudine del socialismo a uscire dalla sfera delle riforme e della sofistica, riceveranno l'impulso a tentare, in un primo tempo, una revisione epico-volontarista in seno al Partito, ed, in un secondo, a propugnare la guerra nazionale, come preludio alla rivoluzione. Nel 1911, mentre la nostra Squadra già incrocia a Tripoli, Mussolini ha ventott'anni, e sta scrivendo nel carcere di Forl, dove l'ha ficcato un putiferio da lui scatenato in odio alla guerra, un saggio su Huss. Egli ha già sofferto fame esilio e carcere, s'è nutrito di libri più che di pane, ha trovato i suoi maestri spirituali tra i più grandi individualisti realisti e pessimisti del pensiero: Stirner e Machiavelli, Nietzsche e Schopenhauer, ha letto Sorel e sentito le lezioni di Pareto, ha conosciuto Battisti e meditato sul Trentino. E' un uomo che si cerca, un camminante. Camminerà.
Alla crisi socialista, che è il frutto di una doppia incapacità, quella delle masse, incerte nel creare da se stesse, nella sfera dei loro interessi di classe, gl'istituti capaci di sostituirsi alla borghesia nella direzione della società, e quella dei capi, timorosi di votarsi a una franca politica di realizzazione, reca il suo funesto apporto Giolitti, erede di quella corrotta regola di governo che, col nome di trasformismo, risale a Depretis, peggiorato, nella nuova edizione, dalle qualità di scaltrezza dell'uomo, che era incappato, agli albori della carriera, nelle secche degli scandali bancari, senza naufragarvi con la sua fortuna.
Ritornato alla Camera, dopo la spettacolosa avventura, Giolitti si fa improvvisamente paladino del diritto di associazione degli operai. E' la sua risposta all'ultimo Congresso socialista, quello di Roma, tenutosi dopo le stragi milanesi di Pelloux, e finito con la rinunzia ad ogni programma insurrezionale e classista. L'invito alla Sinistra a partecipare al Governo non è raccolto, per quell'incongruenza che, in ogni tempo, ha impedito al socialismo nostrale di trarre il massimo profitto dai suoi stessi errori e debolezze, accettando l'offa che la borghesia era ben lieta di offrire come compenso all'abbandono di ogni idealità eroica e rivoluzionaria.
Irrigidito in questioni formali e sentimentali ; pago di cavar la castagna delle leggine sociali e dei sussidi alle cooperative con la zampa del gatto ; alieno dall'affrontare a viso aperto una situazione che avrebbe potuto giocargli le simpatie delle masse a profitto degli estremisti; il socialismo si contenta di guardare al dittatore di Dronero con simpatia e fiducia, aspettando di passare il Rubicone, a suffragio universale ottenuto, e rivoluzione elettorale compiuta. Un peccatore pentito, cui non regge l'animo di andare in chiesa, perché vede il sagrato pieno di gente che
lo riconoscerebbe e urlerebbe: ecco il Partito Socialista, imperando Giolitti.
Intanto il revisionismo marxista non risparmia i suoi colpi. Tenuto in piedi come simbolo, il dogma della lotta di classe e delle antinomie economiche, si risolve nella realtà in un possibilismo che ne infirma alla radice ogni contenuto. Ormai si parla di permeare socialisticamente gl'istituti borghesi, non più d'instaurazione violenta della società proletaria. Alla rivoluzione, concepita come risultante fatale del processo storico che porta il capitalismo a perfezionare lo strumento tecnico della produzione, generando cosi il serpe in seno, cioè la crisi di sovrapproduzione e la guerra sociale: nessuno crede più. Il mitoappare superato dai fatti. Si scopre improvvisamente che la capacità di ricupero della borghesia, di fronte agli assalti del proletariato, è molto più forte di quanto non si fosse immaginato. E non solo, codesto, appare evidente sul terreno economico, dove l'accentramento della ricchezza in un numero di mani sempre più ristretto si avvera, si, nei paesi a sviluppo supercapitalistico, senza però che questo comporti, come conseguenza necessaria, la miseria crescente nel resto della popolazione; dove il perfezionamento tecnico, aumentando la capacità produttiva dell'operaio, crea un equilibrio in crescenza tra la sua tendenza all'aumento di salario e quella contraria, del datore di lavoro, a non vedere scemato il suo profitto; e dove, infine, il fattore del ceto medio, che attutisce gli urti tra proletariato e borghesia, sposando il bisogno di miglioramento dell'uno al bisogno di conservazione dell'altra: non è stato considerato nella sua immensa portata dal filosofo di Treviri. Ma, anche nella sfera ideologica, attesta la borghesia la sua vitalità. Ne fan prova la nascita del nazionalismo, ardente fautore di una politica coloniale a oltranza; il superomismo dannunziano, incerto tra l'edonismo e la mistica dell'azione; lo sconfinamento del futurismo, dalla letteratura nella politica, con un programma irredentista urgente; e, infine, l'agitarsi dei cattolici per l'abolizione del non expedite la partecipazione alla vita politica, col peso di una loro organizzazione, contrapposta a quella rossa.
Si comincia a capire come gl'imponderabili che si chiamano razza, patria, volontà di potenza, religione, idealismo, possano avere il loro peso nel processo storico pari, se non maggiore, alle forze economiche in contrasto; si riconosce che le classi sono astrazioni senza chiari limiti nella realtà; si arriva perfino ad affermare che la monarchia può essere compatibile col socialismo. E, con tutta questa serie di ammissioni, aperte o sottintese, alla frase famosa di Giolitti: avere i socialisti italiani relegato Marx in soffitta: essi rispondono con l'invettiva.
Un'inconseguenza cosi palese tra pensiero e atto non poteva che seminare la sfiducia e la confusione nelle masse. Infatti i congressi si succedono ai congressi, le tendenze si prendono per i capelli, ma di positivo non resta che un'accademia di magnifici parlatori, sulla quale la stampa, non solo classista ma borghese, versa fiumi d'inchiostro, creando una atmosfera di bizantinismo nociva alla chiarificazione delle idee e alla netta differenziazione dei partiti. E' il momento della Massoneria. Convengono nella setta, sotto il segno del Delta raggiante, uniti da un vago legame razionalista e anticlericale, aquilotti di tutti i cieli. Pochi, con ali robuste ed atte alle grandi navigazioni; i più con ali di cartapesta, e arrivati alla loggiacome ad un porto. La caccia dei fratelliagl'impieghi, alle sinecure, diventa furiosa; non si trova un dormientesotto i colonnati a pagarlo un occhio; tutti vogliono trovarsi presenti alla divisione delle spoglie. Ed è, altres, il momento delle falangi impiegatizie, dei piccoli proprietari e degli esercenti. Professori, maestri, ferrovieri, postelegrafonici, dipendenti statali, bottegai e fittavoli, si buttano a legioni compatte sul Partito Socialista, che li accoglie a braccia aperte. Ma esso perde in profondità quel che guadagna in estensione. Cosi il barometro dalla rivoluzione scende ancora.
L'uscita dei sindacalisti contribuisce a impoverire il Partito, già cosi povero di sostanza rivoluzionaria. Nato in Francia con Pelloutier e Sorel, e ripetendo ispirazioni proudhoniane, e qualche motivo fondamentale del Cartismo, il movimento sindacalista porta un soffio di vita nuova nell'organizzazione socialista. Il suo tentativo di sottrarre le masse operaie e contadine alla sfera d'influenza del Partito e della Confederazione, creando, in sostituzione del rapporto politico esterno, tendenzialmente diretto verso gl'interessi del proletariato, senza però esserne l'espressione schietta e personale, un nuovo organo, fusione di economico e di politico, di materiale e di spirituale, di produttivo e di legislativo, il sindacato, frutto dei lavoratori medesimi, nato, nell'atmosfera dell'officina e dell'azienda rurale, da una sorta d'illuminazione tra il proletario e lo strumento del lavoro sociale: questo tentativo del sindacalismo, sia in Francia che da noi è originale e rivela un lato altamente fecondo del pragmatismo marxista. Ma l'idolatria al mito dello sciopero generale creduto nei primi tempi la panacea rivoluzionaria; la sua perduta terribilità dovuta ai ripetuti insuccessi che spuntano via via agli occhi della borghesia la nuova arma; e, soprattutto, certa quale immaginosa spudoratezza mentale, intuita dalla massa nei capi, squisiti temperamenti di cerebrali, nutriti dai succhi di cento culture, sottilissimi ragionatori nei comizi e nei libri, più corrivi a sacrificare la
vita d'un uomo che l'abbagliante bellezza d'un sofisma: questo complesso di tare, che l'immaturità del proletariato ad agire da sé fissa in termini drammatici, fanno perdere al sindacalismo parte del credito conquistatosi nella compagine socialista. Circoscritto a minoranze scelte e pugnaci, esso, dopo il Congresso di Firenze, si limita a una critica ferocemente negativa degli avversari, mentre aspetta l'ora sua. E' evidente che il fatto nuovo risolutivo d'una situazione stagnante non può sorgere all'interno, dove Giolitti, spalleggiato da una maggioranza granitica, tiene in pugno il paese. Ma esso può scaturire dallo squilibrio europeo, dall'urgere minaccioso dei vari nazionalismi, ai quali qualunque futile motivo potrebbe servir da esca per una grande fiammata. Troppe nubi si addensano sul cielo d'Europa dal Congresso di Berlino. Codeste nubi, che ora si chiamano Tunisi ed ora Marocco, ora Albania ed ora Bosnia Erzegovina, senza contar Trento e Trieste, velate e lontane per effetto delle ripetute rinnovazioni della Triplice, ma non spente nella coscienza irredentista italiana, non sono ancora precipitate nel rosso diluvio della conflagrazione universale. Ma un oscuro studente pigli di mira un arciduca d'Absburgo, in una strada di Serajevo, e l'immane bara scavata nel cuore d'Europa si riempirà di cadaveri. Sarà, dopo la Guerra, la Rivoluzione. E forse scoppierà per impedirla, e forse l'accompagnerà per via, la via dei sepolcri, come una sorella che la Nemesi le ha messo accanto, egualmente terribile e vindice. Per quanto possa essere deprecabile dal lato umano, la Guerra appare preferibile alla quiete degli egoismi soddisfatti, al carnevale delle idee imbalsamate e trasformate in uffici di collocamento. Guerra igiene del mondo. Il grido dei futuristi e dei nazionalisti alla vigilia della spedizione di Tripoli, riflette pure una drammatica esigenza del sindacalismo italiano. Invece, appena dichiarato l' ultimatum , il Partito Socialista, sentendosi giocato da Giolitti, rompe l'alleanza con lui, e si butta all'opposizione.
Di Mariano e Cino Rupe, solo il secondo rispecchia la crisi spirituale del movimento al quale appartiene, cosicché la sua avventura è press'a poco quella di tutto il sindacalismo. In questi tre anni, Cino non si è risparmiato. Tutte le agitazioni operaie lo hanno veduto in prima fila tra i capi della nuova corrente rivoluzionaria. Egli si è imposto anche ai più ostinati avversari, per la magnifica preparazione culturale, che trovava nell'ardore dell'azione la sua piena concretezza e ragion d'essere. Per le sue idee, egli ha subito vari processi, è stato in carcere, ed anche in esilio. Ha vagabondato per mesi e mesi un po' dappertutto: in
Svizzera, a Londra, a Parigi, a Monaco, a Berlino, a Praga, conoscendo i grandi condottieri della rivoluzione proletaria, con molti stringendo contatti ideologici, con altre polemizzando aspramente sui fogli del sindacalismo. L'esilio ha servito molto a Cino. Accostandolo a uomini di primo ordine come a Jaurès, Sorel, Liebknecht, Rosa Luxemburg, Lenin, Trotzki, Plechanov, Martof; mostrandogli i diversi metodi sperimentati dai sovversivi nei loro paesi: gli ha dato, soprattutto, la certezza che il fattore uomo con la sua fede, la sua dottrina, la sua personalità può rovesciare qualunque rapporto di forze storiche, affrettando eventi che parrebbero lontani, e quasi assurdi.
Sotto questo aspetto, tra i francesi ch'egli ha ammirato per l'eleganza formale, e per la gentilhommerie, che fan della politica un'arte e una cavalleria; tra i tedeschi, temibili per la preparazione dottrinaria, non esente però da certa rigidità, che sta alla base della mentalità germanica; e i russi, più portati all'azione che alla discussione, provati dalla galera e dalla mitraglia come nessun'altra falange rivoluzionaria in Europa: questi ultimi sono apparsi a Cino i più affascinanti e formidabili. E tra essi il più notevole Trotzki, un ebreo del sud, inquieto ed acutissimo. Inferiore a Plechanov come dottrina, a Lenin come volontà, li superava entrambi per l'audacia, e per quel dono, dato a pochissimi, di rivelare il segno della predestinazione e della grandezza in ogni gesto sia pur minimo della vita.
Esistevano in Italia uomini da contrapporre a queste grandi figure del socialismo europeo? No. Mancava il dominatore, l'uomo dagli occhi d'aquila, capace di dire alle falangi proletarie la parola decisiva, quella dell'eroismo e del sacrificio. Gli eventi della storia obbediscono a una logica, che si può risolvere in un brivido di attimi, come in una parabola di secoli. Tuttavia questo importa: che, createsi le condizioni, esse trovino il Condottiero pronto a imprimere il suo suggello, a farne materia di storia e di progresso sociale. Quest'uomo da noi non era ancora nato. O forse c'era. Ma nessuno lo vedeva.
Al contrario di Cino, nelle cui peripezie personali si riflette chiaramente il processo tipico del movimento sindacalista, dalla piazza al giornale, dalla patria all'esilio, Mariano, pur partecipando nelle grandi linee alla condotta del suo Partito, resta in seno allo schieramento rosso un indipendente. I suoi casi personali, e l'appartenere a quel socialismo meridionale, tenuto da molti capi del nord come un intruso, e un miscuglio, piuttosto pericoloso, di blanquismo e di bakuninismo, con un pizzico di Garibaldi e un altro di Camorra, spiegano la sua posizione
di solitario. Si può dire che, prima della sua elezione a deputato, Mariano Rupe non abbia avuto altri contatti coi leaders del suo Partito,
se non quelli epistolari e giornalistici. Mandato a Roma dai contadini di Sarmùra, e avvicinatosi ai trabocchetti di Montecitorio, il suo primo movimento è di panico. Egli non si sente nato per la strategia di corridoio. Quel fare e disfare; quel dire e non dire; quel complicare, a furia di sottigliezze discorsive, le cose più semplici e rettilinee; quel Marx invocato in tutti i momenti a torto e a ragione, per tappare la bocca al competitore; quel confondere il sentimento con la retorica, il ragionamento con la sofistica: ripugnano ad un'anima chiara come la sua. Tutte ottime persone i compagni deputati, incapaci di far del male, di tradire la causa per un interesse personale, di macchiare la loro bella povertà col facile affarismo, annidatosi alla Camera per un novissimo diritto d'asilo laico, che gli garantisce l'impunità. Ma la pratica politica li ha sciupati. Son come ragni, rimasti impigliati nelle loro stesse reti. La Rivoluzione, finita nei barattoli della piccola farmacia di Montecitorio. A furia di parlarne, di minacciarla a vuoto, a tutte le ore, a tutti i minuti, era diventata un personaggio da operetta, di cui tutti ridevano, e lei prima degli altri.
Poi, come sempre accade, viene l'adattamento anche per Mariano Rupe. Egli considera Montecitorio una degradazione passeggera della missione socialista e guarda di uscirne, senza perdervi una sola delle penne maestre. Del resto, lasciata Roma e la sua fucina scandalistica, Sarmùra l'attende con la sua ingenua fede rivoluzionaria; Sarmùra, dove il più misero contadino che sopporta i morsi della fame con la speranza della palingenesi vicina, vale, per la sua religiosa attesa dell'avvenire, più di tutto il Parlamento. Nuovo Anteo, ecco Rupe riprender forza al contatto della terra nativa. Il giovanile sogno della rivoluzione sociale si para ancora di tutto il suo splendore. Non più avvocati principi che discutano del socialismo come di un colpevole, cui bisogna cercare di ottenere le attenuanti, per l'onore delle armi; non più clinici che frughino, col bisturi, nel cadavere della Rivoluzione, per trovarvi un cuore ch'essi non han sentito mai battere: ma umili lavoratori col
callo alle mani e i volti scavati dalla fame, gente della campagna e della marina, cresciuta tra la canicola e il terremoto, la grandinata e la
libecciata, falangi care alla Malasorte; marea che sale verso cime 
radiose, in un garrir di bandiere rosse, mentre un canto di rinascita 
risuona tra terra e cielo, voce delle cose restituite alla loro luminosa pienezza dalla vittoria dell'uomo. Tra i poveri della sua terra, ritrova, Rupe, la sua innocenza, il profumo del passato, il senso della famiglia. Sempre
che parte da loro, si sente inquieto, come se un pericolo gli sovrastasse, ed egli si trovasse indifeso a combatterlo.
Nel disagio di Mariano, che a Cino non sfugge, questi trova una ragione di più per confortare il suo disprezzo contro il Partito e il parlamentarismo in genere. Alle ultime elezioni, la frazione sindacalista ha partecipato con una quarantina di candidature-protesta. Egli non ha voluto saperne di rinunciare al postulato base della dottrina, per una protesta essenzialmente accademica contro la troppo scarsa amnistia. Gli avversari hanno affermato esser dovuto, il gran rifiuto, alla certezza d'una clamorosa batosta. Non è vero. Ai comizi ai quali ha partecipato a Milano, Bologna, Parma e Torino, in contradittorio con gli oratori del Partito, Cino ha avuto un gran successo. Una sua candidatura, se non la vittoria, avrebbe certo avuto una bella affermazione.
Situazione paradossale quella dei due fratelli Rupe, nei riguardi della contingenza politica. Tra Mariano e Cino, il più spregiudicato è certamente il secondo, a ciò portandolo una più agguerrita cultura, e una più decisa volontà di arrivare. E, dei due, pur senza colpa, il più provato dall'opportunismo è Mariano. Il maggiore dei Rupe è tale uomo da onorare con la sua presenza perfino la chiavica in cui fosse caduto ad occhi chiusi, tuttavia il suo caso resta a provare l'estrosità del burattinaio che muove i fili delle nostre azioni.
Incalzato da Cino, Mariano ha sempre negato la sua delusione sul Partito e la vita parlamentare. Avrebbe voluto poter rispondere con più forza di convinzione alle riserve del fratello intorno a certi palesi segni di degenerazione dello spirito rivoluzionario spintosi fino alle pagliacciate monarchiste di Ferri e alle ammissioni antimarxiste di Graziadei. Non ha potuto. Si è limitato a invocare la legge del realismo politico che, a volte, impone transazioni dolorose, ma necessarie, per evitare guai maggiori; ha tentato di spiegare le tergiversazioni del Partito come mezzo non come fine; ha magnificato la specchiatezza di vita di tanti capi per giustificare le loro incoerenze dottrinali e pratiche. Ma una difesa appassionata del mondo socialista romano compromesso col radicalismo massonico, da una parte, e il Giolittismo, dall'altra, tutto volto a piccole o grandi realizzazioni di gruppi operai, importanti nel Partito, ma non espressione di tutto il Partito: non poteva uscire dalla bocca di Mariano. E Cino, che ben conosce il fratello, che sa di quale tempera è fatta la sua fede, ha capito il suo riserbo, ha interpretato certi suoi pietosi silenzi, ha sofferto della sua delusione.
In questi anni, sempre che gliel'han permesso l'esilio e le insidie del-
la Procura del Re, a ogni discorso di Mariano alla Camera, Cino ha fatto di tutto per trovarcisi. Ha gioito dei successi del fratello, tra i quali, memorabile, quello del debutto sull'inchiesta sopra il Mezzogiorno, come se fossero stati i suoi. Ma, ogni volta, egli ha lasciato Montecitorio furibondo. La sua convinzione, non esserci nulla di comune tra i bisogni del proletariato lavoratore e le ricette oratorie dei capi socialisti, ne usciva sempre più rinsaldata. Parlamento operaio, unica spes. E neppur quello, se eletto col solito sistema delle designazioni dall'alto, dalla testa del Partito, invece che dal basso, dal lavoratore nell'officina. Per farsi una mentalità operaia, quante volte Cino, in questi anni, non si è rifugiato alla Fiat, tra le maestranze, a respirare la loro vita, a osservarle nei loro colloqui senza parole con cilindri, pistoni, bielle, alberi a gomito, carburatori, cambi di velocità, frizioni, differenziali, radiatori, ruote, longheroni, assali, molle: questi ed altri personaggi del loro dramma quotidiano; quante volte non si è fermato a studiare le reazioni oscure della macchina sull'operaio, ad analizzare il sentimento dell'uomo mentre piega l'acciaio alla sua volontà; e come si forma nelle cattedrali del lavoro la coscienza di classe; come avviene il prodigio della conversione di ogni interesse singolo in quello generale; come si crea la specificazione nel processo produttivo, l'integrazione tra mente che dirige e mano che eseguisce: tutti problemi che lo hanno sempre appassionato, che attendono il loro scrittore capace di costruire sulla fabbrica il romanzo dell'umanità futura.
Da questi avvicinamenti con la realtà del lavoro, Cino è sempre uscito fortificato, ritemprato, agguerrito. La sua fede: essere il sindacalismo la realtà di domani; il sindacato l'unico parlamento della classe operaia; e l'altro, quello di Roma, una menzogna, e quasi un baratto; gli ha dato la forza di vincere le piccole e grandi delusioni d'ogni giorno, lo ha incoraggiato a proseguire senza deviazioni per la sua strada fino al trionfo finale. Trionfo ben lontano, essendo il sindacalismo guardato come una peste dai pontefici ortodossi, e con diffidenza dalle grandi masse. Lontano, ma fatale.
Scoppia la guerra di Libia, e l'Italia si divide in due campi opposti. La borghesia, trascinata dai nazionalisti, fa buon viso alla spedizione. Ma gl'intellettuali della Voce, i democratici del Secolo e gli scrittori dell'Unità non risparmiano gli attacchi all'avventura coloniale. Essi si trovan d'accordo con i socialisti nell'awersare la guerra. Tranne l'ala destra riformista, e qualche isolato, come Podrecca e De Felice, (quest'ultimo si dichiarò per l'annessione, in omaggio a Pindaro che ebbe
a lodare i cavalli, il miele e la frutta della Libia) il Partito Socialista si trova compatto a osteggiare la spedizione. Anche una pattuglia agguerrita dei sindacalisti è avversa, e in essa fanno spicco De Ambris e il giovanissimo Corridoni. Ma i favorevoli all'impresa, che si riportano al famoso atteggiamento colonialista di Antonio Labriola, maestro del marxismo in Italia, sono i più, e tutti tenori di cartello: Arturo Labriola, Olivetti, Orano, Arca, senza contare Cino Rupe. Questi, appena ha notizia dello sciopero, che il Comitato d'Azione Diretta intende proclamare in tutta Italia, si precipita a Parma con la ferma volontà di scongiurarlo. Ottiene di farsi urlare in seduta esecutiva prima, in comizio poi. Amici lo consigliano di allontanarsi dalla città, ed egli subisce l'umiliazione di lasciar Parma - dove, negli anni precedenti, si è battuto con coraggio leonino, buscandosi anche una condanna per istigazione alla rivolta armata - al grido di Venduto a Giolitti Untorello di Corredini Ricordati di Verbicaro Ti paga il Banco di Roma Ras delle sabbie Brigante coloniale e simili. Arriva a Torino cosi nauseato dalla canea sovversiva che è li li per prendere il treno e spaesarsi, andarsene a Parigi. Lo trattiene il pensiero che possano tacciarlo di vigliacco. Il giorno dopo, superata la crisi, è più combattivo di prima e si reca alla stazione a entusiasmare i soldati che partono per la Libia.
Prima del Comizio di Ferrara, dove i due Rupe si trovano a parlare uno per Tripoli e l'altro contro, essi han saputo del reciproco orientamento da interviste sui giornali. Pur essendosi scritti più volte durante il mese, Cino e Mariano han sempre evitato lo scoglio della guerra per deliberato proposito. Ritegno dovuto al bisogno di evitarsi un dolore, e, soprattutto, al fatto che Pietro era tra i bersaglieri del corpo di spedizione. Scrivendo del fratello, entrambi hanno espresso la loro ansia affettuosa, ma di volata, accennando a Tripoli come a un'incognita, che era meglio lasciar sepolta nell'ombra e nel silenzio, per non svegliare le larve dei presentimenti e gli spiriti mali nascosti nelle parole.
L'ombrosità di Cino, nel non vedere accolta come avrebbe sperato la sua proposta di seguire Mariano a Tripoli, ha dietro di sé questa storia. Ed è anche l'unico momento, in cui i due fratelli accennino alla guerra. Per tutto il viaggio, da Torino a Tripoli, essi si contenteranno di scambiarsi i giornali, che parlano in termini sempre più gravi della battaglia del ventitré, commentando i fatti, ognuno per sé, nel segreto dello spirito. Sono come due bambini che buttano pietre in un pozzo, tappandosi le orecchie per non sentire i tonfi.
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CAPITOLO 4.
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Mariano e Cino troveranno Pietro delirante. Il marasma del giovane non accenna a cessare. Da cinque giorni esso gli toglie quello che la nutrizione forzata, a base d'iniezioni e di liquidi, gli dà. Eppure, appena entrato all'ospedale, il suo stato non era apparso serio. Aveva riconosciuto Piras, disteso in un tettuccio accanto a lui e vaneggiante, gli aveva sorriso, gli aveva mormorato qualche parola che i medici non avevano potuto afferrare, aveva fatto segno con te mani e con gli occhi che si avvisassero i lontani: insomma aveva giustificato il telegramma che dava come scongiurato ogni pericolo.
E, invece, quasi che presa coscienza della salvezza ormai certa, potesse esser dato sfogo al sabba delle potenze negative, non rassegnate a perder la preda, ecco il delirio prender stanza nel cranio di Pietro Rupe. Piras, la nuca inforcata di Valli, la palma del supplizio, l'arabo idolatra del sangue, la berbera vindice, l'aeroplano magico, il turco inventore di martiri, infine il pozzo in cui il ghibli addensa i veleni delle saline e delle sabbie morte: tutti questi volti della passione, scavalcato, per il privilegio che nel mondo arabo è riconosciuto alla follia, ogni limite di tempo e di spazio, cercano altri volti del passato ai quali unirsi, e nei quali frantumarsi, dando vita a una girandola di specchi rotti, trafitti da luci violente di riflettori nascosti. Assurde identità di corpi e di atmosfere; sovrapposizioni d'immagini labili su scenari fissi, di orizzonti vaghi su immagini radicate; grotteschi capovolgimenti di situazioni; orribili innesti: quel seguitare a veder Piras col viso di Piras e il corpo sbandato di Licerta; quel coglier nella voce del turco maledetto il timbro secco e caustico d'una voce familiare ; quel voler dar da bere l'acqua della fontana, zampillata improvvisamente dall'alto di una palma, a tutti, a Piras, che gliela chiede boccheggiante, a sua madre, a Sara, a tutta Sarmùra adunata a comizio per impedire la guerra; quell'incessante spalancare te finestre della casa perché c'entri l'aria, la luce - te finestre che sospinte da mani invisibili si richiudono -; quel supplicare Mariano, perché butti giù, a colpi di piccone, te fornaci, tramutate in cisterne piene di cadaveri e di pane bagnato, invece che di pietra di cava, e Mariano che risponde di no, e Concetto che giura d'impedire il misfatto, a costo di farsi seppellire sotto te rovine, e Sara che, ad un tratto, si butta con i pugni levati sul caporaledella fornace, invano trattenuta da Piras, e Sarmùra che accorre, vestita alla
foggia araba, in baracano e turbante, a godersi la rissa, e l'aeroplano che butta, dall'alto, fichidindia rossissimi, e l'arabo idolatra che li va a raccogliere per odorarli quasi fossero sangue raggrumato, e Milord che abbaia a lungo lugubre, e gli zagarit che si mescolano al suono dei tamburelli, e gli spari che scoppiano da ogni parte, dai tetti delle baracche e dalle cime degli alberi, dalle strade e dalle siepi, sommergendo ogni altro clamore: son queste le pazze comete che attraversano il cielo di Pietro Rupe, mentre le grandi costellazioni della coscienza sono spente, e al loro posto non resta che una nebbia gessosa, come di segni cancellati da uno straccio su una lavagna.
Piras è sempre al centro della girandola. Piras che, quando riprende il suo corpo, è cosi caro, che Rupe non può a meno di levar le braccia, nell'atto di accoglierlo sul petto. Ma il sardo è come un camaleonte. Nei momenti in cui Pietro ha più bisogno di lui, non è più lui, Licerta gli presta la sua persona sbandata che par fatta di sacchi di noci sovrapposti, per cui Pietro lo respinge con orrore. Però quello non se ne va; ora, per esempio, non fa che saltellare buffamente, a rana, attorno al letto, tra le risate degli altri malati della corsia. La vista del compagno riesce tanto molesta a Rupe che balza precipitoso a terra, per scacciarlo. Fa il giro della branda, annaspa con le mani per acciuffare lo spettro, poi ha un mancamento, e si abbandona al suolo. Un infermiere lo raccoglie, lo rimette a letto, gli applica la borsa di ghiaccio sulla fronte, gli raccomanda infine di tener gli occhi aperti, per non vedere quel che non c'è. Non capisce l'ammalato il contenuto di quelle parole, e invoca Piras che gliele spieghi. E Piras viene dal tettuccio accanto, Piras, che, ora, è tutto lui, col suo viso e il suo corpo; che non salta a rana perché non ha più i piedi legati; viene a spiegargli te parole misteriose. Quel che non c'è, è quello ch'egli seguita a vedere da tante ore: te malombre, te apparizioni che fan paura ai ragazzi, creature di sottoterra, che paion di carne come noi, e, invece, son fatte di bestemmie, fantasmi della febbre. Per non vederle, egli deve reagire alla sonnolenza. Con gli occhi aperti, con la luce, te malombre non vengono, ed egli, abituandosi a veder te cose e te persone, come sono, a poco a poco guarirà. Guarirà: magica parola che spalanca cancelli di giardini. La vista del verde è cosi intensa, che si è costretti a pararsi gli occhi con te mani. Però il profumo che emana dalle aiuole e dalla terra inebria. E si guarda col respiro.
Dopo Piras, il volto che ritorna più frequentemente nell'ossessione di Rupe, è il turco della cisterna. Risuona nella campana della mente certa frase barbara, di cui il malato ignora il significato, e che tuttavia lo atterrisce. Egli prega Piras che faccia da interprete, lui che sa l'arabo, lui
che sa tutto, ma il sardo si rifiuta, facendo segni misteriosi di silenzio, quasi quella frase fosse una terribile bestemmia. Ed ecco Pietro cadere in ginocchio, per impietosire il compagno, ed essendo questi irremovibile, rizzarsi, correre dal turco che, da un'eternità, se ne sta a cavallo, in atteggiamento statuario, tra due palme, uniche nel deserto di sabbia a fargli da cornice: minacciarlo di morte se non parla. Il turco non lo degna neppure di uno sguardo, e, allora, infuriato, Pietro lo prende di mira col moschetto, gli spara addosso una due tre quattro cinque sei sette otto nove fucilate al cuore, e quegli resta fermo in arcione, non versa una goccia di sangue dalle ferite, non emette un lamento. Né il cavallo, anch'esso di pietra come il padrone, s'impenna. Neanche nitrisce. I colpi si son persi in un misterioso velluto. Solo lo sparatore ne ha sentito la fievole eco.
Ritorna Rupe a Piras che non è più solo; è in compagnia di Valli, il quale perde sangue dalla nuca senza accorgersene; raggiunge i due compagni sulla sciara, dietro la siepe dei fichidindia, e là ordina, al primo, di spiegargli il mistero di quelle parole, e, al secondo, di seppellirsi nella sabbia. Valli subito ubbidisce. Si scava la buca con le mani poi vi si adagia dentro e aspetta che il ghibli lo ricopra. E il ghibli arriva, pauroso, soffocante, recando odor di carogne. Alle prime zaffate della bestia del sud, Piras si sgomenta, trema come una canna, non resiste più a Pietro, gli svela il mistero della frase. Il turco ha detto: La mia voce è quella di tuo fratello Cino. Tu lo sospetti. Ma quando l'avrai riconosciuta, il cervello ti scoppierà come una bomba . Impaurito dalla profezia, Pietro si agguanta la testa con ambe le mani, per impedire al cervello di scoppiare, e quello seguita a bollire, ronza come un calabrone immane, racchiuso sotto una campana di vetro, però non scoppia. Ma quel ronzio è peggio di qualunque supplizo. Nessuno può aiutarlo a non sentirlo, ché Valli è scomparso sotto il lenzuolo distesogli dal ghibli, e Piras, dopo aver spiegato l'arcano, si è dileguato. Allora Rupe ritorna dal turco, che trova sempre a cavallo, in atteggiamento di statua, nel mare di sabbia. E gli urla: Tu hai mentito, non hai la voce di Cino . Silenzio. Le sue parole non hanno eco. Neppur questa volta, l'uomo rompe la sua immobilità. Pietro, fuori di sé dal dolore e dalla sorpresa, gli si avvicina, sta per toccarlo. Un tremendo fetore lo arresta. Il turco è morto, anche il suo cavallo è morto. Si reggono per una magia del diavolo. Il ghibli, con i suoi risucchi bollenti, li sta decomponendo. Tra poco, l'odor di cadavere farà impazzire il mondo. Pietro fugge per ore ed ore nella steppa. A un tratto si volta, e vede vicinissimo il gruppo del cavallo e del cavaliere. Ha corso su un tapis
roulant che gli ha mangiato la strada. Egli si libererà di loro, quando riconoscerà che il turco ha la voce di Cino, non prima. Resiste, resiste Pietro fin che può, riprendendo la fuga per le sabbie, non voltandosi mai indietro per paura di vedere ancora il gruppo orribile. Cosi cade per terra stremato. La sete lo divora. Invece le gambe se le sente fredde gelate. E' notte, s'è fatto improvvisamente notte. E' appena calata sul deserto, ed è già insopportabile, come se durasse da sempre. Il Ghibli avrebbe dovuto placarsi, invece infuria più forte, portando dappertutto il suo odore letale. Pietro non può trattenersi dal guardare indietro. Per quanto la notte sia fonda, egli scorge vicinissimo il gruppo del cavallo e del cavaliere. Non se ne libererà che quando avrà riconosciuto nella voce del turco il timbro della voce di Cino. Non prima.
Scoppia a piangere Rupe, perché non vuole macchiarsi di quell'infamia verso il fratello, invoca Piras che è lontano e che non può accorrere, perché ha i piedi legati; invoca Sara, invoca la madre, invoca gli altri che lo aiutino; e nessuno appare. Piange dirottamente tutta la notte, quella notte che non vuol finire, piange sui piedi intirizziti per scaldarseli con le lacrime e, intanto, la sete gli arroventa la gola. Finalmente non resiste. Si solleva faticosamente a mezzo busto e grida: Tu hai la voce di Cino. E ora voglio che il cervello mi scoppi come un bomba . Aspetta. Il calabrone ronza, ma non sa evadere dalle finestre sbarrate delle tempie; il suo è un limio non un franare. E' sul punto, Rupe, di pretendere, come un diritto, l'avverarsi della profezia, quando vede arrivare, all'improvviso, e silenzioso, come se la bestia avesse gli zoccoli felpati, il turco a cavallo, piegarsi fino a terra, acciuffarlo con una mano diaccia tra capo e collo, sollevarlo sulla sella e portarlo via in un nembo di putredine. Poi il cavallo col suo macabro cavaliere scompare nella tenebra, e Pietro si trova nel pozzo, con l'acqua a mezzagamba. Nella prigione ci son già Piras e Sara. Sara è nuda dal grembo in giù. Egli la vede stretta all'uomo come un'amante, la vede agitarsi nella frenesia della voluttà, la sente gemere; e niente niente può fare per impedire l'ignominia; non può muoversi, perché ha le gambe e le braccia legate, non può neppur pronunziare una parola. Però, dopo sforzi inauditi, gli riesce di articolare un nome: Cosimo. E Cosimo, il marito di Sara, si leva dalla tomba lontana, appare alla spia del pozzo, guarda nel buio, scorge i tre, poi scoppia in una clamorosa risata. Alla risata si associa anche Piras, che ora ha perduto non solo il corpo ma anche il viso, è tutto Licerta, mentre Sara piange, e le sue lacrime cadono nell'acqua del fondo, l'acqua che invece di sollevarsi si abbassa: già appaiono i pani come funghi bianchicci, nella mota. L'acqua è bevuta dal sottosuolo, ma in sua vece assuma,
fumo invisibile, il veleno delle saline. Tra poco sarà la fine, la fine. Rupe si butterebbe in ginocchio, se potesse, per ringraziare la Provvidenza. Quel veleno arriva a vendicar lui, a punir la donna infedele e il compagno traditore. Però Piras è ora tutto Piras, viso occhi petto mani piedi, lo guarda dolente, non comprende l'odio di Pietro. E Rupe a quello sguardo si smarrisce, non scorge più Sara, non ricorda più di averla veduta abbracciata a un altro uomo, sente di voler bene all'amico come prima, si appoggia a lui, mescola le sue lacrime con quelle del fedele compagno, gli chiede perdono tra i singhiozzi.
In queste altalene, facendo capo a due tre motivi dominanti, passano le ore malate di Pietro. Egli è ormai cosi abituato a stare con i fantasmi che li vede anche ad occhi aperti, di giorno, col sole alto, quando ogni cosa prende corpo e peso. I medici, gl'infermieri, i compagni di corsia, sono associati alle sue spettacolose avventure, creature tutte del sabba scatenato nella sua testa per vendemmiarla, e lasciarla più nuda della steppa. Passando i giorni, la spinta creativa della mente si affievolisce, e, allora, si ripetono intere catene di rappresentazioni con una fedeltà e una consequenzialità di cosa realmente accaduta. E questo, se da un lato è buon segno, nel senso che la ragione non esce dal suo cerchio magnetico, e ricostruisce l'assurdo, dandogli un certo ordine, dall'altro, è indizio di forza cerebrale scemata, che potrebbe portare a irreparabili fratture.
Però quando Piras vivo, col suo corpo e col suo viso, si presenta al letto di Pietro, questi par sempre in procinto di riprendere il dominio di sé. Gli sorride, ascolta con espressione estatica le sue parole, e, se anche s'infosca, allorché un diavolo sostituisce la figura dell'amico con quella di Licerta, il suo occhio non esprime soltanto lo smarrimento, ma la vaga pena di non poter vedere Piras come realmente è. Il sardo è il compagno della sua passione. La coscienza non avverte ancora che egli sarà uno dei cardini necessari della resurrezione, però, nella zona oscura del subcosciente, c'è già il primo trasalimento di quella certezza.
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CAPITOLO 5.
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Nel momento in cui Mariano e Cino entrano nella sala, Pietro sta inseguendo Sara per una larga strada, che gli sembra quella che da Sarmùra va al Trodio, per gl'immensi ulivi che la bordeggiano, se pur disseminati di Kubbe e di Marabutti, davanti ai quali prega una infinità di gente. Sta inseguendo la sua donna, che ha il viso velato come le 
arabe. Però lui l'ha riconosciuta all'andatura, ed è ansioso di vedere dove va. La voce commossa di Mariano lo desta di soprassalto:
- Pietro, Pietro, siamo qui... Guàrdaci...
Il malato spalanca gli occhi sbigottito, vede Mariano e Cino, riceve i loro baci appassionati senza comprendere. Infine dice rivolto al fratello maggiore:
- Te lo ripeto, Mariano, per l'ultima volta. Butta giù le fornaci. Vuoi far calce di me e di Piras? Ora perdo di vista Sara...
Socchiude gli occhi cercando ancora l'amata per la strada, ma non riesce a rintracciarla. Una donna, alla quale toglie il velo per errore, avendola creduta Sara, lo respinge con un urlo di maledizione. Egli si mette a correre affannosamente, per evitare il linciaggio. Dopo un po', la calma è tornata intorno a lui. Riprende a interrogare la gente dei santuari, ma nessuno gli sa dire se ha visto Sara.
- Maledizione... balbetta. Sara mi tradisce... Sono sicuro che s'è tatuata per piacere a un altr'uomo...
Riapre gli occhi, e li fissa su Cino:
- Tu non parli? Temi che mi scoppi il cervello? Lo so che la tua voce è quella del turco. Però non puzzi come lui. Si cavalca male sul suo cavallo, se sapessi...
Dopo quelle parole, si volta su un fianco, e riprende il vaneggiamento. I medici pregano i due fratelli di lasciare il malato tranquillo. Essi, pur con dolore, ubbidiscono. Mariano è abbattuto, e deve farsi forza per contenersi. Cino, per quanto soffra, si domina assai meglio.
Il colonnello li riceve nella sua stanza riservata, mentre fa chiamare Piras. Il sardo, che ha resistito alla bufera in maniera prodigiosa (dopo tre giorni era completamente padrone di se stesso), è pallido dall'emozione, presentandosi ai due Rupe. Mariano, informato, dall'ufficiale, della parte capitale avuta dal giovane nella terribile avventura, appena lo vede lo abbraccia. Cino si contenta di stringergli le mani con forza.
- Diteci tutto, per piacere - prega il maggiore dei Rupe. Potete immaginare la nostra ansia... Credevamo di trovar Pietro completamente ristabilito. E invece...
Prima che Piras inizi il suo racconto, il colonnello medico insiste a tranquillizzare i due fratelli:
- Non si preoccupino, diano retta... Nello stato del loro congiunto non c'è alcun pericolo. Il suo stato cerebrale non presenta caratteri allarmanti, è una semplice dispersione. Intanto noi teniamo su il fisico, questo è l'importante... Per quanto seguiti a rifiutare il cibo, noi lo nutriamo lo stesso... Da questo lato, non abbiamo nulla da temere...
- E da quell'altro lato? chiede Cino preoccupato.
- Dal lato psichico son sicuro che si tratta di un marasma passeggero, determinato dalle emozioni, dalla tensione dei nervi e dalla stanchezza. Appena il corpo sia ritornato nel pieno delle sue forze, il delirio cesserà. Molto può fare la loro presenza, nell'abituare il malato a distinguere tra fantasma e realtà. A furia di vederli al suo capezzale, di fissarsi in un'impressione che campeggi sulle altre, e a poco a poco le assorba, sarà, d'istinto, portato a chiarire i suoi incontri col mondo esterno... Io son certo che la guarigione è vicina, molto più di quanto non pensiamo.
- Speriamo, signor colonnello... - risponde gravemente Mariano, Quel ragazzo non meriterebbe di finir pazzo. I regali della guerra... Il colonnello guarda imbarazzato il deputato, e non risponde. Cino svia il discorso, chiedendo a Piras di raccontare i fatti che l'hanno avuto come protagonista. Ma il sardo è cosi intimorito dalla presenza di quei personaggi che se la sbriga in due minuti. La pattuglia fu fatta prigioniera perché colpita alle spalle dagli arabi, poi quei maledetti li portarono nell'abitato, li legarono a una palma e li presero a calci e a sputi, mettendogli per sopraggiunta davanti il povero Valli con la testa fracassata, e questo non era ancora niente, perché dopo, nella notte della battaglia, li andarono a buttare in un pozzo legati come salami, e là, quando tutto pareva perduto, li andarono i nostri a salvare. Meno di due minuti, come se avesse paura di perdere il treno. Il primo a sentire la sproporzione tra il racconto e le pene durate è proprio Piras, il quale dice scusandosi:
- Peccato non ci sia il sergente... Egli sarebbe stato cosi bravo nel
 raccontare... Io non mi ci trovo...
 Non vi daremo soggezione noi... - esclama con dolcezza Maria-
no. E Piras:
- Non si tratta di soggezione... E' che, in fondo, non abbiamo fatto
niente di straordinario... Furono gli arabi e il turco vigliacco a metterci in quello stato. Chiunque si sarebbe comportato come noi... Abbiamo resistito perché non volevamo morire...
E' importante però che il supplizio l'abbiate sopportato voi e Pietro . Lasciate stare gli altri. Anche Gesù, in fondo, non ha fatto di più dei due ladroni che gli furono crocifissi ai lati, non ha fatto che morire. Non per questo il suo martirio è meno grande. Questo del pozzo è toccato a voi, ed è un privilegio. Il naso di Cleopatra lasciamolo stare agli storici da strapazzo, vero colonnello?
Ha parlato Cino, al quale l'ufficiale sorride assentendo, mentre 
Piras, sempre più terrorizzato dalla presenza di quei professori, non vede l'ora di darsi alla fuga. Ma gli toglie ogni speranza Mariano:
- Venite a colazione con noi. Cosi, tranquillamente, senza sforzarvi affatto, c'informerete di tutto. Il Comando vi darà il permesso di uscire, eh colonnello?
- Certamente, Onorevole. Andate a mettervi in ordine, Piras, e non fate aspettare questi signori...
Piras s'impala sull'attenti, facendo cozzare i tacchi, poi corre in camerata a vestirsi. Passando accanto al letto di Pietro, si ferma un momento a guardarlo. Il malato gli sorride come sempre, un sorriso istintivo, un po' vuoto, ma bellissimo. Piras pensa quale sarebbe ora la sua gioia, se ci fosse Pietro a introdurlo presso i fratelli, a far da ponte tra lui e loro, e maledice in cuor suo quel delirio che non dà requie al compagno.
- Mi raccomando, sergente Rupe, guarisca... Ma non è ancora stanco d'inseguir le ombre? Con questo bel sole...
- C'è al tuo fianco l'arabo, ti odora perché vuole il tuo sangue. Perché non lo scacci?
Piras tentenna tristemente il capo, e va a vestirsi. Purché il sergente se la cavi. Ogni giorno peggiora. Ed è appunto quel pericolo, paragonato al disagio che può venire a lui, dal fatto di trovarsi tra poco con due persone che non conosce, a far vedere a Piras tutta la vanità del suo stato d'animo. Ora il bersagliere sardo non è lontano dal disprezzarsi. Ripassando davanti alla branda di Pietro, gli rimbocca le lenzuola, gli tiene una mano sulla fronte, sorride accorato al sorriso un po' vuoto dell'infermo, e promette a se stesso di raccontare l'avventura, dando tutto il merito di essa, se un merito c'è, all'amico. Cosi si sdebiterà compieta-mente con lui. E la propria vanità sarà riscattata.
I due Rupe lasciano l'ospedale con Piras e si dirigono a un albergo vicino alla Piazza del Pane, dove han già deposto il bagaglio, appena sbarcati. La confusione dei trasporti militari, delle pattuglie che battono incessantemente la medina, è grande. Rari gl'indigeni. Non si incontrano che schiavi negri, intenti a comprare nei souk e ad attingere alle fontane con otri di pelle di vacca. Il grosso della popolazione, atterrita dalle repressioni, se ne sta tappato in casa. Corre voce di un'offensiva arabo-turca per riconquistare l'oasi.
- Aria di terrore! dice Mariano. Mi ricorda il terremoto. Il medesimo sbigottimento nei visi...
- Mi dispiace per gl'innocenti, ma per quelli che ci han sparato addosso non ho pietà... risponde Piras. Sarei io il primo a metterli
al muro. Che importava loro aver noi a Tripoli o i turchi? Avrei capito se avessero buttato a mare tanto noi che gli altri. Invece prima hanno fatto la sottomissione a Borea d'Olmo, e poi ci han reso un bel servizio.
- Mi pare però che glielo si stia facendo pagar caro... Forse troppo, eh?
- Certo noi non si scherza. D'altra parte, se è vero quel che ha raccontato oggi un berbero fatto prigioniero, che in una buca, presso Giama-el Turk, a mezz'ora da Am-Russ, si trovan sepolti centotrentacinque bersaglieri, catturati nella giornata del ventitré, costretti a scavarsi la fossa con le loro mani, e infine massacrati e buttati dentro, verrebbe la voglia di scannare anche gl'innocenti. Ogni giorno si scopron cadaveri di soldati mutilati. L'arabo io lo conosco per averlo praticato anni prima della guerra. Quando ci si mette è capace di tutto...
- Ma, mio caro Piras, che cosa si è fatto per prepararlo a riceverci diversamente? Nulla. Si è speso un occhio della testa per comprare quell'Hassuna Caramanli, la cui amicizia ha un valore zero, come si è visto in questi giorni. E si è invece trascurato il Capo dei Senussi, e tutte le consorterie religiose che tengono in mano il mondo arabo. Roba da matti. Ma tutto verrà al pettine. Questa è una guerra di mentecatti e d'illusi... Una cosa sola mi addolora, ed è che ne soffriamo tutti...
- Con noi potete parlare liberamente - dice Cino sviando ancora il discorso. Com'è lo spirito della truppa dopo gli ultimi avvenimenti?
- Buono. L'odio per l'arabo è fortissimo. Han fatto traboccare il vaso le atrocità compiute sui cadaveri. Almeno rispettate quelli, maledetti! Molti soldati, venuti in Libia senza grande convinzione, ora parlan diversamente. Ieri due uomini, un fantaccino e un bersagliere, han rifiutato la licenza di convalescenza perché vogliono ritornare in linea a vendicare i compagni. E uno di essi è anarchico. E' straordinario, vero?
- Li conoscete questi due soldati?
- Conosco l'anarchico. E' nella mia stessa camerata, a una ventina di letti da suo fratello.
- Si potrebbe parlare con lui?
- Certamente... E' stato ferito leggermente, il giorno ventitré. Ora, già in via di convalescenza, non ne vuol sapere d'andare a casa. E' incredibile... Molti lo pensano pazzo.
Cino non risponde alle parole di Piras. Si sente commosso. Quell'anarchico, che vuol ritornare in trincea a vendicare i compagni, lo riempie di consolazione e d'orgoglio. Il sovversivismo italiano non si batte. E se l'accusa che tanto lo ha fatto soffrire fosse ingiusta? Se non si 
battesse perché traviato dai capi, perché non educato alla scuola dell'ardimento e del sacrifcio? Per Cino, quell'individualista che mette da parte, con un simile atto, tutte le sue negazioni dottrinarie, che straccia la licenza, per ascoltare le voci della terra e del sangue, è un gran monito, quasi un simbolo. Lontano, codesto anarchico, dal solito propagandista del fatto, che ti butta la bomba dovunque sia, in un teatro o in un asilo, pur di ottenere il suo scopo terroristico. Virtù catartica della guerra. Quell'esuberanza di forza vitale che è nel vero sovversivo eccola indirizzata verso uno scopo più alto. I fatti seguono la logica prevista da Cino. Che la guerra di Tripoli realizzi o no le speranze del nazionalismo parolaio; che essa riveli o no la coincidenza degl'interessi delle masse con quelli di un capitalismo intraprendente, guerriero, costruttore d'impero, come avvenne per altri paesi; che essa finisca in un disastro: tutto questo ha importanza relativa per i rivoluzionari reduci dalle trincee libiche. L'essenziale è che, facendo la guerra agli arabi, il proletariato ha imparato a battersi, e che il giorno in cui scoppierà l'altra Sciara Sciat nelle strade della penisola, la borghesia si troverà di fronte, non la solita orda disarmata, che si svena sotto le raffiche di mitraglia della Forza, ma un vero esercito, disciplinato e compatto, marciante in ranghi completi, esaltato dalla fede, e certo del trionfo della sua causa. Quel giorno non ci saranno a fare il loro dovere i soliti benpensanti, educati, da una propaganda ventennale, a considerare la rivoluzione come l'atto di castrazione di una borghesia convinta dei suoi peccati e gridante il cupio dissolvi dell'ascesi. Ma chi li rimpiangerà?
Sono intanto giunti all'albergo, tenuto da un italiano di Tunisi, certo Gentili, espulso dalla colonia finitima per ragioni oscure. Costui è un uomo di mezz'età, dal viso subdolo e dal tratto servilissimo. Appena scorge i due clienti illustri, accompagnati dal bersagliere, si fa loro incontro con un sorriso di vecchia bagascia in amore. Mariano gli ordina di preparare il pranzo per tre, all'italiana, naturalmente. E lui:
- - Certo, questo signore è il fratello che cercavano... Mi congratulo vivamente con lei, signore. Che bel giovane! Sarò ben felice di servirla... Ora faccio venire un cameriere. Con permesso... Un inchino e via. Piras non ha fatto neppure in tempo a protestare il vero esser suo.
- Che curioso uomo... esclama. Lui dice la messa e lui se la sente... Io fratello loro... Ma dove ha gli occhi, quel signore?
- Vi dispiacerebbe esser nostro fratello? chiede dolcemente Mariano.
- Onorevole, che dice mai? Io sono un poveretto... Bisogna 
perdonarmi, se manco in qualche cosa... Sono abituato a trattare con gente pari mia...
- Noi non siamo pari vostri?
- Pari miei? Non scherziamo... Lei è un deputato e suo fratello è quello che è... Ce ne corre da me... Anche se combattono per il popolo, la differenza rimane, è mutile discutere...
La protesta di Mariano è inghiottita da uno schianto improvviso, che fa tremar l'albergo dalle fondamenta. Una cannonata è scoppiata a poca distanza. Un altro schianto segue in lontananza. Si sente urlare per la strada:
- Sparano i turchi... Si salvi chi può.
- E' la batteria turca che spara dalla collina di Henni su Tripoli. Non è la prima volta. L'offensiva per la riconquista dell'oasi non è lontana.
La voce di Piras è cosi calma, che Cino e Mariano hanno onta del loro batticuore. Cercano entrambi di nascondere il pallore che indovinano sui propri visi, aiutando il sardo a sprangar le finestre. Il padrone dell'albergo accorre tremante. Balbetta qualche parola, e si lascia cadere su una sedia, guardando il soffitto, come se dovesse da un momento all'altro squarciarsi.
- Dopo circa un mese non si è ancora riusciti a sloggiare i turchi dall'oasi... E' incredibile...
Cino ha parlato, più per il bisogno di paragonare la fermezza della sua voce a quella di Piras, che per esprimere un giudizio. E' soddisfatto della prova. Il battesimo del fuoco è stato accolto in modo degno. Scoppia, poco dopo, un'altra cannonata, non cosi vicina come la prima, ma assai più della seconda. Gli fa già meno impressione. E' tanta la sua contentezza, che l'andrebbe a gridare dalla finestra, se non fosse sprangata. Mariano è invece intento a soccorrere il padrone dell'albergo, il quale boccheggia come un pesce sul pagliolato.
- Che ne dite - dice Cino a Piras - se andassimo a vedere dove son caduti gli obici?
- Sarebbe un'imprudenza, avvocato... Capirei se fossimo comandati. Ma potendocene stare qui al sicuro...
- Purché qualche cannonata non sia caduta sull'ospedale - mormora Mariano.
- Giusto... soggiunge Cino mortificato di non aver pensato prima al fratello infermo. E appunto per riscattare la sua mancanza: Andiamo subito a vedere, Mariano. In ogni caso Pietro potrebbe essersi spaventato...
Una quarta cannonata raschia l'aria, e scoppia nella piazza dell'albergo. Una grossa scheggia colpisce un cornicione del fabbricato, sfracellandolo. Tonfo in basso e odor di polvere, mescolato a odore di calcinaccio. Gentili, il tunisino, sviene, ed è il meno che possa fare. Dice Piras:
- Che esagerazione... Morire per la paura di morire mi è sempre parsa una stupidaggine...
Un rombo possente di motori nell'aria gli mozza le parole. Debbono essere parecchi aeroplani, a giudicar dal fragore che fanno. Ogni cosa è dominata dalla loro esaltante presenza. Anche le sedie si sentono spuntare le ali.
- Sono i nostri apparecchi - esclama con gioia il bersagliere. - Vanno a vedere di che si tratta... Che prontezza, bravissimi. La batteria turca non farà baldoria a lungo. Poteva aspettare, il padrone, a svenire...
- Apriamo, vorrei vederli - dice impetuosamente Cino.
Piras guarda l'avvocato sorpreso. Qualche minuto prima una scheggia per poco non ha infilato la finestra. Vuol suicidarsi quell'uomo? Però un fegataccio, un'anima persa. Basta guardarlo per convincersene. Il viso di Cino è un'onda battuta da una scontratura di vento. Tutto in lui respira la grande commozione, la fierezza, il bisogno dell'avventura. Un cavallo lanciato al galoppo, il suo sangue: il sangue che urge nelle vene, e fa dolere le membra per troppo ardore di vita.
- Sarà meglio scendere abbasso per vederli... La finestra deve restar chiusa...
Dice, e infila la scala, scendendo a precipizio. L'ingresso è stato barricato dalla servitù dell'albergo. Perfino è stato chiuso il portone a chiave, quasi che le granate avessero bisogno delle chiavi per entrare. Quando ha finito di liberare il passaggio dai tavoli che l'ostruiscono, Cino si trova di fronte all'ostacolo inatteso della porta sbarrata. E' tanto il suo furore che si mette a calciare contro il legno come un ragazzo contrariato. Piras che lo ha seguito comincia a credere che il fratello di Pietro sia matto:
- Avvocato Rupe che succede...
- Questi cialtroni hanno chiuso la porta a chiave. Ormai gli aeroplani son lontani... Peccato... Li avrei veduti con piacere...
Risalgono. Mariano sta spruzzando il viso del padrone con l'acqua di una bottiglia. Egli ha sentito i calci di Cino contro la porta; indovina quel che gli passa nell'animo, e lo compiange per il male che nella vita potrà fare a sé e agli altri, per le delusioni alle quali inevitabilmente quella sua sete di dominio, quella sua spietata temerarietà, lo 
condurranno. C'è un uomo che soffre là sopra una sedia. Per quanto odioso all'aspetto, è pur sempre un uomo. Cino non l'ha neppur degnato d'una occhiata. Per lui potrebbe morire come un cane, non muoverebbe un, dito in suo aiuto. Invece, per un bel gesto, per andare a vedere gli aeroplani, o le buche lasciate dagli obici nella piazza, darebbe subito la vita.
La batteria turca ha cessato il fuoco. L'arrivo dei velivoli ha ottenuto il suo effetto. Però viene dalle lontananze un gracchiare di mitragliatrici, al quale fa seguito il fuoco di sbarramento delle navi e della nostra artiglieria da posizione. Il padrone rinviene, e, pensando trattarsi ancora del bombardamento turco, si aggrappa a Mariano come ad un salvatore, lo chiama provvidenza sua, gli bacia le mani, giura improvvisamente di portargli in letto la più bella indigena di Tripoli, se l'aiuterà a scampare la vita. A quest'ultima proposta, arrivata assolutamente inattesa, Mariano non può trattenere una clamorosa risata, e a lui si uniscono Cino e Piras. Il tunisino, sentendo ridere i tre uomini respira, riprende colore, fa perfino il gesto di rizzarsi in piedi, però ricade sulla sedia stranito:
- Mantengo la mia promessa... La più bella araba di Tripoli... Lo giuro davanti a Cristo. Non potrò dimenticare la sua bontà, Onorevole... Neanche un figlio avrebbe fatto di più...
- Non esageri... dice Mariano. Le ho solo spruzzato un po' d'acqua in viso... Chiunque avrebbe fatto altrettanto...
- Non lo dica, per l'amor di Dio... Il nome dell'onorevole Rupe rimane eterno nella mia riconoscenza. Ora vado in cucina... Speriamo che le gambe mi reggano... Faccio fare tre porzioni di spaghetti al pomodoro fresco, un bel dentice con maionese, tre bistecche ai ferri con contorno di funghi... Va bene? Non le dico la difficoltà a rifornirsi in questi giorni... E che prezzi, la roba... Ma questo è un altro discorso... Poi faccio servire della magnifica frutta, va bene? E il vino, mi scusino, che vino debbo portare? Noi abbiamo dell'algerino meraviglioso... Si fidino di me... Ornai io non sono più l'oste... Mi considero l'amico... Che dico, io divento matto... Un verme come me amico delle loro eccellenze... Però è anche vero che il pericolo affratella... Mi scusino, ora vado...
Con grandi sforzi si rizza sulle gambe, poi, piano piano, come un convalescente, raggiunge la porta. Là un inchino e via.
- Quasi comincio a credere che abbia finto lo svenimento per poterci spiattellare quella roba... E' un volpone costui - afferma Piras, mentre spalanca le finestre.
- Prima di metterci a tavola, io direi di andare fino all'ospedale a vedere se c'è qualche cosa di nuovo. Non si sa mai.
Mariano approva la proposta di Cino. Scendono tutt'e tre, si fanno aprire la porta da uno schiavo negro terrorizzato, e, in breve, per le strade che cominciano ad animarsi dopo il fuggifuggi generale, raggiungono l'ospedale. Nessuna novità. Uno degli obici è scoppiato vicino alla fabbrica, ma non ha fatto danno. I ricoverati hanno accolto il fuoco nemico senza orgasmo. Parecchi l'hanno controbattuto a furia di moccoli: ecco tutto.
I Rupe non salgono neppure a chiedere di Pietro. Ritornano all'albergo, nell'attesa che sia servito il pranzo, Piras attacca a raccontare le tragiche avventure della pattuglia nella sciara. E' tale l'emozione dei due fratelli, mentre seguono il filo della narrazione, che arrivano gli spaghetti odorosi, ed essi neppure li vedono.
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CAPITOLO 6.
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Il tunisino Gentili, porta lui personalmente il caffè del mattino a Mariano, per dimostrargli la sua dedizione. Per quanto il rifiuto dell'Onorevole a volersi coricare con la più bella araba di Tripoli l'abbia mortificato, pure l'albergatore non dispera di riuscire nell'intento per la prossima notte.
- Ha sentito - dice al giovane, che intanto sorbisce il caffè - le prodezze dei nostri aviatori, ieri? Hanno buttato un mucchio di granate a mano sulle batterie e sul campo nemico, seminando la distruzione. Se non sbaglio, questo è il primo esempio di bombardamento dall'alto che registri la guerra moderna. Il tenente Gavotti passerà alla storia, le pare?
- Io per conto mio non l'invidio. E lei?
- Neppur io... C'è di meglio nel mondo che buttare bombe e far stragi. Tuttavia ieri era una necessità... Quei cannoni turchi rischiavano di distruggere Tripoli. Pare che siano morti parecchi indigeni, e alcuni soldati nostri. Se non ci fosse stato lei a soccorrermi, sarei ora anch'io del numero.
- La prego di non esagerare... Una spruzzatina d'acqua sta acquistando sulle sue labbra l'importanza delle bombe di Gavotti.
- Per me ne ha anche di più, Onorevole... La pelle è pelle, e quando quella corre pericolo, tutto passa in seconda linea... Per questo io non dimenticherò mai l'aiuto prestatomi in quel momento critico. Per questo
voglio che accetti il piccolo dono che giurai di farle, appena ripresi il dominio di me stesso.
- La più bella araba di Tripoli... Ma perché mi vuol fare un cosi gran regalo? E' sicuro che io lo meriti, che possa pagarlo abbastanza? E marca quel pagarlosignificativamente.
- Pagare?... dice il padrone meravigliato. Ripeto che si tratta di un dono. Se lei, congedando la donna, vorrà farle un regalino, padronissimo. Ma non c'è obbligo, anzi la pregherei, nel caso che...
- Ma scusi, la donna è al suo soldo perché ne possa disporre a capriccio?
- A questo non ci pensi, Onorevole... Ogni albergatore, in questi paraggi, ha sempre delle belle indigene a disposizione dei clienti. A Fez, dove sono stato qualche anno fa, conducevo un hotel, in cui la femmina era compresa nel prezzo della camera. Il cliente, prima di fissare l'appartamento, sfogliava un album, e sceglieva la donna che più gli piaceva. Dava al bureau l'ora in cui voleva essere visitato, e se ne andava tranquillo. All'ora stabilita, puntuale come un orologio, l'amante lo andava a trovare a letto...
- Ingegnoso davvero... Soprattutto si evitavan perdite di tempo. Ogni cosa andava per il meglio...
- La donna che le ho riserbato, Onorevole, è un capolavoro. La sua nuca dice il poeta beduino è d'una bianchezza abbagliante, come il cuore della palma sotto le fibre del tronco. Il tatuaggio delle braccia è bleu e delicato come le violette. I suoi seni sono duri come dei granati, coltivati in un giardino, al quale il proprietario faccia la guardia, girandogli intorno per uno stretto sentiero... 
- Ora mi fa anche il poeta...
- Questi versi paion scritti per Zandah... Che donna... Sia che lei la voglia qui, sia che la vada a trovare a casa sua, nel suo regno, tra altre belle figliole che ballan nude, in maniera da far rizzare i morti di sottoterra, ne avrà un'impressione unica. Esser venuti a Tripoli, e non aver conosciuto Zandah, è un peccato davanti a Cristo... Io voglio farle dimenticare qualche malinconia... Uomini siamo, e giacché le cose non cambiano, anche se ce la prendiamo calda...
- E tutto questo può avvenire mentre si fucilano gli arabi sospetti di tradimento, e le granate piovono sulla città, e l'oasi è ancora contesa tra le due schiere... E' veramente incredibile...
- Non dimentichi, Onorevole, che ogni città ha i suoi segreti, e che quelli di Tripoli io li conosco assai bene. Ho nella medina le
mie amicizie, le mie relazioni.... Si capisce che per chi osserva superficialmente le cose, tutto questo non viene a galla...
L'insistenza dell'albergatore finisce con l'insospettire Mariano. In un primo tempo, egli ha creduto semplicemente a un calcolo di mezzano. Ora sente che il mezzano non abbraccia tutto l'uomo, che esso potrebbe anch'essere un agente provocatore, una spia. Gli ritornano alla mente le parole di Piras: Quasi comincio a credere che abbia finto lo svenimento . Il giovane decide di stare in guardia, e di avvertire Cino. Intanto congeda bruscamente il padrone:
- Lei, insomma, mi vuole ammogliare a tutti i costi. Se le dicessi che il suo discorso mi diverte, direi cosa non vera... Perciò la prego di risparmiarsi il fiato... Rivolga ad altri le sue attenzioni...
Gentili capisce di essere andato oltre, e si profonde in scuse:
- Onorevole, non vorrei che lei avesse frainteso...
- Basta, la prego... Non parliamo più di questo... Lei faccia l'albergatore, e lasci le donne nei lupanari... Ho altro da pensare io che a queste porcherie...
Dice, e si volta dall'altra parte, invitando l'uomo ad andarsene. Rimasto solo, batte con i polpastrelli sui muro divisorio, chiamando il fratello:
- Cino, svegliati...
- Sei tu Mariano? Che ore sono?
- Le sette... Io direi di vestirci e d'andare all'ospedale. Speriamo che Pietro abbia passata una buona nottata. Stanotte l'ho anche sognato...
- Mi vesto subito...
Si trovano, dopo circa un quarto d'ora, nell'ingresso dell'albergo. Cino ha il viso sciupato. Fino alle tre di notte, non ha fatto che vagabondare per le strade, da solo, con quella agitazione in corpo che ben conoscono gl'innamorati e gli studenti alla vigilia d'un esame decisivo. Ha anche rischiato di farsi mettere dentro. Un incorreggibile.
- Ti ho sentito rientrare... dice Mariano. Eran le tre e mezzo circa...
- Ho fatto tardi perché sono stato fermato da una pattuglia di carabinieri. In principio la storia del fratello ferito non convinceva nessuno, perché, come sai, l'accesso dei civili a Tripoli è difficilissimo. Però, quando ho mostrato il lasciapassare del Ministero degl'interni, per poco quei poveretti non mi svenivano davanti... Mi han certo preso per un gran personaggio, qualche cosa tra il Direttore Generale della Pubblica Sicurezza e il confidente segreto di Giolitti... Io ne ho approfittato per farmi un'idea degli ultimi avvenimenti... E' certo che i primi
giorni dopo Sciara Sciat, qui, si è perduta la testa... Per fortuna ora le cose vanno assai meglio...
Mentre si avviano verso l'ospedale Mariano mette a parte il fratello dei suoi sospetti su Gentili. Sarebbe interessante secondare l'uomo per vedere fin dove arriverebbe, d'altra parte quello è un gioco pericoloso: meglio tagliar netto.
- Non mi meraviglierei che fosse un informatore segreto del Governo, incaricato di studiare le nostre mosse, e di crearci qualche oscuro agguato. Bisogna stare attenti... Per esempio non trovi strano che la proposta della più bella araba di Tripoli l'abbia fatta solo a me? Che forse tu non ci sapresti stare a letto?
L'illazione tratta da Mariano esser lui, Cino, al riparo di un possibile agguato da parte del Governo, per il fatto della sua partecipazione ideale all'impresa di Tripoli, è tale da lasciar la bocca amara a costui. Tuttavia essa è legittima. Cino non può che accettarla.
- Certo è singolare - egli dice. Ti confesso che la curiosità vince in me qualunque altra considerazione... Sarei tentato di andare fino in fondo alla cosa... Comunque son convinto che Giolitti, in tutto questo, non c'entra. Probabilmente l'uomo si sarà rivolto a te perché deputato, e anche perché l'hai assistito durante il bombardamento... A meno che la scena dello svenimento non sia un trucco, come tu sospetti.
Sono intanto giunti all'ospedale. Il colonnello li riceve sorridente. Pietro ha passato una buona nottata, ha dormito quasi ininterrottamente, si è svegliato con un occhio limpido e calmo, ha preso il latte senza sforzo. Egli non ha chiesto dei fratelli, segno che non ricorda di averli visti, però ha riconosciuto definitivamente Piras. I medici han pensato di non informarlo nella speranza che rincontro possa risolvere la crisi. A tal fine, han raccomandato al bersagliere sardo di tenere il segreto.
- Che cosa dicevo loro ieri? Che la guarigione era forse più vicina di quel che credevamo. Son proprio contento di esser stato buon profeta. Senza dubbio la loro presenza ha agito beneficamente sull'inconscio del fratello... Ora tocca alla coscienza illuminarsi, dopo aver conquistato la chiarezza e la calma...
- Oh colonnello!... Che peso ci leva dal cuore... Par di rinascere... dice Mariano stringendo pallido le mani del medico. Anche Cino è profondamente commosso. Egli esprime la sua riconoscenza all'ufficiale con queste parole:
- E' per noi gran gioia associare il suo ricordo, colonnello, a questo che è uno dei più bei momenti della nostra vita...
- Troppo buono, avvocato Rupe. Io non ho fatto che il mio dovere... Però, col cuore, ho preso viva parte alla malattia del sergente, questo si... Ora li conduco da lui... Mi seguano...
Facendo da guida, per il corridoio formato dagli opposti letti, nelle due ali della corsia, e quasi nascondendo, con la sua alta statura, Mariano e Cino, il colonnello, arrivando al letto di Pietro, e scansandosi con moto brusco, ottiene di mostrare improvvisamente al malato i fratelli. Appena li vede, il primo moto difensivo di Pietro è di sbattere le palpebre su gli occhi per scacciare la visione, troppo bella per esser vera, poi, sentendosi chiamare per nome dalle voci familiari, che gli confermano la certezza incredibile balenata agli occhi e allo spirito, rizzatosi sui gomiti, dice con meravigliata gioia:
- Mariano, Cino, voi qui...
Non può dir altro che i baci dei fratelli gli tappan la bocca. Per un pezzo le uniche parole dei tre uomini sono i baci, baci umidi di pianto, le tenere strette delle mani, e, soprattutto i silenzi. Tutti hanno gli occhi lustri, anche il colonnello, anche i soldati che osservan la scena dai Ietti intorno. Il più commosso degli altri è forse Piras. Per non farsi veder piangere, il sardo si allontana, rifugiandosi alla finestra. Ora gli pare d'essere uscito interamente dal pozzo. Finché Pietro smaniava nel delirio qualche cosa di lui, Piras, restava ancora nella mota della cisterna.
Poi comincia per i tre fratelli il tenero ricordare, che segue ai grandi e ai piccoli incontri. Con le mani nelle mani, e gli occhi negli occhi, essi assaporano la dolcezza del momento. Il colonnello si è ritirato. Piras è sempre alla finestra a respirare quell'aria che, dopo l'avventura, è diventata una specie di smania per lui, i soldati non s'interessano più dell'avvenimento. I tre Rupe, rimasti soli, chiamano intorno al letto la madre e i fratelli. Nessuno manca all'appello, c'è anche Milord che rappresenta la famiglia Rupe nel mondo inferiore. Ora non solo l'ospedale, ma Tripoli tutta, ma il deserto, ma l'Africa, ma l'infinito marino, sono pieni di Rupe. Rupe agli avamposti, Rupe nelle retrovie, Rupe nelle cisterne, Rupe negli aeroplani, Rupe nel Castello, Rupe sulle navi: ovunque. Qualcuno di loro, è vero, non ha voluto, e avversa tuttora la guerra, questa guerra che, col sacrificio di Pietro, afferma la potenza di tutta la famiglia, l'estende oltre i confini della terra natale, le dà per orizzonte il mondo. E che importa? Questo è il momento in cui le idee metton la sordina; regnan solo i sentimenti. Quel che conta è che Rupe vinca, vinca contro la guerra, vinca per la guerra. Perfetto simbolo della felice contraddizione, Pietro, ostile al conflitto, e tuttavia artefice
della nuova ricchezza - eroismo patimento sofferenza - entrata in casa Rupe. Riprenderanno le idee il perduto dominio, si sottrarranno alla presente tregua, dominata dalla coscienza del potenziamento familiare. Però verranno altri momenti, in cui il circolo degli interessi ideologici s'interromperà per altre fratture. E sarà ancora il bisogno d'immortalità-Rupe che compirà il miracolo.
- Ora è venuto il momento delle commissioni... dice a un tratto Mariano. Nèoro vuol da te un arabo vivo per riformargli i connotati. Si capisce che se è un berbero lo accetterà lo stesso... Leto è più modesto... Si contenta di un turbante e di una scimitarra... Anita raccomanda che tu vada presto a Torino a gustar la sua cucina, mentre Orsa ti vuol sbalordire come mamma di famiglia, e anche come smorfiosa, perché, come sai, e se non lo sai te lo dico io, fa all'amore con Giorgio Salemi... Infine Tristano ti aspetta per leggerti il Gioacchino da Fiore, che è a buon punto, è alla fine della prima parte... Il libro, come sai, consta di sette parti, e quasi certamente sarà finito entro il millenove-centoventi.
Pietro interrompe il fratello con una risatina lieve, fragile, da convalescente. Una risatina aiutata dall'espressione luminosa felice degli occhi. Mariano riprende:
- Queste son le commissioni torinesi... Quanto a Sarmùra non ne ho avute perché non ci siamo fermati nel passare, ma tu puoi immaginarle... Anzi a ben pensarci te le ho già fatte... Ogni bacio che io e Cino ti abbiamo dato era della mamma, prima che nostro...
- Mamma, mammicedda... - mormora Pietro. Gli occhi gli si riempion di lacrime, e non può più parlare. Cino fa segno a Mariano di evitare altre emozioni al fratello.
- Piangere ogni tanto fa bene, credi Cino... E' tutto sale che si scioglie... Del resto ora viene il meglio... Voglio dire che ci sono certi baci che né io né Cino potremo darti, Pietro....
Pietro capisce che Mariano allude a Sara, e sorride di tenerezza. Ma, a questo punto, un diavolo risuscita dalla ricordanza del delirio, nettissima, l'immagine dell'amata, subdolamente velata all'araba per la strada che va da Sarmùra al Trodio disseminata di Kubbe e di Marabutti. E quell'immagine ne richiama un'altra ben più terribile, quella della donna nella cisterna, di Sara abbracciata a Piras e gemente nella frenesia della voluttà. Di botto il sorriso gli si smorza sulle labbra. E il cuore gli batte forte, e le tempie gli ricominciano a dolere. Il mutamento non sfugge ai due fratelli.
- Qualche nube? chiede Cino. E Pietro:
- Non so ancora liberarmi da certe fantasie che hanno addosso la mota del pozzo... Forse son presentimenti...
- Di che cosa si tratta?
Pietro non risponde. Ma tocca a Mariano insistere:
- Se si tratta di Sara, tu perdi il tempo, Pietro. Altre volte ti ho già detto che la tua gelosia è ridicola. Sara è una donna che rasenta la perfezione. La cosa più bella di lei non è la persona, che pure è uno splendore, ma l'amore che ha per te... E basta su questo argomento, se non vuoi che quest'ora sia turbata stupidamente...
- Saresti geloso di Sara?... Questa, poi, è nuova per me... dice Cino. No, Pietro, smettila, se non vuoi che faccia ridere alle tue spalle almeno tre continenti...
Pietro seguita a tacere. Non può levarsi dagli occhi quella Sara nuda, stretta nelle braccia di Piras. Se costui fosse il travestimento di un giusto presentimento? Se l'amata, durante la sua assenza, lo avesse tradito? E' tanto bella, quella donna. Maledizione...
- Forse è molto tempo che non ti scrive? chiede Mariano con voce più dolce cercando di andare incontro alla sofferenza di Pietro. E questi:
- L'ultima lettera l'ho ricevuta il giorno della pattuglia. Poi non so più niente. Forse ha anche scritto, ma io ero nel regno della morte...
Poi dopo una breve pausa:
- Cino, chiamami Piras... Lo voglio vedere... Dov'è?
- Te lo chiamo subito. E' alla finestra... Si è allontanato per lasciarci soli... Quel ragazzo è un tesoro...
Va alla finestra, da cui il sardo guarda smemorato il cielo, e gli batte una mano sulla spalla.
- Vi vuole Pietro, venite... Avete gli occhi rossi.
- Non è nulla. Diventando vecchi si ha la lacrima in punta, ecco tutto...
Segue Cino, e si presenta al compagno con un viso cosi affettuoso ed aperto, che Pietro sente cadere, di colpo, la visione a lui associata del tradimento di Sara. Ritorna il sorriso sul suo labbro; le tempie cessano di martellargli; è avido di abbandonarsi, per farsi perdonare gli orribili fantasmi con i quali l'abisso ha tentato di riprenderlo. Ora l'amata vince stravince in lui, si alimenta del suo rimorso, sale dalla cisterna in un cielo senza nubi, è tutta luce. Egli dice a Piras:
- So che hai già raccontato tutto... Ma non hai detto una cosa... Che io t'ho invitato a venire a Sarmùra per una settimana. Prepara le valigie, hai capito?
- Io dovevo venire a Sarmùra per conoscere l'Onorevole... Ora che l'ho visto qui...
- Ah si? Credi di cavartela cosi? Per punirti, invece di una settimana, starai in Calabria un mese... Credi che gli altri Rupe non meritino d'esser veduti?
Piras confuso non fa che giustificarsi ma le sue scuse non sono accettate da nessuno. Dopo il mese di Sarmùra andrà un altro mese a Torino.
- Quando conoscerete Culo di Ferro- dice Cino - solo le cannonate vi faranno partire da Torino...
- Ma è poi sicuro - dice il sardo - che ci daranno la convalescenza? Io sono sano come un pesce... Certo, se mi concedono qualche giorno di riposo, non lo rifiuto come Pessina... Pessina - dice a chiarimento - è quell'anarchico che ha deciso di rifiutare la licenza, come le ho detto ieri, avvocato...
- Ah... Oggi stesso mi condurrete da lui... Voglio conoscere questo fenomeno.
- Quando vuole... Anche subito... E' in fondo alla corsia... Legge sempre...
- No, questo pomeriggio. Per ora stiamo tanto bene qui a parlare delle nostre cose. Dunque una licenza vi farebbe piacere... E, sentiamo, quanto lunga?
- Anche corta... Io non pretendo troppo. Il tempo sufficiente per andare in Sardegna e ritornare... Chi sa come mi aspetta Rosa. Sarà un bel momento, quando il piroscafo entrerà in porto.
- Facendo i conti proprio all'osso, vi occorrono tre mesi. Uno per stare a casa vostra, uno a Sarmùra e uno a Torino. E magari quattro, se vorrete rimanere dell'altro, a far le fusa vicino alla vostra Rosa. Anzi, facciamo senz'altro quattro. M'impegno io di farveli avere. Tu mi aiuterai, eh Mariano?
- C'è bisogno di dirlo?
- Ma scusami - dice Pietro a Piras - perché te ne stai cosi imbambolato? Prenditi una sedia e vienmi accanto... Non sembri più tu... Non ti fa piacere che i miei fratelli si occupino di farti avere la licenza?
- Non mi fa piacere? Mi par di toccare il cielo col dito...
Un po' stordito, siede Piras tra Cino e Mariano. Gli par di sognare. Rivedere Rosa. Benedetta sia la cisterna. Ora, se il bersagliere sardo vedesse il turco del supplizio, gli butterebbe le braccia al collo. Senza di lui, gli arabi li avrebbero finiti sùbito, dietro lo sprone della sciara,
né mai alcuno avrebbe trovato la loro sepoltura. Dunque la sua crudeltà era stata un guadagnar tempo, era stata una grazia della Provvidenza. Rosa aveva certo pregato perché il fatto fosse congegnato cosi.
Se Pietro stanco non reclinasse il capo sul cuscino, socchiudendo gli occhi, in una voglia improvvisa di sonno, i tre uomini sarebbero ancor là a intrecciar progetti e sorrisi.
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CAPITOLO 7.
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Pessina, vedendo arrivare Piras, accompagnato da Cino, smette di leggere, e si pettina istintivamente con le dita i riccioli che gli piovono sulla fronte. Il sardo fa le presentazioni:
- Tu conoscerai meglio di me l'avvocato Rupe, che è delle tue idee. Digli quella storia della licenza... E' vero che non te ne importa niente d'andare a casa, e che preferisci fare il contropelo agli arabi? Poi, senza aspettar risposta, va a cercar una sedia per Cino.
- Lei è Cino Rupe? Come son contento di conoscerla... Mi chiamo Pessina. Sono anarchico individualista... Ho letto tanti articoli suoi. Mi piace come scrive...
- Dammi pure del tu. Tra rivoluzionari quel leinon ci sta.
- Grazie, volevo anche scriverti, sai, sei mesi fa, per farti leggere un mio articolo su Cafiero. Poi ho avuto timore di seccarti.
- Hai fatto male. L'avrei letto con attenzione, e magari fatto pubblicare. Del resto, siamo sempre in tempo...
- Ormai no. L'articolo l'ho stracciato, perché, dopo tanti mesi di aspettativa, non mi piaceva più...
- Buon segno... Un giovane che straccia quello che scrive a vent'anni, sarà uno scrittore a trenta...
- Non c'è pericolo... Io non arriverò a trent'anni, e non diventerò mai uno scrittore... Non sono che un giornaliero e un orecchiante, mi conosco...
Intanto Piras arriva con la sedia. Cino prende posto al capezzale di Pessina, mentre il sardo ritorna alla sua branda. Dice l'anarchico, rispondendo alla muta domanda di Rupe:
- Io ho avuto varie condanne per associazione a delinquere, sedizione, resistenza alla Forza e altre bazzecole... Il mio foglio matricolare fa spavento... Fino a ieri, ero considerato anarchico pericoloso, e tenuto d'occhio dagli ufficiali. Ora le cose son cambiate... I superiori
mi guardati quasi con simpatia... Eppure non sono lo stesso uomo di prima?
- Non chiedere troppo all'avversario, mio caro Pessina. E' già un miracolo se qualche volta si ricrede dei suoi errori. Però è positivo che la persecuzione, di cui fa oggetto le persone come te, tien desto il sacro fuoco. Quasi lo si dovrebbe ringraziare. Credi, non c'è di peggio d'una reazione che non sa cosa vuole, che ti dà la leggina in parlamento, per poi fucilarti bellamente nelle piazze. E' molto più facile che scoppi una rivoluzione governando Pelloux che un Giolitti. In questo senso io sono sempre per il peggio. I pannicelli caldi han sempre fatto male al proletariato...
Pessina approva col capo.
- Certo - dice - la fede è caduta nel fango. A Trapani di anarchici militanti non ce n'è più uno. Chi si è ammogliato, chi è emigrato, e chi infine si è buttato sotto bandiera. C'ero rimasto io, che son partito per la guerra. Sperando che lasciassi la pelle in Africa, i soliti nemici, all'imbarco, mi han fatto festa. Bisogna morire per meritare l'applauso delle cosiddette persone perbene... Che schifo...
Dopo questo melanconico preambolo, Pessina viene a parlare della rifiutata licenza:
- Che vuoi che me ne faccia della licenza? Ritornare a Trapani, dove ci sono solo, ad aspettarmi, una sorella che fa la prostituta, e un fratello mafioso? Almeno qui trovo tanti compagni che, se possono darmi una mano, per levarmi da un pericolo, non si fan pregare, e soprattutto, per darmela, non mi chiedono se sono anarchico o sacrista, se son figlio d'ignoti o se il padre ce l'ho. Insomma si respira... Si rischia la pelle, ma si respira. Non si è guardati con disprezzo e sospetto dalla gentaglia che identifica l'anarchico col bandito, si vale per il coraggio personale, si è trattati umanamente: è già qualche cosa, no?... In principio la guerra non mi andava, lo confesso. Ora, dopo aver provato il fuoco, dopo aver visto morire vicino a me tanti bersaglieri, con i quali ho fatto il chiasso, e bevuto all'osteria, son cambiato di parere. Forse l'odore del sangue mi ha dato alla testa, chi sa... Ma è anche vero che non vedo l'ora di ritornare in linea. Là sto ancora meglio di qui! E, qui, assai meglio che a Trapani. Contro gli arabi non ho odio. Come potrei averne? Però, dato che essi vogliono farmi la pelle, io cerco di farla a loro. Mors tua vita mea, ti pare?
- Complimenti... Sai anche il latino... Che mestiere hai fatto, finora?
- Un mestiere poco allegro. Facevo casse da morto. Le più belle di Trapani, le più pesanti, le meglio scolpite. Ma i signori non ne 
volevan sapere di servirsi da me, per paura che il Padreterno sentisse nel legno l'odor d'anarchico, e rifiutasse alle salme l'entrata nei cimiteri.
Cino non può trattenere un sorriso. Quel ragazzo l'interessa. C'è in lui il selvaggio aroma delle erbe che nascono nelle steppe. Erbe assetate pelose contorte, che lottano per l'esistenza, fidando solo in se medesime, e che, quando paiono sterminate dal solleone o dal gelo, te le vedi ancora germinare dalla sabbia, per un atto di grazia della natura, impaurita dalla propria solitudine. Ma, da un uomo come Pessina, ti puoi aspettare il gesto del ritorno in trincea per un patto ideale, stretto tra lui e i morti. Da un altro, in regola con la famiglia, con la patria, con la religione, con se stesso, non ti puoi aspettare che discorsi.
- Toglimi una curiosità - chiede Cino - perché hai detto che sei giornaliero? Senti che morirai giovane?
- Si. Io non ritornerò in Italia. Perché dovrei ritornare? Chi mi aspetta al molo di Trapani? Te l'ho detto... Ci fosse la speranza della Rivoluzione, eh allora, sarebbe un altro affare... Ma in quella più non spero... Ci son troppi impiegati tra di noi... Io credo che in Italia la Rivoluzione la fa la borghesia, o è inutile sperarla dai sovversivi...
- Contro chi dovrebbe farla la borghesia?
- Questo non lo so. Magari contro se stessa... Cosi per rinnovarsi, per fare qualche cosa, per un divertimento. Un futurismo più in grande...
Cino, a questo punto, allunga una mano, e prende il libro che Pessina sta leggendo. E' un'edizione popolare, ridotta, dell' Unico di Stirner. Il volume è tutto gualcito e dentro, nelle pagine, pieno di sottolineature e di richiami.
- Tu leggi l'unico. Complimenti... E' un libro difficile...
- Non credere che capisca tutto, oh no... C'è troppa filosofia per me. Capisco assai meglio Bakunin, Kropotkine e Malatesta. Son più alla mia portata. Dicono cose che sento in piccolo anch'io, e che, nel leggerle, certe volte penso: se avessi studiato, forse anch'io avrei scritto cosi bene. Qui con Stirner è tutt'altro affare... Bisogna esser stati almeno all'università per raccapezzarcisi... Tuttavia cerco di applicarmi, di sforzarmi a penetrare nella mente dell'autore... Certi passi che proprio non mi vogliono entrare un zucca, me li imparo a memoria...
- Sei un ragazzo interessante... Sento che hai letto parecchio...
- Ho fatto quel che ho potuto... Per leggere certi libri di Proudhon, di Grave e di Bakunin ho venduto casse da morto a sottocosto. E non solo. Siccome parecchi di quei volumi non eran tradotti in italiano ho studiato perfino il francese... Non ti dirò di saperlo bene ma
il senso lo afferro; e mi basta... Cosi ho potuto leggere Che cos'è la Proprietà? di Proudhon, La società morente e l'anarchia di Grave; L'Anarchia di Bakunin. E qualche altro che ora non ricordo. Invece La conquista del pane l'ho trovata tradotta e di quella me ne son saziato per davvero...
- Tuttavia, a giudicare dal tuo gesto, non mi pare che le teorie individualiste in genere, e quella di Stirner in ispecie, vengano da te applicate rigorosamente... Invece di essere un egoista tu mi diventi il soldato più generoso di tutto il corpo di spedizione...
- E' un gesto che mi piace... Mi costerebbe di più non farlo che farlo... In fondo è un egoismo anche questo...
- Sarà, anzi è cosi, senz'altro. Però è anche vero che le patrie borghesi se ne augurerebbero di soldati come te...
- Io servo alla borghesia, ma anch'essa serve a me...
- Ti serve come?
- Mi serve per quel che ti ho detto prima. Portandomi qui mi ha dato un po' di respiro... Io attraversavo un bruttissimo periodo. Prima di esser chiamato alle armi, mi trovavo nell'alternativa di ammazzarmi o di fame qualcuna grossa... Scoppiata la guerra ho pensato che era meglio farsi accoppare dagli arabi che dalle proprie mani... C'è più gusto, ed è anche più facile... Cosi ho accettato di vestire la casacca... In altri momenti, piuttosto che fare il soldato, avrei minato Trapani...
- Ma, scusa, al di fuori della possibilità di lasciar la pelle non ne vedi alcun'altra. ?
- Io no.
- Sei malato?
- Sono anche malato, ma questo non basterebbe a spiegar tutto...
- Che malattia hai?
- Sono tisico...
- Ah! mormora Cino rattristato. E, cosi malato, ti han preso sotto le armi lo stesso...
- Ho fatto di tutto per farmi prendere... Ho perfino minacciato l'ufficiale di leva... Mi hanno accettato nella speranza che schiattassi al più presto. Ecco la verità...
- Ma la ragione della tua crisi è soprattutto morale, se ho capito bene...
- Si. Ribrezzo dei miei simili. A volte penso davvero d'essere l'unico uomo di fegato e di fede che abbia l'anarchismo italiano... E per questo è logico che vada a finir male...
- Però tu sei inconseguente. Il tuo io , tanto per restare a Stirner,
dovrebbe essere rafforzato dalla coscienza dell'altrui vigliaccheria, dovrebbe trovar la spinta all'usurpazione e alla conquista, non alla rinunzia nella morte. Nel tuo desiderio di annientarti, echeggiano sentimenti cristiani, e, se questo ti può sembrar troppo, restando in sede filosofica, accenti schopenhaueriani. Partire dall'egoismo di Stimer, ultimo grido dell'ateismo quarantottesco e finire, anzi ritornare, al pessimismo di Schopenhauer, è un bel caso, tale da far riflettere... Il sentimento della individualità ti porterebbe a negare l'umanità, e a non vedere nel mondo che una preda dell' unico . Ma l' unico , arrivato a possedersi intieramente, è terribilmente solo. La coscienza di se medesimo non gli basta a riempire il vuoto da lui stesso creato, un vuoto lunare, in cui non resta che una vibrazione, la sua, un riflesso, il suo. Spaventoso monologo. Ed allora, subentra la compassione, la mitleid di Schopenhauer. Quello che tu chiami disprezzo non è altro, anche se, in apparenza, è l'opposto. La compassione del vincitore verso il vinto ti riallaccia a quell'umanità che tu hai già negata come unico . Essa ti può ridurre ad accettare quegli statuti di associazione di egoistiin cui Stirner vedeva le cellule dell'umanità futura, e ti può spingere assai più oltre, sulla via percorsa dai santi e dagli asceti, a veder la tua perfezione d'individuo nella negazione della volontà di vivere, nell'estinzione di essa nel nirvana. E giacché il nirvana tarda a venire tu, frettoloso uomo, invece di ricorrere alla pratica ascetica, trovi più agevole arrivarci con l'aiuto di uno qualunque di quei moschetti del Derna, che gli arabi han mostrato di sapere usare troppo bene, ahimè, nella battaglia del ventitré. Credo di aver tracciato il tuo ritratto nelle grandi linee. Che ne pensi?
- E' difficile che possa controbatterti, mio caro... Tu sei Cino Rupe, e io un povero autodidatta... Ti dirò per confermare la tua idea che mia madre era religiosissima. Chi sa che non finisca marabutto... In tal caso mi farò un dovere di pregare per te...
E ride, tratto tratto interrompendo la sua risata con una piccola, sommessa, modesta scarica di tosse. Cino si sente stringere il cuore. Per lui, Pessina, e per la cosa in sé. Quanti tisici nell'elemento operaio più colto e animoso. Tare di generazioni, abbandonate, senza difesa, alla speculazione del patronato ; cercanti, nelle zone basse della cultura libertaria e comunista, un'evasione da se medesime; piccoli corpi bruciati dalla febbre, coronati da grandi teste, celanti la deformità sotto la massa piovorna delle chiome, e in cui gli occhi lucidi aprono spiragli di cataclismi in permanenza; fragili fondamenta per altissimi edifici; digiuni nutriti con pane di carta; solitudini di carceri, di esili, di
paci armate, chiuse nei libri come in bare fiammeggianti; bacilli di Kock, all'assalto dell'isola di Utopia. Triste contraddizione, che spesso ha fatto pensare a Cino essere il sogno della Rivoluzione il privilegio di chi è destinato a morire giovane; compenso, consolazione, della sorte, per chi deve prepararsi al gran viaggio, senza il conforto della religione, per chi l'avvenire è tutto umano, e non celeste, per chi la giustizia sociale è l'unica prova del divino in terra. Il sogno della Rivoluzione. Ma, e la realtà? Saranno questi malati che la trarranno dai petti logori, con l'ultimo colpo di tosse, che libera dall'oppressione, ma rompe il cuore, o non sarà la Rivoluzione il destino di una nuova generazione, dal sangue giovane e tumultuoso, temprata alle fatiche degli sports ed educata al culto del bello fisico, ispirata a un nuovo paganesimo, che faccia del corpo umano una perfetta armonia di spirito e di senso?
- A che pensi ora? chiede Pessina indovinando forse la fantasticheria di Cino. Non prendertela calda per me... Ti giuro che non me ne importa niente di andarmene quanto prima... Ne ho visti troppi morire accanto a me, dieci giorni fa... E che giovani erano. Con un pugno avrebbero buttato giù un muro... E se ne sono andati lo stesso. Di loro non c'è più nulla.
- C'è il ricordo che tu hai di loro... E' tanto, se ti spinge a raggiungere il luogo in cui caddero, a cercar lo stesso approdo...
Pessina non risponde più. Con lo sguardo perso nel vuoto insegue le ombre. Rupe spia nel suo viso il segno di una commozione qualunque, e non la trova. Il petto del libertario è minato, ma il suo cuore è di bronzo.
- Ora ti lascio - dice Cino alzandosi. Forse ti ho stancato. Però son contento di averti conosciuto... Verrò ancora a trovarti, prima che tu ritorni in linea.
- Grazie... Spero che il Comando mi ci spedisca al più presto. La scalfittura che ho avuta è già tutta rimarginata... Se tu, con l'influenza che hai, puoi dire una parola per me, te ne sarò grato...
Pare un lugubre gioco, il suo. Rupe guarda il giovine sempre più perplesso. Raramente gli accadrà nella vita di trovare un uomo più formidabile. E, alla forza di lui, Cino risponde con la forza:
- Farò di tutto per aiutarti... Gli uomini come te non son di questa terra. Addio.
Gli stringe la mano, poi si allontana verso la branda del fratello, seguito dallo sguardo pensoso di Pessina.
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CAPITOLO 8.
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Pietro migliora rapidamente, lega carne come un bambino in fasce. Ritornatogli di botto l'appetito, i medici non si salvan dalle sue proteste contro il regime di malato a cui è sottoposto, che risponde ai morsi dello stomaco vorace, come il velo della rugiada notturna all'arsura del deserto. I suoi fratelli, con l'aiuto di Piras, cercano di sovvenire in qualche modo a quell'allupamento irresistibile, portandogli, da fuori, di contrabbando, frutta e dolci. Egli tutto spolvera con quattro boccate maestre, e alle domande fraterne: se è finalmente sazio: preferisce chiudersi in dignitoso riserbo.
Il morale del convalescente è un puro cristallo. La nube di Sara è stata l'ultima zampata del delirio sul suo spirito. Ora egli è tutto vibrante d'amore per la donna lontana, pensa a lei con devozione grande, le scrive letterone di dieci pagine per volta, giura, per castigarsi, di sposar Sara entro l'anno. Gliel'ha anche scritto. Immaginando la gioia dell'amata, egli prova il rimorso di non averle dato quella felicità prima. Come, prima, se Cosimo era ancor vivo? La posta del reggimento gli ha portata la corrispondenza arretrata e nuova. Un subisso di lettere e di telegrammi. Da ogni parte: da Sarmùra, da Roma, da Torino, da Milano, da persone illustri, amiche di Mariano e di Cino, da umili lavoratori, e, soprattutto, da casa. Soltanto dalla famiglia una trentina di lettere. Oh quelle della mamma, cosi semplici, cosi tenere, tutte fatte di consigli a ubbidire alle prescrizioni del medico, a non uscire dall'ospedale prima del tempo, a non stancarsi con la lettura, a non pigliar freddo, ora che la stagione rinfresca, e cosi via. Nessun accenno alla guerra, quasi che le parole dovessero evitarla per impedirle di tramare ancora. E poi quelle di Sara: lettere toccanti per la completa dedizione di una vita; un ridare, d'istinto, una nuova carica amorosa alle parole più povere e comuni; un parlare da cuore a cuore, senza presupporre il legame carnale, per una sorta di religioso pudore. E poi gli altri: Gilda ferrigna più di sempre, e ironizzante la propria paura, Lina un po' spersa, e come distaccata da tutto. Tristano dolce, quasi paterno, Orsa e Anita fresche, quasi scroscianti, come due fontanelle in un giardino, nell'alba. E infine Nèoro e Leto. Ecco la lettera del primo: Caro Pietro, chi dice che non sei un eroe è un farabutto, e ha da venirgli la sciolta, per lo spavento di vederti tornare. Ieri, per te, ho avuto un tafferuglio in classe. Un tale ha osato chiamarmi beduino per
che ho i capelli come il Moro di Venezia. Non ti dico che cos'è successo. Io ho scaraventato un calamaio sulla testa di Venanzio, e l'ho preso proprio sul cocuzzolo. Pianti, strepiti; infine mi hanno mandato via di scuola. Allora ho atteso Venanzio all'uscita, e gli ho dato il resto.
Spero che tu stia bene, ormai. Noi tutti crepiamo di salute. Orsa è sempre insieme con Salemi, diglielo pure a Mariano. Non fanno niente di male, ma, insomma, che hanno da dirsi con tutta quell'aria di mistero? Anita, poveretta, tiene il lume, e cosi pure la Teresa. Io giuro che li metterei tutt'e due in una scarpa. Che dirti della mia vita torinese? Una noia. Però, quando si gioca al foot-ball, in Piazza d'Armi, come passa il tempo... Non so se lo sai che sono il capitano della squadra di calcio del liceo. Pensa che sono ancora fresco di licenza ginnasiale, e che bazzico il liceo solo da una settimana. E' un bel gioco, il foot-ball, il più bello degli sport. Io faccio un po' di tutto, l'attaccante, il mediano, il terzino, anche il portiere, se occorre. Per la verità, ti debbo dire che anche Leto se la cava. Fa dei bei progressi, quel ragazzo. Non mi fa sfigurare.
Ora vorrei sapere da te alcune cose. La prima è questa. Le bombe che Gavotti ha buttato dall'aeroplano son come quelle di cui hanno parlato i giornali? Se per caso ti fosse sfuggita la descrizione, eccotela: Consistono in un involucro sferico d'acciaio, non più grande di una arancia, piena di alto esplosivo. Una pallina di ferro, lasciata libera nell'interno, al momento opportuno urta, quando la bomba tocca il suolo, contro il fulminante, provocando l'esplosione. Questa pallina è tenuta ferma da una molla che si deve estrarre nell'istante del getto, e la pressione della mano stringe il piccolo cerchio che mantiene la pallina immobile nel breve attimo che passa tra l'estrazione della molla e il lancio . Cosi ho letto. Ora dimmi. Per fare tutte queste operazioni c'è bisogno delle due mani, di una che tiene la bomba e dell'altra che estrae la molla, e preme sul cerchietto. Ma allora chi stringeva la cloche? O era Gavotti accompagnato da un osservatore? Però il giornale non ne parla. Oppure si può guidare l'aeroplano con i soli piedi? Tutte queste cose vorrei che tu me le chiarissi. Naturalmente, se le potessi chiedere a Gavotti in persona, sarebbe l'ideale. In questi caso, fagli i miei complimenti. Digli che lo ammiro... Chi sa quanti arabi ha mandato al creatore!... Gavotti vi ha vendicati, bravissimo.
L'altra cosa che vorrei sapere è di diversa natura. Mi si dice che le arabe si depilan le ascelle. Ci debbo credere? E perché lo farebbero? Se tu mi puoi spiegare anche questo, te ne sarò grato.
Mi pare di non avere altro. Io non faccio che pensare a te. L'altra
notte, dopo aver veleggiato verso le Sirti con un mare grosso, mi trovo in mezzo alle palme. Sparo come un dannato e ne stendo a terra parecchi. Ma ora ti ho seccato troppo, e ti bacio con tanto affetto insieme con Mariano e Cino, il tuo Nèoro, detto Culo di Ferro . La lettera ha il suo nota bene: La poesia che ti manderà Leto gliel'ho riguardata in parte io. Per quanto quell'ultimo verso, del fiato, sia un po' ridicolo, pure quel ragazzo ha attitudine, l'ha scritta in meno di un'ora. A me ci sarebbe voluto una settimana. Ancora baci. Tuo Nèoro .
Ed ecco ora la lettera di Leto: Caro Pietro, vorrei scriverti a lungo, ma una traduzione dall'italiano in latino me lo impedisce. Però sta sicuro che ti penso sempre, e che, non potendo fare altro, ieri ho cominciato un poema su di te, sull'esempio di quello d'Omero, tradotto dal Monti. Non è gran cosa, questa protasituttavia accéttala quale prova d'affetto. Come vedrai, ho anche cominciato a descrivere la battaglia di Sciara Sciat. Ecco:
Cantami o Giuno di quel Pietro Rupe gli errori e le vicende che sofferse quando dal suolo calabro si mosse per conquistare Tripoli e il deserto. E se poi di cantare a me concedi confidami le gesta e i patimenti che lo fero sopr'altri quasi un dio.
Contr'esso lui non valse l'ignominia degl'infedeli e neanche la virtute. Poiché la madre invulnerabil rese e lo protesse col suo rosso manto. Dunque tu, donna del possente Giove, terrore dell'Olimpo e degli Dei che passi per bisbetica e tiranna smentisci la tua fama, e mi concedi di osannar quell'eroe di Pietro Rupe, che fratello mi è se non lo sai.
Dopo di pace cinquantanni lunghi mossero i bersaglieri dal Peloro per soggettare la libica terra. E questa, essendo di terrena cosa divino emporio e fonte mai morente, con un colpo di man la conquistaro. Ma l'arabo fellone avea giurato di fargliela pagare un poco cara; cosi, al momento buon, quando il soldato italian sotto la fresca brezza
delle palme godevasi la vita, scaraventò su lui la morte ria. Come alla pianta mancandole l'acqua s'estingue a vista e poi più non germoglia, come se manca un po' d'olio allo lume questo fia tremulo e infin poi si spegne cosi quei giovan di vita fecondi mancando lo fiato nel buio sparivan.
L'ultimo verso Nèoro dice che è brutto. Pazienza. Non l'ho saputo far meglio. A momenti ci bisticciavamo a causa di esso. Poi abbiamo pensato a te che sei all'ospedale, e la rabbia ci è sbollita. Be' ? Quando ritorni? Noi tutti siamo impazienti di vederti. Ti daranno la medaglia? Se non te la danno, fanno una grande ingiustizia. Ma io son certo che l'avrai. Ora finisco, perché, se no, la traduzione non la termino più, e proprio domani sarò interrogato. Quindi ti mando tanti baci che dividerai con Mariano e Cino, e mi dico il vostro fratellino Leto. Anche la lettera del più piccino ha la sua coda. Ma è proprio vero che le arabe si depilan le ascelle? Io penso che chi l'ha detto a Nèoro l'ha preso in giro. Per me non ci credo. Ah, la sai la gran novità di qui? Le donne si mettono i calzoni. Ci sarà da morir dal ridere. A Torino non se n'è ancora viste, ma pare che le vedremo. Ti voglio ancora dire che ieri sera Anita è andata, con una sua amica, a sentir la Veda, quell'artista che canta nella Vedova Allegra, la quale le ha dato la sua fotografia con questa dedica: Ad Anita Rupe, sorella d'un eroe . Come ha fatto a sapere che sei un eroe? Certo dai giornali. Ancora ti bacio. Il tuo Leto. 
Abbandonato con la testa sul cuscino, Pietro legge e rilegge tutte queste lettere, beato. Se Nèoro e Leto gli riempiono l'anima di verde e di allegria, non è raro che qualche altro, non la mamma, non Sara, ma Lina, per esempio, gli veli gli occhi di malinconia. Com'è triste Lina. Perché? Ne ha chiesto a Mariano, il quale non ha saputo dirgli nulla. E allora la mestizia della sorella lontana ricorda a Pietro tutte le tristezze passate e quelle che potevano essere. Reagisce alla malinconia, prendendo nelle mani le lettere di Sara. Quanta fede in costei, confrontata alla grigia stanchezza di Lina. L'amata riconduce il sereno nella sua anima. Pensando a lei, le ore gli passano leggere e felici. Sogna a occhi aperti.
Piras non ha ricevuto dal suo paese che il telegramma di Rosa, in risposta a quello del Comando, e una letterina, anche questa della fidanzata, che però è precedente alla pattuglia. Tuttavia gli bastano. E poi, quel fiume di corrispondenza che arriva al compagno, è anche un po' suo. Affonda le mani tra i telegrammi e le buste d'ogni dimensione e colore con vera voluttà. Dice a Pietro:
- Gli amici son belli specialmente in queste occasioni. E' una soddisfazione vedersi considerati... Pare che tutti ci voglian bene...
- Credimi, Piras. La letterina della tua Rosa vale per tutti i telegrammi di estranei che non hai ricevuto. Quella è necessaria, questi in fondo sono una formalità.
- Ma gli uni non escludono l'altra, però...
- Hai ragione... Tuttavia solo la prima conta. Vedi, io darei questi telegrammi di estranei per un biglietto di Milord. Milord è l'unico della casa che non mi ha scritto, per causa di forza maggiore, s'intende. Quel bestione, un discorso politico, a furia di abbai lo saprebbe forse rimediare, tanto ha sentito parlare in vita sua di Marx e di Sorel, ma, quanto allo scrivere, è un'altra cosa... Che testone di cane... E giù una gran risata alla quale si associa Piras.
Mariano passa gran parte delle sue giornate al letto del fratello. Ormai, non solo nella corsia, ma in tutto l'ospedale, i ricoverati lo conoscono. E già lo amano. I convalescenti, quando possono, l'avvicinano, per chiedergli di questo e di quello, e il più delle volte, la domanda è un pretesto per stare in sua compagnia, per sentirlo parlare; alcuni gli raccontano di errori e di manchevolezze dei nostri comandi nei primi giorni della spedizione, perché li faccia conoscere al paese; altri gli afferman la loro fede di socialisti, consacrata in quella tale elezione, in quella tale occasione; altri infine lo pregano di mettere qualche buona parola presso il colonnello per la licenza. Tutti Mariano ascolta sorridente, a ognuno dà sigarette, francobolli, carta da lettere, giornali; e, ai più bisognosi, mette in mano qualche foglio da dieci, che è accettato con la commozione negli occhi, e tanti auguri per lui e i Rupe. Insomma, da pochi giorni che è a Tripoli, Mariano ha creato attorno a sé quell'alone di fascino, che lo accompagna dappertutto come un'aureola, a Sarmùra come a Roma, a Torino come a Milano, e che è il vero capolavoro della sua vita.
Il più geloso dell'assedio, di cui Rupe è fatto segno, è Piras, che vede di malocchio troppa gente bazzicare intorno all'amico suo. I primi
tempi, alla preghiera di qualche infermo, egli si è piegato a pregare l'Onorevole di fermarsi davanti a quel letto là, perché c'era il tal soldato che lo voleva conoscere. Ora, visto che da parte dei compagni si esagera, non ascolta più nessuno, e anzi, quando può, non fa che criticare le abitudini di questuanti di alcuni commilitoni, che fanno a pugni con la loro professione di fede rivoluzionaria. Mariano capisce la gelosia del bravo giovine, e lo assicura:
- Ma Piras siate buono con questa povera gente... Chiede cosi poco...
- Che cos'ha dato per chieder di più? Io vorrei che lei fosse a un bisogno... Non ne vedrebbe più uno di questi mammalucchi... Vengon dove c'è il grasso... Sempre cosi... Ma passata la festa, buona notte suonatori...
- Non tutti sono degli arditi e dei generosi come voi... Che cosa sarebbe il mondo, se fosse pieno di Piras? Sarebbe già perfetto, mio caro... Ed allora contentiamoci di sperare che, un giorno, un simile mondo arrivi. Ecco.
- Io, perfetto, Onorevole? Ma lei mi vuole prendere in giro... E non ci sarebbe male se il mondo fosse pieno di bestioni come me. Ne farebbe di passi, la civiltà...
- La civiltà è tutta qui dentro, amico mio... dice Mariano toccandosi il cuore. Voi, caro Piras, avete un cuore che basta anche per il vostro cervello. Perciò siete un essere privilegiato...
Mentre Mariano è sempre al letto di Pietro, Cino fa all'ospedale brevi, se pur frequenti, apparizioni. Egli si scusa col convalescente della sua poca assiduità, e raccomanda al fratello maggiore di far compagnia a Pietro, anche per lui.
Da qualche giorno, Cino vuole ottenere dal Comando di spingersi fino alla prima linea, nonostante il divieto fatto ai giornalisti, di seguire da presso le operazioni. Il Comando non ha il coraggio né di rifiutargli l'accesso, né di concederglielo. Cosi ottiene di far montare sulle furie Rupe, il quale è, perfino, giunto a minacciare un generale di rivelazioni spettacolose sulle fucilazioni degli ultimi giorni, e sul modo d'imbastire i processi al Tribunale Militare. Mariano, ch'egli informa degli sviluppi del suo tentativo, non ha neppur osato dissuaderlo, ben sapendo di urtarsi contro un macigno. Ma egli vede di malocchio questa smania del fratello, e ne parla a Pietro, non nascondendo la sua amarezza:
- Quel ragazzo potrà darci dei grandi dolori. Io non tremo per me ma per la mamma. A furia di non vedere che se stessi, si perde ogni senso di prospettiva e di misura. Questa guerra è per lui un'avventura
mentale. Che la gente si sveni per essa, non gliene importa niente. Aiutato da un coraggio personale a tutta prova, potrebbe aspettare che venisse il momento del rischio anche per lui. Quello tarda, ed egli lo provoca con ogni mezzo, come vedi... Cosi mette in pace la sua coscienza...
- C'è stata tra voi qualche discussione sulla guerra? chiede Pietro.
- No. C'è tra noi un patto di reciproca tolleranza. Siamo troppo agli antipodi. Lui vede la guerra come l'inizio della nuova epica proletaria. Io la vedo come un pessimo affare della nostra borghesia imperialista, che vuol rifarsi una verginità, dopo i madornali errori compiuti: dalla perdita di Tunisi al nostro rifiuto a cooperare con l'Inghilterra nell'occupazione dell'Egitto, dal disastro di Adua al colpo di scena della Germania ad Agadir, finito con la vittoria diplomatica della Francia. Mi auguro che Cino possa aver ragione. Ma intanto è certo che la guerra la stanno facendo i proletari per delle ragioni di equilibrio mediterraneo che s'identificano troppo con gl'investimenti del Banco di Roma in queste terre e nel Levante, per non dar sospetti.
- Come ha accolto Cino la notizia della mia avventura?
Mariano riferisce a Pietro l'incidente torinese. E conclude:
- Egli ci vuol bene, Pietro, sarebbe capace di qualunque sacrificio per noi, ne son certo. Tuttavia non bisogna chiedergli nulla. Dev'essere lui a vedere quel che gli occorre fare in vista d'un grande scopo. Il grande scopo: ecco il suo miraggio. Quando dorme, son certo che egli sogna d'esser grande; e cosi quando mangia, quando beve, quando scherza, il miraggio della grandezza non l'abbandona mai. Non te lo dico per far dell'ironia, oh no. Cino è un uomo fatale, io lo sento. Potrà anche diventare un uomo europeo, storico, se la furia di vivere, di arrivare alla gloria, con ogni mezzo, e nel più breve tempo, non gli tenderà qualche agguato... Speriamo di no... Certo questo volere andare in linea a far la prova generale della guerra, mi sa di letteratura lontano un miglio... E di bassa letteratura, purtroppo. Anche se è eroico, l'esibizionismo è sempre un po' ripugnante... Ti pare?
Forse parlando di esibizionismo, Mariano è ingiusto. Anche esibizionismo, si, ma con qualche altra cosa, dentro, con troppe altre cose. C'è, in Cino, il bisogno di sfidare se medesimo, per vedere fino a che limite possa giungere la propria virtù di combattente; di cristallizzare la volontà di potenza nel fatto; di dar sincerità al pensiero con qualche rischio; di giustificare l'interventismo tripolino davanti alle folle col battesimo in trincea. Il bombardamento di qualche giorno prima
gli ha dato una fiducia in se stesso, fino allora sconosciuta; fiducia fisica, integrante la morale, da quella sostenuta, per una dura disciplina dello spirito, che investe di sé la carne e l'illumina dal di dentro, ed ora, dopo la prova, a sua volta, sostegno del sostegno, dal di fuori.
La gioia di trovarsi degno del momento, di vedersi come aveva sperato, tante volte ha spinto Cino a portar sul discorso Piras, e da solo a solo, e in presenza di Pietro, perché il fratello sapesse. La lode del soldato già gli ha fatto, e gli fa tuttora, più piacere che l'appluso di una folla a comizio. Ed è, anche questa, una delle ragioni della vivissima simpatia che Piras gl'ispira. Quando il sardo ripete che la volontà dell'avvocato d'andare a vedere dove cadevano gli obici era pazzesca, Cino deve farsi forza per non abbracciarlo. Gli ha già promesso di prenderlo con sé come commesso allo studio. E Piras non capisce più nulla. Le cose si stan mettendo per lui troppo bene. Ora teme gli venga un accidente proprio sul più bello. Accade sempre cosi. Tu stendi la mano per prendere il frutto, e in quel momento la folgore divina t'incenerisce.
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CAPITOLO 9.
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Dopo parecchi giorni di picchia e mena, Cino riesce a ottenere dal Comando di andare a trovare quel capitano Magrini, cui Pietro deve la sua salvezza. I Rupe han già cercato di mettersi in comunicazione con lui, per esprimergli tutta la loro gratitudine, ma senza risultato. A un patto Cino ha ottenuto di spingersi fino alla prima linea, purché non ne scriva per i giornali. Egli ha dato la sua parola d'onore.
Parte nelle prime ore della notte con una colonna della sussistenza, diretta all'abitato dove avvenne la prima stazione della via crucis di Pietro e Piras. Esso è divenuto ora base della nostra azione nel settore compreso fra la Sciara Sciat e il forte di Sidi Mesri. La marcia non è lunga. Dopo un mese circa dallo sbarco, gli avamposti sono ancora alla periferia della città, sotto i tiri di protezione della Squadra. Si parla di una grande azione che deve sloggiare i turco-arabi dall'oasi, ma, per il momento, se essi si soffiano il naso, in faccia alle nostre sentinelle, li si sente dal Castello. Cino scende dal camion deluso. Pensa già di aver promesso troppo, quando si è impegnato a non scrivere per i giornali della sua visita alle posizioni.
Non gli è difficile trovare la compagnia di Magrini, distesa su una linea compresa tra la Sciara Sciat e la strada che mena a un villaggio ebreo abbandonato. La zona neutra, che, subito dopo l'irruzione dei
nostri lancieri avrebbe potuto essere occupata, è ancora res nullius . I nostri si contentan d'impedire ai musulmani di riprenderla; lo stesso fanno gli avversari. Il pozzo di Pietro si trova nel centro di codesta zona. Evidentemente, senza l'atto d'indisciplina di Magrini, i due bersaglieri sarebbero in questo momento ridotti peggio di quei pani nella mota.
Quando Cino, per un camminamento protetto, arriva agli avamposti, Magrini sta giocando a scopa col tenente Angeli, dietro una Kubba, al lume di una candela, piantata su una cassa di munizioni. Accompagnato dal soldato datogli al Comando, Rupe si presenta al capitano, che lo riceve cordialmente, offrendogli da sedere su un paiolo rovesciato. Poi gli versa della birra in una gavetta:
- Non è fresca, però si fa bere...
- Grazie... - dice Cino, prendendo la tazza di latta dalle mani dell'ospite. Beve, ma si versa buona parte della birra addosso. Magrini e Angeli non possono trattenere un sorriso ilare.
- Attento! Si rovina il vestito... avverte il tenente.
- Non è niente... risponde Cino. Però in fondo gli secca d'aver dato motivo a quei sorrisi. E soggiunge:
- Bisogna fare il tirocinio in tutto... Un'altra volta non mi succederà.
- Non ci pensi, diamine... dice Magrini. Se lei stesse una giornata in trincea, imparerebbe a bere al purone meglio di noi... Dunque, lei è il fratello del sergente che abbiamo salvato... Avvocato Cino Rupe. Ma questo è un nome che si legge spesso sui giornali... Se non sbaglio, uno dei leaders del sindacalismo...
- Difatti... Sono proprio io...
- Però c'è anche un deputato Rupe... Socialista, mi pare.
- E' mio fratello, si.
- Ah! Son proprio contento di conoscerla... Come rassomiglia al sergente... Ora ricordo benissimo... E, dica, come sta il malato? Noi lo abbiamo lasciato in certe condizioni... Le giuro che ho disperato si salvasse...
Cino informa i due uomini delle varie fasi della malattia di Pietro, coronata dalla convalescenza attuale. E conclude rivolto a Magrini:
- Dire la riconoscenza non solo mia, ma di tutti i Rupe per lei, con quattro sbrigative parole, sarebbe ridicolo, e ci rinunzio. Spero che la vita dia modo di dimostrare, con i fatti, che la mia famiglia ha buona memoria. Si ricordi, capitano, che, da questo momento, lei potrebbe chiedere a dieci fratelli qualunque rischio, anche quello supremo.
- Troppo buono... dice Magrini confuso. Il mio gesto è, in fondo, dovuto a una curiosità... Io non merito tanto...
A sua volta, il capitano racconta a Cino della miracolosa combinazione che lo ha condotto al pozzo. Dell'arabo che ha fatto da guida non ne sa più nulla.
- Che strano tipo, avvocato. Del resto questi arabi son tutti gli stessi. Hanno una faccia tra il predone e l'asceta. Non sai mai se hai nelle mani un assassino o un santo. Quello là è stato a un pelo dalla morte. E bisognava vedere con che calma aspettava la scarica dei moschetti. La sua serenità sbalorditiva mi ha fatto pensare che potesse essere innocente. A lui, più che a me, suo fratello deve la vita, creda...
Magrini non dice a Rupe degli arresti, con i quali la sua impresa è stata conclusa. Però Cino, nel chiedere ingenuamente al capitano se il suo atto di coraggio gli varrà qualche ricompensa, strappa una clamorosa risata ad Angeli, che spinge il superiore a dare delle spiegazioni, per non lasciar troppo male l'interlocutore.
- Il tenente Angeli ride perché la proposta di medaglia, non avendo potuto farmela io stesso, il Comando ha pensato bene di rimediarvi mettendomi agli arresti...
- Lei è stato messo agli arresti per aver salvato due uomini?
- Per quanto possa parere enorme, pure, creda avvocato, il provvedimento è meno ingiusto di quel che sembra a prima vista. Ci pensa, lei, che cosa sarebbe un esercito se tutti i comandanti di compagnia per motivi, che credono sacrosanti, abbandonassero la linea, facendo di loro testa? Oh Dio! Io son felicissimo d'aver commesso l'atto d'indisciplina, che mi ha valso la punizione, e le dichiaro che sarei pronto a ripeterlo. Tuttavia il Comando ha fatto bene ad essere inesorabile. Oggi, a distanza di qualche settimana dal fatto, a mente fredda, vedo la cosa sotto il suo vero aspetto. Certo, quando mi fu comunicata la punizione, ero meno sereno...
- Lo credo bene. Avrà creduto di sognare...
- Acqua passata, non pensiamoci... Ora beviamo alla salute di suo fratello e alla nostra... Versi, Angeli... Non faccia il farmacista, mi raccomando...
Angeli prende la birra da un bottiglioncino, e versa. Questa volta Cino beve circospetto, senza imbrodolarsi. Ottiene, cosi, di farsi complimentare dai due ufficiali:
- Ha visto? Alla scuola della trincea s'impara presto... dice il tenente.
- Come se l'immaginava, avvocato, la trincea? chiede Magri-
ni. Cosi come l'ha veduta? Con delle carte da gioco sparpagliate sopra una cassa da munizioni, la birra a disposizione, e la spalliera della Kubba a protezione della fucileria araba? Però, non creda che sia sempre festa, come ora. Dieci giorni fa, era caldo qui... Ne son morti tanti... Il puzzo di cadavere l'abbiamo avuto, per giorni e giorni, nel naso ; aveva impregnato abiti viveri armi, e perfino i pensieri. Solo adesso si comincia a respirare... Sente, che pace? A volte mi domando se siamo in guerra o al campo. Però questa calma non può durare... Io penso che una nostra avanzata sia vicina... Tutti se l'aspettano... Che cosa si dice in Italia di noi?
- Molto bene... I bersaglieri son portati in palma di mano... Del Comando superiore invece si criticano certe lentezze inesplicabili... A quest'ora l'oasi dovrebbe essere nostra... E invece...
- Può darsi che noi non abbiamo gli elementi per un giudizio fondato... Forse questa lentezza era necessaria per non andare incontro a sorprese... L'errore principale è d'aver fatto sbarcare i fucili del Derna. A quello si possono difficilmente trovare delle scuse... Metta poi nel conto le carovane che, dalla Tunisia e dall'Egitto, entrano continua-mente in Tripolitania, portando viveri e armi. Mi pare che noi si prenda troppo sottogamba il contrabbando...
- La verità vera - dice Angeli - è che noi abbiamo suscitato la gelosia di molti cani grossi in Europa. Purtroppo non abbiamo il fegato di mostrare i denti né alla Francia e all'Inghilterra da una parte, né alla Germania e all'Austria dall'altra. Siamo tra tutti questi botoli, e si capisce che, se possono darci qualche morso, non si fan pregare... Ma la spunteremo lo stesso. Farci soffiar la Libia, dopo Tunisi, no. Quella cara Francia farebbe uscir dai gangheri, davvero... Si piglia, dopo la Tunisia, il Marocco, senza colpo ferire, e ha ancora il coraggio di fiatare...
Cino accoglie lo sfogo del tenente, fatto in tono spicciativo e giovanile, con un sorriso a fior di labbro. Anche Magrini lo ferma con un gesto estroso:
- Per carità, Angeli, non se la prenda troppo... Vedrà che tutto andrà per il meglio... Non l'ho mai veduto cosi arrabbiato...
- Io arrabbiato? Non c'è pericolo... Son per le cose giuste, e quando vedo che un altro mi vuol fregare... Allora... Ma, ora, basta con la politica, io sono effettivo, e non debbo impicciarmene. Tutto quello che fanno i miei superiori è perfetto, tutto quello che faccio ai miei inferiori è vangelo... Cosi tiro avanti, e spero di passar capitano al più presto, gli arabi permettendo, naturale...
- Alla salute del prossimo capitano Angeli... dice Magrini, mescendo dell'altra birra nelle tre gavette. E crepi l'astrologo, francese turco inglese o tedesco che sia...
La libazione è interrotta dall'arrivo di Fortebraccio, il bersagliere che si fece calumare nel pozzo per prendere Pietro e Piras:
- Signor capitano - egli dice - è arrivato questo dal Comando di battaglione. - E gli consegna un biglietto.
Magrini legge, poi passa il biglietto ad Angeli. Il Comando ordina di mandare una pattuglia d'una decina d'uomini con un sottotenente per catturare, nella nottata stessa, presso un Marabutto che si trova sulla strada del villaggio ebreo, qualche elemento nemico, da cui avere informazioni sulle mosse imminenti delle truppe avverse.
- Ci vuole andare, Angeli? Potrei mandare Farina, ma preferisco vada lei...
- La ringrazio della fiducia... Andrò io. Bisogna partir subito?
- E' meglio non perder tempo... Prima va, e prima torna... Naturalmente, se la cosa è impossibile, non tema di tornare a mani vuote... Prudenza e furberia, mi raccomando...
Cino, il quale ha assistito al colloquio col batticuore, dice a questo punto:
- Non sarebbe possibile, capitano Magrini, aggregarmi alla pattuglia del tenente? Gliene sarei davvero grato...
Tanto Magrini che Angeli fissano Rupe stupiti. E per un momento entrambi credono che voglia scherzare.
- Perché chiede questo? dice il capitano con voce risentita. - Lo sa che una pattuglia può anche voler dire la pelle?...
- Appunto perché lo so, ho fatta questa domanda... Se mi permettesse di prender parte a questo piccolo colpo di mano, le sarei immensamente grato. Lei non può immaginare che. cosa voglia dire, per un uomo come me, che ha tanto parlato e battagliato in favore di questa guerra, poter dire a se stesso: l'ho vista cogli occhi, ora so che cos'è, avevo ragione...
- Lei parla da giornalista, avvocato. La guerra è una cosa più seria delle impressioni che può ritrarre un giornalista nel corso di una pattuglia. La guerra è molto più nell'attesa dell'azione che nell'azione stessa . Il soldato si misura assai più quando soffre la sete in trincea, senza fiatare ; quando aspetta paziente il rancio smarritosi per strada, che in un assalto alla baionetta. Se non le sembrasse un paradosso, le direi che, per noi latini, gente di sangue caldo e facile all'esaltazione, ci vuole
molto più coraggio a esser prudenti, a sapere aspettare il momento buono, che a prender fuoco, bravando se stessi e il nemico.
- Non dimentichi però - ribatte Rupe - che io ho da stare in trincea soltanto poche ore... Il suo ragionamento calza per tutti, tranne che per me...
- E lo lasci venire, capitano - dice Angeli. Se gli fa piacere respirare un po' di guerra, in fondo lo fa a suo rischio e pericolo. Da questo momento, avvocato, mi è più simpatico di prima. E, credo, anche a lei, capitano...
- Certamente... Ma non si tratta di questo... In fondo io potrei avere delle noie... Il Comando sa che l'avvocato è venuto qui... Se le accadesse qualche disgrazia - tocchi ferro, Angeli! ma insomma può sempre accadere, sarei il primo a esser chiamato in causa.
- Quale noia vuole avere? gli obbietta Cino. Io non sono un bambino. Alla mia età, certi gesti li si fa in piena coscienza... Special-mente quando si è qualcuno, quando si ha da rispondere della propria condotta davanti all'opinione pubblica. Pensi poi che, lasciato lei, son libero di raggiungere la città come meglio credo... Potrei anch'essermi sperduto... Insomma, se vuole, io le lascio una dichiarazione, prendendomi tutta la responsabilità... Lei non ha nulla da temere...
- Ma si, lo lasci venire... Anch'io son contento di averlo con me... E' una compagnia originale...
Cino ringrazia Angeli con un gesto affettuoso, mettendogli una mano sulla spalla, come ad un amico. E Magrini cede:
- Dopotutto una grana più, una meno... Mi raccomando, non fatevi fregare. Più che alla vostra pelle, pensate a me...
Cino prende le mani di Magrini, e le stringe commosso. Il capitano gli dice:
- Anche per me è una gran soddisfazione vedere che i rivoluzionari italiani sanno, all'occorrenza, mostrarsi guerrieri... Le confesso che la mia sorpresa eguaglia il piacere...
Mentre Angeli va in trincea a organizzare la pattuglia, Magrini dà a Rupe una rivoltella, gli riempie le tasche di cartuccie, e gl'infila un tascapane a tracolla, con delle bombe dentro e il pacchetto di medicazione. Potesse Cino farsi fotografare cosi. Ma subito soffre di aver avuto un pensiero tanto vano. Gli pare di essere su un palcoscenico; isolato dal pubblico, per le luci della ribalta. Però, nel buio, egli sa che tanti occhi spiano i suoi gesti, tante orecchie ascoltan le sue sommesse parole, tanti cuori battono all'unisono col suo, e tanti si senton spezzare a un accento insincero e crudele. Ma la madre e i fratelli, che indovina,
al di là del limite luminoso della ribalta, mescolati alla folla, possono solo ascoltare, solo guardare; non possono interrompere con un grido la rappresentazione. E questa si svolge, apparentemente serena, sotto il cerone e i rossetti, imponendo gesti e parole misurati, ma, dentro, nelle radici del petto, il cuore batte forte.
- Ora è a posto... dice Magrini. Potrebbe da solo mandare al creatore un centinaio di arabi.
- Spero non ce ne sia bisogno... Vedrà che non succederà nulla...
- Se non accadesse nulla, ne rimarrebbe deluso, dica la verità...
- Per un lato, si... Per l'altro, mi consolerei pensando che non è stata versata neppure una goccia di sangue...
Poco dopo arriva Angeli, che ha scelto i suoi uomini. Fortebraccio è della partita. A lui è affidato il compito di caricarsi sulle spalle una intera squadra di prigionieri. Magrini, che ha dimenticato, prima, di presentarlo a Cino, lo fa chiamare. Il colosso avanza armato dalla testa ai piedi. Pare una fortezza volante.
- Comandi, signor capitano...
- Ti presento, Fortebraccio, l'avvocato Cino Rupe. Il fratello del bersagliere che sei sceso a prender nel pozzo...
- Ah piacere... Come sta l'amico?
- Bene, grazie... Però è andato a rischio di diventar pazzo...
- Alla larga... Gli dica di farsi vedere, quando può... Bisogna che paghi da bere... Quella è una sbornia sacrosanta...
- Prometto per lui... Impegno solenne... Qua la mano...
- Ecco qua... e stritola la mano che gli si tende. Poi al tenente Angeli:
- Viene con noi l'avvocato, che s'è bardato cosi?
- Si... non ti fa piacere?
- Per me fa lo stesso... certo più siamo, e meglio è. Le pallottole non san chi scegliere da fregare, e perciò fan cilecca...
- Curiosa teoria balistica... esclama Cino ridendo. E a lui fanno coro i due ufficiali. Fortebraccio approfitta del momento per dire, guardando con occhio di pollo il bottiglioncino della birra:
- Però ho la gola secca...
- E bevi... risponde Magrini affettuoso.
- Se permette, signor capitano, mi attacco addirittura al bottiglione. Peccato sporcar la gavetta...
Dice, e al cenno di assenso di Magrini, beve a garganella, asciugando in men che non si dica il recipiente.
- Buona... Io preferisco la bionda, ma anche la bruna si lascia gargarizzare...
- Per fortuna preferisci la bionda, prendo atto...
Qualche momento dopo, salutata dal grido di in bocca al lupo del capitano, la pattuglia esce dalla trincea, infilando la strada del villaggio ebreo, costituito da alcune casette distrutte dal bombardamento, e distante, in linea retta dagli avamposti, un mezzo chilometro. A circa trecento metri da essi è il Marabutto, dove dovrebbe avvenire il colpo di mano. Sfruttando l'oscurità della notte, gli uomini procedono spediti. La calma sul campo di battaglia è grandissima. Pare che i due eserciti, intenti a preparare un'offensiva in grande, non si curino del dettaglio. Non si sente una fucilata su tutto il fronte d'attacco. Cino si trova un po' ridicolo, con quel tascapane pieno di bombe che gli ballonzola sul fianco. Nella fila indiana, fonnata dagli uomini lungo il margine stradale, egli occupa il secondo posto di testa, dopo Angeli. Alle sue spalle è Fortebraccio, il quale, camminando, rutta potente-mente a causa della birra ingollata. Il compagno che gli vien dietro lo pizzica sulle natiche per farlo star zitto, ed egli risponde con calci da mulo che, se arrivassero al segno, azzopperebbero l'amico per questa e per l'altra vita.
A una trentina di metri dal villaggio, Angeli si ferma, e tutta la squadra con lui. Riuniti gli uomini in un fossatello, egli decide di aggirare il gruppo di case da est e da ovest con tre uomini per parte, mandandone poi altri due per la strada diritta del villaggio, e lasciando gli ultimi due alle spalle, a coprir la ritirata. Rupe si aggrega alla sottopattuglia di Angeli. L'azione si svolge senza incidenti. Tutti gli uomini si riuniscono allo sbocco della strada, senza aver incontrato resistenza alcuna. Cino si domanda perché la nostra linea non debba spingersi fin qui, col vantaggio di circa mezzo chilometro. Ne vorrebbe chiedere ad Angeli, ma teme di disturbarlo, e rinvia ad altro momento la domanda.
Riprendono la marcia con maggior cautela, essendo ormai fuori di quella zona neutra che i due eserciti si riservano di conquistare, azionando le grandi masse nella prossima battaglia, la quale deve dare An Zara agl'italiani o rendere Tripoli ai musulmani. Ora Fortebraccio ha smesso di ruttare; il compagno dietro non pensa più a pizzicarlo sulle natiche; Cino trova che il tascapane pieno di bombe è meno ridicolo. Eppure la calma è la stessa di prima. Ma già si sente nell'aria la presenza dell'arabo: odore di tè alla menta e di panni sudici. Gli eucalipti e le palme si son diradati; l'orizzonte si apre; la sabbia scricchiola, come se fosse passata in un vaglio d'argento.
A un centinaio di metri di distanza, s'intravvede la massa biancastra del Marabutto, dove deve svolgersi l'operazione. Abbandonata la strada troppo scoperta, gli uomini puntan verso l'obiettivo, ripetendo la manovra di aggiramento prima eseguita per attraversare il villaggio ebreo. Anche i quattro soldati di centro, invece di camminare ai margini della strada, se ne distaccano alquanto, cercando di sfruttare i lievi avvallamenti del terreno e le macchie degli alberi. Fortunatamente, la notte è favorevole all'agguato. E' una delle poche notti africane, in cui il cielo non è di zaffiro, ma di stoppa nera e mossa. Sembra vicino un temporale.
La sottopattuglia comandata da Angeli, di cui fan parte Fortebraccio e Cino, si ferma a una ventina di metri dal Marabutto, studiando la posizione. Il tenente sta per decidersi a fare un altro sbalzo d'avvicinamento, allorché, dalla tomba del santone, parte un colpo di fucile in direzione sud della strada. A quel colpo, la sottopattuglia che ha girato da ovest, credendosi scoperta, risponde buttando una granata a mano. Un urlo di spavento e di sorpresa, poi gli arabi controbattono alla cieca con alcune fucilate. Altre bombe cadono sul Marabutto, facendo strage, a giudicare dai lamenti che si levano dal fortilizio, mescolati a grida di vendetta. Angeli non aspetta più. Lancia la sua granata, accompagnandola col grido di Roma o morte , segnale convenuto di cessazione del fuoco per tutti gli uomini della pattuglia, allo scopo di evitare di massacrarsi tra loro, quindi si lancia all'assalto, seguito da Cino e Fortebraccio. Preso tra due fuochi, il piccolo posto nemico si dà alla fuga, pur seguitando a sparare. Fortebraccio è ferito ad una coscia ma corre lo stesso come un veltro. Cino ha il cappello forato da un proiettile. Un po' stordito, come se fosse stato schiaffeggiato da una mano invisibile, egli si ferma per raccattare il cappello che gli è ruzzolato per terra. Se lo rimette in testa, e riprende a correre, per essere coi primi al Marabutto. C'è appena arrivato che un ostacolo lo fa improvvisamente inciampare, e cadere. E' un indigeno ucciso, ha tutto il petto sfondato. Cino gli stramazza addosso, lo sfiora con la faccia sulla ferita, si rizza come se l'avesse toccato un serpente, sta a guardare un attimo la massa inerte nell'ombra, si ributta a correre. Intanto la squadra ha conquistato il piccolo posto. Il colpo è riuscito. Sono rimasti presi tre prigionieri. Non c'è che da rientrare di carriera.
- Presto in linea... - grida Angeli. Tutti vivi? Contatevi.
Un attimo. Ogni frazione della pattuglia si guarda in viso. Ci son tutti. Dopo Fortebraccio, il solo ferito è Lenzi, uno dei soldati disposti alla copertura. Anche due dei prigionieri, entrambi turchi, son feriti, però
leggermente di schegge. Il terzo arabo è perfettamente incolume. S'incarica Fortebraccio di prenderlo a pedate, facendogli fare tutto il giro del Marabutto:
- Come vedi la gamba è ancora buona, sudicione... T'insegno io la creanza...
- Di corsa... grida il tenente. Saremo inseguiti. Via!
Ma, da parte del nemico, tranne qualche colpo di fucile, sparato sempre dai difensori in fuga, il ritorno in trincea della pattuglia non viene affatto ostacolato. Indubbiamente, la linea musulmana è stata colta di sorpresa. Riattraversato il villaggio ebreo, l'ultima parte del tragitto è compiuta a passo quasi normale, sia per la tranquillità che ispira l'atteggiamento dei turco-arabi, sia per non strappazzar troppo i feriti. A cento metri dai nostri avamposti, Angeli grida la parola d'ordine: Taranto . Un coro di evviva accoglie quella voce. Dopo qualche minuto, la pattuglia rientra in linea con le sue prede.
Fortebraccio ferito, invece di commuovere i compagni, li fa ridere. Ed ecco l'ercole a tirar moccoli perché lo lascian dissanguare. Invece Lenzi, che è pallidissimo, ha tutte le cure del tenente medico che gli scopre la ferita al costato, facendo un viso piuttosto preoccupato.
- Be', avvocato Rupe, ora può dire di aver visto la guerra... dice Magrini. Congratulazioni di tutto cuore... Se fosse un mio soldato, la proporrei per una medaglia... Ma lei è insanguinato... Non sarà mica ferito? chiede premuroso.
- No. Questo non è sangue mio... E' il sangue di un caduto indigeno, su cui sono andato a sbattere... Ecco la sua rivoltella e le sue bombe... Non ne ho fatto alcun uso. Meglio cosi... Posso andare a dormire...
- Cosi presto se ne va? Sono appena le undici... La pattuglia non ci ha messo più di un'ora ad andare e tornare... Si fa presto a morire, come vede...
Cino si leva il cappello, e mostra all'ufficiale il foro del proiettile nel feltro.
- Si fa presto, davvero.. La vita di Cino Rupe, non più tardi di mezz'ora fa, era attaccata ad un filo...
Magrini gli risponde, stringendogli fraternamente le mani. Ed è tutto. Tra uomini le parole qualche volta sono un inciampo. Poco dopo Rupe se ne ritorna a Tripoli, lentamente, col passo di un convalescente. La sua testa è piena di rumore. Vi sbatte dentro un tempestoso mare. Arriva all'albergo e si butta sul letto vestito, senza neppure accendere la luce...
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CAPITOLO 10.
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Ma non può prender sonno. Accende la luce, scende dal letto per andare allo specchio, si guarda la tempia ancora tutta inpiastricciata di sangue. Per un pezzo, il suo occhio non può staccarsi da quella macchia. Sente che, appena si sarà lavato, l'arabo ignoto perderà l'ultimo vincolo che ancora lo allaccia al ricordo dei vivi. Chi era quel morto, ch'egli non ha veduto, che ha solo sentito? Ecco una domanda che non avrà mai risposta. Testimonianza scaturita dall'ombra, concretatasi in un brivido, e rientrata nell'ombra. Era un uomo col suo piccolo o grande cuore, col suo piccolo grande spirito. Un uomo, ecco. Uno di quegli arabi, che non sai mai se son santi o assassini: ha detto Magrini; secchi c nodosi come gli arbusti della Gefara, ma con gli occhi azzurri, come i cieli sognati dai bambini; anime docili e terribili per la fede che ne illumina il patimento e ristora le grandi risoluzioni; esistenze chiuse tra due zagarit, della nascita e della morte, che han quasi lo stesso timbro, non troppo lieti i primi, non troppo tristi i secondi, cosi come è la vita, una cosa né troppo bella né troppo brutta, un passaggio per una strada piena di gente, con grandi lucenti souk ai margini, colmi di roba che non si può comprare col danaro, ma solo col batticuore, guardata dagli angeli che, se tu osi allungare una mano, ti segnano nel loro libro, e un giorno, quando sarai in cielo, e vorrai da Dio il tuo compenso di creatura liberata, ti diranno: Questo l'hai già preso, non ti tocca più .
Dalla macchia rossa, lo sguardo di Cino investe tutto il viso. Pare ci sia passato l'arrotino su quelle labbra, su quelle nari, su quelle pupille, su quelle guance. Ero cosi, due ore fa? O questa macchia mi rode la faccia come un vetriolo? 
Va a lavarsi. S'insapona, poi ritorna allo specchio a rimirarsi. La macchia di sangue ha tinto la schiuma di rosso; dalla tempia, essa ha ora invaso tutta la faccia; la bocca già ne sente l'acre sapore. Ritorna al lavabo, mette la testa sotto la cannella, e ve la tiene a lungo. Finalmente si asciuga, poi cerca una boccetta d'acqua di rose, e si profuma. Ora non c'è più la macchia. L'arabo è avvolto in un lenzuolo di buon odore. Potrebbe presentarsi allo Gianna cosi, in un sudario fatto di acqua di rose.
E' passata la mezzanotte, certo Mariano è a letto da un pezzo. Cino non ha parlato al fratello della sua andata agli avamposti, per non far
lo stare in ansia. Ha lasciato la cosa vaga, ha detto che, prima o poi, ci sarebbe andato. Se Mariano sapesse. Se avesse visto, poco prima, quella macchia, se vedesse quel cappello bucato e bruciacchiato... Purché, di là, non abbia sentito il rumore dello sciacquio, e non si alzi, e appaia, all'improvviso, sulla porta, per chiedergli che cosa sta facendo della sua vita... La sua vita... Una pallottola di qualche millimetro più bassa, ed ora tutto sarebbe finito. Disteso accanto all'arabo, compirebbe l'ultimo viaggio verso le fiorite dimore; Cino Rupe non esisterebbe più. Tutto quello che è stato pensato, tutto quello che è stato fatto, tutto quello che si deve fare: svanito. Una massa inerte nell'ombra, un fiore in fronte, il cielo stopposo negli occhi di vetro. Neppure un po' di terra sulla spoglia. Consumarsi al sole in attesa delle iene. Sulle ossa lucide, testimonianza, sulla sabbia, del passaggio di un uomo che si chiamò Cino Rupe, forse un pietoso raggio di luna, che accolga il voto di una madre lontana, in una limpida notte.
Cino prova il bisogno di tastarsi tutto, di sentirsi vivo, non solo di vedersi allo specchio. Parlerebbe ad alta voce, se non temesse di svegliare il fratello. Va e viene per la stanza in punta di piedi, e, ogni volta che passa davanti allo specchio, si guarda quella parte di viso che era prima macchiata di sangue. La macchia non c'è più, ma lui sèguita a vederla, come un rosso tatuaggio diventato carne nella carne e che nulla può più cancellare. Decide di uscire. Si, uscire, senza tardare un momento, per abolire quello specchio. La solitudine è un peso troppo grande per le sue spalle, stanotte. Ha bisogno di distrarsi, di non pensare all'accaduto, e, soprattutto, a quel che poteva accadere. Se non troverà nessuno con cui scambiare una parola, se ne andrà là, dove il lido è più deserto, e si parlerà da solo, reciterà qualche poesia, improvviserà un discorso alle onde: insomma farà il coribante per stordire la propria anima. Esce dalla camera in capelli. Il cappello lo ha nascosto nell'armadio. Ma, appena nel corridoio, ritorna sui suoi passi, e ripiglia il trofeo. Deve vergognarsi d'esser stato sfiorato dalla morte? Si copre con fierezza. Quel buco a fior di testa, ben visibile nel feltro, che altro significa, se non l'impotenza della Malasorte a ghermirlo? L'arabo è caduto perché non era lui, Cino Rupe. Destino che Cino Rupe cammini. Il proiettile che deve fermare la sua ascesa non è stato ancora fabbricato.
Scende le scale e, nell'entrata dell'albergo, vede Gentili, il padrone. Dal mattino che Mariano l'ha invitato a smettere, il tunisino non ha più ripetuto la sua morbida offerta. Né Cino, troppo preso dai suoi tentativi di ottenere l'andata in linea, ha più pensato di mettere in chiaro
i sospetti avanzati dal fratello. Però l'osservazione di Mariano, esser ben strano che il padrone non abbia pensato a lui, come a un possibile amante della più bella araba di Tripoli, gli è rimasta intanata nel cantuccio dell'amor proprio. Essa sonnecchia nel giovine, in attesa di un chiarimento, di natura tutta maschile.
Nel vedere il cliente, Gentili gli si fa incontro sorridente:
- Ha bisogno di qualche cosa, avvocato Rupe? Com'è profumato... E che buon odore...
- Trova? Invece a me dà il mal di capo... Guardi un po'.
- Me ne dispiace. Si vede infatti che è pallido... In casa abbiamo dell'aspirina. Se crede...
- Grazie... Non c'è che l'aria fresca per l'emicrania...
In quel momento, il tunisino si accorge del foro al cappello di Cino: Avvocato mi sbaglio o il suo cappello è bucato...
- E' bucato, si... Si vede molto?
- Abbastanza... Che cosa le è successo?
- Nulla, una piccola cosa senza importanza. Domani ne comprerò uno di ricambio. Stanotte, per girare in Tripoli, può servire lo stesso...
- Ah, quanto a questo, anche domani... Però, domani, è gran festa qui... Ha sentito? L'Italia ha dichiarato di annettersi ufficialmente la Libia. E' una giornata storica... Son le ultime notizie da Roma...
- Quando è arrivata la notizia?
- Un'ora fa... Credevo la sapesse già..
- No, l'apprendo in questo momento...
- Ha fatto bene l'Italia a decidersi... Ha aspettato anche troppo. Cosi non si toma più indietro... Cosa fatta capo ha, le pare?
- Già... Questa notte lei è più patriota del solito... Come va?
- Che dice mai, avvocato Rupe. Io ho sempre amato grandemente il paese di mio padre. Non posso dire d'esser stato trattato troppo bene da tanti connazionali, ma questo non significa. Bisogna essergli affezionati lo stesso...
- Oh per me faccia pure...
Cino sta per uscire, salutato con un grande inchino da Gentili, quando gli viene in mente l'osservazione di Mariano. Non c'è miglior momento di questo per chiarire l'equivoco. Dice al tunisino:
- Se non ha voglia di andare a dormire, mi accompagni a fare quattro passi...
- Col più gran piacere, avvocato... Eccomi a lei. Chiudo e vengo.
Poco dopo i due uomini escono dall'albergo, prendendo la direzione del Castello. Lontanissimo, sul mare, rumoreggia il tuono. L'aria è
carica di esplosivo. Le case fan l'impressione di tirarsi il cappuccio sugli occhi. Passano spazzini invisibili per le strade. Tra poco pioverà.
- Non ci sarà un caffè aperto a quest'ora? chiede Cino a Gentili.
- Tutti gli esercizi si chiudono alle undici. C'è solo il Petit Riche nella Hara, che tiene aperto fino alla mezzanotte. Ma quello non è un caffè. E' un'altra cosa... Gli avventori che non escono, quando si chiude il locale, hanno il dovere di andare a letto con le ballerine...
- In fondo non è un dovere ingrato... Che ne pensa lei?
- Secondo... Le donne del Petit Riche non son belle... Son calamai per tutte le penne...
- Eppure è quanto di meglio offre Tripoli ai forestieri...
- Oh no... Non dica questo, avvocato...
- Conosce lei qualche altro locale più degno?
- Un albergatore non deve ignorare i segreti della sua città... Questo l'ho già dettto all'Onorevole... Ma lui ha interpretato male le mie informazioni. Ha creduto chi sa che cosa...
li momento di battere sulla mancata offerta a lui, Cino, dell'araba rinunziata da Mariano, è venuto. Egli dice brutalmente:
- Mi dica un po' Gentili... Perché non ha proposto a me l'araba che mio fratello ha rifiutata... Mi crede forse impotente?
Il tunisino preso cosi alla sprovvista non riesce, per un pezzo, a spiccicare una parola. Finalmente, méssasi una mano sul petto, per un giuro solenne, e rivolti gli occhi al cielo, dice:
- Il signore mi fulmini se ho pensato quest'enormità di lei. Ma come, ma dove? Lei ha sospettato... Ma via, avvocato... Io sono veramente costernato...
- Ora non prenda la cosa sul tragico... Mi dica perché non ha fatto la stessa proposta a me. Né prima, né dopo mio fratello. Una ragione deve esserci...
- Ma è semplicissimo, avvocato... Io ho fatto a suo fratello l'offerta della donna per sdebitarmi con lui... Non era un mercato che gli proponevo, era un regalo... Con lei io non avevo lo stesso motivo di riconoscenza, pur nutrendo immensa ammirazione, questo si. Ma 1'0-norevole mi ha assistito, mi ha quasi salvato... E' un'altra cosa.. Mi capisce ora?
- Capisco bene... Capisco che lei è un furbacchione... Adesso però la smetta di giocare d'abilità e mi conduca dalla donna... Non voglio star solo stanotte... So di darle un grosso piacere.. Perciò non stia a perder tempo nella schermaglia delle parole...
- Ma avvocato... Fremo pensando al concetto che lei si è fatto di me. E' la prima volta che mi succede di essere considerato cosi male. Io l'accompagnerò dalla donna, se cosi vuole, ma le giuro che non mi sarebbe mai venuto in mente, mai... La conduco perché quasi me l'ordina... E' cosi dura, inflessibile, la sua voce, stanotte, taglia come un coltello. Non la si riconosce più... Forse il temporale vicino ha un effetto sui suoi nervi...
Cino non risponde. Non ha torto, il tunisino, notando il mutamento che si è operato nella voce e in tutto l'atteggiamento di Rupe. Costui sta attraversando uno dei suoi momenti critici. Tutte le emozioni, compresse durante la pattuglia, gli si scatenano ora nelle vene. Egli avrebbe la stessa necessità di star solo, come di non star solo. Se, da un lato, la presenza di Gentili può distrarlo dal pensiero dominante; dall'altro, Rupe, porta nella discussione l'animosità di chi vorrebbe pensare una grande cosa, che la presenza di un importuno sfuoca e disperde. E poi c'è il temporale in cielo. L'aria è irrespirabile, come un fumo, prende le tempie e la gola. Anche il mare che, al principio della serata, era calmo, ora s'è fatto mosso. La risacca delle onde contro il molo ha accenti subdoli. La Squadra s'è allontanata.
- Andiamo subito o aspettiamo ancora un po'? chiede Gentili. Io faccio quel che vuol lei... Mi comandi...
- Andiamo pur subito... E' lontano?
- No, in dieci minuti si arriva...
- Ci son molte donne?
- Sei in tutto.
- Belle?
- Molto belle...
- Tutte di Tripoli?
- Tre di Tripoli. Due sudanesi e una delle Hawaii...
- Che campionario. E lei che cos'è? Il nume tutelare della casa?
- Non si tratta di nume tutelare. A me le donne piacciono come a lei, ed allora è naturale che si vada a trovarle dove sono...
- E' una casa riservata o c'è rischio di trovarla piena di soldati?
- Lei vuole scherzare, stanotte, avvocato. Piena di soldati... Neppure a Roma si troverebbe oggi una casa più signorile, e meglio frequentata di quella.
- Dal calore con cui la difende mi viene il sospetto che lei sia cointeressato nell'azienda... Sia sincero, eh, vecchio volpone...
Il tunisino preferisce non rispondere. Il suo atteggiamento vittimista fa ridere Cino:
- Sa che lei è buffo, Gentili?
- Meglio cosi...
- Se le donne che lei ha magnificato son brutte, io brucio la casa, l'avverto...
Mentre seguitano a discorrere, hanno infilato una stradicciola più civettuola delle altre per le persiane verdissime, verniciate di fresco, che chiudono le aperture di tutte le case. E' questo, in piccolo, ridotto a una stradina, il quartiere proibito di Tripoli. Grava sul tutto un odore di seme mescolato a urina e a cuscus ribollito. Dall'interno arrivano fiochi suoni di strumenti a corda e di voci femminili.
- Si comincia male, Gentili...
- Perché?
- Non sente che odore? Ho paura che il suo paradiso sia una latrina... Dovevo immaginarmelo...
L'albergatore colpito al cuore da quella frase trova il coraggio di dire:
- Avvocato, o lei smette di offendermi o io me ne ritorno all'albergo...
- Si provi... Provi ad andarsene...
E ride tra i denti. Un riso sinistro, almeno cosi sembra al tunisino, il quale comincia ad aver paura.
- Io non capisco più nulla... Sembra toccato da una malia, avvocato. Non è più lo stesso uomo di sempre...
- Non ha detto che vuole ritornarsene? Ha già cambiato parere? Ed allora tiriamo avanti. C'è ancora molto per arrivare?
- Tra poco ci siamo. E' quella casina laggiù, d'angolo, in faccia al portico.
- Alla buon'ora... Prima ci leviamo il dente, e meglio è...
Arrivati alla casina, che, all'apparenza, non si distingue dalle altre della strada, Gentili, invece di battere alla porta, trae di tasca una chiave ed apre. Prevenendo i commenti ironici di Rupe egli dice a bassa voce:
- Ogni assiduo della casa ha la chiave... Per maggior sicurezza, e per selezionare la clientela.
- Capisco, capisco...
Entrano, e infilano un lungo corridoio rivestito ad altezza d'uomo con freschi azulejos a motivi di sole raggiante. In fondo ad esso, prima di passare nel patio che s'intravede grande e illuminato, il tunisino si ferma, e, con un martellino fasciato di cuoio, posto in un piattello di rame sopra una mensola, batte un colpo su un gong appeso al muro.
Alla chiamata, che spande una lunga vibrazione, accorre una giovane negra dal corpo virente e dalla bocca rossa, di diciott'anni o forse meno. Se anche Cino non fosse convinto che Gentili è il padrone della casa, basterebbe, a levargli ogni dubbio, l'espressione di timore quasi bestiale con cui la serva accoglie il suo accompagnatore. Il tunisino le dà alcuni ordini in trabeisi, ai quali la schiava risponde precipite, sottolineando il saettar delle parole con energici segni del capo. Dopodiché, essa si avvicina a Cino e gli prende il cappello dalle mani.
- Come ti chiami? le chiede Rupe guardandole sensualmente la bocca rilevata. Grani di marmo in golfi di corallo... cantò il poeta...
La schiava non capisce e risponde con un sorriso un po' ebete. Ma viene in suo aiuto l'albergatore:
- Si chiama Abla, viene dal Senegai... E' stata venduta al mercato di Tripoli per pochi denari. Bella bestiola, vero?
- Quanto le è costata, me lo dica Gentili...
- Avvocato, avvocato... Però la voce dell'uomo ora è rabbonita giacché la favorevole impressione, che sta ricevendo della casa Cino, è già una vittoria, per lui. Ma lo sa che ha una lingua infernale?
Entrano nel patio, che è di proporzioni notevoli, e circondato torno torno da un porticato leggero e armonioso. Nel centro fa bella mostra una fontana di porfido abbracciata da meravigliosi papiri e da aiuole di gerani, sui quali, dall'alto della terrazza, piove un fascio di luce violetta da un riflettore nascosto tra i rampicanti. L'effetto è suggestivo. Il getto dell'acqua è piuttosto modesto ma gli fa gioco quel verde d'intorno che, nel violetto diffuso dalla lastra del riflettore, acquista in intensità e morbidezza.
- Che gliene pare? chiede il tunisino trionfante. In tutta Tripoli non c'è un patio più bello. Vera anticamera del paradiso...
- Da chi si è servito, Gentili? Da qualche maestro andaluso? Congratulazioni, comunque... C'è del gusto, se pur un po' troppo pretenzioso...
Poco dopo, attesi dalla schiava che scosta una pesante portiera per farli passare, attraversato il patio, entrano in una camerina linda e fresca che fa da guardaroba a giudicare dagl'indumenti maschili che vi sono riimiti. I due uomini depongono il cappello, poi, scortati dalla giovine negra, fanno il loro ingresso nella sala principale della casa. Anche qui, come nel patio, sapiente distribuzione di luci. La sala non si rivela subito in tutta la sua ricchezza di stucchi, d'intagli e di tappeti, ma a poco a poco. E poi Cino ha altro da fare, ora, che notare
se il paradiso di Gentili è pacchiano e sa di gelateria ispano-moresca. Lo spettacolo umano l'attrae di più. Sdraiate su un vasto letto di cuscini, cinque donne, il cui unico abbigliamento è l'oro che le cerchia sulla fronte, al collo, alle braccia, alle cosce e alle caviglie, se ne stanno a osservarsi tra loro, tratto tratto accompagnando le rare e sonnolente parole con qualche scarica dei polpastrelli sulle derbuke che tengono nel vano del grembo. Son tutte belle e giovanissime: sui vent'anni. Il campionario delle pelli è ricco, va dal colore dell'oro delle arabe ai toni di velluto cenerino delle sudanesi, alla tinta di sole al tramonto dell'hawaiana. Leggeri i tatuaggi, e azzurri come vene, sul viso, sulle braccia, e perfino tra i seni, che gemmano, corolle di carne rovesciate, a sommo del petto granito e impetuoso. Il profumo, di cui sono imbevute le donne, è caldo e seminale. Sa di foreste equatoriali nel momento della fioritura. In faccia al letto, in un grande vuoto del muro, brucia un alto fuoco, che dà alla sala una temperatura da hammam. Abla vi ha buttato dentro bucce d'arance e di cedri, mescolate a foglie di cannella e a lacrime di mirra. La fiamma pare contenta della fragranza che manda. Cosi, lucente e nudo, lo spirito del fuoco, propiziatore di tutti i riti notturni e carnali, si rizza su se stesso, come un serpente in amore, incantato dalla musica e da quei sessi di femmine, glabri per un costume della razza, e somiglianti a bocche turgide, impudiche e crudeli. Però le donne si disinteressano completamente dei maschi - una quindicina in tutto - che, seduti, a qualche distanza da loro, su cuscini di pelle e balze di damaschi, fumando e bevendo, le stanno a rimirare, di sotto in su, con espressione stanca, senza curiosità, più per inerzia visiva, che per lascivia immaginaria. Basta un'occhiata a Cino per capire in quale direzione si muovano gli assidui del locale, tutti stranieri: vecchi voyeurs dalla pelle cascante, spacciatori di droghe, spie e controspie, contrabbandieri d'armi, individui loschi, legati agl'interessi delle guerre come le iene ai cadaveri. Tra quei due gruppi: l'uno di prostitute, esposte con la loro più segreta intimità all'occhio disincantato dei clienti, l'altro di viziosi e di trafficanti, arrivati a considerare spettacolo la femmina nuda, senza metterci in esso alcun interesse sessuale: il più spudorato non è certo il primo. E par quasi che le donne sentano l'eccellere della loro bestialità, rispettosa della natura, e che quegl'indifferenti accettino, come una fatalità, di esser stati tagliati fuori dal gioco: tanto l'atteggiamento delle prime verso i secondi è sprezzante, e quello degli uomini verso le prostitute malinconico.
- Un bel mortorio, non c'è che dire... dice Rupe al tunisino.
- Non le piacciono queste donne? Non ce n'è compagne in tutta l'Africa...
- Lasci stare le donne... Dico che non c'è troppo allegria, qui dentro...
- Cosa vuole, avvocato... Son tutte persone di riguardo... Non si possono mettere a schiamazzare... Le ho detto che la casa è fine...
- Forse è troppo fine per me... risponde Cino sarcastico. Ma io tutta questa gente la prenderei a pedate nel sedere... E le sue donne mi batterebbero le mani... Ma non vede che si annoiano mortalmente? Che son stanche di farsi guardare a vuoto da tutti questi impotenti?
- Avvocato, non parli cosi forte... Potrebbe compromettersi...
Come se avesse capito il dialogo svoltosi fra Cino e Gentili, una delle donne, discesa dal trono di cuscini, e fermatasi nel breve spazio lasciato libero tra il letto e il circolo degli uomini, canta, guardando fisso Rupe, l'elegia zindàli della Sposa di Tripoli maritata al vecchio che non può amarla:
Il mio dolore neppure il cammello potrebbe sopportarlo.
Per nove lunghi anni m'ha macinato il fegato, da una luna nuova all'altra. No, neppure il Pascià, neppure Giuseppe con la sua guardia di uomini valenti, lo sopporterebbero. Questo dolore ha spento il mio cuore. Come la mancina di ferro agguanta la secchia, cosi il patimento è penetrato al nervo della mia vita e lo strappa.
Non lo sopporterebbero, no, i vostri cavalli, o mio fratello, e tutti voi, neppure. Se questa tortura stringesse il cuore delle vostre donne, esse ne morrebbero perché, in verità, verrebbe loro sradicato il nervo della vita.
E neppure la mola di granito la sopporterebbe, né i cammelli dagli occhi bendati. Se il mio dolore si recasse alla montagna di Takrouna, esso ne strapperebbe le pietre e la porterebbe tutta intera su una collina. 
Finito di cantare, e senza lasciare a Cino il tempo di farsi tradurre il canto da Gentili, la donna gli si avvicina, gli prende la testa fra le mani e, dopo averlo respirato come un fiore, lo bacia a lungo sulla bocca, facendolo un po' barcollare. C'è in quel bacio un desiderio di possesso immediato, il bisogno di restituire al sesso i suoi miracoli, e c'è pure, nel fondo, la paura vinta di spingersi oltre il segno, di concedersi a un maschio prenditore, della razza degli invasori.
Le compagne della cantatrice si svegliano a quel gesto che ha ristabilito un linguaggio tra i sessi, e che appartiene a ognuna di loro, anche se è stata una sola a provocarne la scintilla. Lasciato il letto, dove son rimaste pigramente distese per ore ed ore, eccole avvicinarsi con
passo concitato alla coppia abbracciata, e circondarla da ogni lato. A tutta prima, lasciano che la compagna indugi sulle labbra dello sconosciuto. E' il suo diritto, per aver saputo attirare nelle sue braccia l'unico maschio entrato nel gineceo. Esse si contentano di accompagnare la prolungata tenerezza con gridi brevi e striduli, e agitandosi nei seni, nel ventre, nelle braccia, nelle cosce quasi fossero in procinto di abbandonarsi alla danza. Poi, improvvisamente, come dandosi la voce, si stringono addosso ai due, li agguantano tentando di dividerli, cercando, ogni donna, di sostituirsi all'altra, di strapparsi l'uomo, per sentire il suo odore, la stretta delle sue braccia, la concretezza del suo sesso. La cantatrice reagisce con pugni e graffi, e le compagne rispondono spingendo la coppia verso il letto, dove la lotta riprende in un clima di crudele divertimento, elusivo del bisogno reale di quei sessi umiliati. Un clamoroso applauso, da parte degli assidui, sottolinea il contrasto. Non solo. Uno di loro si avvicina alla parete, e spegne la luce. Non resta che il fuoco nel muro a riverberare la sua lingua di serpente per la sala. E, ad aumentare la eccezionalità della scena, ecco un violentissimo tuono scoppiare nel cielo di Tripoli, annunziando l'uragano imminente. Trema la casa dalle fondamenta, mentre, sotto il vento improvviso, si spalancano porte e finestre. Tuttavia il panico, che il temporale diffonde, non impedisce le donne di tenere la presa, di contendersi il cliente, di strappargli i vestiti, di frugarlo, baciarlo, morderlo, sopraffacendosi l'un l'altra, graffiandosi l'un l'altra, insolentendosi l'un l'altra, mescolando, ognuna, il proprio sudore a quello delle altre donne, il proprio fortore di erba fradicia alla vertigine di tutti gli altri odori che impregnano la sala. Vorrebbe, Rupe, gridare a Gentili di correre in suo aiuto, sentendosi soffocare, ma, pure in quel momento di smarrimento, egli teme di apparire indegno di se medesimo, ridicolo. Intanto Gentili è arrivato all'interruttore, gira la chiavetta, la luce non c'è. L'uragano ha interrotto la corrente. Si sente staffilare dalla prima pioggia il verde che cinge la fontana. Un altro tuono segue violentissimo, facendo vacillare la casa, e serrando la testa di ognuno come in una morsa di scoppi. Un silenzio profondo segue, solo interrotto dall'ansare dei corpi sull'alcova. Le donne stanno opponendo l'una all'altra quanto di più sordido, di più rancoroso, di più abietto, è maturato in loro durante la lunga noia delle ore vuote, nella casa di piacere. Rupe non è che il pretesto, offerto a quelle sciagurate per farsi male, per odiare l'una nell'altra la stessa catena, la stessa disperazione, lo stesso tedio.
Ed ecco, a questo punto, avanzare, dal fondo della sala, un chiarore,
una forma nuda, un'altra donna. E' Zandah, la più bella della casa, la più affascinante araba di Tripoli, quella che il mezzano, per un suo oscuro calcolo, aveva destinato a Mariano Rupe. Gambe lunghe e meravigliosamente modellate, ventre piccolo e rotondo, seni colmi e ritti, collo da levriere, testa da idolo con un fiume di capelli per le spalle. Ella chiama Gentili il quale le risponde dal buio, poi le va incontro, si aggrappa a lei. Ma la donna ora lo respinge, attirata da quella battuta di caccia su l'alcova, che ha le sue luci e le sue ombre, come il fuoco nel muro. Si avvicina Zandah a svelti passi al letto, e si butta nella mischia, portando il diritto della più bella nella conquista del cliente, del maschio prenditore. Incuneatasi tra le donne, ella apre, come il tagliamare l'onda, schiene petti teste gambe, davanti a sé, arrivando all'uomo, a Cino, di cui cerca la bocca, sul cui corpo tenta di stendersi, per occuparlo tutto, contrastata dalle altre femmine che l'han sentita venire con timore e dispetto. Una furiosa gelosia, che ha troppe sconfitte dietro di sé, spinge le cinque prostitute a unirsi contro Zandah. Essa è certo la più bella, la più desiderata dagli uomini, la più sapiente nel destar la lussuria nelle membra torpide, la più destra nel farsi rimunerare, però tutto questo ora non conta. Lo straniero appartiene a loro, a Semlia che ha cantato, che lo ha fiutato, poi a loro che lo hanno conquistato. Calata la nebbia rossa sulle pupille, le prostitute non sono più esseri umani umiliati e offesi, ma bestie assillate dal-dalla fame e dalla sete. Le bocche, dove incidono, ora lasciano il segno; le unghie artigliano le carni; sono come il diamante per il vetro. Azzannata, ferita, Zandah lascia l'uomo, e, giacché, da sola, non può sostenere l'urto, corre al fuoco e, afferrato un tizzone, si scaglia contro le compagne, bruciandole sui capelli, sul ventre, sulle mammelle, sulle spalle. Poi indietreggia verso la fiamma, per impedire alle rivali di imitare la sua mossa. Ma lo sbalordimento supera in costoro il bisogno della vendetta. Si toccano le teste, i seni, le spalle, i ventri bruciati, aspirano l'acre odore che emana dalla pelle strinata, e non fanno che gemere stupidamente.
Intanto Cino Rupe si è rizzato in piedi. Gli pare di essere stato bastonato. Vorrebbe correre verso il patio, per farsi lavar la faccia dalla tempesta, ma la visione di Zandah, che ora agita minacciosa il tizzone acceso, sollevandolo verso gli alti tendaggi di velluto della sala, quasi volesse appiccarvi il fuoco, ha un potere magnetico su di lui. Il petto di Zandah, macchiato di sangue, si alza e si abbassa con un ansito accelerato di risacca. Tutto è chiuso in potenza entro di lei. Ora, per compier l'opera, potrebbe, la donna, dar fuoco alla casa, propagare
l'incendio dappertutto. E, invece, se ne sta ferma, paga di sollevarsi su se stessa, senza uscir da se stessa, senza trasformare in atto la sua capacità di distruzione. Si contenta di ghignare ai lamenti delle nemiche vinte, ed è tutto. Il paradiso malato di Gentili resterà. I viziosi indifferenti ritorneranno alle loro case, le prostitute si placheranno, si lambiranno reciprocamente le piaghe, come le bestie, per guarirle. Cino si sente affranto come se portasse sulle spalle un peso enorme. Sconfitto, perché Zandah non è uscita da se medesima, per propagare l'incendio attorno alla sua follia.
Ritorna improvvisamente la luce, e il clima di tragedia, creato dal fuoco lingueggiante, svanisce. Le persone cercan di ricomporsi, di riprendere un volto umano; le cose trovano un nuovo equilibrio. Però un battere improvviso e minaccioso alla porta di casa, ricrea l'atmosfera del dramma. Tutti si guardano in viso preoccupati, come se un comune pericolo gravasse sull'adunata. Le donne, correndo, vanno a rifugiarsi nelle loro stanze, Zandah compresa, che butta il tizzone nel fuoco, prima di scomparire. Poco dopo, la porta che Abla non è andata ad aprire, perché Gentili svenuto non poteva dare gli ordini, è sfondata da una pattuglia di carabinieri, comandati da un maresciallo.
- Le mani in alto - ordina il sottufficiale. E giacché tutti quegli stranieri non capiscono l'italiano, si aiuta con la mimica.
- Fingete di non capire, lazzaroni? Cosi! Avete inteso? E solleva ambo le mani in alto, sulla testa, invitando gli altri a imitarlo.
In quel momento il maresciallo si accorge di Cino, il quale, calmissimo, col sorriso sul labbro, si sta aggiustando il nodo della cravatta, guardandosi a un invisibile specchio.
- Si permette di sorridere costui - borbotta il sottufficiale. Riderà bene chi riderà l'ultimo. Voi - dice a due militi - perquisite e ammanettate tutti. Nessuno escluso. Del padrone m'incarico io... Venitemi dietro, Ambrosi e Testa...
Poco dopo, dietro la siepe degli uomini scorge l'albergatore svenuto sul pavimento.
- Dev'essere questo il Gentili... Chi lo conosce di voi? chiede all'adunata. E Cino:
- Lo conosco io... E' il padrone dell'Hotel delle Sirti, dove sono alloggiato...
- Ah, è italiano, lei... dice un po' sorpreso il maresciallo, ritornando sui suoi passi. Come fa a trovarsi fra questa gente?
- Aspettavo che, invece di far mettere le manette, lei, prima, s'informasse sull'identità delle persone...
- Ordini, mi chiamo... Ho detto di mettere le manette a tutti, e lo ripeto. Avrete tempo di chiarire la vostra posizione al colonnello.
Mentre i militi ammanettano i diciassette uomini, compreso Gentili, il quale, rinvenendo, si trova incatenato, e risviene, senza che questo gli giovi, il maresciallo va a scovare dalle tane le prostitute, per acciuffarne una: Zandah. Le altre buscan solo delle solenni manate, però son lasciate libere di miagolare all'infinito nei cubicoli. Ma, su Zandah, pesa un'accusa. Quando i militi entran nella cameretta della donna, la trovano avvolta in un fiammante baracano di seta e intenta a darsi il profumo alle mammelle. La vista della meretrice affascinante non lascia insensibili gli uomini, che già sanno della sua rara bellezza. Con lei non hanno il coraggio di fare gesti irrispettosi. La invitano a seguirli, e aspettano, pazienti, che finisca di profumarsi, di pettinarsi, e di mettersi le babbucce intessute di oro, godendo per un momento della sua fragrante intimità, invidiando tutti coloro che avevan conosciuto l'amore nelle sue braccia.
Poco dopo, inquadrati su due file, e con i militi ai lati, i diciassette uomini e la donna escono dalla casa, traendo verso la vicina caserma. Ha cessato di piovere e di tuonare. L'aria, purificata dalla pioggia, è profumata. Vi esalano i loro aromi tutti i giardini della Menscia. In testa alla piccola colonna sono Zandah e Cino. Il maresciallo li ha disposti cosi, per un senso oscuro di rispetto e di timore. Mentre cammina, Zandah guarda il cielo, ove brillan le ultime stelle. Il suo viso non esprime né sgomento né serenità: forse solo la meraviglia per quelle stelle cosi brillanti dopo l'uragano. Cosi brillanti, per chi?
Mentre cammina, Rupe è aggrondato, e fissa gli occhi sul selciato. Nello spazio di poche ore il destino gli ha teso due grandi tranelli. Quello che credeva un compenso e un'evasione, non era che un secondo agguato. Ricorda l'avvertimento di Mariano a non fidarsi di Gentili; ricorda tanti altri avvertimenti del fratello, volti ad arginare il torrente della personalità in forme schiette ed umane, invece di lasciarlo rompere, per dirupi e sterpi, al mare del più sfrenato individualismo... E, per la prima volta, gli dà ragione.
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CAPITOLO 11.
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Cino è rilasciato dopo circa sedici ore di fermo , in seguito all'interrogatorio reso dal capitano Magrini e dal tenente Angeli in suo favore. Non è stato Rupe a chiamarli in causa, desiderando evitare loro qualche grossa noia. Il Comando ha agito di sua iniziativa, 
volendo assodare l'operato di Cino nelle prime ore della notte. Quel cappello bucato dalla pallottola araba gli ha giovato più di cento testimonianze. Tuttavia egli non è liberato senza prima subire una solenne intemerata dal colonnello inquisitore:
- Mi si dice che lei è un uomo rappresentativo... Le faccio i miei complimenti... Se tutti i rivoluzionari sono del suo calibro, la rivoluzione, invece che nelle piazze, la si andrà a fare nei bordelli... Ma mi faccia il piacere... Lo sa lei che, stanotte, ha rischiato di essere coinvolto in un orribile delitto da una combutta di spie e di pederasti, ai quali dobbiamo il contrabbando dalla Tunisia e dall'Egitto? Lo sa che il suo Gentili sarà fucilato quanto prima e la sua sgualdrina con lui? Che, per il gusto dell'esotismo, si debba rischiare di finire come traditori della patria, a un muro, questo non lo capisco... E' vero, che, lei, amor di patria non ne sente e che, se rischia la pelle in trincea, lo fa più per un frizzo d'esteta, che per altro. Ma tutto ciò è veramente enorme, glielo dico io. Enorme, ha capito? Ringrazi il suo Dio che le ha mandato quella pallottola nel cappello. Senza di quella, lei, nel migliore dei casi, non se la sarebbe cavata con meno di qualche mese di carcere. Il che, per un uomo politico, rappresentativo - e calca con la voce su questa parola - sarebbe stata la fine, dato il motivo dell'infortunio, s'intende. Bella fine, davvero. In fondo è un peccato che si tolga all'opinione pubblica il mezzo di farsi un giusto concetto di certi uomini che la rappresentano... Oh Dio, intendiamoci, quella cosa che piace a lei piace poi a tutti. Ma, insomma, via, c'è modo e modo... Lei viene dall'Italia per trovare un fratello ferito; viene per vedere come si battono i nostri soldati; viene all'indomani di una grande tragedia, come quella di Sciara Sciat... Viene per tutto questo; ed ecco che il primo farabutto incontrato l'abbindola come vuole, lo porta dove vuole, lo mescola a gente che sta fra il pederasta, il contrabbandiere e la spia; a gente che tra tanti difetti sapesse almeno far l'amore...
- Ha finito, colonnello? chiede calmo Cino.
- Non ne ha ancora abbastanza? Oh, se vuole, io posso continuare fino a domani... Mi pare di aver parlato chiaro...
- Troppo chiaro... Non c'è da equivocare...
- Ed allora? Che cosa ha da rispondere a sua giustificazione?
- Nulla colonnello... tutto quello che lei ha detto è vangelo...
Il colonnello lo guarda un po' perplesso, poi minaccioso:
- Se crede di fare dello spirito con me, sbaglia... Si ricordi: finché non è uscito da quella porta è in mano mia... Lo sa, questo? Lo sa che che, se voglio lo mando, in quattro e quattr'otto, al Tribunale 
Militare?... Avrebbe un bel darsi daffare suo fratello, l'Onorevole, per soffocare lo scandalo. Sarebbe la rovina non solo per lei, ma per tutti i suoi... Un bel risultato, davvero... Quindi la smetta di prendere in giro la gente, e impari una buona volta, a vivere... Questo è il consiglio che le dò. Ed ora, se crede, si accomodi pure. Quella è la porta...
Pallidissimo, Cino, indeciso se buttarsi sul colonnello e picchiarlo, o inginocchiarglisi davanti, e baciargli le mani, non fa né l'una né l'altra cosa. Barcollando come un ubriaco, saluta a fior di labbro, ed esce. Fuori c'è Mariano ad aspettarlo. Son dieci ore che passeggia davanti alla Caserma. I due fratelli si abbracciano commossi. Raggiungono l'albergo, senza dirsi una parola. Per le scale, Cino ha un mancamento. Mariano lo solleva nelle braccia come un bambino, e lo porta a letto.
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CAPITOLO 12.
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Lasciano Tripoli dopo qualche giorno, quando non Pietro, che si può dir guarito dal momento in cui ha riconosciuto i fratelli, ma Cino, che ha fatto la sua brava malattia con febbre e delirio, è completamente ristabilito.
Il mattino in cui si sveglia sfebbrato, viene informato da Piras, ignaro dell'accaduto, che il giorno avanti, nel cortile della caserma di cavalleria, sono stati fucilati un tunisino ed un'araba, colpevoli d'intesa col nemico, e di contrabbando d'anni alla frontiera. L'uomo, a sentir Piras, è morto da vigliacco, tremando come una canna al vento, e bevendosi le lacrime. Invece la donna ha affrontato la morte come una leonessa. Prima di essere condotta davanti al plotone d'esecuzione, ha chiesto di fare le sue abluzioni, di profumarsi tutta, di pregare. Poi ha bevuto un tè alla menta. E, infine, con passo sicuro, si è andata a mettere al muro da sola, guardando in faccia i soldati a qualche distanza da Gentili, per non sentire i suoi singhiozzi. E, un momento prima di ricevere la scarica, s'è scoperta nei seni. Una meraviglia mai veduta: dice Piras, cui l'ha raccontato uno dei militi esecutori; due frutti di una freschezza miracolosa; due mele cotogne, da potersi presentare al Signore; due cose parlanti e perfette, che han fatto tremare le canne dei fucili. E, un secondo dopo, quei seni non c'erano più, sfracellati dal piombo, ridotti a una bocca gorgogliante di sangue.
Mariano, al quale Cino chiede qualche altro ragguaglio sul processo e sull'esecuzione, non ha molto da aggiungere a quello che Piras ha già detto. Pare che le prove contro Gentili fossero schiaccianti. Cosi
pure contro Zandah, la quale era anzi l'istigatrice, una specie di sacerdotessa profana della guerra santa. Invece le prove contro gli assidui della casa del tunisino, si erano urtate contro gravi barriere di ordine politico, per cui bisognava andar cauti nel giudicare. Insomma era chiaro che, se non tutti, certo i più se la sarebbero cavata.
C'è nel tono con cui Mariano parla dei fatti, un evidente disagio, quasi il timore di indugiare attorno a un pericolo ancor troppo vicino per esser staccato e commentato. Perciò Cino non chiede altro. Del resto, i due fratelli si capiscono anche tacendo. Anzi le cose che non si dicono son talvolte le più belle, le più piene, le più fraterne.
S'imbarcano il giorno dopo che il malato ha lasciato il letto. Egli si sente ancora debole, tuttavia gli ha preso una tal smania di partire che nessuno più lo terrebbe, in terra d'Africa. Bisogno di mettere tra sé e la nottata pazza l'infinito marino. Finché respira l'aria della steppa, la steppa se la sente nel cuore.
Con i tre Rupe s'imbarca Piras, al quale Mariano ha ottenuto due mesi e mezzo di licenza di convalescenza. Tanti quanti a Pietro. Il sardo non sta più nella pelle. Due mesi e mezzo, oltre, naturalmente, il viaggio.
Al molo vengono tanti bersaglieri a salutare Mariano Rupe. Molti hanno gli occhi lucenti, quando il piroscafo s'avvia... Per Cino è venuta una sola persona: Pessina. L'anarchico è in procinto di partire per la linea. Cino gli ha detto:
- Pessina, ricordati, se torni in Italia, che hai in me un amico. Se potrò fare qualche cosa per te non mi farò pregare...
- Grazie. E' difficile che torni... Però ti ringrazio...
Ora il piroscafo a grandi zampate prende il largo. Tra poco il biancore di Tripoli sullo sfondo verde dell'oasi, le guglie dei suoi minareti, la mole del suo Castello, sfumeranno nel celeste dell'orizzonte. Il mare mangerà tutto. L'abisso turchino, sale, sale sempre, come se, nel profondo, legioni di mostri favolosi dilatassero all'unisono i polmoni. Tra poco nulla più dividerà il mare dal cielo, se non una linea blu. Ecco. Inabissata Tripoli. Su la sua passione, il silenzio.
Eppure, ora che la città bianca è scomparsa, sèguita Cino, appoggiato alla murata, con la testa tra le mani, a vedere, nel riflesso del fuoco lingueggiante, una forma di donna, che agita un tizzone acceso. Troppo poco, troppo poco, Zandah. La Rivolta non entra in un corpo come il tuo per bruciare uno squallido lupanare tripolino. Troppo poco, Zandah. Non hai potuto mutare il tizzone in fiaccola, non hai potuto accendere un fuoco degno di un grande odio. L'odio delle genti
arabe, nell'odio di tutte le genti di colore, nell'odio di tutte le genti sfruttate della terra. Esprimendo questi odi, il tuo miserabile tizzone pareva avere la grandiosità di un messaggio. Per un momento, il tuo piccolo fuoco ha mandato il suo minaccioso ed esaltante riverbero su tutti i continenti, attraverso gli oceani. Un attimo, e la piccola meteora si è spenta. E di te non è rimasto più nulla. Se io non più ricordassi quell'attimo, in cui tu chiudesti, in un gesto, l'anelito di tutte le rivolte del mondo, tu non saresti mai esistita, Zandah. O saresti solo uno stupendo corpo senz'anima, fiore della steppa, sbocciato dal bacio malato del ghibli.
Mariano che si è avvicinato a Cino, senza far rumore, gli mette una mano sulla spalla. Una mano soave, leggera, materna. Cino si volta prende la mano, e la tiene a lungo tra le sue, seguitando a guardare l'infinito marino.
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PARTE TERZA.
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CAPITOLO 1.
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7 novembre 1911. Questa è la prima pagina del diario che Tristano mi ha detto di scrivere da oggi in avanti. La mia rovina è stata quella poesia che ho mandato a Pietro. Dopo averla letta, Tristano mi ha fatto un lungo discorso per convincermi che io debbo scrivere, non giornalmente, perché non potrei con tutte le lezioni che ho da fare, ma almeno una volta la settimana, e, insomma, quando posso, tutto quello che mi accade durante il giorno. C'era anche Nèoro presente a questo discorso. Egli era geloso perché Tristano non aveva raccomandato a lui di scrivere il diario, però, pensando che in questo modo evitava una seccatura, e poteva passare il tempo a giocare o a non far niente, si è messo ad aiutare Tristano dicendo a tratti: Ma certoMa si capisce Bravo Leto Mi farai leggere, eh? approfittando del fatto che io non potevo reagire. In quel momento Culo di Ferrosi portava da sacrestano. Dico cosi perché Attisani, quando uno, invece di fare il leale, ricorre all'astuzia, grida forte che agisce da sacrestano. Non so se sia vero che tutti i sacrestani siano astuti e cerchino di fartela sotto il naso, però Attisani dice in quel modo. Sarà certo cosi, se lui lo afferma. Attisani li conosce tutti, quelli di Sarmùra, perché Sarmùra è piccola e le chiese si posson girare in meno di un'ora, come si faceva noi durante i Sepolcri, mentre qui, a Torino, a volerle girare tutte, ci vorrebbe una settimana.
Il bello si è che io non ho saputo rispondere di no a Tristano, ed ora mi trovo a scrivere, senza sapere quello che debbo dire. Ci son delle giornate in cui non accade nulla. Cosa scrivere, allora? Che mi sono svegliato alle sette, che ho preso il caffelatte alle sette e mezzo, che alle otto e mezzo ero già a scuola, e cosi via? O che in casa si parla solo di Tripoli o di Sarmùra, della causa di Calimera o dell'Abate Gioacchino da Fiore? Tutto questo mi pare stupido. Un bel diario potrebbe scriverlo proprio lui, Tristano, che sa tante cose più di me, che conosce tante persone, che legge tanti libri, che va al teatro, alle mostre di pittura, al Conservatorio, dappertutto. Ed invece lui non ne fa di nulla con la scusa che è vecchio. Si, vecchio. Anch'io allora son vecchio, se mi confronto con il figlio della portinaia ch'è nato l'altro ieri. Sono
andato a vederlo, era tutto roseo, con gli occhi quasi chiusi. Dicevan ch'era bello, ma a me è parso molto brutto. Però non ho fiatato. Dovrei, allora, visto che son più vecchio di lui, persuadere il figlio del portinaio a scrivere il suo diario? Lasciamo star la vecchiaia.
Be', vorrà dire che scriverò quello che mi passa per la testa. Tanto nessuno leggerà mai queste righe. Rimpiatterò cosi bene il quaderno che neppur Culo di Ferrocon tutte le sue arie da detective, riuscirà a trovarne le piste. Però, per questo, bisogna che io faccia comunella con Anita. Naturalmente mi dovrà giurare che non leggerà. Di lei mi fido. Quando dice una cosa, è quella. Invece Nèoro è prepotente. Se gli conviene, è anche capace di non tenere la parola data. Però, in generale, la mantiene, bisogna esser giusti. E anzi ieri, per non tradire Belfiore, che in classe fece uno scherzo a una compagna, nascondendole un bigliettino tra i libri, si buscò un rimprovero solenne, perché il professore buttò su lui la colpa. Io ho saputo la cosa da Belfiore in persona die, per sdebitarsi, comprò un etto di caramelle Baratti, e le diede tutte a Nèoro. Il quale me n'ha regalata qualcuna, durante il ritorno a casa, ma senza dirmi che le aveva avute dal compagno. Egli era tutto rosso in viso. Ora mi spiego perché. Per la lavata di capo ricevuta, essendo innocente. Pareva in procinto di piangere. Sarebbe stato un caso per un tipo come lui, che disprezza quelli che han la lacrima in punta. Io, quando c'è Nèoro, se voglio sfogarmi a piangere me ne vado lontano, per esser libero di singhiozzare come mi pare e piace. Se c'è uno che ti guarda e torce il viso, anche le lacrime non vengon giù bene. Sembra quasi si vergognino di loro stesse.
E per oggi non scrivo altro. Ho già riempito tre pagine di sciocchezze. Ora le rileggo, poi vado a letto. Nèoro è fuori. Bella cosa essere al liceo. Lui può uscire solo la sera, si ritira anche alle undici, spesso. Però ha l'accortezza di rincasare almeno cinque minuti prima di Tristano, il tempo di sgusciare a letto. Certe volte Tristano entra nella stanza credendo che noi dormiamo dalle nove, e io, magari, dormo davvero da un paio d'ore, ma Culo di Ferroè entrato sotto le lenzuola da cinque minuti. Eppure chi russa più forte è lui. Non gliela fa proprio nessuno a Nèoro. Io lo ammiro. Ora Belfiore mi ha confidato che è innamorato.
10 novembre 1911. Oggi abbiamo avuto il telegramma dello sbarco a Siracusa di Pietro, Mariano e Cino. Domattina arriveranno a Sarmùra. Ci saranno tutti ad aspettarli alla stazione, la Mamma capofila, c poi Gilda e poi Sara e poi Nina e poi i fornaciari, con Concetto alla
testa, e poi il paese intero. Che mattinata. Chi sa quante bandiere. Mariano farà certo un discorso, e l'andranno a sentire in piazza anche le pietre dell'Affaccio. Ma la festa più grande sarà al Trodio. Là anche Milord metterà il vestito nuovo, per far la sua figura. Mi par di vederlo, il vecchione, agitar la coda come un cucciolo, e grugnire di soddisfazione alle carezze che tutti gli faranno. Al pranzo sarà invitata anche Sara, come nelle grandi feste, a Natale, a Carnevale, a Pasqua. Chissà che piatti coi fiocchi servirà Nina, aiutata dalla mamma, e, un po', da tutte le donne della Fornace. L'odore mi pare di sentirlo di qui...
Il telegramma è arrivato verso il tocco. Noi si era appena finito di mangiare. Teresa è andata a portarlo a Tristano, il quale, dopo averlo letto, si è illuminato tutto: Sono arrivati ha detto Sia lodato Iddio . E noi tutti a scapicollarci per la casa. Orsa e Anita si son messe a ballare la tarantella, mentre io e Nèoro montavamo persino sui letti, agitando come bandiere i giornali del mattino. Le molle cigolavano spaventevolmente, e facevano l'impressione di bestie che si lamentassero, perché noi le cavalcavamo senza pietà. Infine Culo di Ferro , approfittando della confusione, è corso da Orsa a chiederle dieci lire, di cui aveva bisogno per fare un telegramma a Pietro. Dieci lire per un telegramma. Sei matto? E Nèoro: Se non me le dai, dico a Tristano che ieri ti sei fatta baciare da Salemi. Orsa ha dovuto sborsar le dieci lire, perché è vero che Salemi ieri l'ha baciata. L'ho sorpresa anch'io sulla porta, ed è stata tanta la vergogna che ho abbassato il capo.
Nel pomeriggio il professore parlava di ut col congiuntivo e di verbi irregolari, ma io non avevo la testa per riflettere alle cose che egli diceva. La mia mente era a Sarmùra. A quest'ora, pensavo, hanno già avuto il telegramma, sono in movimento per preparare la roba per domani. Ora Nina va a tirare il collo a due o tre galline per fare un brodo di quelli che si tagliano col coltello, ora Sara aiuta la mamma a far la pasta in casa, e magari le zeppole, ora lo Zi Ceo dà un'occhiata ai fichi d'inverno che stan sull'albero, e che domani saranno serviti in un canestro coperto di foglie, ora le massare del vicinato sapendo della festa, portano chi giuncate, chi ricotte, chi pere, chi noci, chi fichi infornati, chi giuggiole: insomma ogni ben di Dio. Milord vede entrare tutta quella gente carica di roba, e l'odora contento. E anche Gilda non arriccia il naso, se si fa un po' di disordine per le stanze. Non avviene tutti i giorni un ritorno come quello.
E' stata una fortuna per me non essere interrogato questo pomeriggio. Avrei fatto una figura barbina. Uscendo da scuola, ho voluto re
star solo. Quando si ha da pensare a tante belle cose, si vuol star soli. Le strade non le vedevo neppure. Ogni tanto, se qualche passante mi dava uno spintone, invece di redarguirlo, ero io a toccarmi il berrettino, a chiedergli scusa. Quando si è felici si vorrebbe dare il cuore anche a chi ci batte. Invece, se si soffre, è tutto diverso. Anche chi ci sorride pare un nemico.
A casa c'era la vedova wurtzel, quella del tavolino parlante. E' tornata da poco dalla Svizzera. Ha passato tutta l'estate tra i monti coperti di neve. Bel gusto. Come se non ci fosse l'inverno a far soffrire il freddo. Questa vedova è una brava donna, piena di gentilezze, ma mi pare un po' matta. Ha promesso di venirci a trovare spesso, e di condurci al teatro. Vedremo se manterrà la promessa. Purché paghi lei il biglietto per tutti.
Quando ella se n'è andata con Tristano, che ha voluto accompagnarla sino alla pensione Vittoria, dove alloggia, Nèoro mi ha detto a bruciapelo: Lo sai che Tristano è l'amante della vedova wurtzel? . E giacché io non capivo, lui si è messo a ridere, e non ha voluto più rispondere alle mie domande. Amante come Orsa ama Salemi? E lui zitto. Ma dimmi, almeno. Di più o di meno? E lui ancora zitto. Allora io arrabbiato: Tu butti la pietra e nascondi la mano... Non sai e inventi... A quelle parole Culo di Ferroha rincarato la dose delle risate. Ah non so, eh? Ne sei proprio sicuro? Se tu sapessi la centesima parte di quello che so io, andresti in paradiso in carrozza. Il tono delle sue parole era cosi sicuro che son rimasto intimorito. Culo di Ferrobisogna prenderlo con le buone, e allora butta fuori tutto. Se invece lo si sfida, è più duro di quelle roccie del monumento ai caduti del Frejus, che Cino e Salemi dicon brutto, mentre a me piace tanto.
A cena non si è fatto che parlare del gran ritorno di domani a Sarmùra . Poi Tristano è uscito, Anita e Orsa si son messe a cucire. Culo di Ferro , invece di studiare il greco, ha cominciato a disegnare sagome di aeroplani, ed io ho attaccato la traduzione del De Bello Civili. Ma non ero in tono davvero. Per tradurre trenta righe mi ci è voluto un'ora. Invece di soldati romani non vedevo che i miei fratelli, circondati da tutta una popolazione. Finalmente, finito il compito, sono andato a scaldarmi al calorifero. Come si pensa bene quando si sta al fuoco. Qui a Torino non c'è il tondo col braciere, che io preferisco, non tanto per il fuoco in sé, ma perché tutta la famiglia siede intorno ad esso, e si parla di tante cose, e cosi il tempo passa, e non si andrebbe mai a dormire. Però questo calorifero che buona piria manda. (Orsa si lamenta
che mangia troppo carbone, e che è la sua rovina.) Naturalmente ha freddo anche lui, e scaldando gli altri, pensa pure a se stesso. Quest'anno l'inverno è cominciato prima. Se seguita cosi, a gennaio geleranno perfino i libri nelle cartelle.
Tra poco andrò a letto ma non mi addormenterò tanto presto. Né io né gli altri. Tanto per fare qualche cosa ho preso a scrivere il diario. Ne avrei di cose da dire, oggi. Ma quando se ne han tante, pare impossibile, non si riesce a dirne bene nessuna. Dove sarà il treno a quest'ora? Chi sa che profumo gli butta in faccia quella costa siciliana tutta piena di aranci e di limoni. Dicono che sia bella quanto quella di Sarmùra e anche di più. A me pare impossibile.
Nèoro non la smette più di disegnare aeroplani. Da quando ha conosciuto il fratello di Salamano, quello che fa i giri di prova a Mirafiori, s'è messo in testa di diventare aviatore. Certo, se quell'apparecchio che sta tracciando fosse vero, e all'improvviso si mettesse a ronzare, e ci portasse entrambi in alto, prima intorno alla Mole Antonelliana, e poi sul Po, e infine puntasse verso sud, verso Sarmùra... Ora divento matto... Al solo pensare che potremmo arrivare contemporaneamente, loro da Siracusa col treno, e noi con l'aeroplano da Torino, mi batte il cuore. Ma dove atterreremmo? Oh, non mancherebbe il posto. Il terremoto ne ha fatto di largo a Sarmùra. Là dove c'eran tante case ora non c'è che l'erba.
15 novembre 1911. Dopo tre sere consecutive di divertimento posso riprendere il mio diario. E' stata una settimana piena di avvenimenti. Ci sono dei periodi in cui tutti voglion darci qualche cosa. Siamo stati invitati al teatro, prima da Salemi, poi dalla vedova Wurtzel, e infine dalla signorina Prochet, una grande amica di Anita, la quale ha spesso i biglietti gratis perché conosce gli artisti, li va a trovare sul palcoscenico, e tanto fa che quelli le danno due tre poltroncine di prima galleria, quando non son poltrone, addirittura. Lo spettacolo che mi è piaciuto di più è stato quello della compagnia Starace Sainati al teatro Vittorio . Invece ad Anita è parso orribile perché c'eran troppi ammazzamenti in iscena. Tra l'altro, perfino un treno che passava sul corpo della prima donna. Però quella si salvava, e invece, Ramiro, il ribaldo, scontava il fio dei suoi delitti legato alla povera Carmela, figlia naturale del duca di Ceraste. L'indomani ho avuto il piacere di leggere nel giornale che il dramma era appassionante. Le parole con cui il giornalista lo descriveva eran tanto belle che me le sono imparate a memoria. Il Grand Guignol ha un fascino terribile sulle moltitudini. Quei treni che
passano rombando nel fondo della scena sfracellando amanti abbandonati, ribelli contro Dio e la società, violenti contro se stessi e gli altri, illusi e cinici, colpevoli e innocenti senza distinzione; quelle misteriose combinazioni che tornan fatali all'orditore della trama delittuosa; quelle follie ragionate e risolute con la precisione d'un orologio; quei colloqui definitivi di bestie umane sul ciglio degli abissi ; quella vertigine di assurdo e di crudeltà; quei veleni; quei pugnali; quelle macchine infernali che, al solo vederle, lo spettatore si sente raccapricciare: tutto ciò incatena la folla con la rivelazione di una vita solenne e indomabile, sottile e imperscrutabile. Non posso capire il senso di tutte queste frasi. Ma a me pare che, se sapessi, scriverei cosi. E mi basta. Gli altri due spettacoli non legavano una scarpa a quello del Grand Guignol. A me non piace l'operetta. Tutta quella gente che canta, balla, litiga, si sposa, senza un perché, mi pare uscita fresca fresca da un teatro di burattini, con la differenza che, almeno Orlando e Rinaldo sono due eroi riconosciuti, due cavalieri, sempre col cuore alla mano, non si fan pregare a difendere i deboli, menan botte da orbi ai castellani tiranni, ritrovano le vergini smarrite per le selve e le innamorano, piangono calde lacrime sulla tomba dei compagni d'arme, e anche dei nemici, quando sono valenti e sfortunati: insomma è tutt'un'altra cosa. Ma l'operetta! Si vede una folla di persone vestite alla moda: le donne cosi brillanti che paion fatte di cocci di bottiglie incollati sulle gonne a cavatappi, e gli uomini neri come i camerieri o i merli: e tutte queste persone non fan che prillare come trottole o dire sciocchezze o baciarsi le mani o cantare o sospirare... Via, alla fin fine, anche al teatro ci si può annoiare... E passi ancora la Vedova allegra, se non altro perché Anita ne va matta, ma per esempio il Conte di Lussemburgo è odioso, e il portinaio, che lo fischia dalla mattina alla sera, lo fa diventare anche più odioso di quello che è. Se penso a quel piccolino che è costretto a farsene una panciata tutte le sante giornate senza poter scappare dalla culla perché le gambine non lo reggono, non posso fare a meno di compiangerlo.
Il terzo spettacolo, al quale ci ha condotto Salemi, è stato quello di un famoso illusionista che ha un nome difficile: Pickmann. Che uomo prodigioso. Per tutta una sera ha fatto cose da matti. Ha tagliato le persone in due con una sega; le ha inchiodate in una bara e quelle alzavano il coperchio come se nulla fosse; ha addormentato parecchi Spettatori; ha rubato il portafogli a tanti altri, però restituendolo alla fine; ha ordinato ai tavoli carichi di pesi di sollevarsi al soffitto; ha fatto camminare una donna con la propria testa in mano, come in una illustrazione dell'inferno di Dante; ha letto il pensiero a distanza; ha mangiato il fuoco; ha inghiottito una scimitarra sana... e tante altre prodezze ha compiuto che anche Orlando e Rinaldo sarebbero rimasti a bocca aperta, a vederlo. Uscendo dal teatro, io ho chiesto a Tristano come erano state possibili tutte quelle cose meravigliose, e tanto lui che Salemi mi hanno risposto che son trucchi. Sarà, si, ma io non mi so convincere che con un trucco si possa segare una persona in due. Che quell'uomo sia un diavolo? Ad ogni buon fine non lo vorrei incontrare da solo a solo, di notte, in una strada deserta. Alla larga. Mi farebbe più paura di un camposanto.
Tutti questi divertimenti son dovuti alla gioia del ritorno di Pietro a casa. Gioia nostra e di chi ci conosce e ci vuol bene. Quanta gente ho incontrato in questi giorni che mi ha fatto festa perché mio fratello era ritornato sano e salvo in famiglia. Ne han parlato i giornali, anche quelli di Torino. Insieme col nome di Pietro viene fatto quello di un certo Piras, che dev'essere un bravo giovane, a quanto pare. Piras s'è fermato alcuni giorni a casa, come ha scritto Cino. Pare che verrà anche qui. Son proprio ansioso di conoscerlo.
Alle serate allegre, Culo di Ferroha fatto l'abitudine. Anche stasera ha inventato che deve andare da un compagno molto bravo in matematica per farsi spiegare le equazioni. Io so invece che va al cinema, o in casa di un certo Ruella. Il quale ha una sorella molto bellina. (L'ho saputo da Belfiore che è il confidente di Nèoro.) Egli n'è innamorato, la vuole sposare, si capisce quando sarà maggiorenne. Confesso che son curioso di vedere questa Ruella. E se è brutta avrò il coraggio di dirglielo. Saranno botte, quel giorno. Ma non vuol dire. Intanto lui che mi vuol fare il misterioso ha già perso la partita. Io so tutto lo stesso. E, se non parlo, per ora, è appunto perché voglio far colpo più tardi. Però che fatica tenere un segreto che brucia sulla punta della lingua.
19 novembre 1911. La domenica, con tutta la gente che riempie le strade, e che ora è aumentata per i visitatori dell'Esposizione, non si ha tempo di guardare la città. E siccome io ho solo questo giorno, a mia disposizione, per passeggiare e curiosare, cosi, dopo tre anni, posso dire di trovare Torino sempre nuova. Veramente avrei anche il pomeriggio di gioved libero, ma quello preferisco passarlo a giocare al foot-ball, in piazza d'armi. La cosa che mi piace di più a Torino - non ora, però, che c'è l'Esposizione, e si paga persino per entrare al Valentino, ma quando siamo in pochi a godercelo - è il Po. Appena posso mi spingo alle gettate, alle balaustrate dei ponti, o alle sponde del fiume
addirittura, per sentirlo scorrere. Tendo l'orecchio facendo ala con la mano, e, se in quel momento, passa scampanellando il tram, o un'automobile strombetta per chiedere la strada, io mi volto arrabbiato come se mi avessero disturbato in una cosa molto importante. Penso che debba essere cosi un medico al letto di un ammalato quando gli tasta il polso. Se in quel momento gli si va a sparare una castagnola in un orecchio c'è il caso di farlo uscir dai gangheri.
Però è un peccato che i fiumi non facciano lo stesso rumore del mare quando sfioran le sponde. Si direbbe che hanno paura di farsi sentire, che hanno commesso qualche fallo, perciò ci passano davanti in punta di piedi, a capo chino. Ma, anche cosi silenzioso, il Po è tanto bello. Certo non lo si può confrontare col mare di Sarmùra: in primo luogo, per la grandezza, in secondo, per il colore. Il colore del mare di Sarmùra è come quello degli occhi della mia mamma, celeste. Invece il Po è torbido, ha la tinta del fango disciolto. Pare che, dovunque passa, ci sia qualcuno sulla sponda a buttargli la mota addosso. E lui zitto. Si prende tutti quei brutti regali senza fiatare. Ma è un santo.
Naturalmente i sandalini, e quelle belle imbarcazioni che si vedono
sul Po, specialmente la domenica, non hanno niente a che fare con i
velieri, le palamitare, le paranze, i brigantini e le yolle della mia marina. Li vorrei vedere pescare pesci-spada e tonni nello Stretto di Messina,
questi signori sandalini. A un colpo di mare, a una scontratura di vento, a una strappata del pesce, al colpo di fiocina del capo tiratore, perderebbero l'equilibrio, e si rovescerebbero in acqua. E i cani marini se li trangugerebbero con tutti i vogatori. I nostri barchi sono brutti, magari vecchi, perché hanno passato tutta la loro vita in mare, ma forti. E, se il pescecane si azzarda a mostrarsi, non se ne ritorna a casa sua, ma finisce accappiato come una lucertola, e, appena su alle murate, lo aspetta il supplizio della benda di catrame sugli occhi, perché, diventando cieco, si penta dei suoi peccati. Anche se è un pescecane, non si dovrebbe punirlo cosi. Altrimenti se poi i suoi figli e i suoi fratelli, per vendicarlo, fanno sconquasso contro barchi e pescatori, non bisogna buttargli la croce addosso.
Dopo il Po, la cosa che amo maggiormente è il Valentino. Con la neve, il Parco è ancora più bello. Pare di essere in Siberia, con gli orsi guatanti dietro i pini, o rimpiattati tra le mura del Castello Medioevale. Io non mi contento di girare per i soliti viali, ma me ne vado per le aiuole più irte, dove l'accesso è proibito, approfittando del fatto che fa baldoria il cielo, e posso farla anch'io. Tanti compagni imitano il mio esempio, cosicché si può giocare ai lapponi: ci cacciamo tra gl'intrighi dei rami, ci spiamo da dietro i tronchi, e ci gridiamo marameo se, all'improvviso, ci si sorprende a far pipi, per il gusto di veder liquefare la coltre di neve davanti a noi.
Dopo il Valentino - che però è magnifico anche con la primavera, quando ci sono i maggiolini nell'aria, e, nei viali, gli organetti di barberia attaccano valzer a tutto spiano, e la gente sorride, e gli uccellini vengono a beccar nelle mani, e le vacanze sono vicine - mi piace la Piazza Vittorio, tanto grande che, a traversarla tutta, ci metto parecchi minuti. Ma non mi attrae solo per questo. La Piazza Vittorio è la casa del carnevale: ecco il motivo. Che baraonda in quella settimana... Non si cammina più, né in piazza, né sotto i portici di destra della via Po. O meglio si cammina, ma non con i propri piedi. La folla porta su, come una foglia, quando è presa in un mulinello. Eppure nessuno si lamenta del pigia pigia. Ci si va appunto per quello. E come le sartine ridono, come stanno allo scherzo... In quei giorni, anche se uno alza le vesti alle donne, quelle, invece di prenderlo a schiaffi, ridono, quasi si direbbe che son contente di esser svergognate. Ad ogni buon fine, io e Nèoro camminiamo a lato di Orsa e Anita, e, se qualcuno osasse toccarle, Culo di Ferrone farebbe tonnina, e io l'aiuterei a pestare. Finché si tratta di coriandoli, di strombettamenti nelle orecchie, di stelle filanti e di qualche carezza al viso, lasciamo andare, è carnevale. Ma niente di più. Siamo di Sarmùra, e che vuol dire? Ce lo dicono come se fosse un'offesa. Pagherebbero loro di esserci nati. Un paese tanto bello anche se tenuto su con le stampelle. C'è il terremoto, bella scoperta. E che significa? Forse è colpa nostra?
Dopo il Po, il Valentino e Piazza Vittorio, la cosa che mi piace di più a Torino è la Pinacoteca. L'armeria reale, di cui va matto Nèoro perché lo riporta in pieno Guerin Meschino, a me non dice nulla. E anche il Museo Egiziano, con le sue mummie che ricordano le vittime del terremoto, mi lascia freddo, per non dir peggio. Invece la Pinacoteca, con i suoi quadri bellissimi, non mi stancherei mai di visitarla. C'è, in una sala, il ritratto di un frate che somiglia a Mariano. Quante volte mi son fermato davanti ad esso? Ho cercato, tra tutte quelle donne che se ne stanno immobili nelle cornici, qualcuna che somigliasse alla mamma. Ne ho trovata solo una con lo sguardo azzurro quanto il suo, e che, per il viso minuto e lucente, per l'attaccatura dei capelli sulla fronte e la divisa nel mezzo, per il piccolo neo sulla guancia sinistra e il triangolino rosa che lascia il sole sulla pelle, là dove c'è lo scollo della veste, me la ricorda alla lontana. Ma questa dama deve essere una regina o per lo meno una principessa: è coperta di pizzi, di gemme e
di ori. Invece la mia mamma, vestita sempre di nero, è tanto modesta, pare una povera. Lei vuole che facciamo buona figura noi. Il resto non le importa affatto.
Dopo la Pinacoteca, che si aggiunge, nella lista delle mie preferenze, al Po, al Valentino e a Piazza Vittorio, non ho altre predilezioni spiccate. Mi piace tutto allo stesso modo, e non saprei dire, dovendo, per esempio, scegliere tra il monumento al Duca di Genova e la Mole Antonelliana, tra Superga e il monumento a Emanuele Filiberto, tra i portici e il monumento a Amedeo di Savoia, qual è il più bello. Son tutti belli. Però quanti cavalli nei monumenti di Torino. Non c'era la fanteria allora? I guerrieri che li montano sanno di star bene in arcione, si pavoneggiano a vista d'occhio. Paion dire al passante: Fermati e dimmi se questo cavallo poteva essere più fortunato . Questa frase non è mia, è di Cino, il quale, un giorno, proprio davanti al monumento del cavaliere che sta ringuainando la spada mi disse: Sai perché quel principe rinfodera il brando? . Poi, senza aspettare la mia risposta: Perché è stanco di far paura a questi ottimi torinesi. Non ti pare che un guerriero cosi imponente, cosi bardato, cosi armato, per una città di bougianen come Torino, cosi quieta e piccolo-borghese, piena di sartine, di impiegati, di studenti, di pensionati, di ufficialetti, sia un po' sproporzionato? . Ed io: Veramente non ci avevo mai pensato, però ora che tu me lo dici... . Allora Cino: Bisogna battersi per un monumento alla sartina... Questa è una città dove ci starebbe assai bene. Se ne prenderebbe una della vita; la si farebbe salire su un piccolo piedestallo -tanto piccolo che appena si sollevasse sulla marea della strada - la si trafiggerebbe con uno spillo, come si fa con le farfalle, perché dimenticasse d'essere stata viva; le si permetterebbe magari di tenere una caramella Barattiin bocca e di voltar la testa verso lo studente che giura di morire per lei; la si fermerebbe, per l'eternità, cosi. Da quel giorno, ogni bacio che lascia il segno in una bocca innamorata si rifletterebbe nel sorriso estatico della sartina di pietra. Ogni distacco, ogni tristezza, le inciderebbero un breve solco agli angoli della bocca . Com'è bella quella parlata... Ah se fosse mia. Ricordo che quel giorno appena arrivato a casa ho voluto che Cino me la scrivesse. Cosi l'ho imparata a memoria. Ed ora la metto nel diario perché, prima riempio la pagina, e meglio è.
E giacché ho ricordato Cino, sarà bene non dimentichi di copiare anche la risposta data un giorno da Salemi alla mia domanda come mai per le strade di Torino ci fosse un cosi buon odore. Ogni uomo ha il suo odore e cosi le città egli disse. Qui si mangia soprattutto col
naso. Torino è un'immensa caramella di pietra. Non solo per il barocco che vi fa strage, ma per l'accento svenevole del dialetto, per l'eleganza un po' frivola delle signore, per quella cortesia a fior di pelle che basta a dare l'illusione della benevolenza, senza preoccuparsi di concretarla. Si cammina per le strade in una delizia di aromi; alcuni reali, altri immaginari. Zuccheri, vaniglie, noci moscate, chiodi di garofano, mostarde, marmellate, cioccolate, si contendon il dominio della città, diventan sensazioni, pensieri, modi di vita. La Monarchia e il Risorgimento son di casa qui. E sia. Ma sono, anche quelli, a ben vederli, caramelle. Caramelle per la tosse. La tosse naturalmente è il proletariato... Tu ora sei troppo piccino per capirlo ; in seguito te ne accorgerai. Anche questa parlata la metto qui, per la ragione che tutto fa brodo, però, siccome sono onesto, debbo confessare che un giorno l'ho incastrata in un compito, e il professore me l'ha segnata con un lapis blu. Né ho potuto mai sapere se era sbagliata in se stessa, o se il professore l'avesse riprovata perché non farina del mio sacco, come è facile vedere.
Termino affermando che il dialetto è l'unica cosa di Torino che non mi va. E' veramente troppo smorfioso e miagolante. Le donne quando parlano sembran liquefare zollettine di zucchero in bocca. Glielo perdono perché son tanto belle e ben vestite. Ma a me piace la gente che, quando parla, non giochi a rimpiattino. Al mio paese anche l'agnello quando bela, ha la voce del libeccio. Noi non chiediamo pietà a nessuno. Neanche al terremoto. Testa dura lui, testa più dura noi. Siamo patti e paci.
20 novembre 1911. Stamattina è arrivato Cino all'improvviso. Io e Nèoro stavamo per uscir di casa, diretti a scuola, quando egli è apparso. Le nostre grida, molto più alte dei berretti lanciati per aria in segno di gioia, han fatto accorrere Orsa e Anita alla porta. E anche Tristano, pronto pure lui per andare al liceo, si è mosso verso l'entrata a grandi passi. Che dolore, dopo qualche secondo, dovere andare a scuola. Nèoro ha fatto la proposta di saltare le lezioni del mattino, ma Tristano non ne ha voluto sapere. Non vado anch'io a scuola? Avremo tempo poi di stare insieme. Ora, marche!e si è dovuto ubbidire. Lungo la strada, pensando a Cino, l'ho trovato più magro. Nèoro è stato d'accordo con me. Magro e. pallido.
Ogni mezzogiorno, all'uscita delle lezioni, si fa generalmente un piccolo galoppo di allenamento, come lo chiama Culo di Ferrotra la squadra di foot-ball del liceo e quella del ginnasio, per prepararsi all'imminente torneo tra gl'istituti di Torino. In mezzo alla strada 
naturalmente. In mancanza del pallone vero, si rimedia con uno di stracci, cucito alla meglio, e tenuto come una reliquia nella portineria di Larocca, che è un mio compagno. Ma oggi Nèoro ha dato vacanza alla sua squadra. C'è stato qualche mormorio di protesta, ma è bastato che Culo di Ferrosbirciasse con aria cattiva i recalcitranti perché l'ordine ritornasse nelle file. Come è temuto Nèoro. Si sa che basta una carica delle sue natiche per slombare un avversario, senza contare i pugni che son dati con arte, non come vengono vengono, e nei punti strategici. Da quando poi studia la lotta greco-romana è diventato un campione anche in questo ramo di sport. Ieri, nell'intervallo della lezione di greco, ha sfidato Rosali della terza liceo, e in quattro e quattr'otto lo ha disteso con le spalle per terra, fra gli applausi di tutta la scolaresca, comprese le donne, le quali, chi più chi meno, sono tutte innamorate dell'intrepido Culo di Ferro .
Appena a casa, abbiamo avuto la delusione di non trovar Cino che era andato in ufficio. Nell'attesa che lui ritornasse ci siamo cuciti a Orsa e Anita, perché ci raccontassero le feste della casa e di Sarmùra a Pietro. Le sorelle non si son fatte pregare, specialmente Orsa che ha la lingua sciolta, e che si aiuta inventando, quando non sa. (Lei non vuole ammettere questo, ma tanto io che Nèoro l'abbiamo presa in castagna parecchie volte.) Tutto quello che Cino ha detto ci è stato riferito nei minimi particolari. E, siccome noi volevamo sapere ancora, le sorelle cominciavano a girare attorno alle cose già dette, modificandole in certi punti con grandi proteste nostre. E, alla fine, Orsa è scattata inviperita dicendo: O che credete, che sa stato facile spinger Cino a parlare? Bisognava tirargli le parole di bocca... Pareva che si fosse già dimenticato tutto del viaggio... . L'arrabbiatura di Orsa ha messo fine alla nostra insistenza. Però Nèoro è rimasto male perché non ha ancora saputo se Pietro ha conosciuto o no di persona Gavotti. Vuoi commetteremi ha detto che è partito senza avergli parlato? Ti dispiacerebbe tanto, se cosi fosse? Certo un uomo come quello non lo s'incontra tutti i giorni. Avrei voluto fargli sapere che l'ammiro. Mi bastava. 
E' venuto Tristano dal liceo e, anche a lui, Orsa e Anita han ripetuto quello che avevan già detto a noi, guardandosi bene dal modificare una sola parola, perché stavamo all'agguato. In tre punti però Orsa si è lasciata andare: nell'aggiungere un giorno alla permanenza di Pietro
 nel pozzo, due al delirio, e mille persone a quelle che nei primi giorni son saliti da Sarmùra al Trodio per fargli atto di omaggio. Culo di Ferroè intervenuto fulmineo, intercettando a volo come al foot-ball:
A noi hai detto che Pietro è restato tre giorni nel pozzo, quattro in delirio, e che le persone salite a casa eran solo duemila... Perché aumenti le dosi secondo il solito? . Orsa, toccata nel vivo, ha negato di aver detto, prima, diverso, e, per conferma, ha chiesto la testimonianza di Anita, la quale ha risposto di non ricordare. Tristano, visto che il battibecco causato da una ragione tanto futile non finiva più, ha rimproverato Nèoro. E questi cocciuto si è messo a enumerare tutte le inesattezze riscontrate nei discorsi di Orsa da due anni a questa parte. Proteste altissime della sorèlla, e colpo finale di Culo di Ferro . Il quale urlando che Orsa è con la testa nelle nuvole, ha trovato modo, improvvisamente, di spifferare che si è fatta baciare da Salemi. A questa bomba, Tristano è rimasto calmo, mentre la colpevole si è andata a cacciare piangendo in cucina, seguita da Anita, e io tentennavo il capo, restando neutrale. Però la giornata era infilata male. Non ci voleva uno stregone per vederlo.
Finalmente, verso il tocco, è ritornato Cino. Ci è bastato un'occhiata per comprendere che, anche per lui, la giornata era infilata male. In ufficio ha trovato del disordine; pare che il collega, al quale aveva affidata una causa, abbia lasciato scadere i termini d'un ricorso: insomma non era proprio in vena di mettersi a raccontare le avventure di Tripoli, che a noi premevano tanto. Ci siamo messi a tavola, e gli spaghetti che, nell'attesa, si erano sciupati, sono stati lasciati per una buona metà nei piatti; la carne era un po' tigliosa, lo sformato sapeva di fumo: un disastro. Proprio infilata male. Al segno, che neanche Culo di Ferro , ha osato, dopo il caffè, chiedere se Pietro aveva portato i suoi saluti a Gavotti. Tutto si è limitato a qualche frase, detta da Cino a Tristano, in risposta a domande precise. Tanto io che Nèoro non abbiamo aperto bocca. Con la scusa che Pietro e Gilda ci avevano informato, per lettera, di tutte le accoglienze di Sarmùra, Cino non ha speso neppure una parola per descriverci l'allegria di quel giorno. Alle due è uscito per andare in Tribunale, noi ci siamo preparati per ritornare a scuola, e cosi la festa è finita. A questo si è ridotta. Non siamo neppure riusciti a sapere quando verrà Pietro a trovarci.
Ricordo poche giornate più brutte. E quasi ciò non fosse bastato, nel pomeriggio sono stato interrogato su un teorema di geometria che avevo capito poco, e mi sono buscato un cinque; Nèoro alla lezione di ginnastica si è storto un dito. Vieni presto, notte. Altrimenti, che succederà? Ma non è successo più nulla. A cena, abbiamo avuto Salemi, il quale, ben lontano dal sospettare la baruffa scoppiata per causa sua, non ha fatto altro che parlare di un certo Mussolini, un rivoluzionario
che egli conosce bene, e che dev'essere un fegataccio, a quanto pare. Questo Mussolini, l'altro ieri, è stato condannato a un anno di carcere, per aver scatenato un finimondo a Forl, contro la guerra. Tra l'altro, è stato accusato di aver fatto strappare i binari del treno, e rovesciare i pali del telegrafo. Però il bello è che al processo ha fatto un discorso ai Giudici, avvertendoli che, se lo avessero assolto, gli avrebbero fatto piacere, ma, se lo avessero condannato, gli avrebbero fatto onore. Ed essi lo hanno condannato, ma, per la verità, quelle parole di uno che stava per entrare in carcere per un anno, eran belle, e hanno fatto impressione a tutti. Dopo cena, Tristano, Cino e Salemi, sono usciti insieme. Cino era sempre preoccupato. Noi quattro siamo rimasti soli.
Mentre sto scrivendo Orsa è nella sua camera a piangere in compagnia di Anita che cerca di consolarla. Nèoro sta facendo certi suoi pronostici sulle partite di foot-ball di domenica, ma anche lui non è in tono. A tratti alza gli occhi al soffitto come un carcerato. Io scrivo, e mi sento cosi malinconico, che vorrei non essere al mondo.
26 novembre 1911. Stamattina, mentre ero nella vasca da bagno, ho avuto la sorpresa di trovarmi il pispolino circondato da tante virgolette bionde. Spaventato le ho toccate, e ho sentito che pungevano. Perché mi era venuta quella cosa addosso? Mi sono asciugato in fretta, e son corso da Nèoro. Da principio non sapevo come entrare in argomento, mi vergognavo, mi pareva di aver chi sa che cosa. Poi ho preso il coraggio a due mani: Senti Nèoro gli ho detto. Ho bisogno di un gran favore da te. Tu che sai tutto mi devi spiegare una cosa... Parla. T'ho mai negato nulla? No. Tu sei generoso. E poi sai tutto. Tenendo il viso basso, gli ho detto quel che mi era successo. Culo di Ferroè scoppiato a ridere. O grullo ha esclamato ma non lo sai che siamo tutti fatti cosi? Ma perché vengon quelle virgolette? Perché? Perché sei pubere... Non capisci? Va' a cercare questa parola nel vocabolario. Siamo uomini. Le donne non ce le hanno? Sicuro che ce le hanno... Dovrebbero privarsene, per far piacere a te? Veramente, che le donne le avessero, lo sapevo... Ah, bravo. Vedi dunque. Lo sapevo perché le ho viste parecchie volte alla Marina. Le hanno sotto le ascelle e anche altrove... Son le cose della natura, mio caro. Quando arriva quell'età, paff, spuntano le virgolette. A tutti? Naturalmente. Ti dispiace forse di essere come gli altri? No. Però non immaginavo che fossimo proprio precisi. Siamo invece tutti una pasta. Oh allora che socialista sei, se non vuoi neppur dividere con gli altri uomini quei peluzzi? Io li divido, si, ma prima non lo sapevo. Non so tutto come te. E' questione di tempo. Imparerai anche tu. E, scusami Nèoro, ma a che servono quelle virgolette? A che cosa? A coprir le vergogne... Solo per questo? E ti par poco? Non dico, è molto... Ma le avremo sempre? Naturale. 
Il discorso è stato interrotto perché è entrata la Teresa. Però lo abbiamo ripreso, andando a scuola. Ah dunque ha detto Nèoro tu hai visto parecchie donne nude... Non me l'avevi mai confessato... Fai il misterioso con me... Non te l'ho mai detto perché credevo che tu lo sapessi... Bella scusa... Come facevo a saperlo? Alla Marina, quando mi bagnavo tra le femmine, era facile vederne... Loro cercavano di nascondersi, ma io le sorprendevo lo stesso... Quante ne hai viste? Quante? Non te lo saprei dire. Molte. Molte non vuol dire niente... Dieci, venti? No, saranno state una quindicina... Mi è parso di sentir respirare Culo di Ferro . Forse ha temuto che io ne avessi viste più di lui. Da quel momento, è diventato più cordiale. Sempre cosi. Quando la sua gelosia si mette in pace, allora darebbe la pelle per me. Quindici donne. Oh Dio son già qualche cosa... Però se le confronto con quelle che ho veduto io, che vedo continuamente... E dove le vedi, Nèoro? A scuola? A scuola? E come vuoi che faccia? Oh, diventi matto? Credevo che le compagne, che sono innamorate di te, ti facessero il favore di farti veder qualche cosa... Innamorate non vuol dire mostrar tutto all'uomo. Ci corre... Viene il giorno in cui mostran tutto, ed è quando l'uomo le sposa. Le sposi, tu che di donne nude ne vedi tante, continuamente? Io parlavo ora delle compagne di scuola. Ci sono invece altre femmine che si posson vedere nude anche senza sposarle... E dove si posson vedere?... Ah, questo poi non te lo dico... Tu sei un ragazzo, e non devi fare il passo più lungo della gamba. Ma tu come hai fatto a saperlo? Come? Per chi mi prendi? Le cose, io le trovo da me. Non ho bisogno che gli altri me le dicano... Tu sei bravo, che c'entra. Ma certi segreti non si possono immaginare... Per esempio a me non sarebbe mai venuto in testa che si potessero vedere le donne nude quando si vuole. Credevo che per spiarle l'unico momento fosse durante i bagni. Ci mancherebbe altro. E allora quelli che vivono in montagna? Già. A questo non avevo pensato. Ma è poi necessario vederle? Non si può star senza? No, non si può. Quando si è provato a guardarle e a toccarle non si può fame a meno. A toccarle... E loro cosa dicono? Cosa dicono? Stanno allo scherzo. Ridono, si solleticano, si schermiscono, fanno come in quel nostro 
proverbio: Toccami Ciccu c'a mamma non voli...E poi c'è dell'altro... Che non ti posso dire. E' straordinario, Nèoro. Non avrei mai creduto... E ognuno può vederle... Ognuno che abbia una certa età. S capisce non tu... Io posso, perché mi fo' valere... Dico sempre che ho diciott'anni. E ti credono? Tutto sta, mio caro, a sapersi presentare. Per parecchi secondi abbiamo proseguito in silenzio. Veramente io non mi potevo capacitare che le cose dette da mio fratello fossero vere. Tuttavia egli aveva un viso serio, da grande. Poche volte m'era apparso cosi. E le quindici donne che hai visto eran tutte belle? Mi chiede a un tratto. Ed io: Non tutte. Alcune erano vecchie.
Avevano dei seni lunghi e secchi... Oh, povero Leto. Non sei stato fortunato. Però c'era Grazia che valeva per cento. L'hai vista completamente nuda? Si. (Non è vero, ma l'ho detto per risollevarmi agli occhi di Culo di Ferro .) Ai bagni? chiede, un tantino spiacente che io avessi potuto fare una cosa che non era riuscita a lui. Ai bagni, si. Dimmi come era fatta. Come era fatta? Come tutte le donne, solo che ogni cosa sua era più bella che nelle altre... 
Aveva le mammelle piccole o grandi? Piccole. Come poteva averle grandi? Come? Anche a dodici anni le donne possono avere il petto
sfasciato. Grazia ne aveva almeno due di più. Si, ma lei le aveva piccolissime... E allora non potevano essere belle... Debbono entrare in una coppa di champagne per essere perfette. Se son piccole come noci, nella coppa ci nuotan dentro Piccole come noci, che discorsi... Invece andavano benissimo. Parevano fatte apposta per entrare nella coppa che tu dici... E sia... Son contento per te... Ma lei non ha detto niente, vedendo che la spiavi?... Ha fatto il gesto di coprirsi, ma la camicia le era caduta ai piedi. Per prenderla, si è voltata dalla mia parte e cosi ho visto tutto... Proprio tutto? Oh Dio ho visto quel che c'era da vedere... Il giorno dopo una vecchia venne ad avvertire la mamma che io non potevo più fare il bagno nel mare delle femmine... Ah, ora ricordo... Però allora non mi hai detto nulla...
temevi forse che andassi a spiare Grazia anch'io? Ne avevo di donne a mia disposizione. Quante ne volevo... Lo so. Non te l'ho detto per questo... E, dopo di allora, quando sei ritornato al Trodio non hai più visto Grazia nuda? No, mai. C'era lo Zi Ceo a far la guardia. Quell'uomo non scherza... 
Discorrendo di queste cose siamo arrivati al ginnasio. Prima di lasciarci Nèoro mi ha detto: Guarda d tenere per te i segreti che ci siamo scambiati. Se ti porterai bene, ti farò in seguito sapere qualche altra cosa... Ma se farai la spia, non ti guarderò più in faccia. Ricordatene .
Io non so se ho fatto male a riportare il discorso svoltosi tra me e Culo di Ferro . Quasi quasi straccio il diario. Che cosa avverrebbe, se qualcuno leggesse queste righe? Però è difficile che me lo possano pescare, il quaderno. Ho trovato un nascondiglio tale che neanche Pickmann, con tutte le sue diavolerie, saprebbe scovarlo.
1ø dicembre 1911. Le donne di Torino son quasi tutte belle. Anita e Orsa che, a Sarmùra portavan la palma, qui per poco non sfigurano. E le sartine son come le signore, nessuna differenza. Tutte veston da principesse. Però, quanta cipria mettono sul viso... Che hanno da nascondere? Ma la cosa più strana è che tutte hanno le labbra rosse come la ceralacca. A Sarmùra le donne le hanno smorte, pare che non ci siano neppure nel viso. Qui, invece, la cosa che ti salta prima all'occhio è la bocca. E' cosi rossa perché se la mordono continuamente? Non capisco.
Ne ho domandato a Miglietti, il figlio di un tranviere, mio compagno, ed egli mi ha detto che le donne di Torino si passano un lapis sulle labbra. Un lapis rosso. Che siano impazzite? Il lapis rosso serve al mio professore per segnare gli errori lievi nei compiti d'italiano e di latino. Che errori hanno da segnare le donne sulle bocche? Io penso che Miglietti sia stato male informato. Comunque ne chiederò a Nèoro, il quale, stasera, è uscito per farsi spiegare nuovamente le equazioni dal suo compagno. E' certo andato dalla Ruella... Che sia quella la donna che vede continuamente nuda? Però, se la vuole sposare, vuol dire che non l'ha ancora vista, dato che le donne si mostran solo dopo. Ma lui è capace di tutto, il furbacchione. Quello che agli altri è impossibile a lui riesce facile.
Ma, se tutte le donne di Torino hanno le labbra rossissime, nessuna eguaglia Renata. E' venuta oggi a trovarci, dopo un mese e più che non si faceva viva. Nel pallore del viso, poiché è stata ammalata, quelle labbra accese parevan grondar sangue. Le ho guardate attentamente, e mi son quasi convinto che Miglietti ha ragione. Renata mi ha baciato, e mi ha lasciato un piccolo sbaffo sulla fronte. Me ne sono accorto più tardi, quando lei era andata via. Non era sangue ma rossetto.
Renata è la figlia della padrona della pensione Carmagnola, la signora Emilia. Là, Tristano è stato parecchi anni, e ci sarebbe rimasto chi sa quanto, se non fossimo venuti noi a Torino. Brava donna, quella signora Emilia. I primi giorni torinesi li abbiamo passati da lei. Che
feste ci ha fatto. Cercava di consolarci con tutte le sue forze del dolore d'aver lasciato la mamma. Ci voleva altro. Eppure le sue carezze eran sincere. Non erano interessate. Anche se fossimo scesi in un'altra pensione sarebbero state le stesse. Come ha fatto Tristano a non innamorarsi di Renata? Una ragazza cosi non la si trova a girare, non solo Torino, ma tutta l'Italia. Se ci fossi stato io in pensione, non me la sarei lasciata scappare. Quella è una donna che quando passa fa voltar tutti. Io sono andato tante volte a passeggio con lei. Da litigare con la gente.
La prima settimana che siamo stati in pensione, Nèoro ha preso una cotta per Renata. Del resto anche lei ci stava. Non si faceva pregare a baciarlo con la scusa che le ricordava non so quale cuginetto che ha nel Canavese. A me non dava la terza parte di baci. Non ne ero geloso, però la cosa mi pareva ingiusta. Anche dopo essere andati a stare in via Pio Quinto, egli, che ancora non conosceva la Ruella, e non aveva il comando della squadra di foot-ball del liceo, andava spesso a trovare Renata. Poi, improvvisamente, si seppe che la fanciulla si era innamorata di un conte. E allora Culo di Ferrotroncò le sue visite. Ma la storia del conte era stata un'invenzione per far rabbia a Tristano. Questa cosa l'ho saputa segretamente da Anita, la quale lesse per puro caso una lettera mandata da Renata a Tristano per rinfacciargli che era come il ghiaccio e che lei non ne poteva più di questa vita, e si sarebbe anche ammazzata, se lui non la voleva. Non so che cosa abbia risposto Tristano, ma una cosa è sicura: che la ragazza non si è ammazzata, né allora né poi. Un bel tipo Tristano. Si è innamorato della vedova wurtzel, se è vero quello che dice Nèoro, ma io non ci credo, e ha lasciato perder Renata. Ma che è cieco, Madonna? Una làppara come quella! Basta una gamba della ragazza per tutta quella vedova. Almeno questo è il mio parere. Siamo usciti a spasso, le mie sorelle, io, e Renata, la quale, tratto tratto, sfiorava i miei riccioli con le dita. A un certo punto mi è tornato in mente il discorso avuto con Nèoro cinque giorni fa. Da quel momento non ho fatto altro che pensare a come sarebbe Renata nuda. E dicevo tra me e me, mentre la vedevo davvero con le mammelle grandi quanto le coppe di champagne: Se sapessi come ti vedo, non saresti cosi tranquilla. E' inutile che ti copra di lana e di pelliccia. Io ti vedo nuda lo stesso . Per tutto il tempo non ho fatto altro che portare a passeggio quella bella Renata nuda. E la gente non si accorgeva di nulla. Altrimenti chissà che pandemonio sarebbe successo.
Ritornando a casa, la ragazza ha lasciato cadere il manicotto. Ci siamo chinati insieme per raccattarlo. Nel movimento, io ho fatto tanto
da toccarle il petto. Non so se lei se ne sia accorta, però io, sentendo la cosa morbida, sono diventato pallido, e ho voltato la testa dall'altra parte. E, anche dopo che Renata se n'è andata, ho seguitato a guardarmi la mano, come non fosse la stessa dell'altra che non ha sfiorato nulla. C'è rimasto come un tremore. Vorrei toccare cento, mille seni, per sentire ancora quel morbido. Com'era bello. Nèoro ha ragione di dire che, quando si è toccata una donna nuda, non se ne può più fare a meno. Lo capisco. Or ora, dopo aver finito le lezioni, ho anche provato a disegnarne una. Ho cercato di farle i seni grandi quanto le coppe di champagne. Né più né meno. Non mi sono riusciti molto bene. Allora ho calcato la mano e ho fatto la gigantessa della Bara di Sarmùra.
5 dicembre 1911. Oggi è stato fatto un complotto contro di noi piccoli. Appena rientrati in casa, dopo le lezioni del pomeriggio, io e Nèoro abbiamo trovato Tristano che, con una scusa, ci ha condotti nel suo studio per mostrarci dei libri. O non c'era in un angolo della stanza, con le spalle voltate verso di noi, Salemi che baciava Orsa? A quella vista Culo di Ferroè diventato rosso dallo sdegno, e sospirava come un mantice. Io non facevo che tirarlo per le falde della giacca. Tristano, intanto, fingeva di occuparsi solo dei libri.
A un certo punto, Nèoro, non potendone più, visto che Salemi ci aveva preso gusto, e seguitava a baciare Orsa, senza darsi pensiero di noi, è uscito in un ruggito: Ma Tristano non vedi? Orsa ci sta disonorando . A quel grido tutti sono scoppiati a ridere, anche Anita che aveva assistito alla scena nascosta dietro la porta dello studio di Cino, e cosi, per la prima volta nella sua vita, Culo di Ferroè stato sbeffeggiato. Ma era tanta la sua gioia di sapere che la sorella non ci aveva disonorati, che è stato il primo a batter le mani, quando la cosa si è chiarita. Questo è stato l'annunzio del fidanzamento di Orsa. Tanto io che Nèoro ne siamo stati arcicontenti, primo, perché Orsa è felice, (ci darebbe il mondo oggi, se glielo chiedessimo, non s'è fatta pregare a buttar carbone nella stufa, ha regalato venti lire a me e a Nèoro, e ogni parola che ci rivolge è accompagnata da un bacio); secondo, perché Giorgio Salemi è veramente un bravo amico, il migliore di tutti quelli che frequentano la nostra casa. Cino dice che è destinato a salire molto in alto. Dove andrà a finire? Diventerà anche lui deputato, e forse ministro? Ma se è rivoluzionario più di tutti i miei fratelli messi insieme... Mah... Vedremo.
Il fidanzamento di Orsa non si può certo confrontare con quello di Lina. A voler ripetere a Torino il pranzo delle verginelle ci sarebbe da
farsi rider dietro da tutti. Eppure era bello... Ma qui quelle cose non si capiscono... E poi il pranzo delle verginelle si fa a San Giuseppe da noi; vuol dire la primavera... Che sole c'è in quei giorni, e quante paranze sul mare. Le ragazze son tutte vestite di veli, quando corrono paiono metter le ali. Scendono all'Affaccio, tenendosi per mano, godendosi il sole nuovo; guardano gli alberi che han già buttato le gemme; e senton voglia di cantare. Ma qui... Fa un freddo cane, la neve è vicina, i vetri la mattina paiono insaponati dalla brina, come se un milione di farfalle fossero venute a sbattervi contro lasciandovi la polvere delle ali. Le verginelle si metterebbero a tavola col cappotto e il manicotto. Quindi niente. Contro l'arancia, che ha il colore dell'oro, il castagnaccio non regge, via.
E' stato un fidanzamento molto semplice, anche perché cosi ha voluto Giorgio. Si è telegrafato a Sarmùra a Firenze e a Milano, a cena è stato con noi il fidanzato (del resto tante volte l'abbiamo avuto a pranzo che, anche questo, non è un avvenimento), si è parlato del matrimonio che avrà luogo non prima di un anno e mezzo per ragioni speciali di Salemi, e poi, come sempre, si è discorso di politica e della presa di An-Zara. Dopo cena, siamo andati al cinematografo e, alle undici, eravamo già di ritorno a casa. C'erano, ad aspettarci, i telegrammi della mamma, di Mariano e degli altri, dei genitori di Salemi, e, infine, quello di Lina che invitava i due fidanzati da lei per le prossime feste. Ma quello della mamma che commozione. Poche parole, però tali da far piangere. Figlia mia sento il tuo cuore battere come se ti avessi ancora in me siate felici Mamma. 
Un anno e mezzo è lungo a passare, potremo ancora godercela Orsa. Pure quel giorno verrà, e anche lei se ne andrà. Se ne andrà come Lina, che la vediamo solo ogni tanto, mentre la vorremmo sempre vicina a noi. Pensando a questo io sento di essere, si, contento, che Salemi si sia fidanzato, però la mia gioia non è completa. Chi sa perché il matrimonio debba mandar via le persone care della famiglia. Non si potrebbe continuare come prima? Si prenderebbe una casa con una stanza di più, e anche Giorgio sarebbe a posto. Invece Orsa se ne andrà, e un giorno lo stesso sarà di Anita. Oh, Anita poi no. Se anche lei s'innamorasse di qualcuno, io e Nèoro ce ne ritorneremmo a Sarmùra. Che ci staremmo a fare a Torino? Per fortuna Anita non ci pensa neppure. Orsa è sempre stata una smorfiosa, ma lei, lei non vive che per noi.
Son curioso di sapere che cosa dirà Renata del fidanzamento di Salèmi. Quando noi arrivammo a Torino la ragazza era innamorata anche di lui, oltre che di Tristano. Io non mi spiego una cosa. Certo Orsa è bella, ma Renata se la mangia in insalata cento volte. E allora com'è che nessuno la vuole sposare? Com'è che Giorgio non s'è fidanzato con lei, invece che con mia sorella?
Però, se essa seguita a venire in casa nostra, significa che qualche speranza, almeno per Tristano, ce l'ha ancora. Invece a Salemi, si capisce benissimo che non ci pensa più. Da quando ha visto che amoreggiava con Orsa, e hanno cominciato subito dopo il nostro arrivo qui, l'ha lasciato perdere.
Domani andrò da Renata. Le porterò la notizia del fidanzamento io. Ieri notte non ho chiuso occhio pensando che le avevo toccato il petto. Ma non si è accorta lei? Eppure con le dita le ho proprio cercato il seno. Lo so che faccio male a far queste cose, ma voglio dimostrare a Culo di Ferroche anch'io, se mi ci metto, posso toccare una donna dove mi pare e piace. Certo, se invece di vederla con la fantasia, la potessi veder nuda davvero, Renata, che vittoria per me.
6 dicembre 1911. Appena uscito di scuola ho detto a Nèoro: Vado da Miglietti a prendere un libro di Salgari . Culo di Ferromi ha guardato con un po' di sospetto: E Miglietti dov'è? . Non l'ho visto. Dev'essere già andato a casa. Non cercherai di farmela sotto il naso? Tu non vai da Miglietti. Io ti dico che vado proprio da lui... Se non credi vieni con me. Avevo una gran paura che dicesse di si, invece, tranquillizzato da quell'invito, vi ha rinunziato. Solo mi ha detto di portargli un romanzo di Salgari: Sandokan alla riscossa. Io ho promesso e sono andato via. La pensione Carmagnola non è molto lontana dal ginnasio. Dopo un quarto d'ora ero già in camera di Renata. La signora Emilia mi ha fatto salire subito, dopo avermi dato un pugno di dolci. Ho trovato Renata distesa su un divano alla turca, con una stoffa a fiorami all'angolo del muro. Una stanza molto profumata. Quando sono entrato, lei è scivolata giù, ed è corsa ad abbracciarmi. Io ero emozionato. Mi sono rifugiato nelle sue braccia senza pensare a toccarle il petto, giacché il cuore mi batteva forte. E poi avevo paura che lei si accorgesse del motivo che mi aveva spinto a visitarla, e mi scacciasse. Come sei stato carino a venirmi a trovare mi ha detto. Son sempre cosi sola. Perché sei sola? Non puoi andare a trovare chi vuoi? Potrei, Leto, ma nessuno mi vuol bene. Nessuno. E come mai. Sei cosi bella... Tu sei il solo che me lo dice, caro. Sono invece tanto brutta, tanto... E in cosi dire lei mi stringeva ancora al petto. Questa volta sentivo proprio sulla mia bocca il morbido delle mammelle. Pensavo a Culo di Ferro . Chi sa se mi avesse visto cosi, che gelosia 
avrebbe avuto. Poi Renata mi ha staccato da sé chiedendomi: Vuoi che prendiamo il tè insieme? . Prendiamolo pure, se ti fa piacere. A me tanto. Avere vicino un cavaliere come te, non succede spesso. Oh tu ne hai tanti di cavalieri. Ti basta muovere un dito per averne un milione. Troppi, Leto. Quando ce ne son tanti non ne resta nessuno, credimi. Poco dopo è uscita dalla stanza per preparare il tè, ed io mi son disteso supino sul divano guardando il soffitto, beato. Il profumo della stanza di Renata era tanto buono. Mi pareva di essere su un prato. Poi, per ingannare l'attesa, ho incominciato a mangiare i dolci della signora Emilia.
E' ritornata la ragazza col vassoio del tè fumante, e le paste a parte. Io ne ho fatta una scorpacciata. Di fronte a tutti quei dolci, ho dimenticata la ragione per la quale ero andato là. Renata era felice di vedermi diluviare sui pasticcini. Lei invece non beveva che il tè. Ha paura d'ingrassare, di diventare come la signora Emilia, non vuol perder la linea, come si dice qui a Torino. Invece da noi le ragazze si che gliene importa della linea, mangiano come viene viene, però, dopo, sembran delle quartare. Ma proprio nemmeno uno ne prendi? le ho chiesto. E Renata: Li lascio tutti per te, caro . Piglia almeno questoho detto spezzando in due l'ultimo fondant e dandogliene una parte. Lei lo ha accettato, però, dopo averlo morso all'estremità, me lo ha ridato, mettendomelo lei stessa tra le labbra. E, mentre io finivo di mangiarlo, non cessava di guardarmi incuriosita.
A questo punto, siccome non c'era più niente da spolverare, io l'ho informata del fidanzamento di Orsa. Lei non se n'è fatta né in qua né in là. Mi ha solo detto: Dimmi la verità, tu credevi che io amassi Salemi? . Ed io franco: Una volta si. Ora non più . Ora di chi sono innamorata? Sai anche questo? So anche questo. Sei innamorata di Tristano. Alle mie parole la ragazza è scoppiata a ridere: Questa volta sei un cattivo indovino, mio caro. Io non amo affatto tuo fratello. Vuoi averne una prova? . Si, dammela. Renata, dopo essere rimasta un momento sopra pensiero, si è alzata dal divano, ed è andata alla scrivania; ha preso in un cassetto la fotografia di un bel giovanotto, allievo dell'Accademia militare, e me l'ha porta. Leggi la dedica . Io leggo: A Renata amor mio, ricordando i baci che ci siamo dati . Per essere sincero, sono rimasto male. Ma allora Renata non era innamorata di Tristano. Eppure Anita aveva letto la sua lettera, quella in cui minacciava di ammazzarsi. Poteva però darsi che l'allievo l'avesse conosciuto dopo, quando mio fratello aveva risposto di no. Non c'era la data sotto la dedica. Insomma la cosa era un po' impasticciata. Beh?
Non mi dici più nulla? Sei rimasto di sasso, povero Leto.Ed io: Ma tu mai hai pensato a sposare Tristano? . A questa domanda preferisco non risponderti, mio caro detective. Capisco ho replicato. Lui non t'ha voluta, e tu ti sei innamorata di questo militare. E se cosi fosse ti dispiacerebbe? Si. Avrei voluto che tu amassi ancora Tristano. Ne vale cento di questi qui. Alle mie ultime parole Renata non ha ribattuto. Se n'è andata alla finestra, restando appiccicata ai vetri per un pezzo, tanto che io credevo si fosse dimenticata di me. Aspettando che ritornasse, mettevo in bocca gli ultimi dolci datimi dalla signora Emilia.
Ma non aveva nessuna intenzione di ricordarsi di me. Ed allora sono andato io da Renata e le ho preso una mano. Senza sapere perché Gliel'ho baciata. Lei si è voltata e, sorpresa, chinatasi fino a me, prima, mi ha guardato a lungo negli occhi, poi ripetutamente ha ricambiato il mio bacio. Infine si è sollevata e mi ha detto: Vattene, Leto. Sarà tardi per te. Però vieni a trovarmi quando vuoi. Sei tanto caro . Ed io: Dimmi quando debbo venire . Quando vuoi, ti ripeto. Per te ci son sempre. Non chiedere neppure di me, sali addirittura. Se non mi trovi, ritorna all'indomani. Allora me ne vado. Ciao Renata. E grazie dei pasticcini. La prossima volta che vengo, i dolci li porto io. Guarda, ho venti lire. E le ho mostrato il denaro datomi da Orsa. Accettato. Vieni con le paste... Sei proprio un amore. 
Cosi l'ho lasciata. Mentre ritornavo a casa continuavo a sentirmi addosso il profumo della stanza di Renata. Sul portone mi son ricordato del romanzo di Salgari che dovevo portare a Nèoro. Non ho perduto tempo. Sono partito di carriera arrivando da Miglietti con la lingua fuori. Preso il libro, l'ho portato a mio fratello che mi aspettava impaziente. Sei profumato. Che cosa vuol dire? mi ha chiesto. Ed io: Miglietti mi ha dato un po' del suo profumo . Per il figlio di un tranviere non c'è male... ha detto asciutto Culo di Ferro . Ed io ho dovuto fare un grande sforzo per non ridergli in faccia. Povero Nèoro. Te l'ho proprio fatta. Se sapessi che ti sto canzonando mi bruceresti le piante dei piedi...
11 dicembre 1911. Oggi Nèoro è stato sublime a detta di tutti. Si combatteva sul campo della Società Sportiva Vigorla prima partita eliminatoria tra le squadre di foot-ball dei licei torinesi. C'era nelle tribune un bel pubblico, composto di studenti, dei loro parenti e di appassionati. Non mancavano le signore, cosa straordinaria, giacché le donne
eleganti alle partite di foot-ball non ci vanno. Preferiscono le corse al trotto a Mirafiori o lo skating al Valentino.
Prima di entrare in campo, Nèoro ha fatto un discorsetto alla squadra. Questo torneo è visto con interesse nel mondo sportivo. Abbiamo perfino un corrispondente della roseavenuto per assistere alle eliminatorie. Non c'è dubbio che oggi si vede chi ha del sangue nelle vene e chi, come si dice al mio paese, si è invece sparato tutta la polvere. A scanso di equivoci vi avverto che, se credete di farmi fare una brutta figura, vi sbagliate. Io mi leverei il pane di bocca per voi, ma voi non dovete incarognirvi, sapendo che ci sono io a sostenervi. Se qualcuno ha intenzione di dormire, me lo dica prima. Io lo mando a letto, giacché preferisco giocare con una squadra ridotta che con una di poltroni. Va bene? Ora che ci siamo intesi, abbracciamoci pure, e giuriamo di battere il Gioberti . Tutti stendono il braccio gridando a una voce: Giuriamo . Poi si buttano le braccia al collo. Se tutto andrà bene conclude Nèoro le venti lire che ho in tasca sono per voi. Un urlo corona quella parlata. Viva Culo di Ferro . E Nèoro: Ora basta con le pagliacciate. Andiamo fuori .
La squadra esce dagli spogliatoi in maglia granata e calzoncini candidi. Tutti hanno scarpe e ginocchielli nuovi. In testa ai dieci ragazzi caracolla il capitano. I primi palloni di assaggio che spara paion cannonate. Poi, essendo l'ora, tira a sorte il campo col capitano avversario, un licenziando del Gioberti , alto e magro che rassomiglia al potente Culo di Ferrocome un pappo a un querciolo. Però Nèoro perde nel sorteggio. Gli tocca il campo contro sole. Che importa? E' un solicello che non può far paura.
Poco dopo il gioco s'inizia. Il terreno è viscido. Parecchi giocatori dell'una e dell'altra parte capitombolano al suolo, riducendo in uno stato pietoso quei bei calzoncini candidi. Non son passati dieci minuti che il Giobertisegna il primo goal. L'azione si è svolta regolarmente. il gioco della squadra, a detta dei competenti, che io ascolto, poggia sulle ali. C'è specialmente l'ala sinistra che fila come un razzo. Non le si darebbe un soldo, cosi minuta, tutta testa, una zazzera volante, eppure non sbaglia un pallone. Culo di Ferroè centromediano dell'Alfieri. Egli sta studiando l'avversario. Tende più a tenersi in difesa che all'attacco. E intanto non perde d'occhio Righini, la zazzera volante. Egli si è spostato verso destra, e marca l'avversario. Ma l'ala destra del Giobertial ventesimo minuto s'incunea come un ladro nella difesa nemica, e, con un shoot magnifico, segna. Due a zero.
Nèoro a questo punto fa qualche modifica nella formazione della sua
squadra. Si mette lui al centro dell'attacco, e sposta Rossi che è in forma, dalla mezz'ala all'ala. Alla linea mediana ordina di buttarsi in avanti, di lasciare alla difesa il compito di cavarsela da sola. Passano altri minuti, e il Gioberti , su un calcio d'angolo, segna il terzo goal. Punto anche questo bello. Culo di Ferrosorride. Dice ai suoi uomini: Ora mi pare che basti, eh? . Gli rispondono dei visi impastati di fango e preoccupati. Fino a questo momento, la squadra ha giocato bene, tranne forse le due mezze ali, troppo lente. Pur tuttavia, se il capitano non ha da fare rimproveri precisi, significa che tutti, chi più chi meno, han marciato. I tre goals sono frutto più del caso che di una vera superiorità.
Ora l'Alfieri si butta all'attacco come se lo inseguissero i carabinieri. Nèoro è dappertutto. E' avanti, è indietro, è all'ala, è al centro; le sue gambe si moltiplicano; il pallone è sempre al suo piede; sembra ci sia il vischio o la pece greca sulla punta delle sue scarpe; egli passa tra le file avversarie, qua sfiancando, là scansando, ora con la forza e ora con l'astuzia; nessuno più gli dà ombra; nessuno più lo ferma; ed ecco che, dopo aver dribblata l'intera difesa avversaria, entra in porta col pallone. Primo punto. I suoi uomini corrono per abbracciarlo. E lui: Troppo presto. Ci baceremo al quarto punto .
Si rimette la palla al centro. Dopo una breve schermaglia tra gli avanti, Nèoro s'impadronisce del pallone, e passa a Rossi. Questi riceve, vince in velocità la difesa giobertina, e centra. C'è Nèoro a prendere la palla in mezzo a un groviglio di nemici. Con un salto l'arriva, e la rovescia in porta. Colpo da maestro. Il secondo punto è segnato. Non son passati trenta secondi dal primo. Viva Culo di Ferrosi grida dalle tribune. E lui: Non facciamo pagliacciate. Siamo ancora sotto di un punto .
Ancora il pallone è nel mezzo. Gli avanti giobertini si lanciano verso la porta nemica. La difesa si fa giocare. Un giocatore tira in goal. Non si sa come, mentre il guardiano si è buttato a vuoto, in tuffo, c'è in porta, a intercettare, Culo di Ferro . Come ha fatto a trovarsi là? Mistero. Il pallone con un potente calcio di rimando ritorna all'attacco alfieriano. Rossi conduce l'azione, ma non si affretta, ricama (come si dice nel gergo dello sport, che io conosco assai bene perché leggo la roseache compra Nèoro) per dare tempo al capitano di ritornare in linea. E, quando lo vede avanzare, come un toro, a testa bassa, ecco passargli con un breve colpo la palla. Culo di Ferroriceve, spiazza con una finta tre avversari, uno ne slomba che si accanisce a molestarlo, e fila sulla porta nemica. A dieci metri, mentre il guardiano indeciso non fa
che agitarsi per confondere il cannoniere che avanza, questi spara. Il difensore non può che sfiorare il pallone in tuffo. Terzo punto. La tribuna scoppia in una grande ovazione. Nèoro gioca da campione. Tutti lo acclamano. La squadra, soggiogata, si farebbe fare a pezzi per lui. Dopo alcuni minuti di gioco termina il primo tempo.
Nell'intervallo io sono andato a vedere il trionfatore. Avevo la pelle d'oca per la grande emozione. Com'ero orgoglioso d'essergli fratello. L'ho trovato che salàva di pugni Belfiore, uno dei terzini, perché aveva messo la porta in pericolo per un errore di spiazzamento. L'altro si prendeva le scariche in santa pace, avendo riconosciuto che il capitano aveva ragione. Solo a Rossi Nèoro ha dato un bacio. Gli altri non meritavano segni particolari di distinzione. Qualche secondo dopo, è entrata nello spogliatoio una signorina, accompagnata dal fratello. Nel vederla Nèoro le è andato incontro: Lei qui, signorina Ruella. Son proprio contento. Le presento mio fratello Leto . Cosi finalmente ho potuto conoscere l'amorosa di Culo di Ferro . Oh Dio non c'è male. Una gattina tutta mossine graziose e erre in bocca, ma proprio niente di straordinario. Se la confronto con Renata, oh povero Nèoro. Tuttavia ho finto di niente e ho sorriso alla Ruella. Lei si è interessata ben poco di me. Evidentemente le son riuscito antipatico. Poco male.
Ma intanto l'arbitro ha fischiato la ripresa. Bisognava andare. Io ho baciato mio fratello dicendogli: Ndànnu a mangiari pipi prima mi ti fùttinu, eh Nèoro . E lui: Vermi di puma, Leto. Dàssa fari a mia... . Ci siamo lasciati con quelle frasi. Poco dopo è ricominciato il gioco. Per una buona ventina di minuti nessuna delle due squadre è riuscita a segnare. Tutto l' Alfieri , spronato dal suo capitano, si era stabilito nell'area di rigore avversaria, ma un diavolo impediva al pallone di entrare in porta. Dieci volte picchiava contro gli spigoli di essa, dieci ne usciva a lato per un capello. Il fango aveva reso i contendenti irriconoscibili. Nèoro si sarebbe potuto chiamare, come Faber, il gigante del fango. Quante volte è caduto? E, ogni volta, la paura che si fosse fatto male, mi faceva battere il cuore all'impazzata. Ma lui si rialzava più fresco di prima.
Però, improvvisamente, dopo tanta supremazia alfieriana, ecco Righini, dopo una rimessa in gioco, impadronirsi del pallone, e, approfittando dello spostamento dei terzini avversari, filare sulla porta di Volpi, e segnare con un traversone.
Questa è la goccia che fa traboccare il vaso. Dopo avere cazzottato il proprio portiere, che non era uscito dal goal per tentare d'imbrogliare Righini, Nèoro si butta al contrattacco come un terremoto. Posso
descrivere quello che fa? Non lo tento. E son sicuro di leggere domani l'articolo della Gazzetta dello Sport. Dirò solo che dopo quel goal fortunato del Giobertinon rimane sul campo che Culo di Ferro . Gli altri non si vedono più. Anche Rossi scompare nel ninnero. Non resta che mio fratello, all'attacco, alla difesa, al contrattacco. Il primo punto lo segna alla mezz'ora precisa, da solo, contro sei o sette avversari, accompagnando il pallone da metà campo fino alla porta. Si vede in quel momento, che egli è Culo di Ferroper qualche cosa. A colpi di natiche, si fa strada verso il goal, e, quando è a tre metri, paff, un tiro raso terra, munito di tutti i sacramenti. Un altro punto lo segna in corner, tre minuti dopo, aprendosi uno spiraglio in una selva di gambe. Ai trentacinque minuti, due giobertini lo caricano, ed egli li stende doloranti al suolo entrambi. Un minuto dopo, su un calcio di rigore per fallo avversario, altro goal d'angolo molto bello. Demoralizzazione del Gioberti , che ormai sèguita solo per l'onore delle armi. Tre minuti dopo, nuovo goal su passaggio preciso di Salamano: l'ala sinistra dell'Alfieri. Le tribune paion diventate matte. Si buttano i cuscini per aria, e il nome di Culo di Ferroè scandito da centinaia di persone come un grido di guerra. Ma Nèoro non riposa sugli allori. A quattro minuti dalla fine, dopo un palleggio tra lui e Rossi, quest'ultimo segna con una cannonata. E' l'ottavo goal. Ormai l'avversario è in rotta. Guarda l'arbitro ansiosamente, e non vede l'ora che il tempo finisca. Le ultime battute si risolvono nel bombardamento di Nèoro, Rossi e Salamano, contro la porta giobertina. Spetta all'ala sinistra di chiudere la serie dei punti, dopo un'azione travolgente. Nove a quattro. Dei nove punti, sette dovuti a Nèoro. Avrebbe potuto giocare da solo. L'arbitro alla fine dell'incontro non può a meno di abbracciarlo.
Quel che è successo poi nessuno lo può immaginare. Culo di Ferroè stato portato in trionfo per il campo come un papa. Ed egli aveva gli occhi solo per quella gattina tutta smorfie, che gli sventolava un giornale dall'alto della tribuna. A me neppure un'occhiata. Non ricordava neppure che fossi al mondo. Pensare che piangevo, vedendolo cosi glorioso.
E quando, a casa, mi ha chiesto se la Ruella mi era piaciuta, io ho risposto brusco di no.
19 dicembre 1911. Oggi sono ritornato da Renata con un pacchetto di dolci. Ho speso una somma: dieci lire. Però che bellezza di paste. Siamo sotto le feste, e i dolcieri lavorano anche meglio del solito, per invogliare la gente. E la gente darebbe la giacca per potersi portare a casa quella buona roba. Torino è una città ghiotta. Mi han detto che
ci son delle pasticcerie dove si posson mangiare tutti i dolci che si vuole, e pagarne solo qualcuno. Si approfitta della confusione, e la si fa, sotto il naso del padrone. Il quale, anche se vede, finge di badare ad altro...
Quando sono entrato, Renata era nel bagno. Sentendo la mia voce, di dietro alla porta, mi ha detto: Sei tu Leto ? . Ed io: Si. Ho portato le paste . Bravo. Aspettami cinque minuti. Sono nel bagno. C'entro proprio in questo momento. Mi vuoi aspettare? Certo che ti aspetto. Sei tutta nuda? Ma Leto! Che sfacciato, sei diventato! ha esclamato lei ridendo. Ed io: Fa' presto, se no mi mangio tutti i dolci.
Per un po' ho resistito a non andare al buco della serratura, per guardare nella stanza da bagno, poi la curiosità mi ha vinto. In punta di piedi, mi son avvicinato alla porta, e, messo l'occhio al forellino, ho spiato di là. Renata usciva dal bagno in quell'attimo. Mentre prendeva l'accappatoio si è voltata verso di me, ed io l'ho vista completamente nuda. E' stata tale l'impressione che ho dovuto chiudere gli occhi, mentre i denti mi battevano. Poi ho guardato ancora. Seduta davanti allo specchio la ragazza si asciugava lentamente, indugiando col tessuto spugnoso sotto le ascelle i seni e il pube (sono andato a trovare questa parola nel vocabolario secondo il consiglio di Nèoro). Ora lei mi voltava le spalle, ed io non potevo vedere che il gesto del braccio, mentre il suo viso era fisso allo specchio, a osservare i movimenti della mano e del corpo riflessi in esso, invece che direttamente. Poi, dopo essersi asciugata, preso del borotalco, si è incipriata tutta. A questo punto mi ha chiesto: Leto, che fai? Ti annoi? . Ed io, allontanandomi ratto dalla porta: Non mi annoio, no. Fa' pure i tuoi comodi, non aver fretta . Poi sono ritornato al buco della serratura, e ho visto che la ragazza s'era alzata in piedi, e, ferma davanti allo specchio, sempre guardandovisi, si era agguantata i seni con le mani e se ne stava cosi, senza muoversi, a contemplarsi. O che le prende? ho detto tra me e me. Teme che le scappino dal petto? Dopo alcuni secondi di quello spettacolo, Renata si è seduta nuovamente, per infilarsi le calze. Lo scatto degli elastici sulle cosce mi ha fatto capire che era tempo di allontanarmi dalla porta. Appena sul divano, le ho chiesto, alzando la voce perché mi sentisse attraverso la porta: Renata fai sempre il bagno a quest'ora? . E lei: Perché me lo chiedi, eh curiosone? . Poi, senza aspettare la mia risposta: Non sempre, però spesso. E' l'ora migliore. Pare di farsi bella per un innamorato che ci aspetti impaziente, fuori dalla porta . Chi è quell'innamorato, Renata? Tu sei, Leto esclama ridendo. Io sono innamorato di te? Dicevo per scherzo, oh non capisci? 
Renata, uscendo dalla stanza da bagno, mi ha trovato disteso sul divano, e con gli occhi socchiusi, come se stessi per addormentarmi. Mi è venuta vicino in punta di piedi e mi ha imposto le mani sulle palpebre. Chi è, Leto? Sei Renata. Che buon profumo. La ragazza prima mi ha baciato in fronte, poi mi ha tolto le mani dagli occhi. Com'era bella. Non si era vestita, era rimasta in vestaglia, una vestaglia di lana leggera, tenuta aderente al corpo con un cordone. Mandava un tepore gradito, si era profumata dalla testa ai piedi. I capelli se li era lasciati in po' in disordine, ma eran forse più belli cosi, leggermente umidi, mossi e quasi vicini a sciogliersi sulle spalle, che pettinati a regola d'arte. Come vedi, ho mantenuto la promessa. Ho portato i dolci. Sei tanto caro, Leto, sei proprio un uomo di parola. E sei venuto solo per questo, per portare i dolci? No, sono venuto anche per te, per vederti. Tu mi vuoi bene, Leto. Ti ringrazio. E mi bacia come una sorella, mettendomi le dita tra i capelli. Hai detto a casa che venivi qui? No, non l'ho detto. E perché non l'hai detto? Ma, veramente non lo so. Potevo anche dirlo. Se sapessero che vieni da me pensi che ti sgriderebbero? No. Però mi rimprovererebbero di aver taciuto. Allora è meglio tenere il segreto? E' meglio. Un segreto tra me e te. Io ne sono incantata. E tu? Anch'io. 
Renata è andata a preparare il tè, ed io, approfittando della sua assenza, sono corso a dare un'occhiata nella stanza da bagno. Mi sono guardato nello specchio, ho fatto lo stesso gesto di lei, di toccarmi le mammelle con le mani, ma io non ce l'ho, ho sole due puntine rosa in mezzo al petto, ed allora ho abbracciato la stoffa del vestito. Poi mi son seduto, per un attimo, sulla sua sedia, ho ripetuto i suoi gesti. Ero ridicolo, lo so, eppure mi piaceva, mi pareva che ci fosse ancora là Renata, che io fossi la stessa cosa di lei. Infine sono andato a prendere la spugna con la quale lei s'era lavata, e l'ho odorata un poco. Sapeva di sapone, di profumo e anche di carne. Era buona. Prima di rimetterla nello scodellino ho fatto la mossa di passarmela su tutto il corpo, come un piùmino da cipria. Poi sono ritornato al divano.
E' venuta Renata col vassoio del tè, e, nel piegarsi, per deporlo sui divano, le ho potuto vedere, per lo scollo della vestaglia, il seno. Lei si è accorta del mio sguardo, e si è coperta. Preso in fallo, io ho abbassato gli occhi, e, per un pezzo, non ho detto una parola. Come mai sei diventato muto? Sciogli il pacchetto dei dolci mi ha detto lei, sorridente. Rinfrancato dal suo viso, ho ubbidito. Alla vista di quei bei pasticcini, Renata è rimasta meravigliata. Ma ti sei rovinato, Leto. Ce n'è per un'intera famiglia... Credi? Son tanto buoni. Van giù che neppure ci se ne accorge... Come farai a comprarne, quando avrai finito le venti lire? Chiederò i soldi ad Anita. E poi ora, a Natale, la mamma mi manda cinquanta lire. Tutti gli anni fa cosi. Cuce quattro fogli, due da cento e due da cinquanta, nella lettera di Natale. I fogli da cento sono per le sorelle maggiori . Ai tuoi fratelli Tristano e Cino non manda nulla? Nulla. Loro non han bisogno. Guadagnano. Siamo noi piccoli, i poveri. Oh caro, caro... dice Renata abbracciandomi. Più ti si ascolta, e più sei caro... Una volta però non mi guardavi neppure. Ti piaceva più Nèoro, eh? Che dici, Leto. Mi sei sempre piaciuto tanto... Cosi biondo e con quegli occhi celesti mi parevi un angelo. Ora non ti sembro più un angelo? Oh, si, sempre... (se Renata avesse saputo che l'avevo veduta nuda per il buco della serratura, altro che angelo. Nemmeno un diavolo l'avrebbe fatta più grossa). Ora basta coi discorsi. Mangiamo. Ecco, serviti. E, ricordati, che c'è un'altra persona, alla quale potrai chiedere dei soldi, quando non ne avrai. E chi è quest'altra persona? Non l'immagini? Sei tu? Non potrei essere io? Non sono come tua sorella Anita? No, tu sei Renata, non sei una mia sorella... Ho saputo da Miglietti che gli uomini non debbono mai prendere soldi dalle donne. Renata scoppia a ridere. Gli uomini, ma tu sei un ragazzo. Un ragazzo ma sempre un uomo. E va bene. Prendo atto che sei un uomo. Dovrò aver paura di te, da oggi in avanti. Che cosa farai per aver paura? Sospetterò che tu sia meno innocente di quello che sembri. No, Renata, io sono innocente, te lo giuro (ora avevo timore di essermi scoperto, che lei non mi ricevesse più nella sua stanza, e non facesse più il bagno all'ora in cui esco da scuola). Va bene. Fingerò di crederci. Però tu mi hai l'aria di un furbacchione, nonostante codesto viso da cherubino. Non è la prima volta che l'apparenza inganna. No, Renata, io son davvero innocente. Se tu non mi credi, mi arrabbio, e non tocco neppure uno di questi dolci. Renata, impietosita, mi ha attirato a sé, e mi ha baciato. Io mi sono accucciato a lei, senza fare alcuna mossa per non svegliare i suoi sospetti. Perfino il morbido che avevo intorno a me, non lo sentivo più. Però quella vestaglia com'era fine. Pareva di toccare Renata nuda.
Poi abbiamo preso il tè. La ragazza non avrebbe voluto saperne di assaggiare i pasticcini, ma io l'ho costretta a mangiarne parecchi. Ero io stesso ad avvicinarglieli alle labbra, perché ne sentisse l'odore. Lei lasciava fare. Mi guardava un po' stupita. Non so che cosa ci fosse di straordinario in quel fatto. Però, pur pensando a Renata, non dimenticavo me stesso. In poco tempo si fece un bel vuoto nel vassoio di cartone. Per non sembrare allupato, a un certo punto, ho smesso. Questi te li lascio. Li potrai mangiare domani al tè. Cosi ti ricorderai di me. Ci verresti anche domani, eh Leto? Io verrei sempre da te, se potessi. Ma domani ho lezione fino alle cinque e mezzo. E non è possibile. Quando comincian le vacanze di Natale? Fra tre giorni. Forse vado a Milano, sai... Ah, e non mi dicevi nulla... Vado con Orsa e Salemi. Nèoro non può venire perché ha la finale del torneo tra i licei. Sei contento di andare a Milano? Si, tanto. Non ci son mai stato. Mi manderai una cartolina? Certo. Quando ritornerai, la tua prima visita sarà per me. Ci tengo. Va bene... Ora vado. Son quasi le sei. Ciao, Renata. Mi sono alzato per andarmene, e lei mi ha accompagnato fin sulla porta. Prima di dividerci, mi ha baciato sulla bocca. Appena fuori della sua vista, io mi son pulito le labbra col fazzoletto, perché mi aveva lasciato sopra un po' di rossetto.
25 dicembre 1911. Son da tre giorni a Milano con Orsa e Salemi. Nèoro non ha potuto rinunziare al torneo. Oggi ho ricevuto il suo telegramma: Ti comunico Alfieri riuscito vincitore torneo battuto D'azeglio cinque a uno sottoscritto marcato tre punti giocato bene Hip Hip Hip Urrah abbraccioti Nèoro . Questo telegramma mi ha portato un po' di sole. E ce n'era bisogno. Qui nevica da quando sono arrivato. La casa di Lina è molto bella, assai più bella della nostra di Torino, ma ci si annoia un poco. I fidanzati sono sempre in giro, malgrado la neve, e rincasano solo all'ora dei pasti. Io li accompagno spesso con Lina e Cortaldo. Aspettiamo che termini di nevicare per fare qualche bella passeggiata, sia in città che nei dintorni. E ogni giorno è peggio. Le strade hanno una coltre di neve altissima. I trams vanno con fatica. Però Lina dice che Milano è più bella cosi che senza neve, e mi ha portato a vedere, per farmi restare incantato, il Naviglio, tra via Statuto e via San Damiano, il Parco, i Giardini di Porta Venezia e la periferia della città, che si estende subito fuori Corso Buenos Ayres, lasciata intatta dagli spazzaneve, e somigliante, per la sua vastità, a un paesaggio polare.
Certo Milano è assai più grande di Torino, non c'è alcun confronto da fare. Anche a girarla con l'automobile di Cortaldo, ce ne vuole, di tempo. Quanta gente per le strade, che ressa nel centro, che pandemonio in quella Piazza del Duomo, col carosello dei trams scampanellanti, sempre in movimento. E poi la Galleria, quella non la si trova davvero a Torino. Si, ci sono le gallerie dell'odeon e del Volta, ma, a Torino, la gente pare si vergogni di passeggiarci dentro, mentre qui, i milanesi metterebbero il materasso per terra, dopo averla percorsa
ore ed ore senza stancarsi, e ci passerebbero anche la notte. Le vetrine sono meravigliose. C'è un posto dove si mette un ventino in una fessura e si sente l'Aida o il Trovatore. E poi grandissimi caffè, davanti ai quali il Ligure o il San Carlo sfigurano, caffè con orchestrine di belle ragazze, e, dentro, a servire, altre ragazze vestite alla foggia viennese, che si chiamano kellerine.
E, con tutto questo, io preferisco Torino. Non saprei perché, ma là mi trovo più a mio agio. C'è tanta gente che conosco, le strade, i portici li so come le mie tasche, c'è Renata, per passare un po' di tempo, e poi, a Torino, c'è Nèoro. Senza di lui, com'è noiosa la vita. Ci bisticciamo spesso, ma che significa? E credo che anche lui senta la mia mancanza, se la Ruella non l'ha stregato. (A ben pensarci quella ragazza è proprio odiosa. Non le auguro la morte, ma certo era meglio che fosse nata in Papuasia, piuttosto che a Torino.)
Anche Lina non mi pare di buon umore. E' dimagrata dall'ultima volta che l'abbiamo veduta, ha un cerchio blu sotto gli occhi. La notte riposa poco, non fa che leggere. E, per non dar noia al marito, è andata a dormire in un'altra stanza. La mattina vien lei a darmi il buongiorno. Entra in punta di piedi, credendo di trovarmi addormentato. Io, invece, che sono abituato a svegliarmi presto, son già con gli occhi aperti, e penso a tante cose. Però, ieri mattina, ero ancora tra sonno e veglia. Lina è entrata, ha socchiuso le imposte, poi è rimasta a lungo a guardarmi. A un certo punto, l'ho anche sentita piangere. Allora l'ho chiamata: Lina, perché piangi? . E lei sorpresa, asciugandosi le lacrime: Non dormivi? . No. Ti voglio abbracciare. E l'ho abbracciata, mentre lei si sforzava di tenere i singhiozzi. Perché piangi? Non me lo vuoi dire? Piango perché, tra qualche giorno, te ne andrai. Vorresti che restassi a lungo presso di te? Si, Leto. Sarebbe una grande gioia per me. Anche per me, te lo giuro. Ma perché non hai comprato dei bambini, Lina? Perché non ho soldi, Leto. Son povera... Povera? Hai una casa che ci potrebbe stare il re. E poi io so che i bambini non si comprano. Non si comprano? Oh, cosa dici... Nascono dal ventre delle mamme, lo so di sicuro. Oh Leto, chi ti ha detto queste cose? Un mio compagno. Un giorno, mostrandomi la pancia di sua madre, mi ha detto: Vedi, là dentro c'è gente . Che orrore... E la mamma che cosa ha risposto? Niente. Si è messa a ridere... Ma che significa che là dentro c'era gente? Significa che stava per nascere il bambino. Ma come nasceva? Come? Sua madre lo nascondeva là dentro, aspettando il momento di mostrarlo al padre. Aveva paura di farlo nascere prima del tempo, perché i Miglietti son poveri e una bocca di più conta... Ma qual è il tempo giusto, Leto? Quello in cui la mamma è stufa di parere una botte... Allora il bambino nasce. Tu non ne hai perché non vuoi perdere la linea. Sei come Renata. La pancia grossa non ti piace... A queste mie parole Lina si è messa a ridere. Ed io: Meno male che t'ho messa di buon umore. Tu non ridi mai, Lina. Noi a Torino siamo molto più allegri. Gridiamo, c'inseguiamo per la casa, cantiamo, fischiamo... Qui invece... . E' un mortorio, eh Leto? Un mortorio proprio no, ma non è come a Torino... Anche Cortaldo è diverso da Sarmùra... Com'era a Sarmùra? Non lo sai com'era? Per dirti la verità non me lo ricordo più... Era più divertente. Stava allo scherzo, organizzava gite in barca alla Marina, gli piaceva ballare, cantare... Insomma era un altro... Era il nostro sole, Leto, il nostro mare a renderlo diverso... Qui non c'è che neve... Come si può pensare a organizzare le gite in barca? Te la sentiresti di metterti a cantare con tutta questa neve d'intorno? Quando non c'è la neve siete più allegri? Un pochino di più, Leto Meglio cosi... Però è un peccato che tu non sia venuta ad abitare a Torino. Ci saresti stata bene tra di noi. Del resto, quando qui ti annoi, perché non ci vieni a trovare? Verrò, Leto. Mi farai buona accoglienza? Oh Lina, e me lo chiedi? Ti verremo a prendere alla stazione con la musica. Va bene, ci conto. Ma non dimenticartene. Quando mi vedrai arrivare, senza neppur chiedermi la ragione della venuta, dovrai fare di tutto per consolarmi... Intesi? Da solo o con l'aiuto di Nèoro e degli altri? Basterai tu da solo, ne son certa... Se è cosi va bene... .
Dopo questo discorso, mi è parso di veder Lina meno triste. Oggi poi non ha avuto tempo di annoiarsi. Ha dovuto aiutare la cuoca a preparare la pacciada . Tra qualche ora comincia la gigantesca mangiata di Milano. Tutta la città si spopola, e si mette a tavola a diluviare. Fino a mezzogiorno è stato un vero assalto ai negozi. Ognuno, anche il più miserabile, si è portato a casa un tacchino e un panettone. Mi dicono che la gente qui pensa alla pacciadada un settimana. Si deve mangiare a crepapelle, e chi non lo fa è per lo meno un traditore. Stamattina all'alba c'era ancora della gente che aveva passato la notte bianca a strombettare. Io l'ho sentita benissimo, e quei rumori mi hanno ricordato le feste di Natale a Sarmùra. Che differenza tra quelle e queste. Là novene di ciaramelle e di chitarre, litanie di mendicanti e grida di Viva Maria per le strade, come se la Madonna fosse a passeggio, o ognuno, incontrandola, la salutasse per nome; e, nelle chiese, i presepi coi lumini colorati e la stella dei Re Magi; e, sulla montagna, 
mortaretti ed echi di canti; e, nell'aria, odor di zeppole, di buon mangiare, di pane caldo; e poi, in ogni casa, il ceppo grande nel camino, la famiglia riunita attorno al fuoco per sorprendere la Madonna che viene a scaldare i pannolini di Gesù alla fiamma, il pane dei poveri morti sulla tavola, le giocate alle nocciole per tutta la notte, e, insomma, un'attesa di qualche cosa che deve avvenire, che non fa dormire né i piccini né i grandi. Qui tutto si riduce a empirsi la pancia. Per le strade quattro giovinastri che fanno baccano, e nelle chiese le donne vanno, non per vedere il presepio, ma per mostrare i vestiti e i manicotti. Pensare che, con un Duomo cosi bello, si potrebbe fare un presepio tale da invogliare veramente Gesù a restare sempre bambino, e non mettere la barba come Mariano. Si addormenterebbe nella stalla dov'è nato, si nasconderebbe magari sotto la paglia, per avere più caldo, e anche per non vedere tanta gente che Io ama soltanto a parole. E cosi il Natale, invece di una notte, durerebbe sempre.
2 gennaio 1912. Non posso descrivere la mia emozione quando, disceso dal treno a Porta Nuova, ho visto Pietro tra gli altri cari ad aspettarci. Ci ha voluto fare una sorpresa, non avvertendoci prima. E forse aveva paura che, sapendolo a Torino, ce ne scappassimo dalla casa di Lina di nottetempo. Pietro era in borghese. Confesso che avrei preferito vederlo vestito da bersagliere. Però, anche cosi, faceva la figura di un eroe, ed io non mi stancavo di guardarlo. Alla gente che ci passava vicino, senza neppure accorgersi di noi, avrei voluto gridare: Olà signori miei, avete le cateratte che non vedete chi avete vicino? C'è Pietro Rupe in persona, l'eroe della Libia . Veramente i torinesi non mi sono mai parsi tanto mammalucchi come stamattina.
Durante la strada Nèoro mi ha messo a parte delle avventure di Pietro nel pozzo. Ne sapevo già qualche cosa, per averlo appreso sia dai giornali che dalle lettere. Ma ora i particolari di quell'agonia mi facevan venire la pelle d'oca. Che caro quel capitano Magrini. A me è parso anche più bravo di Gavotti, e non ho esitato a dirlo a Nèoro, il quale si è limitato a rispondere che si tratta di due cose diverse. A casa non ho dato pace a Pietro, finché non mi ha raccontato tutto. Il coraggio di Piras mi ha entusiasmato. Che mio fratello sia un eroe è naturale, non potrebbe esser diverso. Ma Piras è Piras, un uomo qualunque. Ed egli ha sopportato il supplizio anche meglio di Pietro. Ma chi è costui, Aiace? Rimpiango proprio che non sia qui. Si è ammalato in Sardegna, e non ha potuto venire a trovarci come aveva promesso, ma, quando sarà guarito, ci capiterà in casa come un bolide, ne
siamo tutti sicuri. Però, più della guerra, mi ha interessato sapere le feste che Sarmùra ha fatto a Pietro, e a Piras, che se le meritava quanto lu. Proprio come me l'immaginavo io. Quasi tutta la popolazione alla stazione. In prima linea Attisani, che comandava un piccolo esercito di coetanei. E, appena Pietro apparve allo sportello, un applauso simile a un tuono. Poi il corteo fino al Trodio, il discorso di Mariano, il gran pranzo di famiglia, e, infine, per giorni e giorni la sfilata ininterrotta degli ammiratori per la strada che da Sarmùra porta alla Fornace. Come ha dovuto essere bello ho esclamato, sospirando, alla fine del racconto. E Pietro: Ci avresti voluto essere, Leto? . Me lo chiedi? Una giornata come quella vale dieci anni di vita... Cioè tutta la vita, giacché tu ne hai solo tre di più... E, cosi dicendo, mi ha baciato con grande affetto. A me, non so perché, son venute le lacrime. Ho sentito che, insieme con lui, mi baciava la mamma.
Più tardi ho chiesto a Pietro di Sara: Come sta Sara? . Bene, grazie. Ti manda tanti baci... E' sempre bella? Si, Leto. E' più bella che mai... Più di Renata? Non è mai venuta in questi giorni? ho domandato a Nèoro. E lui: Io ero occupato col torneo. Son stato in casa ben poco . E' venuta ha detto Anita alla Vigilia di Natale per fare gli auguri delle feste. Non c'ero che io a riceverla... E' stata tanto carina. Te la farò conoscere, Pietro. E' la più bella ragazza di Torino. Cosi potrai confrontarla con Sara. Ma, secondo te, qual è la migliore delle due? Mi fiderò del tuo giudizio. Io son rimasto un poco indeciso. Poi ho preso il coraggio a due mani: Renata è più bella ma lo sai perché? Perché si dipinge le labbra. E poi perché è più elegante... 
A questo punto Culo di Ferro ha sparato in porta, chiedendo a Pietro: Ma tu la sposi Sara o no? . Pietro, a quella domanda, è rimasto interdetto; si è fatto rosso in viso e ha tossito a lungo prima di rispondere. Ti pare che sarebbe ora, eh, Culo di Ferro?E lui: Sei tu che devi decidere. Una moglie è una cosa seria, come dice il mio professore di filosofia, che, sei mesi fa, si è risposato per la terza volta. A quell'uscita tutti son scoppiati a ridere riempiendo di meraviglia Culo di Ferro . Non è poi una cosa tanto seria se finora ha potuto prender tre mogli, ti pare?dice Tristano. E Nèoro: Può darsi che n'avesse in progetto di più e che, solo pensandoci su, si sia limitato a tre... . Alla grazia. Ma il tuo professore è un aspirante sultano, allora. E dove le mette le mogli? Le ammazza o le riunisce nell'harem? Io credo che le ammazzi risponde Nèoro. Quel suo
continuo parlar di Aristotile e di Platone dev'essere cosi insopportabile in casa che le mogli trovano solo scampo nella morte. 
La diversione sul filosofo non impedisce a Culo di Ferrodi ritornare sull'argomento di Sara: E cosi Pietro, si può sapere quando ti sposi? . Ma proprio ti preme tanto? chiede l'altro. Ti dirò che non ci ho ancora pensato abbastanza. Dopo quattro anni. E' straordinario... Se tu, però, mi ordini di sposare, ti ubbidirò... A me, vedi, Pietro, non interessa che una cosa: ritornare a Sarmùra per rivedere la mamma, Gilda, il paese, e anche per insegnare il foot-ball a quei ragazzi di laggiù. Sono sicuro che a Sarmùra si potrebbe fare una squadra di calciatori meravigliosi... Ora, siccome il tuo matrimonio, sarebbe una ragione per andare in Calabria, cosi mi capisci... Sei favorevole, naturale. Insomma ti prometto di ammogliarmi al più presto. Facciamo per le vacanze prossime, va bene? Ai primi di giugno? Sarebbe rispondo io una bella cosa per davvero. Sono anni che tutti ci promettono di mandarci a passare l'estate in Calabria. Poi per una ragione o per l'altra il progetto sfuma. Allora è deciso. Anche voi d'accordo? chiede Pietro sorridente agli altri. E tutti, anche Cino, anche Tristano, fanno segno di si. Si sa che è una cosa detta per scherzo, pure la decisione di quel matrimonio non fa che accrescere la bellezza del momento.
Nel tardo pomeriggio io e Anita abbiamo accompagnato Pietro a far quattro passi per la città. Anche qui ha nevicato abbondantemente, se pur meno che a Milano. Torino in abito da sposa mi ha ricordato il giorno del nostro arrivo di quattr'anni fa. Che montagne di neve, quella mattina, per le strade, sui comignoli, sulle chiome degli alberi, sulle teste dei monumenti, sulle edicole dei giornali, dappertutto. Non potrò mai dimenticare quei trams che andavano a passo di lumaca, con tante persone sulla piattaforma, intente a guardarsi in faccia senza parlarsi, come se partecipassero ad un lutto. Tutte le voci della città parevano aver perso la loro sonorità. C'era la neve, e, davanti ad essa, tutto si calmava se, addirittura, non spariva sotto il lenzuolo. Ricordo che Tristano non ci lasciava con gli occhi, per leggere nelle nostre pupille le prime impressioni. Anche allora Culo di Ferronon si perdette d'animo, e, a Renata che gli chiedeva che ne pensasse di tutta quella neve, rispose: Da noi la si mangia col vinocotto. Qui però ce n'è troppa perché possa servir da dolce. Perciò finisce in fango sotto gli zoccoli dei cavalli, le suole dei passanti e le ruote delle automobili . Poi, ci abituammo alla neve, come a tutto. Il distacco dalla mamma ci aveva tanto addolorati che ogni altra privazione, 
confrontata con quella, ci pareva uno scherzo. Freddo; gente nuova; diffidenza dei compagni di scuola che si credevan da più di noi perché nati quassù, ai piedi delle Alpi, e non avevano il terremoto in casa; difficoltà a capire la parlata torinese; la disperazione di quei calzoni lunghi che facevan ridere piccoli e grandi; il bisogno di confidarsi a qualcuno, non trovando nessuno degno: tutto ciò pareva naturale che cosi fosse, giacché ci eravamo separati dalla mamma. Con gli anni, le cose mutarono, trovammo dei buoni compagni, la città ci apparve sempre più bella, la gente più ospitale: insomma ci abituammo a considerare Torino la nostra seconda patria, quella in cui vorremmo essere nati, se non esistesse Sarmùra nella geografia e nel ricordo. Ma giacché essa esiste, e noi l'abbiamo davanti agli occhi anche quando dormiamo, cosi Torino si contenti del secondo posto. E' già molto.
Andando verso il Valentino, io ho fatto di tutto per passare davanti alla pensione di Renata. Per non svegliare i sospetti di Anita, mi son contentato di dare un'occhiata senza speranza nel portone. Infatti non c'era nessuno. Al ritorno dal Valentino ho manovrato ancora in modo da passare per la medesima strada. Ancora nessuno. Dov'era a quell'ora la fanciulla? Era in camera sua, distesa sul divano a leggere? Aveva fatto il bagno con questa neve? Era a passeggio per la città? Pietro e Anita parlavano della mamma e di Gilda, di Sara e di Sarmùra, ma io avevo la mente altrove. Con quanta gioia avrei visto sbucare da qualche contrada la figurina alta e sottile di Renata. E invece niente. Tutte le ragazze che abbiamo incontrate a braccetto con i giovinotti parevan riprese dalla piena. Me ne dispiaceva per Pietro, che si poteva fare un brutto concetto delle donne di Torino. Pensare che sarebbe bastata una sola a renderle tutte belle.
Non appena a casa, con la scusa di comprare un quaderno, sono uscito nuovamente, e, di corsa, ho rifatto il tragitto fino alla pensione Carmagnola. Renata era fuori. Invece di lei sul suo divano ho visto un libro aperto: Il Piacere di Gabriele d'Annunzio. Per farle sapere che ero andato a trovarla, proprio sulla copertina, le ho scritto a lapis il mio nome.
10 gennaio 1912. Da oggi il mio diario sarà meno frequente. Le prime medie trimestrali sono state scadenti, e bisogna che mi metta sotto a riguadagnare il terreno perduto. Non ho avuto insufficienze, però quel sei e quel sette in matematica e geografia, per uno che ha sempre ottenuto in tutte le materie la media di otto, se non di nove, suonan male. Nèoro ha avuto cinque in latino scritto e filosofia e tutti sei nelle altre materie, tranne che nella storia e nella geografia, dove s'è meritato un bell'otto. Giacché temeva di peggio, l'arrivo della pagella è stato da lui accolto con un minaccioso grugnito. Quando ha visto che se l'era cavata per il rotto della cuffia in matematica, italiano, latino orale, ha considerato l'avvenimento come una sua vittoria, e, per festeggiarlo, se n'è andato al cinema. Tristano non ci ha fatti grandi rimproveri. Però il suo occhio, mentre scorreva la fila dei voti, era severo. Finalmente ha detto: Voglio sperare che nel secondo trimestre vi farete onore. Per ora non siete riusciti a distinguervi dalla massa. Per dei Rupe è poco incoraggiante. Non basta, mio caro Nèoro, essere alla testa del liceo per l'impeto e la maestria con cui si calcia un pallone. Bisogna emergere su gli altri anche con la forza dello spirito. E giacché tu d'ingegno ne hai da vendere, ti aspetto alla prova. Lo stesso dico a te, Leto. Le medie che hai avuto, per un ragazzo del tuo valore, sono un vero infortunio sul lavoro. Animo, e non costringeteci a tenervi d'occhio . Cino ha guardato le pagelle e non ha detto nulla. Pietro, che è sulle mosse per ripartire, ha voluto aiutarci, affermando che, in questi primi mesi di scuola, ci sono state troppe emozioni perché noi potessimo studiare col solito fervore. La colpa è mia, a ben considerare la cosa. Se non avessi dato a grandi e a piccoli tante preoccupazioni, chissà che magnifiche pagelle avrebbero portato oggi Nèoro e Leto. Ciò è vero fino a un certo punto. Tuttavia le parole di Pietro ci hanno commosso. Culo di Ferro , gli è andato vicino e non l'ha più lasciato per tutto il pomeriggio. Verso sera è venuta Renata a salutare Pietro, che domani parte per Milano. E' questa la sua seconda visita nella settimana. La prima volta che venne c'era anche Tristano, il quale fece grandi accoglienze alla ragazza. Ella accolse i complimenti di lui con un viso strano. Pareva volesse gridargli sulla faccia: Ma se ti piaccio tanto perché non mi sposi? . Invece si limitò a chiedergli notizie della vedova wurtzel. Mi è sembrato di veder Tristano imbarazzato. La vedo assai di rado rispose. E la ragazza: Io invece credevo che fossero sempre tanto amici, come una volta... . E non si dissero altro. Però, per tutto il tempo che essa restò da noi, non ebbe occhi che per Tristano. E anche lui l'osservava attentamente. Be', Pietro chiesi io, ad un tratto avevo ragione di dirti che Renata è la più bella ragazza di Torino? Mio fratello rispose con entusiasmo: Non solo di Torino ma d'Italia . Renata fu pronta a protestare: Anche lei, signor Pietro, mi vuol confondere? Lasci quest'incarico al professore . Però si capiva che era arcicontenta di piacere anche a Pietro. Io friggevo dalla voglia di chiederle se aveva veduto la mia firma sul suo libro. Non mi riuscì. Quel giorno la ragazza mi guardò appena. Non ero niente tra tutti quei maggiori... Però io l'avevo vista nuda, e gli altri dovevano contentarsi di vederla col paltò. Era pure una grande consolazione.
Renata è ritornata oggi. Pietro non era in casa. Ceravamo solo io e Orsa. Mentre la ragazza si chinava per baciarmi sulla fronte io le ho allacciata la testa con le mani dicendole in un orecchio: Domani verrò . E lei: Domani no, sono impegnata . Allora io brusco: Vattene. Non ti voglio più bene . La venuta di Orsa ha impedito a Renata di replicare. Per mostrarle la mia ira, l'ho piantata in asso, e sono uscito a spasso. Ritornato quando lei era già andata via, non trovandola più, sono rimasto male, lo confesso.
Essendo l'ultima sera che Pietro stava tra noi, siamo rimasti fino a tardi a parlare della nostra famiglia. Anche Orsa ha avuto la mia medesima impressione che Lina non stesse bene di salute, e che le occorresse venire a ritemprarsi tra noi. Un'altra che dà grandi preoccupazioni alla mamma è Gilda ha detto Pietro. Si consuma a leggere e a scrivere, non vuol veder nessuno, disprezza tutti, dorme pochissimo, quando parla taglia. Mariano le ha proposto di fare un viaggio per distrarsi. Pare che la cosa la interessi. Speriamo bene... Gilda non ci perdona ha soggiunto gravemente Cino di averla lasciata a Sarmùra quattr'anni fa. Forse aveva ragione lei. O tutti o nessuno, via dalla Calabria. Ci siamo divisi, ottenendo il risultato di rimaner scontenti tutti... Detto questo, io non credo che ci sia da temere per parte di Gilda. Ho parlato a lungo con lei nei giorni che son rimasto a Sarmùra. Mi son convinto che essa possiede il temperamento più forte dei Rupe. In questi anni, poi, ha acquistato una maturità spirituale che le permette di discutere di qualunque argomento con una sconcertante padronanza. Ha imparato alla perfezione francese e tedesco e ora è alle prese con l'inglese. Non mi meraviglierei che, dalla sua solitudine, germogliasse qualche interessantissimo fiore. Gilda è unica al mondo proclama convinto Culo di Ferro . Non potrò dimenticare che mi ha sempre protetto contro tutti. Senza far torto a nessuno, ma io con lei ho perduto la mia mano destra. E sono un ingrato a non scriverle più spesso... Ma se non le scrivi mai? ! dico io. E lui: Cosa ne sai tu della mia vita intima? . A quelle parole una risata generale. Sempre cosi. Culo di Ferroha il dono di rischiarare l'orizzonte con le sue battute leonine. Perché non diciamo a Gilda di venirsene a Torino, ché prendo io il suo posto presso la mamma? Ha parlato Anita, la quale è la più buona di tutti noi, sempre la prima
a sacrificarsi. Se vai via tu ribatto io ti seguo. Lo sai che senza di te non potrei vivere. Che birbaccioni protesta Orsa. Eccoli legati a filo doppio. E nessuno pensa a me. Mi lascerebbero partire senza farsi né in qua né in là... Pensare che mi prodigo per loro da quattro anni. Tu hai Salemi dice asciutto Nèoro. Che te ne importa ormai di noi? . Questa volta Culo di Ferronon ha le felicitazioni generali. Le sue parole hanno rattristato Orsa, la quale è li li per piangere. E, anche gli altri, son rimasti male. E' scesa come un'ombra su gli occhi di tutti. Poco dopo la riunione si scioglie.
Tra qualche minuto vado a dormire. Da qualche tempo non mi posso addormentare se non pensando a Renata. E' strano, ma mi viene in mente specialmente quando sono a letto. Che cosa farà a quest'ora? Che cosa vuol dire che domani è impegnata? Ha un amoroso? Certo è cosi. Sarà quell'allievo dell'Accademia. Bisogna che io non vada più a trovarla. Non merita. Intanto oggi le ho dato una lezione. Però sono stato cento volte sul punto di ritornare sui miei passi per rivederla prima che andasse via. Com'era bella Renata, oggi. Aveva quel profumo che mi rimane addosso ogni volta che entro nella sua camera. Anche dopo che se n'è andata, il suo profumo è rimasto in casa.
24 gennaio 1912. In questi giorni in famiglia non si respira più. Ma è poi tanto importante il fatto di quei due piroscafi francesi, il Carthage e il Manouba - fermati dalle nostre navi mentre portavano in Libia, attraverso la Tunisia, l'uno un aeroplano, e l'altro' una trentina di militari turchi, tra ufficiali e truppa - perché se ne parli in tutte le ore della giornata? Appena rientrano in casa a mezzogiorno, Tristano e Cino attaccano a parlare del Carthage e del Manouba, scagliandosi contro la Francia che permette il contrabbando ai nostri danni. Durante il pranzo, discutono sempre sulla stessa questione, dimostrando che la Francia ci ha rubato la Tunisia, e che il conflitto di Aigues Mortes di vent'anni fa è la prova di uno stato d'animo che supera le contingenze della nostra politica triplicista (che cosa vorrà dire tutto questo?). Escono di casa, e l'argomento di discussione è sempre quello, la Francia, il Carthage e il Manouba, il Tribunale dell'Aia, e che so io. Rientrano all'ora di cena, e riprendono a discorrere della Francia, del Manouba, del Carthage... Insomma non se ne può più... Se in tutte le case d'Italia si parla di quei due piroscafi, tanto come da noi, chi sa come debbono fischiare le orecchie a quei trenta turchi fatti prigionieri! Quanto all'aeroplano comincerà a volare da solo, perché le parole gli metteranno in moto l'elica, senza bisogno di benzina. A me, per dir la
verità, interessa più appurare chi è l'amoroso di Renata che la decisione del Tribunale dell'Aia sull'incidente dei due piroscafi. Finora non son riuscito a saper nulla, neppure ad andarci vicino. Una settimana fa, con la scusa di chiedere a Renata un consiglio su certi libri che voglio comprare, sono stato a trovarla in camera. Lei stava scrivendo e mi ha accolto con l'affettuosità di sempre. Perché non sei più venuto, cattivo? mi ha detto. Ed io: Dovresti saperlo da te, il perché . Io non lo so davvero... Non lo sai? Si vede che hai la memoria corta... Renata si è messa a ridere. Sei un bell'impertinente. Te ne approfitti perché sai che ti voglio bene... Tu mi vuoi bene? Oh bella, ti sorprende? Certo. Tu mi vuoi bene solo per passare il tempo, e quando non ci sono altri che ti facciano divertire... Questa mia risposta ha lasciato Renata senza fiato. Mi ha osservato attentamente, poi mi ha preso per mano conducendomi al divano. E mi ha guardato a lungo negli occhi prima di dirmi: Sei proprio cattivo. Non l'avrei creduto. Ora non parlo per scherzo. Sei cattivo e vendicativo... . Io son stato li per mettermi a piangere. Per fortuna la signora Emilia ha chiamato in quel momento la figlia, che si è allontanata di volata. Lei partita, io ho sentito che avevo ragione di fare il sostenuto. Approfittando dell'assenza della ragazza sono andato alla scrivania e ho dato un'occhiata al foglio violetto e profumato su cui stava scrivendo. Ho potuto solo leggere qualche riga perché ella è ritornata quasi subito, e, anzi, appena entrata, è andata al tavolo a prender la lettera e a chiuderla nel cassetto. Ed allora io: A chi scrivevi, Renata? . T'interessa tanto sapere, curiosone? Si, vorrei che tu me lo dicessi... A un'amica, Leto. Un'amica d'infanzia... Io invece credevo che tu stessi scrivendo all'allievo dell'Accademia... Ti sbagli, maligno. Quella dedica che ti avevo fatto leggere era uno scherzo. Uno scherzo? Hai paura che ti faccia la spia presso Tristano, di' la verità. Non posso credere che tu faccia la spia, Leto. Un ragazzino come te. Però è straordinario che tu ci abbia pensato. Siamo ritornati al divano e lei mi ha baciato più volte sulle gote e anche sugli occhi. Io non le ho ricambiato i baci. Anzi, a un certo punto, mi sono staccato dalla fanciulla, e, senza neppur rispondere alle sue parole, raggiunta la porta, me ne sono andato. Lei mi ha chiamato, ha fatto per corrermi dietro, ma né mi ha convinto a fermarmi né mi ha raggiunto. Dopo quel giorno, ho lasciato passare un'altra settimana prima di andare alla pensione. Ci sono stato proprio oggi. Ho trovato Renata che si stava vestendo per uscire. Nel vedermi mi è venuta incontro con le braccia aperte: Finalmente. Ti fai desiderare,
Leto. Sentivo proprio il bisogno di vederti... . Come sei contenta oggi. Hai ricevuto buone notizie dall'allievo? Quali notizie? Quelle che aspettavi. Io non aspettavo che te, per condurti al cinema con me. Ti va? Se ti fa piacere ti accompagno. Ma non hai trovato nessuno di meglio? A queste parole Renata si è proprio arrabbiata: Senti, Leto, se vuoi che restiamo buoni amici, devi smetterla di fare il geloso con me. Sei un ragazzino, non un giovanotto. Devi volermi bene come a una sorella, come a Orsa e Anita. Niente altro. Ti ho già detto che questo è impossibile... Ma allora chi sono per te? Chi sei? Renata sei. Dovresti saperlo. Dopo un breve silenzio ella mi ha detto: Non sarai mica innamorato di me, eh Leto? A codesta età. Tanto fuoco tu, e tanto poco gli altri... Chi sono gli altri, Renata? So io chi sono... Lo so anch'io... Se lo sai non parliamone più. Standoti vicino non so se debbo schiaffeggiarti o mangiarti di baci. Per me fa' pure. Sei una donna, e anche se mi schiaffeggi non reagirò. Allora è meglio che ti baci, per non fare di te una vittima della cavalleria. E cosi dicendo mi ha attirato amorosamente a sé. Nel movimento la vestaglia le si è aperta sul davanti, e io le ho visto le gambe nude dal ginocchio fino all'orlo delle mutandine di seta rosa. Renata si è coperta rapidamente, e quella sua mossa mi ha fatto ridere. Tanta furia per nascondere cosi poco. Pensare che l'avevo vista completamente nuda. Perché ridi ora? mi ha chiesto stupita. Ed io: Rido perché hai le gambe belle . Ma non mi pare che questa sia una ragione da far ridere... Eppure a me fanno quest'effetto. Se ti vedessi nuda chissà che divertimento... Anche dopo queste mie parole Renata è rimasta soprappensiero. Poi ha detto: Io non so Leto se tu parli per scherzo o sul serio. C'è qualche cosa nel tuo atteggiamento che non mi convince. Ma perché non vuoi essere un piccolo amico, qualche cosa come un fratellino? Sarebbe tanto bello, credimi... . Renata non fai che ripetere sempre una cosa. Mi annoi... Che modo... Non le mandi a dire le cose, tu. Però tutto sommato mi piaci come sei... Un Otello di tredici anni. Ma ora lasciami vestire, altrimenti al cinema non si va. Sono corso ad accucciarmi sul divano, e lei, dopo aver spostato il paravento, per ripararsi da ogni mia curiosità, ha finito di vestirsi. Al momento di darsi il profumo mi è venuta accanto e mi ha spruzzato un po' di essenza in viso e nei riccioli. Era tanto buono quell'odore che non ho voluto li per li pensare al pericolo che esso rappresentava per me. Ti piace? mi ha chiesto. E' Coty, uno dei migliori. Mi piace, si. Però ora a casa sapranno che sono venuto da te. Oh, e allora? Allora niente. Inventerò qualche
cosa... Sai inventare bene? Tu mi spaventi, Leto. Cosi cosi. Intanto è un altro segreto fra te e me. Caro, caro. E mi ha baciato sulla bocca.
Poco dopo siamo usciti, dirigendoci verso l'Odeon. All'entrata del cinema c'era una maschera che distribuiva palloncini ai bambini. Forse per farmi un piacere me ne ha dato uno. Renata si è messa a ridere, ed io, tremante di rabbia, ho detto all'uomo: Ma non vede che ho tredici anni? E' cieco forse? . E ho tirato via, soffocato dall'indignazione. Lo spettacolo, quando noi siamo entrati, era già cominciato. Renata, per consolarmi, mi ha preso una mano al buio, e me l'accarezzava. Io ero troppo addolorato per reagire a quella carezza, però il ricordo della risata della fanciulla non mi lasciava. Ad un certo momento le ho chiesto: Dimmi, perché hai riso? Ti sembravo buffo? . E lei: Ma che cosa pensi, Leto. Ho riso per la tua risposta all'uomo . Non è vero. Tu hai riso prima della mia risposta. Sarà ma non me ne ricordo. Comunque ti chiedo scusa. Dammi un bacio. E si è chinata verso di me. Ma io l'ho respinta con tutt'e due le mani. Non voglio. Per paura che la gente si accorgesse dei nostri armeggi, Renata non ha Insistito. Poco dopo si è accesa la luce. Due file davanti a noi chi c'era? Culo di Ferro con la Ruella. Quell'incontro, invece di confondermi, mi ha fatto piacere. Anche Renata si è accorta di Nèoro. Lo vedi chi c'è? Ed è in compagnia il signorino. Complimenti. Quasi avesse sentito il nostro sguardo, Nèoro a questo punto si è voltato e ci ha visti. Si è fatto un po' rosso in viso, ma questo non gli ha impedito di salutare e di sorridere. Bravo Culo di Ferroho detto fra me e me. Hai proprio una bella faccia tosta. Mi avevi giurato di andare a studiare l'algebra da Salamano. E' vero che anch'io ti ho detto di recarmi da Miglietti. Siamo pari. Dopo quel saluto Nèoro si è rigirato verso la Ruella, e non si è più mosso. Spentasi la luce, come se la presenza del fratello con l'amorosa, al buio, mi avesse autorizzato a fare qualche cosa, dimenticata la risata provocata dalla maschera, ho preso la mano di Renata e, attiratala sulle mie ginocchia, le ho ridato tutte le sue carezze. Renata lasciava fare. Poi, stanco, mi sono interessato solo dello spettacolo. Ed allora è stata lei a riprender la mia mano tra le sue, tenendovela a lungo, fino alla riaccensione della luce.
Nèoro e la Ruella sono usciti prima di noi, approfittando del buio. Peccato. Avrei voluto che Renata vedesse l'amorosa di Culo di Ferroper sapere da lei se è insignificante come pare a me, o se invece può piacere. Poco dopo siamo usciti noi pure. Prima di separarmi da Re
nata, le ho detto: Tutte le notti prima di addormentarmi penso a te . E lei: Come mi pensi, Leto? . Se te lo dico ti spaventi? Davvero? Non ci posso credere... Vuoi proprio saperlo? Si, dimmelo. Ti penso nuda.
Dopo averle detto quell'enormità, le ho voltato le spalle, e me ne son corso via.
A casa ho trovato all'agguato Culo di Ferro . Mi ha attirato in un angolo e mi ha detto: Ti faccio i miei complimenti. Ora so chi è il tuo Miglietti. Hai sperato di farmi fesso chissà per quanto tempo... Ricordati che, se canti, canto anch'io. E' sperabile che in quest'occasione ti comporterai da uomo. Non ti dico altro . Ed io: Sarò degno di te, Nèoro. Sei innamorato della Ruella? . T'interessa tanto saperlo? Si, tanto. Ed io non te lo dirò. Ti ho forse chiesto se sei innamorato di Renata? La destra non deve sapere quello che fa la sinistra. Lo dice il Vangelo. Dunque zitto. E auguri. 
Con quelle parole Nèoro ha considerato chiuso il colloquio. Con le tante cose che avevo sulle labbra non ho trovato nulla da ribattere. Ora mi sfogo a scrivere.
12 febbraio 1912. Quanti avvenimenti oggi. Ci son delle giornate in cui non accade nulla, e altre invece che accumulano i fatti fino a togliere il respiro. Stamattina, prima di andare a scuola, abbiamo letto sul giornale a caratteri di scatola che in Cina era caduta la monarchia, e che era stata proclamata la repubblica. Per noi tutto ciò può avere poca importanza, ma per l'imperatore giallo che ci ha rimesso la corona deve averne molta, cosi pure per quel fortunato presidente di repubblica che ha preso il suo posto. In secondo luogo, abbiamo appreso che Moizo e Gavotti han volato, l'uno su un Nieuport, e l'altro su un Farman, da Tripoli a Homs, per un percorso di circa due-centoquaranta chilometri. Non si può descrivere la gioia d Culo di Ferroper quest'altra vittoria del suo idolo. Lungo la strada, da casa al liceo, non ha fatto che parlare di aeroplani. Cosi mi ha confidato che spera, quanto prima, di volare col fratello di Salamano a Mirafiori. Avendogli io chiesto se non aveva paura, mi ha risposto con uno sguardo cosi fiero, che per poco non mi bucava. A scuola una grande notizia. Era morto il professore di greco del Gioberti , un uomo illustre, cosicché vacanza per tutti gl'istituti della città, allo scopo di far partecipare gli allievi ai funerali. Ritornati a casa per deporre i libri, non ti troviamo Lina, arrivata quasi allora da Milano? Nel vederla io sono rimasto di stucco. Le ho detto: Non sei di parola, non m'hai 
avvertito prima . Scusami Leto ha risposto con viso triste non ho fatto in tempo. Ma tu mi dovrai consolare lo stesso, non dimenticare la promessa. E mi ha baciato. Aveva gli occhi luccicanti. Per poco non piangeva.
La venuta di Lina ha mandato per aria il progetto di andare ai funerali del professore. Ho detto a Nèoro: Ci vai tu al trasporto? Io debbo restare con Lina. E Culo di Ferro : Perché tu e non io? Lo sai che il greco non è il mio forte. Con o senza di me il professore arriva al camposanto lo stesso . Ed è rimasto a tener compagnia a Lina. La quale, però, per tutta la mattina si è chiusa nello studio di Cino a parlare con lui. Ed allora Nèoro si è dato da fare per appurare il motivo della venuta di lei e del colloquio segreto. Con le sue qualità di detective è riuscito a tirar fuori a Orsa quanto sapeva o congetturava sull'avvenimento. Mah ha detto essa pare che Lina e Cortaldo non vadano troppo d'accordo. La colpa è certo di Cortaldo ha esclamato Nèoro. Su questo non ci può essere dubbio. Lo dico anch'io. Però ciò non toglie che la cosa sia dolorosa. Dolorosa fino a un certo punto. Che farà Lina? Questo poi non lo so. Farà quello che le consiglieranno Cino e Tristano. Le darò il mio consiglio anch'io ha soggiunto l'orgoglioso Culo di Ferro . E se n'è andato a meditare ai vetri della finestra.
Arrivato Tristano dal liceo si è chiuso anche lui nello studio di Cino. Era il tocco e nessuno accennava a uscire, per mettersi a tavola. Orsa non aveva il coraggio di avvertire che il pranzo si sciupava. Anita, immaginandosi le cose più brutte della realtà, era da raccattarsi col cucchiaio. Io non volevo aver l'aria di disturbare i maggiori con una questione di basso ventre. Si è incaricato della pattuglia Nèoro. Ha bussato alla porta e a Cino venuto ad aprire ha detto: Per chi non lo sapesse è il tocco passato. Qui non si fa altro che sbadigliare... Dite a Lina che ha tutte le ragioni di piantare Cortaldo, però ora venga a tavola, se non vuole trovarci vuotati come certe chiocciole, per la fame . Quella battuta maestra ha interrotto il colloquio. Lina è corsa da Nèoro e gli ha dato tanti baci sui capelli sulla fronte, sulle gote. Tutti si sono rischiarati improvvisamente. Non ho mai ammirato Culo di Ferrocome in quel momento. E pensare che un tipo come lui si è innamorato di una gattina come la Ruella. Mistero.
Dopo pranzo, Lina, preso me e Nèoro per mano, ci ha condotti a sedere sul divano del salottino. Ora mi dirai ha chiesto a Culo di Ferroperché ho ragione di piantar Cortaldo. Cosa ne sai tu di me e di lui. Niente. Ma siccome è impossibile che tra i due abbia
tòrto tu, cosi... Grazie per la stima. E se invece avessi proprio torto io? In questo caso, siccome tu sei mia sorella, non ti potrei buttar la croce addosso. Prenderei sempre la tua parte. E tu chiede a me. Io son d'accordo con Nèoro. So perché sei scappata da Milano. Perché là ti annoiavi. Hai proprio fatto bene. Vedrai che qui le ore ti passeranno senza accorgertene... Sei sicuro che resterò tra voi? E dove vorresti andare? Nessuno ti vuol bene come noi... Ah questo è certo. 
Nel pomeriggio Lina e i fratelli maggiori hanno ripreso il loro colloquio. Io e Nèoro siamo usciti. In via Po abbiamo incontrato la vedova wurtzel che era accompagnata da un uomo di mezz'età. Perché sapesse che l'avevamo veduta le siamo proprio passati sotto le naso. Lei è rimasta un po' male, poi ha fatto buon viso a cattiva sorte, e ci ha salutati con un sorriso. Non posso credere, no, che Tristano sia l'amoroso di quella vecchiaho detto io. E Nèoro: Un mio amico li ha visti una sera uscire da un albergo . Cos'erano andati a fare all'albergo? Che cosa? Certo non a commentare il Gioacchino da Fiore. E allora? Allora niente. Ti ho già detto che sei troppo ragazzo per saper certe cose. Ma quando le potrò sapere? Tra qualche anno. Però tu alla mia età le sapevi già. Io non sono te, mio caro. Quanto a questo hai ragione. 
Ritornati a casa abbiamo appreso con gioia che Lina resterà tra noi almeno un mese. Invece Cino era già partito per Milano. Non ci è stato possibile saper nulla di preciso. Che importa? Ci basta d'aver la sorella maggiore in famiglia. Stasera ha giocato con noi come una bambina. Pareva ringiovanita di dieci anni.
25 febbraio 1912. Ieri sera sono stato con Nèoro a una serata futurista al Vittorio . Come mi son divertito. Il loggione era gremito di studenti. Pareva di essere a scuola, ma senza la preoccupazione di venire interrogati. Un cicaleccio, un chiamarsi da una parte all'altra, un ridere, un mangiar semi e castagne poi improvvisamente, terremoti di applausi all'indirizzo di non so chi, che facevan tremare il teatro. Nèoro ci ha trovato la sua squadra di foot-ball al completo. Egli ha assunto il comando delle operazioni per quel che riguardava i suoi uomini, né alcuno ha osato contestargli quel diritto. La serata è più facile immaginarla che descriverla. Si vedevano dei giovani avvicendarsi sorridenti sul palcoscenico, accolti da fischi, patate, noccioline americane, carote ed altro; e tentar di parlare nel frastuono. Furono pronunziati parecchi discorsi, a base di minacce di morte al passatismo, all'Austria,
ai musei: si gridò Viva Tripoli ; si proclamò il disprezzo per la donna (perché poi?) ; furon declamate poesie che parevan proiettili esplosivi; ma non arrivava alle nostre orecchie la centesima parte delle parole dette dagli oratori e dai poeti. La prima a cessare fu la gazzarra del loggione (io veramente non ho gridato che un solo evvivaall'indirizzo di un poemetto di certo Gian Pietro Lucini intitolato Le rovine di Messina). Invece la platea continuava a urlare e a sghignazzare, per impedire agli oratori di farsi ascoltare. Ciò, alla fine, non stancò solo i poeti sul palcoscenico, ma anche noi del loggione. E, quando i futuristi, persa la pazienza, si buttarono come un solo uomo sulla prima fila di poltrone cazzottando di santa ragione i disturbatori, la piccionaia con un urlo immenso fece avvertiti quei valorosi che il gesto aveva conquistato la sua simpatia. Anche qui, il primo a distinguersi fu Culo di Ferro , il quale era venuto al teatro per divertirsi alle spalle dei futuristi. Ma quando li vide impegnati nella mischia ineguale, uno contro cento, si senti qualche cosa rimuovere nelle viscere, e, dopo aver gridato Viva Marinetti! , diede l'ordine alla sua squadra di scendere in platea, in aiuto dei meno contro i più. I questurini e i carabinieri di servizio, sbarrando le uscite, impedirono la esecuzione di quel progetto, ed allora urli altissimi contro di loro. Un questurino, accortosi che era Nèoro a capeggiare la spedizione, fece l'atto di prenderlo, ma Culo di Ferro , come un leopardo, si tirò indietro, mentre cento compagni facevan fronte alla Forza, mandando a monte il tentativo. Intanto in platea la lotta si svolgeva furibonda. Grida di Evviva la Guerra Viva il futurismo si alternavano con altre di Abbasso Marinetti Viva il chiaro di luna Viva la donna ; gli applausi si mescolavano ai fischi; le sedie erano brandite come clave; le signore cominciavano a svenire, e tutti strepitavano come cornacchie frustate. Già accorrevano squadre di carabinieri per evitare di peggio. Ad un certo punto arrivò ai militi del loggione l'ordine di ripiegare in basso. Dietro di loro, schiamazzando, noialtri. Ma, appena arrivati nel ridotto, trovammo formato un cordone di questurini che c'incanalò verso l'uscita. E si dovette ubbidire. Avevan certe facce costoro. Né ci potemmo fermare davanti all'ingresso del teatro. Altra Forza ci costrinse a disperderci, minacciandoci, in caso di disobbedienza, di portarci in questura. Allora io convinsi Nèoro a rientrare in casa. Lungo il cammino gli chiesi che cosa fosse quel futurismo di cui tutti ridevano, e che pure durava da qualche anno, portando in ogni città le discussioni, la voglia di azzuffarsi, le parole in libertà e l'odio al chiaro di luna. Dalla risposta di Nèoro ho capito che non se
n'è fatta ancora un'idea troppo chiara. Mi ha detto: Io so soltanto che vogliono chiudere i musei e le biblioteche, che amano l'aeroplano e che vorrebbero buttare a mare il latino e il greco. Perciò mi son simpatici. E soprattutto son coraggiosi. Li hai visti come picchiavano? Tra loro e quei pecoroni che solo sapevano sghignazzare, non c'era dubbio sulla scelta... . Ma sono socialisti quei futuristi? Non credo. Non fan che gridare Viva la guerra . Anche Cino grida Viva la guerra eppure è rivoluzionario. Questo è vero, ma non credo che sia la stessa cosa. I futuristi son nazionalisti, capisci. Invece Cino e Mariano sono internazionalisti. Che cosa significa internazionalisti? Che cosa? Che per loro esser tedesco o italiano, arabo o inglese, è la stessa cosa. Almeno cosi io credo. Certo son cose difficili, bisogna studiare sui libri e Mariano, Cino e Salemi le sanno alla perfezione, perciò sono internazionalisti. Se lo son loro, possiamo esserlo anche noi, eh Nèoro?Certo. Una cosa però non capisco. Cosa c'entra col nazionalismo e con 1'internazionalismo il disprezzo per la donna? Perché i futuristi gridano contro la donna? Perché la donna è sentimentale, e siccome chi vuole la guerra, chi vuole essere un eroe, non può fare il sentimentale... Eppure Garibaldi che era un eroe ha amato Anita, non ti pare? E anche Achille amava Briseide e Orlando Angelica... E poi tanti altri... Che ora non ricordo... Non hai tutti i torti. Ma i futuristi sono un po' matti, te ne sarai accorto. Però ti ripeto che son simpatici. Non hanno paura di niente, e questo è il loro merito. Quanto a questo son straordinari, davvero... 
A casa abbiamo raccontato tutte le peripezie della serata, seguiti con molta attenzione, specialmente da Cino. Appunto a Cino io ho chiesto che cosa ne pensava di Marinetti, il capo futurista. E lui: E' un uomo geniale che gode a fare il funambolo su quella corda che sta tra il sublime e il ridicolo. Se altro merito non avesse, gli rimarrà sempre quello di aver dato un colpo mortale alla dilagante retorica dannunziana, da una parte, e al sospiroso naturalismo di Pascoli, dall'altra. Oggi il canto di un motore d'aeroplano vince in bellezza la sinfonia della Foresta Nera, quando la primavera sveglia gli uccelli nei nidi. Il motore significa progresso, conquista del nostro tempo. Gli uccelli restan quelli che indicavano il cammino nella selva a Sigfrido. Il quale è finito male, come tutti sanno . Questa cosa la trascrivo, tale e quale come l'ho sentita. Chi è questo Sigfrido? Perché è finito male? E Marinetti finirà bene? Intanto ho letto stamani che, dopo il teatro, era stato accompagnato in questura.
19 marzo 1912. Queste ultime due settimane sono state poco allegre per noi. Lina si è ammalata, ed è a letto da dieci giorni. Solo ora comincia a sfebbrarsi. Pensare che la nostra vicinanza l'aveva mutata da cosi a cosi. L'unico vantaggio di questa malattia è che resterà dell'altro con noi. Cortaldo non è mai venuto a trovarla. Ma che cos'è successo tra loro?
Abbiamo avuto per un giorno Mariano, però cosi inquieto e insofferente da sembrare un altro. C'è stato l'attentato al Re del muratore d'Alba, e alcuni deputati socialisti, capitanati da Bissolati, sono andati al Quirinale a felicitarsi col Sovrano per lo scampato pericolo. Tristano sosteneva che questo era un atto di semplice umanità, ma la sua opinione non era condivisa né da Cino né da Mariano né da Salemi. Il primo pur essendo favorevole a Tripoli non ne vuol sapere del Re, il secondo è contrario a tutt'e due, e Salemi darebbe fuoco al mondo intero come Nerone a Roma. Quindi, discussioni per giornate intere. Chi avrà ragione poi? Io sarei del parere di Tristano, cosi pure Nèoro. D'altra parte, se Mariano e gli altri la pensano diversamente, una ragione debbono pure averla, no?
Appena aperta la Camera, Mariano ha fatto un discorso contro la guerra. Egli è stato molto applaudito dai suoi compagni, però i giornali contrari lo hanno attaccato a fondo. Cino, combattuto tra l'amore che porta al fratello e il suo atteggiamento a favore di Tripoli, sembrava in quei giorni una pila elettrica. L'unico calmo è sempre Tristano. A lui la politica non dice proprio nulla. Afferma che è una cosa sporca e che anche le migliori persone, a furia di praticarla, se ne imbrattano.
Sono venute ieri le medie del secondo trimestre. Pur essendo un po' migliori del primo, esse non hanno soddisfatto nessuno. Gran paternale di Tristano, e limitazione di libertà per l'avvenire. Nèoro scalpita come un puledro, e minaccia di fame qualcuna delle sue. A me non importa niente. Ormai ho perduto qualunque interesse a essere libero. Renata è una vigliacca.
Fu quattro giorni fa. Io ero andato alla pensione a trovarla, ma, prima, avevo comprato un po' di cioccolatini e di caramelle, per non farmi veder sempre con le mani vuote. Renata non c'era. La signora Emilia, alla quale chiedo della figliola, mi dice che ha dovuto recarsi d'urgenza da un'amica inferma. Lei poveretta era all'oscuro, la sua voce era sincera, le credetti. Mentre ritorno a casa un po' mogio, incontro, in Via Madama Cristina, il mio compagno Luria. Egli mi propone di andare al cinema. Anzi, siccome l'ho ultimamente aiutato in un compito
in classe, si offre di pagarmi il biglietto. Io accetto con entusiasmo. Andiamo all' Ambrosio , stiamo per entrare, quando Luria si ricorda che quel film non vale niente, per averglielo detto un suo cugino. Usciamo e andiamo all' Odeon . Stiamo un po' a guardar le fotografie, esposte sul davanti, ma non ci risolviamo a entrare. Mi piaccion le cose comiche dice il mio compagno. Andiamo allo Splendordove c'è Max Linder. Ci decidiamo per Max Linder, il quale, al solo mostrarsi, con quel suo brio indiavolato, fa crepar dalle risa. Entriamo nella sala, a spettacolo incominciato. Prima della comica c'è un dramma storico, un re d'Inghilterra che finisce col capo sotto la mannaia. Il veder spiccare dal busto e rotolare nel paniere la testa del disgraziato sovrano, fa veramente impressione. Luria dice che è un trucco. Ma come si posson combinare certi trucchi?
Si accende la luce, e, mentre cambio sedia, per evitare un signore che mi s'è proprio parato davanti, dando un'occhiata di sfuggita ai primi posti, vedo, a un tratto, in un angolo, in compagnia di un allievo dell'Accademia, lei, Renata. Che colpo per me. Il cuore ha cominciato a battermi peggio di quando il professore sta per chiamarmi alla cattedra, e non sono preparato. La ragazza, intenta a parlare con l'amoroso, a guardarlo negli occhi, a lasciargli una mano tra le sue, non mi vede. Ed allora, senza più curarmi di Luria, il quale mi segue con lo sguardo per vedere dove voglio sbattere, vado a sedere nella prima fila dei secondi posti, proprio sotto la spalliera dei distinti, a poca distanza da Renata. Essa mi vede finalmente, e resta male, tant'è che cerca di liberare la mano da quella dell'allievo. Troppo tardi, mia cara, ti ho veduta. E quando, per darsi un'aria innocente, lei mi chiama per nome, da principio io fingo di non sentire, poi, voltatomi brusco, le rispondo con una tale espressione d'ira e di disprezzo che le faccio passar la voglia di chiamarmi ancora. Quel giorno Max Linder faceva, secondo il solito, smascellare dalle risa il pubblico, ma a me parve scimunito oltre ogni dire. E, a un certo punto, urtato da quelle stupide capriole di pagliaccio che metteva in rivoluzione una città intera, solo perché aveva permesso ad alcuni topi di insediarsi nelle sue brache, annoiato oltre ogni dire, mi sono alzato e me ne sono andato via, senza neppure avvertire Luria. A casa, tutta la serata, non mi è stato possibile spiccicar parola. Sono andato a letto, senza neppur terminare le lezioni, e, ad Anita che veniva spesso in punta di piedi a vedere se avevo preso sonno, e se, per caso, non avessi la febbre, rispondevo seccato che mi lasciasse in pace. Più tardi è venuto Nèoro a coricarsi. Vedendomi con gli occhi aperti mi ha detto: Oh, non dormi? Insegui le farfalle al buio? . Ed
io: La farfalla che sto inseguendo ha le ali sporche, caro Nèoro . Queste mie parole han lasciato perplesso Culo di Ferro . Spiegati con un esempio. Non c'è esempio da spiegare. E' come ti ho detto. Si tratta di Renata? mi ha chiesto lui, dopo un momento di esitazione. Soggiogato dal suo intuito di detective, non ho potuto negare. Ah... Ti ha piantato. Era da prevedere... Sono io che l'ho piantata, non lei. Si dice sempre cosi... Del resto ti lodo per il coraggio che dimostri. Bravo! E non mi ha chiesto altro, fedele alla sua teoria che la destra non deve sapere quello che fa la sinistra. Ed io che friggevo dalla voglia di sfogarmi, dato che il più era fatto, che il mio segreto era stato svelato... Silenzio.
Per tutta la notte non ho chiuso occhio. Credo di aver avuto anche la febbre. Fatto sta che, il giorno dopo, non ho potuto andare a scuola. Nel pomeriggio è venuta Renata a trovarmi, ma, ad Anita che me l'annunziava, ho detto di non farla entrare, perché ero stanco, e volevo dormire. Prima di andar via, la ragazza ha tentato di spingersi fino al mio letto, per farmi un piccolo saluto, ma io mi son cacciato con la testa sotto le coperte, e non ne ho voluto sapere. E cosi tutto è finito. Ora son passati quattro giorni, e penso già meno a quella vigliacca. Però, stamattina, non ho potuto resistere alla voglia di mandarle un biglietto. Le ho scritto: Signorina, spero di non incontrarla più in nessun luogo. Però sappia, che io l'ho veduta nuda. Glielo dica anche al suo allievo. Nuda. Ha capito? E voglio anche dirle che ora mi spiego perché mio fratello Tristano non l'ha sposata. Che naso ho avuto. Lei è come le donne di Palermo, bella di fuori e brutta di dentro. Però stia tranquilla che non le faccio la spia. Mi basta odiarla. Le brucerei i piedi se potessi. Leto Rupe . Immagino la sorpresa di Renata nel ricevere la mia lettera. E' la mia vendetta. Penso a volte: E se quel giorno, invece di andare allo Splendor , ci fossimo fermati all' Ambrosio , non sarebbe stato meglio? . Mah. Certo volevo bene a Renata. Era tanto bella. Quando andavo a trovarla provavo sempre il bisogno di cantare. Mentre ora tutto è finito. Questa primavera comincia male.
16 aprile 1912. Oggi i giornali han portato la notizia della catastrofe del Titanic. Oltre 1500 morti. Si son salvate 688 persone, le quali stan raggiungendo New York con l'aiuto del Carpathia, che le ha raccolte sul luogo del naufragio. Il disastro avvenne alle tre del mattino. Mentre noi dormivamo, e magari facevamo un bel sogno, tanta gente moriva. Il piroscafo ha urtato contro un banco di ghiaccio, e si è inabissato dopo pochi minuti. L'orchestrina di bordo ha suonato sino alla fine.
Solo all'ultimo momento ha cambiato il programma, per accompagnare il canto religioso che si levava dalle bocche dei morituri: Più presso a te, mio Dio .
Per tutta la giornata io ho avuto davanti agli occhi quell'orchestrina che seguitava a suonare, mentre già l'acqua aveva invaso le macchine, e, sul ponte, impazzava il delirio di chi, per salvarsi e raggiungere le scialuppe calate in acqua, e destinate ai bambini e alle madri, sfidava i fucili dell'equipaggio, deciso a fare eseguire gli ordini del Comando, fino all'estremo respiro. Sublimi quei suonatori. Son sicuro che, appena si son presentati al Signore, Lui non ha potuto a meno di abbracciarli, uno per uno, dicendo: Bravissimi. Vi siete fatti onore per davvero. Vi spetta il paradiso . Per me il loro gesto è degno di esser paragonato a quello dei più celebrati eroi del mondo. Pensare che, forse un momento prima del naufragio, a vederli con la giacchetta rossa sotto il riflesso delle lampade, sempre sorridenti e frivoli, non gli si sarebbe dato un soldo. E invece... E' straordinario...
Io che ho toccato la morte con mano, poiché il terremoto mi ha messo centinaia di cadaveri sotto gli occhi, non ho mai avuto occasione di vedere un morto per annegamento. Nèoro che sa tutto, dice che l'annegato è più brutto di cento morti del terremoto messi insieme. Il cadavere nell'acqua diventa mostruoso, gonfia come un rospo, e manda dalla bocca una schiuma rossastra che rassomiglia a una muffa del sangue. E cosi saranno ora ridotte le salme del Titanic Chi sa quante dame, quanti gentiluomini, quante bellissime fanciulle, quanti eredi di miliardari, tra esse. Ed ora l'Oceano le sbatte in qua e in là, si diverte a lasciarsi bere dalle gole spalancate, gioca con i corpi inerti come noi a singheddhuper Natale, con le nocciole. Poi verranno, e forse a quest'ora tutto è finito, i pescecani, i mostri degli abissi, a far baldoria. E, di tanta gioventù, di tanta ricchezza, non resterà più nulla.
L'emozione per il disastro è generale. Non si parla d'altro. In classe il mio professore di italiano, Carlo Castellano, un cuor d'oro, prima d'iniziare la lezione ha fatto un piccolo discorso, rivolgendo un pensiero a quei poveri morti, i quali non avranno altra sepoltura che l'onda perennemente infuriata dell'Oceano. Son parole sue ed io le riporto. Ha pure detto che catastrofi come queste fanno disperare della Provvidenza. Dopo il terremoto di Messina e di Reggio (e, cosi dicendo, guardava fisso proprio me, che mi sentivo venir le lacrime agli occhi) il Titanic, secondo lui, starebbe a dimostrare che il Caso, il Cieco Caso regge le nostre sorti, e che, davanti alla porta sbarrata del destino, il
Male è simile al Bene, il bambino innocente al vecchio assassino. Ma allora? C'è proprio d'aver paura.
Come oggi, davanti a una cosi grande catastrofe, sono scomparse le mie piccole preoccupazioni di studente, e anche quelle della famiglia e delle persone che ci vivono vicino. Ho trovato ridicolo il mio sdegno per Renata; ho sentito che la tristezza di Lina passerà; tutto ciò che non è morto mi pare che, prima o poi, si aggiusterà nel modo più soddisfacente per noi e per gli altri. Ma quei poveretti che ora sono in balia dell'onda, chi li farà tornare indietro; chi rimetterà la lancetta dell'orologio all'attimo che ha preceduto l'urto fatale; chi ridarà loro quel bel piroscafo lucente e gigantesco perché seguitino il loro viaggio verso i porti desiderati, al suono dell'orchestrina dalla giacchetta rossa? Siamo nelle mani della Morte come un bicchiere di cristallo in un pugno di ferro. Sono ancora parole del mio professore. Esse mi sono rimaste impresse.
Orsa e Anita hanno pianto per quella coppia di giovani sposi in viaggio di nozze, verso cui il destino è stato più feroce che per gli altri. Coloro che muoiono son tutti da compiangere, ma quei due, che pena... Sarebbe lo stesso che Orsa e Salemi... Via, non ci voglio neppur pensare. Sono tutto un brivido. I capelli mi si rizzan sul capo...
Anche Nèoro è stato, tutt'oggi, irriconoscibile. Lui che si propone di viaggiare tanto nella vita ha visto, nel disastro del Titanic, un pericolo per l'avvenire. Veramente l'agguato dell'iceberg è troppo vigliacco perché un cuore come il suo non ne provi più rabbia che sgomento. Egli ha parlato al masso di ghiaccio assassino come a una persona in carne ed ossa, l'ha ingiuriato e maledetto, lo voleva avere sotto i piedi per pestarlo e sputargli addosso, era disperato che i giornali fossero cosi scarsi di notizie, ogni cinque minuti andava all'edicola per vedere se erano uscite nuove edizioni straordinarie. E, infine, non potendo fare altro, per rendere omaggio al valore sfortunato, ha deciso d'intitolare la squadra di foot-ball dell' Alfieri , che è forse la cosa di cui va più orgoglioso al mondo, allo sventurato e indimenticabile Titanic. Cosi qualche cosa del colosso sprofondato nell'abisso, e di quei poveretti che ora l'Oceano sta cullando, in attesa di abbandonarli ai mostri spaventosi, resterà tra noi. Io ho approvato la sua decisione commosso.
11 maggio 1912. Son queste le giornate in cui la scuola incomincia a pesare. La primavera ci chiama dalle finestre aperte, è come una donna dal bel corpo coperto di foglie che ci faccia dei grandi gesti, invitandoci a piantare in asso libri, banchi, professori, e a correrle dietro per i viali fioriti della città e della collina. Arriva dal Valentino vicino un profumo cosi acuto che fa quasi dolere il capo. Anche il Po odora in questi giorni. Le montagne che attraversa nel suo corso gli danno profumo di pinete e di abeti. I giovani delle società di canottaggio già cominciano a fare i bagni nel fiume, e, dalla riva, li stanno a guardare i vecchi pensionati, i quali si godono il fresco leggendo il giornale e, magari, discutendo del suffragio universale, che in questi giorni ha fatto un gran baccano.
Io sono informato della questione perché in casa Mariano e Cino ne discutono da anni. Però, mentre il primo le dà una grandissima importanza, l'altro non gliene dà affatto. Mariano crede che la partecipazione di più gente alle elezioni sia un passo verso la Rivoluzione. Invece Cino dice che gli unici, a beneficiare della riforma elettorale, saranno i preti e che, comunque, d'un maggior numero di deputati socialisti alla Camera non gliene importa uri fico secco. Chi avrà ragione? Anche Salemi è del parere di Cino. Invece Tristano è per Mariano. E' strano come nelle questioni più importanti Tristano vada molto più d'accordo con Mariano che con Cino. Invece, per Salemi, è l'inverso. Io e Nèoro restiamo neutrali, perché non ci capiamo quasi nulla.
Oggi ho avuto una gran confidenza da parte di Miglietti. Mi ha detto che ci son delle case, in via Belvedere, dove, pagando due lire, si possono vedere tutte le donne nude che si vuole. Egli non c'è mai stato perché ha avuto paura, ma lo sa per averglielo detto un suo amico che ci va una, e anche due volte la settimana. Questa informazione di Righetti coincide con quella datami da Nèoro alcuni mesi fa. Pare che, con le due lire, si possa non solo vedere le donne nude, ma andare a letto con loro. E, a letto, giura Miglietti, esse fanno di tutto per costringere l'uomo a baciarle, a solleticarle, ad abbracciarle, a stendersi sopra di loro, come si fa in mare con una tavola, quando non si sa nuotare. Tutto questo è ben strano. Però la cosa più importante è che uno le può guardare, senza timore di esser sorpreso e scacciato. Per due lire è molto. Io ne avrei pagate anche di più, per Renata. Va bene che per il buco della serratura l'ho vista tutta, ma non è la stessa cosa. Intanto avevo una paura del diavolo d'esser scoperto, e poi, quella macchia del ventre l'ho appena intravista. E quella dev'esser la più bella a osservare perché, altrimenti, non si capirebbe come mai le donne se la difendano con tanta cura.
Per quanto faccia, il pensiero di Renata non mi abbandona. Subito dopo la mia lettera, è venuta a trovarmi all'uscita di scuola. Appena l'ho
scorta, me la son data a gambe, e, invano, la ragazza mi ha chiamato. Il pomeriggio stesso è venuta a casa, ed, avendola proprio incontrata a faccia a faccia, le ho detto: Non ti voglio vedere, non l'hai capita? . Spaventata dal tono della mia voce, lei non ha più insistito. E' rimasta con le mie sorelle quasi un'ora, ed io che l'osservavo con la coda dell'occhio, la trovavo davvero addolorata. Però come s'era vestita quel giorno... Sembrava una piccola regina. Ma, non per questo, ho fatto la pace con lei. Sento che debbo resistere, perché mi ha preso in giro, approfittando del fatto che sono ragazzino, e che non posso sfidare l'allievo a duello, alla pistola. Questa del duello è un'idea di Culo di Ferro . Avendogli raccontato l'episodio dello Splendoregli ha detto: Peccato che tu sia cosi ragazzo. Ma un duello alla pistola non ci starebbe male... . Se ti rubassero la Ruella scenderesti sul terreno, Nèoro? E me lo domandi? Ma pure tu sei ragazzo come me. Intanto io ho due anni più di te, e poi troverei il modo di falsificare l'atto di nascita. Non potrei falsificarlo anch'io? Ma se basta vederti per capire che ti odora ancora la bocca di latte. A questo punto io mi sono ricordato di Bonnot e della sua banda di assassini automobilisti, che hanno in questi giorni terrorizzato il mondo, costringendo un esercito a muovere contro di loro per distruggerli. Mi piacerebbe, Nèoro, fare come Bonnot. Avere un'automobile, molte pistole a mia disposizione, e, incontrando per strada Renata al braccio dell'allievo, pamfete, sparargli addosso, e poi, in un baleno, sparire. Accidenti. Non gliela perdoni. Ma t'eri proprio innamorato come un grullo? Era cosi bella, Nèoro. Non ho potuto farne a meno... Perché era ? forse è morta ora? Si, per me è come morta.Esagerato. Se l'ami più di prima... Per chi mi prendi?... Ti giuro che non è vero... Sarà. Ma resto della mia opinione... 
Non è vero... Però ora che la primavera fa belle anche le scorpene chissà, Renata, che splendore... Via, bisogna che non ci pensi. E riconosco che son già troppo vigliacco a spingermi in certi pomeriggi nella strada della pensione Carmagnola, guardando il portone della casa, senza avere il coraggio di entrare. E se la incontrassi? Penserebbe che le ho perdonato. Ah no, perdonarle mai. Piuttosto morire. E cosi passano i giorni.
In questa stagione, quando, passeggiando sotto i portici di Piazza Castello, mi trovo davanti alla vetrina degli uccelli impagliati, non posso a meno di fermarmi. Con la primavera, queste creaturine imbalsamate, che forse senton volare i loro fratelli nell'aria profumata, e non possono imitarli, mi fanno una grande compassione? Come son
dolorosi quegli occhi che non vedono più niente, come son morte quelle ali che hanno spaziato in tanti cieli, su tanti mari. Ne ho parlato a Tristano ed egli mi ha detto una frase che non posso dimenticare: Noi tutti siamo disseccatori da erbario dei nostri sogni e specialmente di uno: la conquista del cielo. Forse l'idea di volare è venuta all'uomo guardando gli occhi d'un uccello che egli aveva ucciso. Si è inventato l'aeroplano per rimorso, e per sublimare con le nostre ali il piccolo essere trafitto .
La primavera dà la corda a tutti gli organetti di Barberia del mondo. Ce n'è uno che viene quasi tutte le sere sotto le mie finestre. Il suo suono, non so perché, mi ricorda le notti d'estate alla Marina di Sarmùra, il rumore dell'onda su gli scogli, i balli sull'ammattonato al lume dell'acetilene, i cori delle montanare disposte in cerchio sull'altura:
Sindula, sindula
l'amuri abbindula...
Tri fimmani a la fontana Una lava e l'autra strica. N'autra prega Santu Vitu mi nci manda nu bellu mari tu... N'esci tu chi si lu zitu...
E il fidanzato non si faceva pregare a uscire:
O giuvaneddha a la fontana A la tornata passa di cca mi mbiu na vota di chissà bell'acqua ca lu me cori affrittu si sta...
Oili Oili Oilà...
Però quell'organetto di Barberia tocca proprio il cuore. Mi manda sempre a letto con una gran voglia di piangere.
4 giugno 1912. Questo pomeriggio Nèoro ha volato. Lo vedevo da qualche giorno agitato, e già credevo che la Ruella lo avesse piantato. Alle mie domande, lui rispondeva con sorrisi di sfida. Non immaginavo che stesse trattando col fratello di Salamano per fare con lui un piccolo giro sul campo di Mirafiori. Ora mi spiego quei sorrisi di sfida. Voleva dirmi che l'uomo, capace di fargliela, deve ancora nascere. E, intanto, ha volato. Appena a casa non ha potuto trattenere quel che aveva dentro. E, pur rischiando di farsi solennemente rimproverare dai maggiori, entrando, ha gridato, buttando il berretto per aria: Ho volato! . Tutti credevamo che fosse impazzito. E lui: Volato! Lo giuro
sull'anima del babbo . A quel giuramento, abbiamo sentito che aveva volato per davvero. Tristano ha rimandato i rimproveri a dopo. Intanto è rimasto a bocca aperta a sentire il suo racconto. Appena sul campo, Salamano mi ha detto: Ricordati che se, per aria, fai il pauroso e incominci a piangere, ti butto giù. Uomo avvisato...ed io: Paura il sottoscritto? Ma lei vuole scherzare... . Però a dire il vero un po' preoccupato ero, giacché, pochi minuti prima, avevo visto un passeggero scendere dall'aeroplano, verde come un limone. Il pilota, prima di farmi salire nella carlinga in un posticino davanti a sé, mi ha dato un casco da mettermi in testa. Ma era cosi largo che mi toccava le spalle. Salamano. è scoppiato a ridere, e quella sua risata mi ha fatto piacere, mi ha tolto ogni preoccupazione. Poco dopo, avendoci un meccanico del campo avviata l'elica, siamo partiti rullando per il prato. Non abbiamo decollato subito, e, fino a questo punto, l'aeroplano non era diverso da un'automobile. Unica differenza l'odor della benzina e dell'olio che ci avviluppava tutti. Finalmente il pilota ha tirato la cloche a sé, e l'apparecchio si è staccato dall'erba. In quel momento ho provato veramente una grande gioia. Il mio sogno di volare si realizzava. Mi sono sporto fuori della carlinga, e ho visto la terra che si allontanava. L'apparecchio saliva dolcemente, senza cabrar troppo. All'altezza di un'ottantina di metri, il pilota lo ha messo in linea di volo, e ha cominciato il giro del campo. Mi pareva che non si salisse più; e, invece, poco, ma si continuava a salire. Gli uomini del campo diventavan sempre più piccoli, parevan paletti neri nel verde dei prati. Come si vedon bene le campagne dall'alto, e come luccicano i ruscelli, i corsi d'acqua che l'attraversano in ogni senso. Le case sono chiazze un po' più dense degli alberi; sembran tutte della stessa altezza; le persone sono come quei soldatini di piombo con cui si gioca alla guerra; gli altri aeroplani sparsi per il campo, cavallette. Volando orizzontalmente, o quasi, l'emozione è ridotta al niente; c'è solo il baccano del motore che stordisce un po'. E, al motore, si aggiunge l'aria, che si butta sull'apparecchio come una pazza, e fa l'effetto di friggere in padella. Però, quando il pilota inclinava l'aeroplano per virare, allora pareva di rovesciarsi da un momento all'altro e che il corpo avesse perduto il suo equilibrio andando con i piedi da una parte e la testa dall'altra.
Eseguito parecchie volte il giro del campo, a un'altezza di due, e forse di trecento metri, mentre già mi rallegravo di aver vinto la prova e facevo il gesto, lottando col braccio contro l'aria, d'imitar Gavotti nell'atto di buttar bombe su gli arabi, un risucchio di caldo ha fatto fare all'apparecchio la foglia morta, cioè l'ha abbassato di qualche metro,
sempre tenendolo in linea di volo. In quel momento, più ancora che nel virage ho proprio sentito d'essere in aria, e che non c'è niente di comune tra l'andare in automobile, anche a velocità pazzesca, a sessanta chilometri all'ora, e volare. Ho avuto l'impressione che mi mancasse il terreno sotto i piedi, e che niente potesse colmare il vuoto che si era fatto nel mio petto, proprio intorno al cuore. Per fortuna è stato solo un momento. Ma credo d'esser diventato pallido.
Però l'emozione maggiore l'ho provata nel momento in cui Salamano ha iniziato la picchiata. Questa volta, mi son detto, ci siamo. Mi sono aggrappato ai bordi della carlinga per tirarmi indietro, giacché tutto mi spingeva in avanti. Non ho gridato, ma avrei pagato non so quanto per essere già a terra. E' come quando nel sogno cadiamo da un quarto piano, che abbiamo l'impressione di cadere, che tentiamo di non cadere, puntando i piedi dappertutto, ma ogni presa, ogni sostegno, ci sfugge, e precipitiamo.
A una cinquantina di metri, il pilota ha raddrizzato l'apparecchio iniziando il volo plané. Il brutto era passato. Ho tratto un gran respiro, mi tornava il sangue al viso, ho avuto ancora la forza di voltarmi per sorridere a Salamano, mi è parso di sentire che mi gridava: Bravo . Però non ne son sicuro, giacché ero intontito, e, poi, l'aria, seguitava a friggere intorno a noi. Il plané si è svolto in maniera perfetta. Il carrello di atterraggio è stato il primo a toccare il suolo, poi è stata la volta della bequille di coda. Dopo aver sparnazzato come una gallina, seguendo i piccoli rilievi del prato, l'aeroplano si è fermato. Non ho potuto trattenermi dall'urlare: Evviva! .
Né Tristano, né Cino, né Lina, hanno avuto il coraggio di rimproverare Culo di Ferro . E' troppo grande, via. Io lo guardo e lo trovo ancora più glorioso del giorno in cui gli vidi vincere la partita di football contro il Gioberti . Come mi sento niente al suo confronto. Lo guardo, e mi pare impossibile che sia mio fratello. Se mi chiedesse di buttarmi dalla finestra per lui, non esiterei un momento.
24 giugno 1912. Ecco l'ultima volta, almeno per quest'anno, che scrivo il mio diario. Le scuole son finite l'altro ieri, comincian le vacanze, e non voglio più saperne di quaderni e di libri. Voglio solo divertirmi. Ne ho il diritto, dato che son passato con tutti otto. Anche Nèoro se l'è cavata. Fino all'ultimo momento ha pericolato in greco e in latino. Ma, scoccando il tempo, proprio come al foot-ball, è sgattaiolato tra le file dei professori riuniti nell'area di rigore e, raccolto al volo un 
pallone che la provvidenza gli aveva mandato sul piede, ha segnato il goal della vittoria.
Però, di andare a Sarmùra, non se ne parla. Pietro ha rimandato il suo matrimonio con Sara, per quanto si sia fidanzato, quindi da questo lato, per ora, nessuna speranza. E poi come potrebbe ammogliarsi, se è stato distaccato a Napoli? Ci dicono che, forse, la mamma farà una scappata quassù. E chi ci crede? Fanno per consolarci. Ogni anno ne inventan qualcuna. E intanto il giorno di prendere il treno per la Calabria non spunta. E' come la causa di Calimera che non si risolve mai.
In questi giorni io e Nèoro passiamo gran parte della nostra giornata tra Valentino e Po. L'acqua del fiume non ha niente a che vedere col nostro mare, eppure è l'unica cosa a Torino che ce lo ricorda. Culo di Ferroha già fatto parecchi bagni: ogni volta uscendone si osserva attentamente, giacché ha la sensazione di essere sporco. Mi pare di toccare una biscia mi ha detto ieri. Una biscia traditora. Ti si attorciglia ai piedi e ti tira giù nel fango. Da noi l'acqua è cosi limpida che si potrebbe bere. Ed è cosi profumata d'alghe che le donne si lavano i capelli per portarne l'odore con sé.
Andremo come tutti gli anni a Saint Vincent. Vedremo gente col gozzo e berremo acqua minerale. Però, per esser sinceri, a Saint Vincent non si sta male. C'è intorno un paesaggio meraviglioso, tanti antichi castelli, la Dora che luccica come una spada al sole, e, insomma, è estate, tutto il mondo si diverte, le ore passano che neppure te ne accorgi.
Lina verrà in campagna con noi. Tornerà a Milano in autunno, almeno cosi dice. Pare voglia dividersi da Cortaldo, e metter su casa per conto suo. In questo caso chiamerebbe con sé Gilda. Ma, e la mamma? Deve restar sola con dieci figli che ha sparsi per l'Italia? E' vero che c'è Sara a tenerle compagnia. Però lei non è mai come uno di noi. Insomina, si vedrà.
Renata non l'ho più incontrata. Son passato qualche volta dal suo portone, e non sono mai salito su. A quest'ora si sarà dimenticata di me. Meglio cosi. Quella ragazza è proprio una vigliacca. E' bella, ma vigliacca. Ho fatto bene a trattarla senza riguardi. La mia lettera l'ha messa a posto. Imparerà. Se non fossi cosi piccolo, chi sa come mi vendicherei. Altro che lettera.
L'incontrerò un giorno? Può darsi. Oh, non mi farò impietosire da quel suo viso di angelo con le corna, da quella sua voce falsa come Giuda. Le dirò: Credevi che morissi per te. E invece hai visto? Non
me ne importa nulla. Non ti riconosco nemmeno più. Come se non ti avessi conosciuta mai... . Lei si metterà certo a piangere, ed io, a quel suo pianto, risponderò facendo le più matte capriole, costringendo la gente a fermarsi. Sarà una bella scena.
Ogni estate Renata va venti giorni in riviera. Quest'anno ci andrà con l'allievo. Se penso che lui farà il bagno con lei, che forse si spoglierà nella sua cabina, che la vedrà nuda quando vorrà, mi butterei nel Po dalla rabbia. Rabbia, si, rabbia. Ah se non fossi cosi ragazzo... Mi vendicherei di loro in modo tale, da far parlare perfino i giornali. Ma ora basta con Renata. Che si guadagna a pensarci sempre? Ecco, l'organetto di Barberia è arrivato. Ora comincerà a suonare. Ed io, col capo abbandonato sul braccio, me ne starò a sentirlo guardando le stelle. Poi, a poco a poco, il sonno mi prenderà, ed io confonderò il cielo stellato col mare di Sarmùra disseminato di lampàre, il suono dell'organetto col canto dei marinai da barca a barca.
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PARTE QUARTA
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CAPITOLO 1.
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Saint Vincent è un paese sempre vestito con gli abiti della domenica. Attorno al nucleo fondamentale dell'abitato, che è antichissimo, e mostra qualche venerando vestigio, si va creando, di anno in anno, la città moderna, con grandi alberghi, caffè, cinema, birrerie, bagni pubblici, giochi di bocce e di pelota, rotonde da ballo, baracconi per tiri al piccione, alle pipe e al piattello, e quant'altro mai caratterizza il sorgere e il consacrarsi delle stazioni di cura, favorite dalla bellezza incantevole del paesaggio, dalla reclame di qualche acqua salutare e da una relativa, iniziale, allettante modestia nei prezzi.
Qui i grandi, i piccoli alberghi e le pensioni si tengon per mano per impedire al passeggero di filar via all'inglese. Chi si ferma un anno ci torna l'anno appresso. Tutti si conoscono o quasi. Il titolo di cavaliere fa pompa, e rimbalza come una palla da monte a valle. Si stabiliscono relazioni cordiali, se non di affetto, tra famiglia e famiglia. Il signore non disdegna di giocare a tarocchi con il travet, sotto i pergolati in fiore, davanti a un buon bicchiere di Barolo o di Freisa. L'operaio, quando è impegnato in una partita di bocce, o di tamburello, si smemora della lotta di classe e si lega con l'odiato borghese. Alla sera, chi non va a veder ballare la quadriglia o la monfrina, se ne sta ad assistere alle sfide di pelota , impegnando discussioni omeriche su colpi maestri e su giocatori, che rivelan competenze insospettate. Un'atmosfera di armonia sociale, di reciproca tolleranza e considerazione; una solidarietà simile a quella che si stabilisce tra i passeggeri di una nave durante la traversata; una franchezza di cose e di persone; una trasposizione nel campo morale degli effetti purgativi della famosa acqua della salute: ecco Saint Vincent.
Ma la cosa che più unisce la colonia, che fa di essa un'immensa famiglia, è la fotografia. Usano le fotografie in massa. Verso le undici, quando le bevute antimeridiane dell'acqua minerale sono state eseguite a puntino, centinaia e centinaia di persone, di ogni sesso ed età e condizione, si raccolgono, come per un dovere civico, il bicchiere in mano, sul dorso di una collinetta battuta dal sole, e là, senza impazienze, intrecciando piacevoli conversari, che verton quasi sempre sul numero
di sedute giornaliere, dovute agli effetti dell'acqua, aspettano il fotografo. Il quale, generalmente, si fa desiderare, come tutte le persone che sanno la loro importanza sociale. Ma, quando arriva, spesso accaldato, e sempre circondato da un nugolo di monelli, con quattro gesti da napoleonide, qua spostando, là componendo, ordina la posa collettiva: vi punta l'obiettivo; traffica qualche secondo sotto il panno nero per metterlo a fuoco; n'esce con viso raggiante; fa le estreme avvertenze; un silenzio religioso si stabilisce sull'adunata; si senton frusciare le fronde degli alberi; arriva l'eco della Dora in un profumo acuto di vegetazione; i migliori sorrisi spuntano sulle bocche semiaperte; ancora un attimo, uno scatto, ed ecco, il fatidico grazie signori , accompagnato da un inchino che piace tanto all'assemblea, dice che il rito è compiuto.
Il giorno dopo tutti acquistano la fotografia. E la vecchia, trovandosi vicino al giovinotto si sente pesare meno gli anni. E il pensionato, che sta a lato del grande industriale, si vede innalzato di rango. E la signorina comincia a sperare in quel bel villeggiante che, tutta la mattina, non l'ha lasciata con gli occhi, e che le sta sotto, nella fotografia, all'altezza del seno. E l'inquilino, sorprendendo un sorriso sulla bocca del padrone di casa, capitatogli a fianco nella posa, accarezza l'illusione di un ribasso di pigione. E, in definitiva, chi ci guadagna è il fotografo, al quale però spetta il non lieve merito di aver fissata, su una piccola lastra, un momento di quell'armonia sociale sfuggita, per lungo ordine di ere, a filosofi e pastori di popoli, sulla quale è probabile si accapiglieranno i venturi, fino alla consumazione dei secoli.
Circolan per le mani di tutti, anche di signorine bennate, o di mamme severe, cartoline disegnate da un bello spirito, raffiguranti gruppi di persone che fanno a pugni per raggiungere un gabinetto di decenza, o che, arrivate al porto, in orrida mescolanza di maschi e di femmine data la fulmineità del bisogno, mostran spicchi di sedere nudo in atto di radere il suolo come la bequille di un aeroplano di carne: gloria, tutto questo, della famosa acqua scoperta dall'abate Perret centocinquant'anni fa, per la cui grazia, la cartolina è distribuita ai clienti, e mandata per il mondo.
V'ha in ciò, oltre al documento bonario d'una moralità a tinta domestica, e, francamente, ingenuamente spudorata, che è nel gusto del tempo, realista in politica e in arte, alieno da qualunque forma di pruderie, una ragione di cemento sociale tra i vari strati della colonia che integra l'azione della fotografia, e fa di Saint Vincent una morena egualitaria. Ché l'acqua della famosa fonte non può impicciarsi di partiti o di classi, di maschi o di femmine, di vecchi o di ragazzi. Davanti
alla fatalità delle sue leggi purgative cessano età, sessi, idee: tutti sono uguali: tutti depongono i falsi pudori e corrono come veltri verso il gabinetto liberatore. Ed allora? Memento homo, signor mio. Il pittore mentre fa la reclame all'acqua, assurge a maestro di costume e di vita.
I naturali a Saint Vincent son quasi tutti ben nutriti dall'aria boschiva e dal latte. Però son tanti i gozzuti. Pare che l'acqua di questi siti abbia uno speciale potere di crescita sulla tiroide. Salemi afferma che la valle d'Aosta è un gioiello d'inestimabile valore montato su un pomo d'Adamo grande quanto un mondo. Definizione che rivela dell'immaginativa e il gusto del paragone patologico. Tuttavia la si può accettare. A furia di veder montagne immense, i nativi furono tentati di fabbricarsene una sotto il mento. Si può dire che la bellezza dei luoghi restò loro in gola.
I Rupe hanno preso in affitto, come ogni anno, e per tutta la stagione, una casa comoda e tranquilla, situata in uno dei punti più pittoreschi della valle. La venuta di Lina non ha costretto nessuno a far sacrifici di camere o d'altro per lei, ché la casa è tanto spaziosa che potrebbe contenere tutti i Rupe, compreso Milord. Cino e Salemi vengono da Torino il sabato, e ripartono il lunedi mattina. Giorgio alloggia al Billia . Avrebbe anche potuto essere ospitato in casa, ma Orsa non ne ha voluto sapere, per quella superstizione che fa presagir male delle sorti di un matrimonio, quando i fidanzati dormono sotto lo stesso tetto.
Tristano ha messo come condizione che, a Saint Vincent, isola della pace, non si debba parlar di politica. Cino e Salemi hanno accettato la tregua in linea di massima, riservandosi libertà d'azione per i casi di forza maggiore. E questi casi son sempre a portata di mano. Ora Mussolini, al Congresso di Reggio Emilia, ha fatto espellere dal Partito Socialista, Bissolati, Bonomi, Cabrini e Podrecca, i primi tre per il loro contegno dopo l'attentato del muratore d'Alba, e il quarto perché reo d'infatuazione coloniale. Figuriamoci se questo non è un caso di forza maggiore. Tristano stesso non può a meno di prender parte alle discussioni, vivamente interessato dalla personalità del giovine romagnolo, rivelazione del Congresso, riuscito, appena trentenne, ma con un passato già eccezionalmente ricco di condanne, di persecuzioni e di miseria, e con la magnetica possa di un'oratoria nuda e infuocata, servita da un viso imperioso e da un gesto sdegnoso, tutto scatti e vibrazioni, a soggiogare il Partito, mettendo in stato d'accusa alcuni tra i più antichi e rispettati capi del socialismo nostrale. E, se anche
Cino e Giorgio, che osservano le vicende del partito dal di fuori, non si rendessero interpreti della sorpresa cagionata in tutti dal sorgere di un uomo nuovo nella compagine del socialismo italiano, capace di ridargli la perduta combattività, di condurre la sua estrema battaglia senza esclusione di colpi; se non ci fossero loro, ci penserebbe Mariano a esprimere in lunghe lettere il suo entusiasmo per Mussolini, la sua speranza che il Partito, dopo la dolorosa ma necessaria epurazione, continui per la sua strada maestra, la sua gioia di constatare che le masse sfuggono di mano agli esponenti riformisti, e che, insomma, si è fatto un gran passo avanti sul cammino della Rivoluzione.
La vita a Saint Vincent non offre grandi avvenimenti. I più importanti, oltre alla fotografia in massa, alla quale neanche i Rupe si possono esimere, per non far scoppiare uno scandalo nella colonia, e per non ammazzare di dolore il fotografo, il buon cavalier Oleggio, sono le passeggiate nei dintorni, le serate di gala al Billiae il solito arrivo degli alpini.
Quanto alle passeggiate, dopo tre anni che i Rupe ci ritornano (né a domandarglielo essi saprebbero perché sono cosi fedeli a Saint Vincent; è l'abitudine, la modicità nei prezzi, e, soprattutto, quell'atmosfera di grande pace che per essi, rivoluzionari di tre cotte, rappresenta un'oasi, una tregua materiale e morale); dopo tre anni, i dintorni di Saint Vincent non hanno più nulla da rivelare alla loro curiosità. Chatillon, il ponte sul Marmore, il Castello d'Ussel, le foreste del Barbeson, il Ponte delle Capre, il Castello di Montjovet, il Pontalon del Camoscio, la Grotta di Ghiaccio, Brusson, la Cima di Amay con la veduta sulla Valle d'Aosta sino al Rutor e al Monte Bianco, lo Zerbion col suo panorama incredibile sul Monte Rosa, sul Cervino e su tutte le cime della Valle d'Aosta, la Testa di Comagna che guarda Gressoney: tutte queste famose escursioni essi le hanno già compiute, e, se quest'anno si propongono di ripeterle in parte, è solo per provare la resistenza alpinistica dei garretti di Lina e di Salemi, i nuovi acquisti della stagione. Per ora, ed è già un mese che sono in villeggiatura, l'atmosfera quieta, pigra, di Saint Vincent, ha vinto perfino le velleità arrampicatrici di Culo di Ferro . E questo dia la misura dello stato di dolce agonia in cui il civettuolo paese, sparso alle falde dello Zerbion, lascia ai suoi fedeli.
Le serate di gala al Billiavoglion dire quadriglie e innamoramenti. Tutte le signorine della colonia vi convengono con un entusiasmo che preoccupa un po' le mamme, ma non al punto di vietar loro quegl'innocenti passatempi che, anche se restano inconclusivi, tuttavia fanno
bella la villeggiatura, danno un credito approssimativo al nome, agguerriscono nella strategia matrimoniale.
I Rupe ci vanno ben di rado, ché Lina, Orsa e Anita non ballano; Nèoro e Leto, vedendo tutti quei fantocci incrociarsi, far riverenze, e girarsi d'attorno, prendendosi per mano, al suono di un'orchestrina che pare fatta di zucchero filato, non resistono a fare le più matte risate; Cino e Giorgio preferiscono starsene in casa a leggere un libro o prendere il fresco sulla veranda di qualche caffè; e, insomma, il solo che potrebbe farci una discreta figura è Tristano. Il quale è anche lui un mediocre ballerino, però ha quella serenità, quel contegno impeccabile che piacciono tanto alle signore, le quali se lo contenderebbero a colpi d'oro zecchino, se non bastasse un sorriso per averlo devoto, se pure un poco rassegnato, al loro seguito.
E infatti Tristano non può, talvolta, esimersi dall'accettare gl'inviti di mamme e di pupattole di buona famiglia entusiaste di lui, ch'egli subisce con un po' di rimorso, per quelle belle ore di lettura o di spirituale conversazione che gli portan via. Gl'inviti si estendono naturalmente alle sorelle, ma è positivo che, se esse li declinano, com'è loro costume, le sue ospiti non portano il lutto, essendo tutt'e tre le Rupe, ma specialmente Lina, tipi di donna da stare in primo piano, in una sala, come dappertutto. E questo, data la penuria di mariti e di cavalieri che si va aggravando ogni giorno, per effetto di idee dissolute, e di poco timor di Dio, è sempre una noia, se non un pericolo. Va bene che una è sposata, l'altra fidanzata, e la terza, Anita, l'unica concorrente, non par neppure accorgersi dei maschi che se l'additano quando passa, non sapendo se quella sua umiltà sia sincera, o non, piuttosto, un calcolo. Ciò ammesso, la presenza di quelle tre Rupe, splendidamente dotate nella persona, con una loro varia fierezza nel viso, intelligenti e schiette, avvantaggiate dalla celebrità dei fratelli, e dalla voce di immense possessioni in Calabria è sempre un fatto dominante in una sala, come in un paesino di villeggiatura. Nel migliore dei casi, esso genera una dispersione di fluidi, una calamitazione a vuoto di ballerini e di giovinotti, impediti di rettificare il tiro sulle donne create da Dio per farli felici, che se ne stanno là, impazienti in un angolo, come parenti povere, a raccattare le briciole della mensa altrui.
Non sono mancate a Tristano, negli anni precedenti, candide offerte d'amore da parte di fanciulle anche ottime, ma troppo immaginative, inclini a costruir castelli su una parola, su un gesto innocentissimo, a minacciarsi morte in lettere disperate di addio, intrise di
lacrime e accompagnate dalla larva secca del quadrifoglio che fu trovato quel tal giorno - com'era bello, ricordi? Però la campana della pieve aveva un suono più triste del consueto e le pecore belavano spaurite... - e via di questo passo. Letteratura. L'anno dopo, se non subito, al ritorno dalla campagna a Torino, Tristano trovava le sue innamorate bianche e rosse come mele lazzeruole; il pensiero della morte si era risolto in un più intenso ardore di vita; il quadrifoglio del ricordo, mutato in grazioso spillo da cappello; e il suono della campana della pieve, in georgico motivo da operetta. E tutto ciò era bello che cosi fosse. Gioventù che saresti mai, se non ti svegliassi diversa ogni mattina?
Di Cino hanno invece sempre avuto paura e mamme e figlie. Qualche volta ch'egli si è spinto nelle sale da ballo, più per accompagnare Tristano e le sorelle, che per la curiosità di osservare i fasti della mondanità piccolo borghese, ha suscitato un tale interesse, per non dir panico, intorno a sé, da stimare opportuna una ritirata precipitosa, per non compromettere le sorti della serata che, per troppe brave persone, rappresentava il non plus ultra della sciccheria e del divertimento, chi sa da quanto attesa e idoleggiata.
Invece Mariano, le rarissime volte che, trovandosi a Torino o in villeggiatura, ha partecipato a feste mondane o di beneficenza, sempre di scorta alle sorelle, e palesemente a disagio tra tanta gente cosi dissimile da lui, ha avuto un successo di simpatia anche più grande di Tristano. Quella sua bella barba, quel suo sguardo celeste, quel segno umanizzatore che reca con sé, che si manifesta nella voce come nel gesto, nel sorriso come nei giudizi, annullavano la sua nomea di barricadiero e di brigante calabrese, sostituendola con una tutt'affatto diversa, limpida e umanissima, che, in estrema analisi, rappresentava il punto d'incontro tra la piccola borghesia timorosa della bestia rivoluzionaria, ma tuttavia tesa ad essa per ammansirla, e la sorridente passività dell'avversaria, la quale trovava nella sua forza anche il coraggio di parer debole e remissiva.
Infine vi son gli alpini, accampati alle porte del paese. Parton la mattina per le loro marce, e ritornan verso il tramonto. Il loro arrivo è una festa. Le ragazze alle finestre a vederli passare, e qualcuna butta fiori, e qualche altra canta, e tutte sorridono. Dopo il rancio della sera, gli scarponi hanno libera uscita. Ed allora sono essi i padroni del paese. Mentre gli ufficiali fanno la passeggiata davanti ai grandi alberghi, i soldati, più concreti, si perdono tra i campi con le ragazze e, là, amami tu che t'amo io. Si vedono siepi muoversi, prati sollevarsi, alberi cullarsi, muricele puntare i piedi; si senton gemiti dappertutto; i baci scoccano come frecce; qualche moccolo infiora l'idillio; qualche lacrima riga il ciglio; e, sul tutto, il mormorio argentino della Dora che dà al tramonto una freschezza d'aurora.
Naturalmente Culo di Ferroconosce già tutti gli ufficiali del battaglione e parecchi graduati e soldati. Egli ha scoperto con l'amico Riccardi i migliori nascondigli amorosi di questi ultimi. A volte si prende il gusto di spaventar le coppie, apparendo all'improvviso da una macchia o dando falsi allarmi. Gli scarponi minacciano di fargli la pelle, ma l'intrepido Culo di Ferronon se ne dà per inteso. Leto l'accompagna talvolta in questi piccoli colpi di mano che non hanno altro scopo se non quello di tener acceso il fuoco sacro.
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CAPITOLO 2.
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In agosto Tristano conosce Elsa Guala. La giovine dama è presentata da Salèmi, il quale è amico del marito di lei, il marchese Arrigo, per averlo visto più volte, in veste di compratore, nella bottega di antichità del padre, a Firenze. Giorgio ha anche informato Tristano che ben venticinque anni d'età dividono i coniugi Guala, toccando lui i cinquantacinque e lei appena i trenta, e che Elsa era una borghesuccia torinese, senz'altre doti che quelle della bellezza fisica e dell'intelligenza assai viva, andata sposa a quell'aristocratico grigio e un po' misantropo per pressioni familiari, più che per volontà propria, avendo anzi sacrificato alle ambizioni paterne un affetto radicato, la cui rinunzia le era pesata grandemente come, del resto, quel fondo malinconico, quasi un sommesso rimpiangere, in cui ella fissava i moti anche più superficiali della sua vita, testimoniava chiaramente.
Forse senza la mania scacchistica del marchese Arrigo, che cercava ansiosamente un competitore per ammazzare quella villeggiatura cosi esemplare da parer finta, la simpatia che Tristano e la marchesa avevano sentito l'uno per l'altro, incontrandosi, non avrebbe avuto modo di approfondirsi e di incidersi. Furono gli scacchi a legare Arrigo a Tristano e, per naturale conseguenza, ad offrire ai due giovani le occasioni di vedersi, di apprezzarsi, e infine, a loro insaputa, d'innamorarsi.
Fin qui la storia sentimentale di Tristano non ha che una figura di netto rilievo: Renata; ed un'altra di ripiego: Magda Wurtzel. La figlia della signora Emilia non ha avuto l'accortezza di misurare con Rupe
la sua esuberanza. Se ella non avesse voluto affrettare, con qualche piccolo colpo di testa, lievemente spudorato, la maturazione affettiva di Tristano nei suoi riguardi; se lui l'avesse sentita meno superficiale, e innamorata, non di ciò che di profondo e di essenziale gli sarebbe importato di veder rivelato di se medesimo attraverso la dedizione di una donna, ma delle cose che meno avrebbe creduto e voluto: Renata sarebbe stata la compagna della sua vita. Ma quella sua irrequietezza dovuta a sangue caldo e alla certezza di poter tutto osare; quel non dar peso a certi ritegni, in cui è pure tutta la bellezza della donna e il valore del dono che essa fa all'uomo, di cui è presa; quell'andar dietro alle futilità della moda, come per un decreto divino; quella sua smania di cercare nei libri le situazioni morbide; quel ridere dei vinti; quel non considerare importante che l'apparenza, per cui, di Tristano, le cose più notate erano, che so io, il colore dei vestiti, dei guanti, delle cravatte, che s'intonavano più o meno con la tinta della carnagione; il taglio dei baffi e dei capelli; la sua speciale maniera di stringer la mano (c'è della voluttà nelle sue dita come diceva lei); il suo successo con le donne, per cui l'amore della fanciulla diventava più che altro un punto d'orgoglio femminile impegnato in una lotta solo apparentemente cortese con le sue rivali; la sua dolcezza, per la quale ella affermava, sorridendo un po' ambiguamente, d'aver l'impressione di amare una donna, invece che un uomo; e, insomma, tutto ciò che non comportava l'identità di Tristano con se stesso, ma di Tristano con qualunque altro giovine che avesse poco più di trent'anni, fosse bello d'aspetto, e ben piazzato socialmente: tutte queste cose avevano spaventato Rupe, staccandolo lentamente dalla fanciulla. E forse, chissà, egli sarebbe passato su tutto, se, circa due anni prima, Renata, per ingelosirlo, non si fosse messa a civettare con un giovane conte, capitato nella pensione Carmagnola, e di cui Rupe aveva saputo l'esistenza e l'ardore attraverso le confidenze della ragazza stessa. Renata s'era un giorno fatta sorprendere una lettera dell'adoratore, né era escluso che quello fosse uno strattagemma escogitato da lei per dare a Tristano la sensazione di un pericolo e spingerlo agli atti risolutivi. Di fronte al doloroso stupore del giovane, ella aveva avuto la sensazione d'aver commesso un errore irreparabile, e, per salvarsi, ne aveva commesso uno ancor più grande. Gli si era offerta per dargli una prova della sua immacolatezza. Gli si era offerta senza chiedere nulla, per la gioia di dargli un'estrema prova d'amore, per l'amaro gusto di sacrificargli tutta se stessa. Lui non l'aveva presa, e, da quel momento, qualche cosa si era per sempre spenta fra loro. Avevan seguitato ad essere amici, a vedersi anche spesso in via Pio Quinto, ma l'amore, quello stato di grazia che si nutre d'immaginazione più che di realtà, di vaghe e dolci attese più che di certezze, s'era bruciato le ali.
Anche prima della rottura con Renata, Magda Wurtzel aveva avuto Tristano. Era stata proprio lei ad averlo, a sedurlo con la pietà. Rupe l'aveva accontentata per carità cristiana, dando al fatto un'importanza assai scarsa. Ma ciò che per il giovine era un semplice atto di cortesia amorosa verso un essere che spasimava dal primo momento che l'aveva veduto, invece, per lei, povera donna, era l'unica ragione di vita. Fu la volta, per Tristano, d'accorgersi del grave errore commesso, dando qualche illusione alla vedova, la quale, dopo tutta un'esistenza sbagliata, cominciava a credere di aver trovato l'anima gemella, e gli si attaccava con la forza della disperazione e la meraviglia delle innocenze dissepolte. E, tra l'altro, la rinascente fiducia in se stessa, dava a Magda un coraggio di chiedere e di pretendere, che, prima del fatto, data la sua indole docile e dimessa, sarebbe stato pazzesco immaginare. E mostrava anche qualche punta di gelosia verso Renata. E, per vincerla, in seduzione, non si era forse messa a scimmiottarla nel darsi il rosso alle labbra, nell'illanguidirsi gli occhi col fumo della candela, nel fumar sigarette, nell'usar culottes di seta, nel profumarsi dalla testa ai piedi, nel legger Verlaine e Rimbaud, nel posare a femmina d'eccezione, capace di tutti gli eccessi voluttuari, per colmo d'immaginazione e di raffinata cultura? Una tragedia. Come Tristano rimpiangeva quel tempo in cui la vedova non parlava che di tavolini parlanti e di fotografie di spiriti, o correva da una biblioteca all'altra per cercargli qualche documentazione sul messaggio gioachimita. Tutto ciò era ben lontano, pareva non appartenere più alla stessa donna. Ma le apparteneva pure quel corpo povero e puntuto, strizzato come un limone dagli anni vani e da un regime bianco, quasi di mortificazione; un corpo privo di mordente che si dava con chiusa violenza, sproporzionata all'entità del dono; che si aiutava con dei grandi gesti, con dei sospiri abissali, con un diluvio di lacrime, senza che tutto ciò aiutasse l'uomo, impegnato nell'impari lotta, a formarsi un'illusione qualunque. E, siccome la generosità della giovinezza smuoverebbe anche le montagne, avveniva a Tristano di compiere il miracolo dell'amore su quel corpo che gli sembrava un tavolo operatorio, messagli là davanti dal destino perché vi facesse la vivesezione del suo bisogno fisico. Ma, uscendo da quei convegni, giurava a se stesso di non prestarsi ulteriormente all'opera di beneficenza che lo umiliava troppo, e che Magda già 
prendeva come un obbligo. La donna non lo lasciava tanto facilmente, trovava mille modi per avvicinarlo, mille pretesti per invitarlo all'albergo dove alloggiava, e, quando l'aveva tra le braccia, non tardava a morirgli davanti, a inginocchiarglisi ai piedi come un'illuminata, a baciargli le mani, a portarlo sul letto come un sonnambulo, a farsi prendere alla disperata con l'ausilio della solita coreografia.
Da tre anni, Tristano, faceva ogni tanto il suo dovere con la poveretta, la quale, se avesse ascoltato il proprio impulso, sarebbe stata a letto con lui, senz'alzarsi mai, tutta la vita. Periodo di respiro per Rupe, l'estate, allorché Magda ritornava in Svizzera da una vecchia mamma che la tratteneva presso di sé qualche mese. Egli la vedeva partire con una tal gioia che, se lei l'avesse avvertita, si sarebbe buttata sotto le ruote del treno. Invece, lontanissima dal sospettare il sentimento del giovane, ingannata da quella sua dolcezza apparente, essa lo confortava chiamandolo piccolo mioe promettendogli che avrebbe scritto tutti i giorni, che avrebbe cercato di fare qualche scappata a Saint Vincent nei mesi caldi. Non arrivava la vedova ad augurarsi apertamente la morte della madre per essere tutta di Tristano, anche l'estate. Ma ci andava vicina. E Rupe pensava veramente se non gli convenisse, malgrado tutto, sposar Renata per liberarsi di Magda, o, comunque, cambiar aria, o, insomma, fame qualcuna, spezzando cosi definitivamente quella servitù di passaggio in un deserto che rischiava di farlo morire di sete e di stanchezza.
Le cose sono a questo punto quando Tristano conosce Elsa Guala. Per l'avvenenza la giovine marchesa non ha nulla da invidiare a Renata, alla quale, anzi, rassomiglia alla lontana, per l'ovale finissimo del viso, i grandi occhi chiari, la carnagione ambrata. C'è in Elsa un curioso contrasto tra il suo fisico e il clima che esso crea intorno a sé. Qualche cosa dell'acerbità della vergine le è rimasta nel vago solco che le ombra gli occhi, nell'esiguità dei seni rivelata dalla discrezione con cui la morbida onda respinge le trine e le sete che la tengon prigioniera, nella camminatura nervosa, nella fragilità dell'insieme. E, invece, il suo spirito che si esprime nell'occhio dolce, quasi materno, e nella voce penetrante, è perfettamente maturo, quasi grave. S'indovina in lei, nel suo passato, qualche cosa che le ha insegnato a vivere in dentro. Mentre Renata non prende sul serio nulla, e gioca con Leto come con l'allievo dell'Accademia, senza dare importanza né all'uno né all'altro, non immaginando, per esempio, quali tempeste possa suscitare anche in un ragazzo di tredici anni il vedersi sostituito da un altro uomo, non
nell'amore - ché di quello non ha ancora coscienza - ma nelle carezze della ragazza, cui vuol bene come ad un giocattolo di carne; mentre Renata passa nella vita, senza inciderla con una traccia più profonda di quel profumo che la fascia tutta, e che è legato alla sua presenza; all'opposto, la marchesa Elsa, è di quelle donne a cui si pensa maggiormente quando non ci sono, le cui parole contano meno degli echi che lasciano in chi le ascolta, la cui bellezza è fatta di rifrazioni e di avvertimenti segreti. E' bastato a Tristano di discorrere con lei per pochi istanti per sentirla in tutta la sua dolorosa complessità. La figura della giovine donna non sta tutta nella cornice datale da Salèmi. C'è in lei qualche cosa di più, che forse non osa neppur confessare a se stessa, e la cui messa a fuoco dipende dal caso, potendo avvenire e non avvenire; qualche cosa che si ricollega al suo più lontano passato, forse al suo rimorso, che lo presuppone in linea ideale, e di cui è una rivendicazione; un bisogno di sentirsi vivere, di spegnere i ricordi con altri ricordi da sostituire ai primi, di trasporre la loro fragrante entità da un piano di nostalgia ad uno di signoria, di uscir da un circolo chiuso, di rinascer dalle proprie ceneri: bisogno d'amare. Troppo evidente che ella non possa avere per quell'uomo, il quale le ha dato un blasone, più dell'affetto, forse della riconoscenza. Ma amore no. Né del resto egli pretende tanto, e lo dimostra chiaramente, lasciando a Elsa la più ampia libertà, preferendo alla sua compagnia una partita a scacchi, o, quam minus, una discussione sull'acqua purgativa. Ed è anche evidente, che, se la giovine donna non l'ha mai tradito, è più per dar prova di rispetto a se stessa che a lui.
Se Tristano, in meno di una settimana, si rivela alla marchesa Elsa per l'uomo più interessante che ella abbia mai incontrato, non solo per il suo specifico valore sociale, ma per la tenerezza dei sentimenti che fanno pensare agli abbandoni dei bambini, non meno simpatia e speranza egli suscita nel marito Arrigo, il quale ha finalmente trovato in Rupe l'essere che cercava da tempo, non solo a Saint Vincent, ma a Torino; un avversario degno della sua forza, l'iniziato col quale passare i pomeriggi a giocare a scacchi, il compagno delle ore future, la sua vittima, insomma. Ché, a Torino, per la sua smania, il marchese è fuggito come la peste. E, se anche son giocatori provetti quelli che hanno la ventura di essergli presentati, si affrettano ad accusare la loro ignoranza della scacchiera, rinunziando, di fronte al pericolo maggiore, al piacere di essere ammessi nel suo palazzo, e di conter fleurettes alla moglie, la bellissima Elsa.
Salèmi, riferendo a Tristano quello che gli constava personalmente
dei Guala, ha taciuto, forse ignorandola, della mania del marchese. Ma è da pensare che, se anche ne fosse stato informato, ed avesse immaginato la croce che la sua attrazione verso Elsa gli avrebbe buttato sulle spalle, Rupe sarebbe passato sotto le forche caudine, lo stesso, trovando, anzi, nella corvée scacchistica, il sapore del primo sacrificio fatto sull'altare del nascente amore.
Però il male di Arrigo è veramente preoccupante e soggetto di clinica. Se lo lasciassero fare, egli, dalla mattina alle otto fino a mezzanotte, se ne starebbe alla scacchiera a ponzare le sue mosse, che son lunghe, e quasi ossessionanti, meditate, sul calcolo delle possibilità, fino a quel punto, fino a quel limite, in cui la ragione umana si deve arrestare perché si trova di fronte le abbacinanti verità che si percepiscon solo con la fede, o il vuoto. L'assoluta veggenza genera il principio del caos. Eterna dialettica degli opposti, nel cui segreto è la vita con la sua medietà in movimento, con la sua immoralità morale, con la sua brutta bellezza. In quel meraviglioso castello, costruito da Arrigo Guala con la tragica calma dello schiavo alla catena, e con la meticolosità del maniaco, da una finestrella, apertasi all'improvviso proprio sopra i merli, ecco la follia, con la sua berretta rossa, con la sua voglia di buttar tutto all'aria, di stracciar la tela perfetta con un soffio, apparire sghignazzando. E' il momento in cui, a furia di aver tutto preveduto, il marchese Arrigo si fa dar scacco matto. Crollato il suo castello, per aver egli, voluto, come Capaneo, sfidare il cielo. E' bastato il frusciar di una fronda su quello strano albero che nasce dall' humus dell'irrazionale, dell'imprevedibile, per buttarlo giù. Ed egli non può che guardar la rovina col viso stravolto.
Terribile momento quello in cui il marchese Guala constata di aver perduto. Egli fissa il suo avversario con l'occhio del toro mentre aspetta il colpo finale dell'espada in piena fronte. E' ipnotizzato, è già un morto in vacanza, eppure emana dalla belva, dotata di quell'intensa vita che nasce sul filo degli abissi, una possa primigenia che vince il destino, che incanta perfino la morte. Mentre perde, il marchese acquista, con la sua sofferenza, l'altissimo privilegio dei martiri che salgono i patiboli per una loro fede. Perde, e non saltando alla gola del nemico, facendogli grazia della vita, egli riporta la più alta vittoria su se stesso. Un apostolo degli scacchi. Quest'uomo, nella cui mania confluiscono tutte le inutili geometrie degl'illusi che, dal tempo dei tempi, van tentando una loro costruzione del mondo, fatta a base di logica e d'infallibilità, morirà giocando a scacchi. Una sera, dopo ore ed ore di calcolo, dopo aver fatto il deserto nel campo nemico, proprio nel 
momento in cui starà per cogliere la più ambita vittoria, s sentirà fermare il cuore. Piegherà, Arrigo Guala, il capo sulla scacchiera, e troverà, nel momento estremo, la forza di agguantare con le labbra il Re avversario, per portarlo con sé nella tomba, e mangiarselo, come il Conte Ugolino la testa dell'arcivescovo, per tutta l'eternità.
- Per carità, professore, si faccia battere spesso... ha raccomandato segretamente Elsa a Tristano. Ma non glielo faccia capire. Sarebbe capace di ucciderla, o per lo meno, di sfidarla a duello all'ultimo sangue. Invece dandogli la gioia della vittoria tutto si può ottenere da Arrigo... In fondo non è cattivo?
- Le ubbidirò, marchesa. E le ubbidirei anche se mi chiedesse di farmi battere, facendomi capire...
- Rischierebbe la vita per me?
- Si meraviglierebbe?
- E' troppo presto perché io le risponda di si o di no... So soltanto di essere una cosi povera cosa.
- Si, tanto povera, che, se un uomo ne fosse innamorato, anche non sapendo giocare a scacchi, potrebbe, per un miracolo, vincere un maestro come suo marito...
- Questo poi mi pare esagerato...
- Sa, signora, a qual patto il marchese sarebbe invincibile? Se l'amasse... Allora nessuno potrebbe batterlo. E, invece, egli gioca come se lei non esistesse; non soffre di esserle assente; non pensa, attraverso la presenza invisibile di lei, rinunziando, cosi, a un prodigioso alleato. Un uomo che l'amasse, marchesa, e che ne fosse riamato, sarebbe il primo, non solo agli scacchi, ma nella vita...
- Io temo che mi prenda in giro, professore... Comunque la prego di non esser lei quell'uomo, per non spinger alla follia Arrigo. Non già perché perderebbe me, ma l'unica cosa a cui tiene: la sua supremazia negli scacchi.
E, dopo quelle parole, se n'era andata, salutando con un luminoso sorriso e un affettuoso cenno della mano.
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CAPITOLO 3.
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L'esempio degli alpini che, nell'or di notte, trasformano la valle in un'isola di Citera, è contagioso. Culo di Ferroil quale, pur sospirando come un mantice, quando pensa alla Ruella, tuttavia è tratto a scuotersi la pigrizia di dosso per non finire come quei pensionati che,
la sera, se ne stanno ad assistere alla pelota , paghi di sottolineare ogni colpo a base di countàcc e di boja faus, si fa rimorchiare in una impresa voluttuaria dall'amico Riccardi - un alunno del Sommelier di Torino - vivace d'intelligenza e pratico di donne, per quanto abbia da poco passati i sedici anni.
E' giunto il momento di dire che, nel regno di Afrodite, l'intrepido Culo di Ferro , malgrado le sue saccenti dichiarazioni a Leto, è ancora alle primissime armi. Egli è stato in tutto tre volte al Belvedere. La prima volta, la prostituta, scoprendolo vergine, lo ha accarezzato qua e là, gli ha mostrato tutti i segreti, ma, guardare e non toccare, per un estremo scrupolo, non gli ha concesso neppure di provare ad amare. La seconda, Nèoro ha trovato una bagascia spudorata che l'ha iniziato ai misteri venerei, giocandoselo sul corpo come un gatto il gomitolo. Colpito dallo stupore della rivelazione amorosa, Culo di Ferro , non poteva vedere quanto di bestiale e d'ingeneroso fosse nella mercenaria, avida di quell'innocenza capitatale per un miracolo, e che la ripagava, contro il sesso avverso, di tutte le angherie sofferte. Se avesse avvertito la differenza tra quel fiore ch'egli dava a lei e quella miserabile fetida cosa che ne aveva in cambio, Culo di Ferro , avrebbe, per lo meno, rotto tutti gli specchi della stanza, quegli specchi che facevan da pareti e da soffitto, e in cui non cessava di osservarsi, vedendo diecine e diecine di Culo di Ferro , dagli occhi spalancati e dal viso un po' rosso, davanti ai quali, quell'immane corpo dalle poppe cascanti e dal sedere a montagne russe, seduto su un bacile di smalto scocciato, era intento a far lavaggi di permanganato.
La terza, Nèoro, ha trovato una ragazza pallidina, bionda, esile, delicata, certo sotto i vent'anni, arrivata al meretricio da pochi giorni, e forse da poche ore. Lui e lei: due verginità finite su un letto sozzo a guardarsi negli occhi, più che a prendersi. Entrambi han sentito che occorreva fare qualche cosa per giustificare la loro presenza in quel triste luogo. E qualche cosa hanno fatto, ma più per un oscuro obbligo, che per vero bisogno o piacere. Si son lasciati baciandosi sulle gote come due fratelli. Né Culo di Ferropuò pensare a Mignon - si chiama cosi la pallidina - senza sentirsi stringere il cuore.
E questo è tutto, ché la Ruella è l'amore romantico, quello a cui si chiedono solo i sospiri, le strette furtive, i baci casti e i ripicchi. Del resto Culo di Ferroè troppo impegnato nelle cose dello sport e nelle prove emulative della temerità per dedicar molto tempo agl'impulsi sessuali. Egli si rifa con le parole, essendo, come tutti i Rupe, di grande immaginativa. Ma è certo che fra lui, Ulisside di sedici anni,
e Leto, poeta di tredici, il più inconsciamente inquieto è il secondo.
L'obietto delle brame di Riccardi è una ragazza del paese, alla quale egli ha promesso qualche lira per far all'amore, e che l'aspetta alla tale ora, in quel tal luogo. Che tra Nèoro e il suo amico bolla qualche cosa in pentola, Leto lo intuisce da certe passeggiate a due, fatte in atteggiamento da cospiratori; da qualche allusione colta a volo; dai pretesti che trovano per liberarsi della sua presenza; dalla gentilezza eccessiva che mostrano nel separarsi da lui; e, insomma, da quel quid, che traspare dagli atti delle persone, quando covano il verme dentro. Fatto sta che Leto decide di tenerli d'occhio, specialmente sul far della notte, allorquando le ombre favoriscono le imprese misteriose. E infatti, una sera Culo di Ferro , approfittando della venuta a casa dei marchesi Guala, che passano a prendere i Rupe per far quattro passi in paese, si squaglia all'inglese e raggiunge, proprio fuori dall'abitato, l'amico. Leto, che ha notato la fuga, non perde tempo a buttarsi all'inseguimento del fratello. Raggiunge i soci mentre sbucano come due assassini da un viottolo. La sorpresa di Culo di Ferronel vedersi scoperto da quel frullino, è grande. Dice a Leto con voce di stizza:
- Che cosa vuoi? Ti ho forse detto di seguirmi come un questurino?
- Perché non mi vuoi, Nèoro? Siamo stati amici tutta la giornata... Non credevo di farti dispiacere...
Quell'atteggiamento remissivo placa il fratello. Il quale esclama:
- Non si tratta di dispiacere... E' che abbiamo da fare e che vorremmo restar soli...
- Non ti darò noia, te lo giuro... Non ti accorgerai neppure di me...
- Fallo venire, però deve pagar le sue due lire. Essendo in tre, anche a noi costerà meno, ti pare? Tanto lui non farà nulla. Starà solo a vedere...
Leto, prendendo la palla al balzo, cava di tasca due lire e le porge a Riccardi:
- Eccoti le due lire. Te le dò anticipate... Sei un amico, Riccardi.
Nèoro si rassegna all'inevitabile. Solo avverte con una punta di minaccia:
- E' sperabile che non farai la spia. Però ti so leale... Non saresti mio fratello, altrimenti...
E s'incamminano. Prendono per l'erta e raggiungono un gruppo di casupole di pietra a secco, coperte di lastre d'ardesia, che fan quasi parte a sé, nel paese, come se qualcuno le avesse dimenticate lassù. Attraversano una stradicciola disselciata, sparsa di caccole e di strame,
e, per un muretto, infiorato qua e là di roselline odorosissime, si buttano con un salto in un giardino. Là si rimpiattano nell'ombra e aspettano.
L'attesa non è breve e Riccardi già scalpita come un cavallino sotto le mosche. Alla fine, spazientito, decide di fare una pattuglia verso la casetta che traspare in fondo al giardino tra il verde dei castagni e degli abeti. Ritorna dopo qualche minuto, tenendo per mano l'essere che ha eccitato le sue cupidigie: una ragazzotta di circa quindici anni, larga e piatta, con un gozzo grosso cosi e l'aria completamente idiota. Leto la indovina nell'ombra, che preferisce lasciar fare agli altri, emozionato com'è. La ragazza, per parlare mugola, e ride continuamente, anche forte, senza darsi pensiero della gente che potrebbe accorrere.
Riccardi le dà la mercede pattuita, sei lire, una diecina di palline di gazosa (la passione della ragazza) ed un anellino di falso oro con un vetro sfaccettato a brillante, comperato per pochi soldi in un bazar. L'idiota prende i regali con feroce contentezza, se li mette in tasca prima che gli altri possano aver pentimenti, poi, ridacchiando, si abbandona passiva alle attenzioni dei suoi innamorati. Però Nèoro non è a fuoco. L'eccessiva orridezza della valligiana lo ha fiaccato.
Riccardi stende la ragazza vicino alla siepe, le alza le vesti e inginocchiatosi, come per un rito, se ne sta a guardare beato le sue vergogne. Attirato, malgrado lui, dal nitore del corpo nudo, anche Nèoro s'inginocchia davanti all'altare di carne. E pure Leto lascia il suo cantuccio come un lupatto, spinto da un bisogno d'imitazione e da uno spasimante desiderio di veder la cosa proibita. Ed ecco il sesso nero indifeso, piantato sul biancore delle carni come un lutto perenne; quel sesso che appare come distaccato dal corpo che lo possiede; che è quello dell'idiota, come di Renata e di Grazia, indifferentemente. Leto lo contempla stregato. Gli altri due sanno press'a poco quel che la macchia bruna nasconde. Egli non sa nulla. Sente solo che guardare gli dà uno strano palpito alle tempie, e che, pur essendo cosi spaventosa, quella ragazza nuda egli la starebbe a rimirare sempre.
Ma, ad un certo momento, l'idiota scompare sotto Riccardi, il quale traffica su di lei, sospirando. Nèoro torce il viso e invita il fratello a fare altrettanto. O che ha Riccardi? Sta per venirgli male che ansima come se sollevasse un peso enorme.? Ricorda, Leto, le parole di Miglietti, e quella specifica confidenza degli uomini che si stendono sopra le donne, come su una tavola in mare, quando non si sa nuotare. Cosi ora Riccardi. Tanto strano davvero. Se Culo di Ferronon fosse cosi inquieto non esiterebbe a chiedergliene. E poi ha da fare. Ora, sollevatosi l'amico da terra, è la sua volta di ripeterne il gesto. Leto è 
impedito di osservare le mosse del fratello, da Riccardi, al quale Culo di Ferroha ordinato di portar via l'innocente. Ma, quando anche Nèoro lascia la ragazza, nessuno può trattenere il più piccolo, dall'andare vicino all'idiota e di stendere una mano sul folto del pube, tenendola sospesa sulla bocca del sesso, come la volesse scaldare a quella fiamma. A un tratto, vergognoso della sua esitazione, sta per sciogliere le dita e sfiorare con i polpastrelli la cosa proibita, quando una voce d'uomo grassa e spugnosa scoppia nel silenzio della notte, chiamando a casa Pinotta, la Circe di Riccardi. Essa è la sola che resti tranquilla a quel richiamo, e se ne sta distesa col suo grembo all'aria e gli occhi perduti nel cielo stellato. Invece i tre amatori si danno alla fuga, arrampicandosi sul muretto come tanti scoiattoli, e buttandosi nella strada sottostante. A qualche passo di distanza, si fermano, e, al riparo della macia, stanno a guardare quello che succede. Non succede quasi nulla. Dopo aver chiamato più volte, l'uomo si mette il cuore in pace, e se ne va probabilmente a dormire. Giunge nella serenità della notte estiva l'ininterrotta scarica delle risatine con le quali l'idiota scandisce il tempo. Certo aspetterà l'alba nell'impudica immobilità impostale da Riccardi. Una gran malinconia afferra i tre amici. Né i due maggiori hanno il coraggio di ritornare dalla povera scema per coprirla, almeno, come si fa con i morti, che gli si butta il lenzuolo addosso. Né Leto ha ora altra preoccupazione che quella di ritornare a casa, al più presto, quasi che stando là si seguitasse a commettere un peccato.
Riprendono la via del ritorno taciturni e inquieti. Quando sono al crocicchio, Riccardi saluta i Rupe senza slancio, e con una voce piena di sonno e di sbadigli. Se ne va, e i suoi passi muoiono a poco a poco sul selciato. Si guardano Nèoro e Leto negli occhi, e leggono tante cose oscure nell'angoscia che è entrata come una ladra nella loro anima. Tutta la notte il riso della scema echeggerà nella loro testa come uno strider di catene, trascinate per una strada senza fine.
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CAPITOLO 4.
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Strana coppia quei Guala. Pare impossibile che lui, il marchese, non si accorga dell'idillio che stanno intrecciando sotto i suoi occhi Elsa e Tristano. E' vero che il marito è sempre l'ultimo a sapere, tuttavia ci son delle situazioni, dei gesti, dei sorrisi, degli sguardi, dei silenzi, dei rossori, delle parole, che dovrebbero mettere sul chi vive il più cieco dei mariti, dandogli la prova, se non di un pericolo, almeno di un mutamento nella vita interiore della propria moglie. Un mutamento di idee, se non di sentimenti, però questi irrompono per la breccia fatta da quelle, e, anzi, son fatali, e determinano il destino di un'esistenza solo quando son preparate da quelle, giacché trovano nelle mutate prospettive dello spirito la loro condizione, il loro ritmo, il loro sviluppo.
Tutto ciò può valere per qualunque marito, o moglie, che sia sullo stesso piano fisico e morale della donna o dell'uomo, indicato a succedere nel cuore dell'essere, col quale si giurò di camminare affiancati per la vita. Ma, nel caso specifico di Arrigo Guala, Tristano lo supera in tutto: giovinezza, intelligenza, sentimento, signorilità, brio, e anche negli scacchi, se ce la mettesse tutta, e riflettesse su ogni mossa quanto l'avversario. Il quale pare aver fatto un contratto a lunga scadenza con la Morte, tanta poca furia mostra nell'imbastire i suoi colpi maestri, talché i maligni possono affermare che c'è tempo, tra una sua mossa e l'altra, di andare al mondo di là, veder come è fatto, e ritornare. Lo supera in tutto, né lui è cosi ottuso da non vederlo. Ed allora? Il dubbio che, tolta quella supremazia agli scacchi, sulla quale non può ammettere discussioni, non importi veramente ad Arrigo, di tutto il resto, moglie compresa, nulla, è passato a Tristano, dandogli, per un lato, piacere, e, per l'altro, diminuendo, sul terreno dell'orgoglio maschile, il valore della conquista per la quale non era necessario dar la scalata al cielo, essendo, Elsa, lasciata là, indifesa, preda del primo animoso che sapesse svegliare in lei l'interesse umano.
E può anche darsi che la tolleranza del marchese verso la moglie sia di natura paternale e protettiva, ben conoscendo, lui, i sacrifici durati da Elsa al suo fianco, in sette anni di matrimonio; la fondamentale rettitudine della donna; quell'inguaribile romanticismo che la potrebbe spingere fino alla tenerezza di un'amicizia senza ombre, non ad avventure più gravi e decisive; quel suo amore dell'arte - musica e pittura in ispecie - che la solleva in una sfera privilegiata, distogliendola da altre cure meno nobili e dispersive. Questo può benissimo essere, e Tristano è il primo a pensarlo, per quell'istinto di ritorsione contro se stessi che mettono i buoni nell'atto di strappare un frutto dall'albero altrui, per cui essi si caricano di tutti i pesi, di tutti i rimorsi, e il guardiano del campo, che dorme tranquillo, non sapendo dei ladri che impazzano nel podere, diventa poco meno di un martire.
Comunque sia, Tristano e Elsa si amano. Non se lo son detto, ma basta loro guardarsi per vedersi innamorati. E' ormai più di un mese che sono insieme; hanno imparato a conoscersi e a valutarsi; hanno
individuato quella affinità di pensieri e di gusti che crea tra loro la fiducia, un reciproco diritto e un obbligo; anche nelle piccole diversità non han trovato nulla di stridente e d'inconciliabile; non chiedono l'un all'altro cose impossibili, almeno per il momento; tutto è alato, trasparente in loro; sentono che, qualunque possa essere la sorte del sentimento che li avvicina, questa è la stagione più bella, la più innocente, la più generosa; e, in tale coscienza, si adagiano, come su un prato soffice e profumato, sforzandosi di non pensare all'avvenire, di non uscire dall'isola meravigliosa dell'attimo, il cui cielo è azzurro, e tante stelle lo solcano, e ognuna è come una pupilla aperta, da cui irraggia luce di consolazione.
Vivo affetto dimostra pure Elsa per tutti i Rupe, specialmente per Anita e i due minori, e quest'attrazione è tra le cose più che commuovono Tristano, il quale, quando c'è Mariano, gli cede il bastone di padre di famiglia, però, nella di lui assenza, sente la gioia di essere il capo della nidiata. Ma Leto è quello che porta la palma nell'amore della marchesa. Lei non si stancherebbe mai di ascoltarlo, se lo porta a passeggio per il paese come un piccolo cavaliere, non gli lesina i regali, si è fatta fotografare da sola con lui e gli ha regalato la fotografia con una gran dedica: Elsa e il suo piccolo poeta, enfin seuls . Leto contraccambia l'affetto della giovane con un'ammirazione sconfinata. Finalmente ha trovato una donna che, in fatto di bellezza e di eleganza, dà dei punti a Renata. E' una vendetta anche questa. E non vede l'ora d'incontrar l'ingrata, per gridarle in faccia: Credevi che non sapessi trovarne una meglio di te? Una marchesa, mia cara. Va bene che, secondo Cino e Salèmi, i nobili son tutti da buttare al macero ma Elsa non è come gli altri. E' bella come una madonna... .
Certo la croce del giocare a scacchi non è lieve per Tristano. Arrigo fa con lui come un innamorato. Se, all'incontro del mattino nel viale della Fonte, lo vede grigio, soprappensiero, egli, per paura che rimandi la partita del pomeriggio, aumenta di attenzioni con Rupe fino al ridicolo. Se, scoccate le due, Tristano non è arrivato da lui, si attacca al telefono, come gli stesse bruciando la villa. Quando, da sua moglie o da qualcun altro, sente parlar di gite ai castelli valdostani, o alle cime vicine, sùbito s'infoca, e aspetta il momento di pronunziarsi contro, senza troppi complimenti, affermando che quelle son cose da provinciali e che, in campagna, si va per riposare, e non per schiattare di fatica. Almeno desse all'avversario il riposo festivo. Ché. La domenica con la maggior affluenza di forestieri, Saint Vincent diventa una fiera, per cui, se non esistesse il gioco degli scacchi, per delle persone a modo
che volessero passare qualche ora, ragionando con se medesime, in tutta tranquillità, in un silenzio casto - son parole sue - bisognerebbe inventarlo.
Per fortuna Elsa e gli altri son riusciti a strappare alla fissazione di Arrigo le ore della sera. Egli si è piegato a malincuore alle pressioni di tanta gente - tra le quali, violentissime, quelle della marchesa, che minacciava di piantarlo e di rientrare a Torino - sperando fino all'ultimo nell'alleanza di Tristano, in cui egli è tratto a vedere, non un giocatore occasionale, ma un iniziato come lui, un seguace dell'idea che riduce il segreto del pensiero alle sottili combinazioni che intercorrono all'infinito tra i pezzi di una scacchiera, e il mondo sensibile a una copia di rapporti, spesso contraffatti, di quelle. Una specie di platonismo degli scacchi. Arrigo Guala è un filosofo mancato.
Ma Tristano non è intervenuto in suo aiuto. Per quanto gli piaccia giocare a scacchi, egli preferisce la regina di carne che è Elsa a quella di legno, che pure gli è tante volte di aiuto per sventare gli agguati vicini e remoti di Arrigo. Egli ha dichiarato di associarsi al volere della marchesa e che la sera era meglio riposarsi, per riprendere con più lena le battaglie del pomeriggio. Elsa l'ha ringraziato con uno di quei sorrisi che hanno la lucentezza della Dora nel plenilunio. E Arrigo si è arreso. Da allora, tutte le sere i Guala e i Rupe si trovano riuniti, ed è quella, tranne che per il marchese il quale si mantiene spesso silenzioso, la miglior parte della giornata per tutti.
Elsa non ama troppo la mondanità. Preferisce andare a spasso per i campi odorosi, sui quali impazzan le lucciole, che racchiudersi in una sala, ad alimentare i cicalecci delle madri della colonia, o a fare inutile pompa tra quattro ragazze da marito che non le perdonano né la bellezza, né la ricchezza, né il titolo, e che le affibbiano - lei lo sa e lo dice ridendo - un amante al giorno, piene di compassione per quel povero marchese che passa la vita a giocare a scacchi, mentre sua moglie, mio Dio, è una vera indecenza, proprio vero che certa gente nasce con la camicia, ma almeno, tira via, fosse riconoscente all'uomo che le ha dato uno stemma. Ché! lo cornifica col primo che passa.
Quasi sempre, alla sera, la comitiva scende verso la Dora, a sentirne il monologo tra i sassi e le erbe, eterni testimoni, insieme con le nevi, della sua ansia migratoria. Queste notti di fine agosto sono bellissime, e dalla valle, giunge, con l'odor dei fieni falciati, il dolce sinfoniare dei grilli. Il viatico è portato a qualche partente, e sono i grilli ad agitare i campanelluzzi, piamente, da siepe a siepe, da fratta a fratta. Le
lucciole accompagnano il corteo, facendo lume. Se un'ombra apparisse sulla cresta della montagna, se un fiato di vento turbasse l'aria, se una foglia cadesse da un albero, se il fiume alterasse la sua voce, la processione si scompiglierebbe per non ricomporsi forse più. Tutto è leggero e culminante. Attaccata ad un filo è la pienezza dell'estate. Cosi la trasognata dolcezza che invade i cuori. Un battito di palpebre di quelle lucciole, una sospensione improvvisa e definitiva di quei trilli di grilli, un tonfo più cupo dell'acqua contro la sponda: e sarebbe già l'autunno con i suoi giallori.
Durante le passeggiate Elsa e Tristano camminano sempre l'una al fianco dell'altro. Lei gli chiede spesso della sua famiglia, del suo lavoro, di quel Gioacchino da Fiore che finalmente, dopo quasi cinque anni di fatica, è pronto e aspetta di uscire in volume, ed egli di tutto la informa, grato per l'interesse ch'ella dimostra per le cose sue. Una gradita sorpresa ha recato a Rupe il sapere che Elsa è pittrice. Lei non glie'avrebbe forse mai detto. E' stato Arrigo a svelare l'inclinazione della moglie per le tele e i colori. E il rossore, di cui si è coperto il viso della giovane, ha espresso la sua bella modestia, il suo profumato pudore:
- Vedrà, vedrà, professore. La prima volta che verrà a casa nostra le farò vedere i miei quadri. Cosi mi rovinerò quella reputazione tanto faticosamente conquistata presso di lei...
Tristano le ha risposto con tale accento d'amore nella voce da temere d'essersi tradito davanti al marchese:
- Va bene... Sarò felice di scoprirle qualche difetto... Per ora mi è stato impossibile trovargliene uno solo...
- Parla della donna o dell' artista ? Adulatore...
- Di tutt'e due... Lei è artista mentr'è donna, e donna mentr'è artista. Capolavoro di vita e di arte in uno... E faccio punto perché il marchese mi guarda male...
- Gioventù, gioventù - ha mormorato Arrigo Guala reprimendo a stento uno sbadiglio. Ne parleremo tra dieci anni, se saremo ancora al mondo...
Elsa ha promesso di fare il ritratto a Nèoro e a Leto insieme. Culo di Ferroè indeciso se mettersi in posa vestito da aviatore o da foot-baller. Leto non ha preferenze di sorta. Terrà un libro sulle ginocchia, e magari il suo diario.
Si è parlato tanto del diario che il piccolo scrive da circa un anno ma non è stato possibile indurlo a tirarlo fuori. Egli giura di averlo lasciato a Torino, e, del resto, se anche l'avesse portato, piuttosto che
farlo leggere, preferirebbe buttarsi nella Dora. Le parole del ragazzo hanno impressionato tutti per la loro risolutezza. E' anche lui un Rupe per qualche cosa.
- Nemmeno a me lo faresti leggere? Io sono un'estranea, non ti potrei tradire in nessun modo... ha detto Elsa a Leto. E lui:
- Neppure a te. Se tu lo leggessi, ti odierei...
- Alla larga, allora... Devi aver scritto delle cose ben segrete per aver paura di mostrarle... E pensare che io ti avrei fatto un cosi bel regalo...
- Che cosa mi avresti regalato?
- Ti avrei lasciato libero di scegliere...
- Sai che cosa avrei scelto?
- Sentiamo...
- Ti avrei dato un bacio...
A quella risposta Elsa ha porto la guancia da baciare e Leto vi ha senza esitazione posate le fresche labbra. Ma il diario non l'ha mostrato lo stesso.
In tutta la stagione la marchesa ha accettato di andare alle serate di gala al Billiauna volta sola. Il marchese è rimasto a casa a discorrer di politica con Cino Rupe, il quale segue attentamente i massacri alla frontiera turco-serbo-montenegrina, da cui potrebbe scaturire una conflagrazione nei Balcani.
Invece la minaccia di guerra nell'oriente Europeo non ha impedito a Elsa, Tristano, ed agli altri, di divertirsi assai al ballo. La loro entrata è stata il clou della festa. Sia la marchesa che le tre Rupe erano molto eleganti, avevan voglia di farsi ammirare, di trovare, per quell'unica serata mondana che si eran concesse, tutto simpatico se non bello. L'unica che ha ballato è stata Elsa, che le Rupe né sanno né intendono imparare la danza. Ha ballato naturalmente con Tristano, il quale non toccava terra in quei giri di valzer che davano il capogiro a quelli che guardavano, figuriamoci a loro che c'eran dentro. Per tutta la sera la marchesa non ha ballato che con Rupe. Le male lingue si sfogassero pure. A lei non gliene importava nulla.
Anzi, per dimostrare a Tristano la sua perfetta indifferenza verso la malignità della gente, prendendo pretesto dalle sue scuse per essere un mediocre ballerino, Elsa gli ha detto forte perché alcune coppie che avevano d'intorno sentissero:
- Lei non balla affatto male, professore. Io invece voglio dirle che la sua danza ha la leggerezza del suo sguardo...
Il giorno dopo, quelle parole sarebbero state conosciute da tutta Saint Vincent. E lei sarebbe stata la prima a riferirle al marito, troppo impegnato agli scacchi per chiedere se la battuta fosse opportuna, e s'egli la trovasse stupida o no.
Dopo quella serata, non solo le tre sorelle, ma Culo di Ferroe Leto, hanno avuto la certezza dell'idillio fra Tristano ed Elsa.
- Ma come farà a sposarla, se è già sposata? chiede il più piccolo al fratello. E questi:
- Ma non t'ho già detto un'altra volta che non è necessario sposare le donne per amarle? L'abbiamo forse sposata io e Riccardi quell'idiota di tre settimane fa?
- Vuoi mettere la marchesa Elsa al livello di quella gozzuta sporca. Sei pazzo, Nèoro?
- Gozzuta, sporca, e sia... Eppure la marchesa è fatta come lei, né più né meno.
- Come lei, che dici... Intanto non ha il gozzo. Questa è una differenza... E poi chi sa quante altre cose ha, che non sappiamo né io né te.
- Parla al singolare, quanto a questo... Io so tutto, méttitelo in testa. Il gozzo, si, te lo ammetto, e basta... Ma credi che questo sia cosi importante quando si fa all'amore? Per niente, mio caro... Anzi non lo si vede neppure... Invece è importante quella cosa su cui stendevi la mano come se te la volessi scaldare... Non ti ricordi più?
 Culo di Ferro , forte del suo realismo, ha ragione. Ma Leto rimane male. Il pensiero che la bellissima Elsa sia come quell'idiota che un Riccardi qualunque può, per una diecina di palline di gazzosa e qualche lira, scoprire e lasciare col sesso all'aria, a prendere il sereno, non gli va giù. Sente che qualche grande differenza ci dev'essere, ch'egli la saprebbe trovare, se non fosse cosi piccolo e ignaro. Non ribatte a Nèoro. Però quel suo silenzio esprime un'inquietudine, che è quasi una pena...
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CAPITOLO 5.
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Una settimana prima della partenza dei Rupe per Torino, scendono al Billia , per tre giorni, Raffaello Guardi e il fratello Lauro. Sono due artisti già affermati, nella musica il primo, nella pittura il secondo. Quasi sette anni di differenza fra loro, ma si rassomiglian moltissimo, da farsi scambiar l'uno per l'altro. Sono in gita - almeno cosi dicono -per la Valle d'Aosta, alla ricerca di un sito tranquillo dove lavorare,
avendo, uno, da riguardare la partitura di un'opera che sarà rappresentata in primavera al San Carlo , e, l'altro, dovendosi preparare per una mostra personale. Saputo che a Saint Vincent c'è Lina Cortaldo, Raffaello Guardi si affretta a rintracciarla. Nel vederlo, lei si fa rossa fino alla cima dei capelli, e anche lui pare a disagio. Anita, che del dramma della sorella sa poco o nulla, si stupisce di quel rossore e di quel disagio. Invece Tristano e Orsa, che sono a parte delle disavventure coniugali di Lina, non mostrano meraviglia alcuna.
Ma la sorpresa maggiore di vedere il musicista, un essere che per lui è superiore a qualunque altro, la dimostra Leto, arrivato a casa dopo qualche minuto che Guardi s'è fatto annunziare all'amica milanese.
- Lei scrive musica... dice il piccolo guardando incredulo il visitatore. Ma come fa?
- Non c'è nulla di straordinario, mio caro. Non sei tu un poeta? Come vedi ti conosco, anche se non hai ancora pubblicato nulla...
- Lei mi conosce? Ma se non l'ho mai veduta prima d'ora...
- Non importa. Quando tu vai al teatro per sentire un'opera è forse necessario che tu conosca di persona l'autore per gustar la sua musica? Cosi è per te. Io so che tu sei poeta... Certi versi sulla guerra di Tripoli sono arrivati fino al mio orecchio... Immaginati un po'... Sei già celebre... A tredici anni...
- Tredici e mezzo... Ma ora questo non ha importanza... Io versi non ne scrivo più... Mi son bastati quei pochi... Erano stupidi... Nessuno me lo ha detto ma l'ho capito da me...
- Potresti anche ingannarti... Nessun artista è buon giudice di se stesso.
- Lei non saprebbe dire se una sua musica è più bella di un'altra? Lo saprei certo, ma non è detto che abbia ragione...
- E io invece ho ragione, gliel'assicuro... Tant'è vero che ho giurato di non scrivere più versi... La prosa è più facile... Vien giù bene, come quando si parla. Non c'è bisogno di contar le sillabe né d'invocare Giunone o Giove o qualche altro dio dell'Olimpo. Insomma è più facile... Poveretto lei che deve scrivere musica... Quella si dev'essere difficile... Si mette al piano e, mentre suona, scrive... Io non immagino neppure come si possa fare... Ma come le vengono in testa le arie? Di dove le prende?
- Di dove? Non è poi tanto facile risponderti... Le prendo dallo stesso luogo dove tu prendi le idee...
- Dalla testa...
- Naturalmente...
- Allora dovrei averle anch'io le arie come lei. E com'è che, se volessi scrivere musica, non saprei da che parte cominciare?
- Io ero come te, una volta. Avevo i motivi in testa, ma non sapevo da che parte cominciare a buttarli fuori. Ed allora mi son messo a studiare. Come tu studi il latino cosi io ho studiato il modo di scrivere musica... Hai capito ora?
- Ho capito ma fino ad un certo punto... E' meglio lasciar perdere. Mi fa sentire qualche sua aria?
- Se ti fa piacere, certamente...
- Attacchi subito...
Raffaello Guardi scoppia a ridere e attira a sé il frugolo accarezzandolo affettuosamente:
- Dammi un po' di respiro... Questa sera vieni con i tuoi al Billia . E là, al piano, ti farò sentire... Va bene?
Lina invita a pranzo il musicista. Lui si schermisce ma finisce con l'accettare. Naturalmente è invitato anche il fratello Lauro.
- Non tema di darci disturbo. Quel che si mangia noi, e niente più...
- Solo a questa condizione accetto. Però dopo cena andremo a prendere il caffè al Billia . Cosi Leto potrà sentire qualche cosa mia...
Nei tre giorni che i Guardi restano a Saint Vincent si affiatano molto con tutti i Rupe, Cino compreso, arrivato il sabato da Torino. Tanto Raffaello che Lauro sono due artisti di eccezione, destinati ad un sicuro avvenire. Niente grandi zazzere, niente cravatte svolazzanti, niente cappellaccio alla Bohème, niente pizzi alla moschettiera. Son due giovani di seria preparazione culturale, che difendono vigorosamente le loro idee estetiche per giornali e riviste, odiano il dilettantismo e la faciloneria, e non considerano le loro speciali discipline come un campo sbarrato, ma aperto alla tematica poetica, morale, sociale: sono insomma uomini nuovi, avidi di conoscenza e innamorati della bellezza. Cino e Tristano ne restano sinceramente ammirati. Il giudizio dei fratelli è di gran consolazione a Lina. Giacché lei è innamorata da quasi due anni di Raffaello Guardi. L'ha amato dal primo momento che l'ha conosciuto. Ha tentato di resistere al fascino dell'uomo, ma esso è stato più forte di lei. S'ella fosse stata più umile, avrebbe potuto trovare una ragione per rassegnarsi alla sua sorte. Essendo Rupe, ha sentito che il suo diritto tra Cortaldo e Guardi era di sacrificare il primo. E non ha esitato. Del resto, quel sacrificio non apriva una crisi ma la concludeva. Cortaldo si era spento nel cuore di Lina assai prima del suo incontro col musicista. Forse egli non era mai esistito in lei. In questi
anni la donna gli si era affezionata come una sorella; l'aveva seguito con interesse nella sua lenta ma sicura ascesa verso la ricchezza; l'aveva spesso ammirato per la sua indole franca, portata non alla sottigliezza o alle mezze misure, ma alle situazioni nette; aveva riconosciuto la sua generosità, d'impronta tutta milanese, il suo colpo d'occhio negli affari, il coraggio a rifarsi daccapo, nel tentativo di colmare il distacco che lo separava da lei, motivo certo di sofferenza per entrambi, anche se inconfessato; aveva fatto di tutto per andargli incontro, dandosi dell'ingrata e della pazza; si era chiusa per mesi e mesi in casa per spogliare il suo spirito da confronti penosi, per concentrarsi solo nel pensiero di lui; aveva chiesto aiuto, nelle notti bianche, alla serena immagine materna; si era atterrita al pensiero del grande dolore che le avrebbe dato, confessandole d'aver fallito la sua vita; aveva invocato un figlio, per riempire la propria solitudine: tutto era stato vano. L'amore non era venuto. E neppure la rassegnazione. Questione di razza.
D'altra parte Cortaldo, da buon milanese pratico e tempista, non aveva tardato a capire che il suo problema coniugale era di difficile, per non dire impossibile, risoluzione, e l'unico rimedio poteva essere quello di guadagnar tempo, nella speranza che la resistenza passiva agli avvenimenti creasse una specie di callosità sentimentale e spirituale nei suoi rapporti con Lina. Per proprio conto, già nel primo anno di matrimonio, si era preso ripetute distrazioni galanti, senza dare ad esse troppa importanza, considerandole un semplice passatempo, ed anche un mezzo di provare a se stesso che la colpa del mortorio in casa risaliva in gran parte a Lina, dato che le altre donne sapevano svegliare in lui, non solo fisicamente, ma anche psicologicamente, le corde della vitalità e della gaiezza. Tuttavia, pure identificando la responsabilità della moglie nel fallimento coniugale, il suo largo senso popolano di giustizia non sapeva impedirsi di trovare che Lina, da un suo punto di vista, non poteva agir diversamente. Egli non era cieco, e neppure la presunzione di se medesimo gli bendava gli occhi, al punto di non vedere quale differenza di sensibilità e di cultura lo dividesse dalla moglie. Mentre lui era un autodidatta, un semplice, un lavoratore, un bisognoso di riposo, non solo materiale, ma mentale, dopo la giornata di fatica, ella, all'opposto, era una cerebrale, una lettrice appassionata di tutti i libri interessanti che apparissero nelle vetrine, una frequentatrice assidua di concerti, di teatri, di gallerie, un'anima notturna, fatta per consumarsi, nell'angolo di un Conserva-torio, a sentire una sinfonia di Beethoven, o in un palco di teatro, a palpitare sulle sorti di un'eroina di Ibsen. Non per nulla era una Rupe.
Il fondo dei Rupe è un fortissimo senso della propria individualità, servito da un'insonne, cocciuta ricerca di se medesimi attraverso i cammini della cultura, le prove risolutive dell'esperienza, e sorretto dalla certezza di un grande destino. A ben vederla, la loro moralità sta tutta nell'identificare il bene con la propria vittoria nel mondo. Battendosi per la giustizia sociale o ideale, essi costruiscono pezzo per pezzo, ora per ora, la propria personalità, la propria fatalità di personaggi. Al di fuori di essi, del circolo magnetico, in cui la loro vita si trasforma incessantemente in bisogno di storia, non c'è che il caos. Caos come senso, caos come spirito. insomma, se la rivoluzione proletaria non li avesse fedeli, sarebbe cosa immorale. Ci sono essi a volerla e a propugnarla, ed ecco che diventa l'unica speranza della terra.
Tutto questo, evidentissimo in Cino e in Gilda, nei quali l'anelito alla grandezza dei Rupe tocca le cime più alte, è pure manifesto in tutti gli altri, a seconda della maggiore o minore influenza, negli atti della loro vita, del cervello sul cuore.
In tal senso, Lina viene immediatamente dopo Cino e Gilda, il suo essendo un temperamento più volitivo che sentimentale, più orgoglioso che umile, più libresco che spontaneo. Tutto questo, se pure oscuramente, aveva intuito Cortaldo. Egli si era ben reso conto che la sua accettazione in casa Rupe era dipesa dallo speciale momento in cui l'offerta era stata fatta. La famiglia si cominciava a svegliare da un lungo letargo; il ricordo della miseria era ancor vivo; il cerchio dell'ostilità paesana molto stretto; la causa di Calimera sempre in alto mare; i guadagni di Cino nulli, di Mariano e Pietro scarsi, e assorbiti dall'educazione dei fratelli piccoli, dalle colture di Fracà, e dalla carta da bollo; in tali condizioni, la mano, amichevolmente tesa, era stata accolta come un segno di rinascita, come la prova di un mutamento nell'ordine delle cose. E Lina si era risolta al sacrificio di ogni sua ambizione per andare incontro a quella germinazione di speranza che il fatto nuovo aveva risvegliato nella famiglia, e specialmente nel cuore della madre.
Ma c'era stata lotta grande dentro di lei. Cortaldo l'aveva sentito fino all'ultimo momento, fino al giorno del matrimonio. E se l'ambiente chiuso e miserabile di Sarmùra aveva potuto, per un certo tempo, sopire la coscienza del sacrificio nella personalità della moglie, Milano aveva improvvisamente ridestato in lei il desiderio dei grandi orizzonti, l'aveva ridata a se stessa, l'aveva staccata da lui, troppo disarmato, troppo indaffarato, troppo estraneo alle sue complicazioni psicologiche e mentali, per poterla riconquistare. Cortaldo non aveva preso la cosa sul tragico, anzi s'era adoperato a consolarsi, fuori di casa, della tristezza stagnante nei suoi rapporti con Lina. S'era concesso parecchie amanti e da una gli era anche nata una bambina. Una lettera finita nelle mani della moglie aveva compiuto l'opera. Però lei non l'aveva neppure rimproverato. Era troppo leale per attribuire all'episodio più importanza di quanta ne avesse, troppo orgogliosa per giustificare, davanti a se stessa, il proprio distacco dal marito con quel pretesto. Cortaldo era morto in lei assai prima. Anzi, non era mai esistito. Questa la verità.
Guardi, era apparso a Lina come una riparazione della sorte. L'aveva conosciuto a un concerto, e, prima che di lui, era stata conquistata dalla sua musica. Una musica difficile, come orgogliosa dei suoi oscuri e suggestivi impasti timbrici, ricca di sequenze impegnate in una chiara volontà di rottura col gusto corrente, e accessibile invece ai più complicati sottintesi mentali. Una musica siffatta, sostenuta dalla perfezione tecnica, può toccare il sentimento solo in quella sfera rarefatta che conoscono la matematica e la metafisica, allorché il concetto puro, arrivato a possedersi in assoluto, come calcolo e come ragionamento, ha improvvisamente la visita della poesia. Poesia dei ghiacciai.
Le era stato presentato alla fine del concerto, e gli aveva detto della sua musica qualche cosa, per cui lui l'aveva subito distinta nel solito gruppo d'intellettualoidi irresponsabili, che imperversano nelle sere di spettacolo, trinciando giudizi a dritta e a manca, e largendo mani da baciare come biglietti da mille. Qualche cosa, per cui il musicista non l'aveva lasciata più per tutta la serata. E, da allora, si erano amati. Un'amicizia, almeno fino a questo momento, squisitamente ideale. Quando Lina aveva sentito di non poter più resistere, era scappata a Torino, senza dare notizia all'amico. Poi gli aveva scritto, ma chiedendo, come prova d'amore, che la lasciasse tranquilla. E finalmente, da Saint Vincent, gli aveva mandato a dire che lo voleva vedere.
Prima di partire, Raffaello Guardi ha chiesto a Lina che cosa ha deciso per l'avvenire. Lei ha risposto guardando a lungo nel vuoto.
- Perché non divorzia? Creda, suo marito ne sarebbe contentissimo. Io son pronto a darle il mio nome. Sapesse quanto ho sofferto in quest'anno per la sua lontananza. E' stata proprio una gran prova per il mio amore...
- Caro, caro Raffaello... Le son tanto riconoscente... Anch'io da lontano non ho vissuto che di ricordi...
- Ma si può durar cosi? Io questo voglio che mi dica... Una decisione qualunque s'impone... S'impone non solo per lei ma per me... La sua lontananza mi ha cosi scombussolato che per mesi e mesi non ho avuto la forza di sedere al piano... Temevo perfino mi si fosse inaridita ogni ispirazione. Solo ora ho compreso quello che lei è nella mia vita... Non potrei più rinunziare al suo amore senza commettere il più gran delitto verso me stesso.
- Il mio amore non le mancherà, Raffaello... Mi lasci ancora il tempo per riflettere... L'importante è che i miei fratelli, al cui giudizio io tengo tanto, abbiano avuto di lei una bellissima impressione... Fra circa due mesi sarò a Milano. Non credo che sarà difficile trovare una intesa con Cortaldo. In fondo è un ottimo uomo... Divorzieremo, credo anch'io sia la cosa migliore. Ma, Raffaello, bisogna pur che glielo dica, io non sarò mai sua moglie....
- Perché, Lina?
- Io non son tipo da moglie, ormai ho imparato a conoscermi... E lei è un artista, un'anima libera... Noi siamo fatti per amarci, non per recitar la commedia della fedeltà obbligatoria. Può essere che un giorno questo bellissimo sentimento che ci spinge l'uno verso l'altro diventi un peso per entrambi... Ed allora qual miglior cosa che darsi un bacio in fronte e dirsi addio? Amore cerchiamo, gioia di vivere, gloria... La prigione del matrimonio lasciamola a chi non può farne a meno...
- Ma se vengono i figli, Lina? Quella che lei chiama una prigione è l'unica salvaguardia per loro.
- Se ci saranno i figli si vedrà... Per ora sono tanto lontani... Forse non verranno alla luce mai... Questa madre che, invece di parlar di doveri, vuole solo amore, gioia di vivere, gloria, incuterà loro spavento... Può darsi che io sia una grande egoista... Ma, ahimè, bisogna pur difendersi in qualche modo quando cominciano a venire i primi capelli bianchi e non s'è ancora strappato niente alla vita...
- Niente? Non è nulla il nostro amore?
- E' tutto, Raffaello. Ed è per lui che parlo, per lui che voglio difendere contro tutto e tutti, contro ogni ipocrita rinunzia che venga dalla legge o da noi stessi. Lui solo è il mio figliolo. Quegli altri non potrebbero che togliergli del suo.
Raffaello e Lauro Guardi lasciano Saint Vincent qualche ora dopo i Guala. Giornata di grande commozione. Prima i più toccati dalla partenza di Elsa sono stati Tristano e Leto. Al marchese poveretto non badava nessuno. Tutti non avevano occhi che per la moglie. E pensare che anch'egli aveva il suo dispiacere. Di perdere, per quasi un mese e mezzo, il suo compagno di scacchi. Infatti i Guala partivano in automobile per una gita in Francia e in Germania. Elsa ha promesso a Tristano di scrivergli. La macchina non aveva ancora svoltato la contrada che l'innamorato già aspettava la posta.
Poi è la volta dei Guardi. Tocca a Lina di vedere allontanare Raffaello con una stretta al cuore. E non è la sola. Chi lo crederebbe? Quella tenera Anita, vicina a Lauro, il quale si è ispirato a lei per un quadro che esporrà quest'inverno alla Permanente, ha passato tre giorni di paradiso. La più giovane delle Rupe si è sentita rimescolare il sangue ogni volta che Lauro la guardava negli occhi. Stanotte sognerà di lui.
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CAPITOLO 6.
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I Rupe son ritornati da poche settimane a Torino allorché ricevono, improvvisamente, la visita di Mariano e Gilda. La gioia di tutti nel rivedere, dopo quattro anni, la sorella calabreseè smorzato dall'atteggiamento grave del fratello maggiore, che, di per sé, è un commento poco lieto all'avvenimento. Infatti non sono ancora finiti gli abbracci che Gilda annunzia la sua decisione di proseguire, la sera stessa, per Parigi. E giacché, com'è naturale, tutti la guardan sbalorditi, non sapendo se è uscita di cervello, ella dice:
- Non sono pazza. Ho deciso di vivere un poco da sola... Ho ventiquattr'anni, la testa sulle spalle, qualche biglietto da mille in tasca; so parecchie lingue; desidero grandemente vedere il mondo; mi sento la coscienza a posto perché quello che ho fatto io alla mamma non l'ha fatto nessuno; son sicura di potermela presto cavar da sola, facendo a meno degli aiuti di casa; non ho legami di sorta nel senso che non amo nessuno, e nessuno, se non la mamma e voi, si dispera per me; disprezzo gli uomini quel tanto che mi basta per tenerli lontani; le donne mi paiono anche peggiori, ed è tutto dire; conosco Parigi anche senz'averla veduta per il gran leggere che ho fatto su di essa in questi anni; ho parecchi indirizzi di librerie, di giornali, di case editrici che mi potranno essere utilissimi per trovar lavoro e guadagnare: insomma, la mia decisione non è un colpo di testa, ma una cosa meditata da anni, preparata con amore. E vi dico subito che qualunque tentativo di dissuadermi è perfettamente inutile. Mariano ha compreso questo, e si è ormai assoggettato all'inevitabile. Del resto, mio Dio, Parigi è a dodici ore da qui.
Ci si va in un terzo di quel tempo che occorre per venire da Sarmùra a Torino. Ed allora? Lo so: spaventa il nome di Parigi. Si dice Parigi, e si pensa subito alla Senna e alla Morgue, a tutti quei disgraziati che ci finiscon dentro, per scontare il peccato d'aver creduto di dominare il mondo, non avendo suole alle scarpe e la minima scintilla di genio. Ma io, se Dio vuole, le suole alle scarpe ce l'ho, e quel poco d'ingegno che possiedo mi deve solo servire a farmi un'esistenza indipendente... Dunque la cosa non dovrebbe essere impossibile... E vuol dire che, se tra un anno, due, non sarò riuscita a nulla, me ne ritornerò a casa, e mi adatterò a fare la ragazza di famiglia.
Le parole di Gilda lasciano un penoso silenzio tra i fratelli. Tutti sentono ch'essa ha ragione, e che, tuttavia, c'è della durezza di cuore, quasi una sfida, in quella sua decisione. Solo Culo di Ferro , per l'antica alleanza che lo unisce alla sorella, la sua eterna protettrice, ardisce dire:
- Brava Gilda. Se io potessi venire con te sarei felice...
- Caro Nèoro... Mi hai capita subito... Sei un tesoro...
- Non si tratta di capire o no! esclama a questo punto Tristano. Mio Dio la cosa non è poi tanto difficile che ci si debba spaccar la testa per intenderla... Io posso anche essere d'accordo con te sulle ragioni che ti muovono a fare quest'importante esperienza. Ma, vedi, noto che, tra i tanti pesi che hai messo sulla bilancia, neppure uno riguarda il dolore che noi tutti proveremo vedendoti andar via, sapendoti sola, tra un'umanità sterminata che non conosci, che potrebbe inghiottirti, malgrado la tua forza, e senza che nessuno di noi ti potesse arrecare un aiuto... Non ti pare che il tuo orgoglio vada un po' oltre? Ma hai davvero pensato al dolore della mamma?
- Tra voi e me, caro Tristano, chi ha pensato di più al dolore della mamma in questi anni, sono stata io. Ma ora non è il caso di fare recriminazioni... Son venuta per stare tra voi qualche ora in serenità... Altrimenti avrei fatto la linea di Domodossola, e vi avrei telegrafato da Parigi stessa... Se vi posso chiedere una grazia è di non parlarne più. Tanto è mutile. Piuttosto che rinunziare a questo progetto mi farei ammazzare...
Cino che ha osservato attentamente la sorella dice calmo:
- Ti darò io degl'indirizzi di uomini politici interessanti, di artisti e di giornalisti. Ti potranno servire. Poi scenderai al mio albergo, dove son molto conosciuto, e dove ti faranno una bella accoglienza. Appena mi sarà possibile, ti verrò a trovare... Credo, del resto, che se anche volessi accompagnarti, stasera, non ti farei piacere... Conosco il gusto
sottile di esser soli quando si affronta l'avvenire nello stato d'animo che le tue parole ci hanno rivelato...
Gilda riconoscente posa una mano su quella di Cino, che le siede al fianco, e ve la tiene a lungo. E dice:
- Se aveste vissuto come me questi quattro anni a Sarmùra, in un isolamento quasi assoluto, non avendo altro conforto che i libri e le vostre lettere, mi capireste assai meglio, in questo momento. Si, c'era la mamma, ma lei è in una sfera affettiva troppo alta per non attribuire agli altri quel bisogno di coesione che anima tutta la sua vita. La mia in quietudine aveva un linguaggio che non poteva capire. Ho detto poco prima che io ho pensato a lei, più di voi. Ma, in realtà, la mamma non ha bisogno di nessuno. Potrebbe vivere, in un deserto, di ricordi, d'immagini, di voci misteriose ch'ella sola sente, e che, a tratti, la fanno sorridere come i bambini nei sogni. Il suo mondo è come un giardino cintato. Lei sa quali fiori ha piantato in quella tale aiuola, quali in quell'altra, quali sono le corolle che hanno il profumo delle tombe, e quali quelle della nascita, e quali quelle della lontananza. In ogni ora del giorno è a spasso per i suoi viali, e qua guarda, là raddrizza uno stelo, più in là, ricordando una grandinata, sospira, più in là ancora, rammentando la tremenda canicola, impallidisce, ma, poi, il profumo dei fiori, anche di quelli selvaggi, l'afferra, ed ella si sente felice. Per un'anima come la sua tutto ciò che sbatte come una bestia impazzita fuori del cancello non esiste. La mia inquietudine non arrivava fino a lei, o, se arrivava, era diversa, mitigata, quasi parodiata, da me, per amor suo. Una fortuna... Ma anche per questo io son rimasta del tutto sola. Mariano, tu capivi, ma che cosa potevi fare per me?
- Nulla, nulla, Gilda... Io non posso far niente per nessuno... Posso soltanto addolorarmi per te e per tutti. Lo so che abbiamo sbagliato a lasciarti sola, laggiù, a non forzare quella tua barbara volontà di soffrire che ti faceva restare a Sarmùra mentre l'odiavi, ma tu, scusami, ci punisci troppo, ora. Tutto io posso capire, ma che tu, invece di andartene sola a Parigi, non possa, stando qui a Torino o anche a Milano, farti quell'esistenza indipendente che ti proponi, questo non me lo farai capire mai...
- Ecco quel che volevo dire... interviene Lina. Perché Gilda non se ne viene con me a Milano? Mi pare una soluzione ottima... Rifaremmo insieme la nostra vita...
- Meglio Milano, Gilda... mormora Leto con un fil di voce. - Cosi qualche volta ci vedremo... Parigi è lontana... Tu dici che ci voglion
soltanto dodici ore, ma non credo... Ci vuoi lasciare, cattiva... Vuoi vederci piangere...
Il piccolo, mentre parla, si avvicina alla sorella e l'abbraccia. Le sue parole e il suo gesto commuovono tutti. Per un pezzo, nel silenzio, si sente singhiozzare. Anita si rifugia nella stanza di là per dar sfogo alla sua angoscia. Ma Gilda resta ferma come uno scoglio nell'onda spumeggiante altissima, che gli dà la labile apparenza d'una vela. Infine dice:
- No, Leto, non è per lasciarvi che vado via... Vado perché sento che questo è il mio destino. Stando qui, o a Milano, io non sarei mai me stessa, ma una sorella dei Rupe. Ora il fatto di esser Rupe mi deve spingere ad aggiungere qualche cosa al mio nome, non a togliere. Io ho molto studiato in questi anni. Mi occorrono alcune esperienze che ritengo decisive e poi potrò fare quello che ho in mente. Voglio scrivere anch'io. Ho già cominciato, ma tutto è ancora incerto, generico, acerbo. Però spero di riuscire. Un ambiente come Parigi è quel che mi ci vuole. Sento che respirare quell'aria mi farà un gran bene... Sarei felice di poter essere degna di voi, fratelli miei...
- Si può anche esser Rupe con la bontà, con la tenerezza, Gilda. La mamma non ha mai scritto libri, non è mai stata a Parigi, ha sempre vissuto in quel piccolo guscio che è Sarmùra, eppure dobbiamo a lei di essere quello che siamo. E anche nostro padre, che cosa è stato, se non un gran lavoratore, se non un soldato della propria volontà, attraverso l'opera diuturna, tesa a costruire la sua fortuna e il suo nome? Rupe si è più dentro che fuori, Gilda, credi a me. Si può esserlo rinunziando, come prendendo, soffrendo come godendo. Tu saresti più Rupe sacrificando in questo momento il progetto parigino, che realizzandolo. Le vittorie più alte sono quelle che non si vedono, quelle sopra se stessi. E a te una tale vittoria sarebbe più facile che per gli altri. Giacché tu sei fortissima, sei tutta un fascio di volontà. Ci sgomenti e ci riempi d'ammirazione nello stesso tempo.
Ha parlato Mariano, colui che sa sempre trovare la parola dell'equilibrio e della bontà, quello in cui la volontà di potenza dei Rupe diventa umiltà, che è la forza suprema. Ma Gilda non piega. Ha un macigno al posto del cuore. Nel suo pallido viso passano le emozioni dei fratelli come brividi di vento su un mare di pietra. Senza incresparlo. Ella dice:
- Perché farmi soffrire inutilmente, dandomi il rimorso di dover passare su ogni vostro affettuoso richiamo? Ora vi chiedo di esser generosi con me. Io non posso più esserlo con voi... A voi lasciarmi 
andare costa solo dell'angoscia. Per me, rinunziare a questo sogno, significa qualche cosa di più, una perdita totale... Tra l'una e l'altra non posso esitare... Ed ora chiudiamo registro, passiamo ad altro... Abbiamo tante cose da raccontarci, un pochino meno tristi... Intanto come mi trovate? Imbellita? La mamma dice che sono irriconoscibile... A me, per dire il vero, pare d'esser sempre tutta gambo e poco fiore, come i papaveri... Mi trovo bruttacchiola come un tempo.
- Non è vero Gilda. Ti sei fatta bella - dice Culo di Ferro . - Sei un poco ingrassata e poi hai imparato a vestirti... Una volta parevi un sacco che cammina... Ti faccio i miei complimenti...
- Grazie, Nèoro. Anche tu ti sei fatto un giovanotto... Ne ho sentite di belle sul tuo conto... Ora sei anche mezzo aviatore... E come va la squadra di foot-ball Sono informata di tutto, come vedi...
- Non c'è male... E' cominciato l'allenamento... Il riposo estivo ci ha un po' incarogniti... Ma vedrai che il Titanic si farà onore... Sai che ho avuto delle proposte per entrare alla Vigorcome centromediano?
Da questo momento, a quello in cui il treno di Modane lascerà la stazione di Torino, i Rupe cercheranno di fare come se la partenza di Gilda dovesse, o non avvenire, o avvenire in un tempo lontanissimo. Non sempre il loro tentativo raggiungerà il suo perfetto scopo di isolare l'avvenimento nell'angolo morto in cui regnano i timori e i pericoli; spesso i silenzi che staccano le loro parole sono solcati da infiniti colombi viaggiatori che fanno la spola tra Sarmùra, Torino e Parigi, senza portare nel becco il messaggio pacificatore, quella rassegnazione che deve dare il suo suggello ai fatti inevitabili, sui quali, in un estremo bisogno di difesa, si costruisce la speranza di domani, inverosimile fiore delle rovine. Eppure questa giornata dei Rupe, cosi piena di propositi e di baci, non è da mettere tra le pessime, tra le negative. Gilda parte, e, con lei, qualche cosa s'irraggia nel mondo, che non è solo sua, ma di tutti i fratelli insieme, qualche cosa che allaccia gli esili di Cino alla guerra tripolina di Pietro, la rinascita di Lina alle conquiste celesti di Nèoro, la fiorita sentimentale di Tristano alle prime curiosità di Leto, il sogno di Orsa a quello di Anita, la tenerezza della madre lontana a quella di Mariano, il padre di tutti. Qualche cosa che non appartiene ai singoli ma alla famiglia, presente come blocco etico e sentimentale in ognuno di loro. Qualche cosa che esprime le diverse vie per le quali il bisogno d'immortalità degl'individui prende coscienza di sé.
Gilda parte di notte. Entrando con lei nello scompartimento, dove ha fissato il posto, Mariano vede una di quelle figure di avventurieri che
trafficano sui treni internazionali, riconoscibili all'estrema eleganza dei panni, alla perfetta gentilezza dei modi, ma il cui occhio però è gelido e losco. Quella figura di sconosciuto, unico compagno di viaggio di Gilda, esprime, in sintesi, tutti gli agguati ai quali la giovane, spontaneamente, va incontro. Mariano prende da parte la sorella e le dice:
- Saresti ancora in tempo, rifletti. La gioia che daresti a noi e alla mamma sarebbe immensa... Lo vedi quell'uomo? E come lui ce ne sono infiniti nel mondo... E' facile cadere in qualche tranello. Per battersi contro la malvagità bisognerebbe esser malvagi. E tu sei buona, sei come noi. E soprattutto sei ignara, non immagini dove siano i pericoli, quali maschere possano assumere. Non importa che tu abbia tanto letto e studiato. La vita non la si impara sui libri, ma vivendo. Né sempre la forza basta per vincere... A volte, dove essa fallisce, l'astuzia trionfa...
- Non dubitare, Mariano. Mi batterò senza esclusione di colpi... E' una frase della vostra politica, se non sbaglio... Occhio per occhio, con la vita. Per quanto essa possa esser cattiva, il mio cervello sarà più cattivo di lei... Addio...
Poco dopo il treno parte. Vedendo la sorella ingoiata dalla tenebra, i Rupe debbono farsi forza per non gridare.
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CAPITOLO 7.
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Il colpo di testa di Gilda chiude il periodo di travaglio della potenza dei Rupe. Travaglio che, con l'odissea di Cino per carceri e terre d'esilio, negli anni che precedettero la guerra di Libia; con le tremende giornate di Pietro nel pozzo del supplizio ; con le venti ore, ancora di Cino, nella caserma tripolina in attesa del giudizio; con l'abbandono del tetto coniugale di Lina; e, infine, con la partenza di Gilda per Parigi, raggiunge i vertici più alti.
Comincia ora un periodo di pienezza per i Rupe che ha del miracoloso. Ogni piccola o grande cosa, in cui si cimentino, recherà il segno della grazia. Il 1913 è per loro tutta una messe. Le sementi - pensieri, azioni, sogni, malinconie - hanno tutte attecchito per quanto il terreno fosse arido e sabbioso. Ognuna dà il suo frutto. Anche la tristezza canta. Quel gran colono che fu Antonio Rupe, se avesse potuto prevedere una cosi ricca mietitura, sarebbe morto meno desolato.
Avviene nella vita degl'individui come in quella delle nazioni. Ci son periodi in cui tutto lega, in cui anche gli errori e le crudeltà si risolvono
in vantaggi, in cui la fame, i roghi, le persecuzioni di ogni genere, sono sopportate dai popoli con religioso fervore, con la coscienza di servire un alto disegno della Provvidenza. Cosi la Grecia sotto Alessandro, cosi Roma sotto Cesare, cosi la Spagna sotto Carlo V, cosi la Svezia sotto Gustavo Adolfo, cosi la Prussia sotto Federico II cosi la Francia sotto Napoleone, cosi l'Italia sotto Cavour. Periodi solari delle Nazioni, per il cui avvento è spesso necessario un travaglio di secoli, ma che son fatali, giacché nella vita, come nello spirito, non ci son perdite assolute. Quello che credi sterile oggi si paleserà fecondo domani. Tutto converge verso un centro, tutto tende alla unità. Il pensiero vuole la forma, il caos l'ordine. La storia è come un immenso salvadanaio, in cui tutti, dal monarca al pezzente, buttano ogni giorno qualche cosa. Accade, a volte, che alla rottura del vaso, dopo anni, e, forse, secoli di accumulazioni, le maledizioni degli esiliati, le lacrime delle madri, le invocazioni degli orfani, sian quelle che hanno fatto più frutto. Allora si hanno quei fenomeni che si chiamano rivoluzione francese o rivoluzione dei Soviety. Il conto è saldato a usura. Giacché la Nemesi, eterna camminante, non dimentica nessuno.
Apre le serie dei colpi maestri, con i quali la sorte suole premiare lo studio, la tenacia e la fede, Cino. Siamo allo scoppio della guerra balcanica, prevedibile fin dall'agosto in seguito al rincrudirsi degli agguati e dei massacri alla frontiera turco-serbo-montenegrina. In poche settimane la Quadruplice, la quale ha approfittato, per dichiarare la guerra, dello stato di prostrazione in cui la campagna libica lasciava la Turchia, vince il nemico a Kirk Kilisse, Lule Burgas, Kumanovo e Monastir. Adrianopoli, Scutari e Giannina sono investite. La lotta si concentra davanti a Ciatalgia, per la ripresa di Costantinopoli. La Turchia chiede l'armistizio e l'ottiene. Seguono a Londra faticosi negoziati di pace che sono però frustrati dall'andata al potere dei Giovani Turchi per mezzo di una rivoluzione. La lotta viene ripresa da Bisanzio nella speranza che Enver Bey capovolga la situazione. Invece la catastrofe non si fa attendere. Caduta Giannina in mano dei greci, e Adrianopoli in quella dei serbo-bulgari, non resta alla Turchia che chiedere, in aprile, un secondo armistizio. Viene, dopo circa un mese e mezzo, firmata la pace, che segna la fine del dominio turco in Europa. Quella striscia di territorio rimastole è dovuta all'interesse delle Potenze di non complicare la Questione degli Stretti. Senza di che la sua scomparsa sarebbe totale e definitiva.
La guerra balcanica, osservata fin dai primi momenti con occhio attento ed acuto da Cino Rupe, gli serve per fare una serie d'articoli e
di conferenze che suscitano in Italia appassionate discussioni e consensi. Basi di codesta campagna l'attacco a fondo contro l'Austria, e, per conseguenza, alla Triplice Alleanza, la cui rinnovazione è imminente, e che, infatti, viene annunziata in dicembre. L'ammaestramento, che, secondo Cino, veniva dagli avvenimenti balcanici, era il chiaro interesse per l'Italia di favorire la formazione di una grande Serbia sulle sponde dell'Adriatico, la quale, fungendo da centro di gravitazione di tutti gli slavi del sud, quindi anche di quelli soggetti agli Asburgo, cominciasse lo sgretolamento dell'impero danubiano, spostando a nostro vantaggio l'equilibrio delle forze là esistenti. Quindi, non resistenza passiva alle pretese di quell'infida alleata ch'era stata sul punto di attaccarci in occasione del terremoto di Messina, e della guerra di Tripoli, ma azione energica in favore dello sbocco sul mare alla Serbia, mettendo sulla bilancia la rottura del patto d'alleanza proprio nel momento in cui l'Austria avrebbe mobilitato per intimidire il piccolo ma fiero rivale, e togliergli i frutti delle sue vittorie.
L'azione della diplomazia asburgica, nel cercare un pretesto per la guerra, sarebbe apparsa chiarissima nel seguito degli avvenimenti, allorché - per effetto della sobillazione da essa perpetrata sulla Bulgaria, irrigiditasi nel negare ai serbi quello sbocco all'Egeo, al quale avevan diritto dopo la rinunzia all'Albania loro imposta dalle Potenze - si sarebbe arrivati alla seconda guerra balcanica.
La disfatta della Bulgaria battuta dai serbi, greci e rumeni, i quali si sarebbero divisi i territori da essa strappati alla Turchia, non avrebbe portato alla Monarchia Asburgica se non un colossale insuccesso diplomatico. Ma l'esito delle due guerre, finite col trionfo della Serbia, avrebbe rinfocolato contro di essa, e per essa, contro la Russia protettrice, l'odio tenace dell'Austria. Coverà fin da questo momento la Guerra Europea. Con o senza l'aiuto della Narodna Obrana che, a Serajevo, un anno, dopo, offrirà all'Austria l'occasione di scatenare la grande carneficina, la Guerra scoppierebbe lo stesso. L'albero della civiltà europea ha maturato il suo sanguinoso frutto. Nessuna forza umana, e neppure celeste, potrà impedirgli di cadere dal ramo, quando sarà giunto il suo momento.
Ma, già, fin dalle prime avvisaglie diplomatiche e militari dell'Austria, parallele alle vittorie serbe sui turchi, Cino Rupe intuisce e documenta, in maniera irrefutabile, la decisa volontà del colosso d'argilla sedente sul Danubio di scatenare la guerra, già tentata con l'annessione brigantesca della Bosnia Erzegovina, e sempre minacciata con l'aspirazione al Sangiaccato di Novi Bazar. La guerra è evitata per l'atteggiamento
di riserbo tenuto dalla Germania, pensosa delle conseguenze irreparabili che la mobilitazione alla frontiera russa recherebbe, e cioè l'intervento della Francia, e forse, dell'Inghilterra. Ed è pure evitata per l'indecisione della nostra politica triplicista, vista con favore dal Vaticano e dai ceti conservatori, ma avversata dalla coscienza irredentista, e dalle nuove forze, fra le quali, il sindacalismo rivoluzionario, si deve porre in primo piano.
L'atteggiamento antitriplicista di Cino suscita un tale clamoroso séguito di consensi nella gioventù italiana da costringere il Governo, probabilmente invitato da Vienna, a intervenire per farlo cessare. Impedito di continuare la sua critica in patria, Cino si rifugia a Parigi, dove Gilda è felice di ospitarlo nel suo appartamentino al Quartiere Latino, e là, dalle colonne di un grande giornale, riprende con rinnovata lena la campagna, seguita con molto interesse in Francia e in Inghilterra, in vista di un possibile sgretolamento della Triplice e del nuovo equilibrio che si andava delineando nell'oriente europeo dopo la guerra balcanica. In definitiva, per quanto attaccato dalla corrente rivoluzionaria marxista ortodossa, che lo accusa d'esser passato armi e bagagli al nazionalismo, e anche da molti compagni sindacalisti, fermi sull'interpretazione rigidamente classista della storia, Cino, per la risonanza dei suoi scritti e dei suoi discorsi, acquista la coscienza della propria fama, non solo in Italia ma all'estero. Chi per dirne bene, chi per studiarlo, chi per buttargli addosso fiumi d'improperi, ma tutti son costretti ad occuparsi di lui, a discutere con lui, a fare i conti con lui. E' il momento più alto della sua carriera di uomo politico e di scrittore. Un suo studio storico-psicologico sul come si sta formando in Europa l'animus della guerra è riprodotto, o almeno citato, dai più grandi giornali del mondo. L'episodio di Bonnot e i fatti preoccupanti di Zabern, l'Ulster e l'home Rule, la pazzia delle suffragette e l'aumento delle spese militari in tutti i paesi, la questione albanese e il brindisi di Re Costantino alla scienza militare tedesca, l'Università di Trieste e il Dodecaneso: tutti questi diversi elementi dell'inquietudine europea danno modo a Cino di tracciare un ritratto quanto mai vivo e doloroso dell'uomo della strada, sul quale incombe la fatalità della prossima grande guerra mondiale, voluta e tramata da coloro che ignorano essere la rivoluzione il curatore al ventre della guerra. La quale, è da prevedere, non sarà cosi tremenda giustiziera con le dinastie e i militarismi parassitari dei popoli, come lo sarà con certe idee venerande di fratellanza cristiano-sociale che ogni giorno più si rivelan cadaveri imbalsamati,
e per le quali l'illusione delle masse agisce come il segreto di Segato sulle salme: le pietrifica. Son parole di Cino.
Come prova della quotazione invidiabile raggiunta su scala internazionale, viene fatta a Rupe l'offerta, da un grande quotidiano di New-York, di una collana di articoli sul sindacalismo europeo e sui possibili sviluppi che esso potrà prendere di fronte ai grandi avvenimenti che stanno maturando. Naturalmente l'offerta gli fa guadagnare una somma considerevole. Essa gli serve per comprare una bella pelliccia a Gilda, la quale, con l'inverno rigido di Parigi, soffre molto il freddo, e per fare, col rimanente, un giro d'istruzione in Spagna, paese che non conosce, e le cui agitazioni sindacaliste ed anarchiche lo hanno sempre molto interessato. Rientrando da Barcellona a Torino egli può sentirsi legittimamente dire da Culo di Ferroche la sua gloria sta oscurando quella di Gavotti. E questo dia la misura dell'ammirazione fraterna del piccolo Ulisside.
Altro momento di grazia per i Rupe. In gennaio Mussolini è chiamato a dirigere l'avanti!. Il Partito Socialista sotto l'influenza dell'ardente romagnolo si butta alla più assoluta intransigenza. Mariano Rupe è chiamato a far parte della Direzione. Prima di lui la Calabria non ha mai avuto alcun peso direttivo negli orientamenti del Partito, ed è ancor vivo il ricordo delle cinquecento lire votate, e mai mandate, ai compagni calabresi per l'organizzazione rivoluzionaria. Mariano Rupe deve la sua assunzione alla violenta sterzata mussoliniana nelle file socialiste. La nuova concezione attivista, trionfata in seno al Partito, guarda con più simpatia al socialismo meridionale, di cui Mariano Rupe è uno dei migliori rappresentanti. Socialismo poco marxista, forse, ma entusiasta, eroico, rispondente al concetto epico che il rivoluzionario di Forl si è fatto della lotta di classe, e che si mostra deciso a propagandare tra le masse. Le grandi masse chiamate a fondare il nuovo regno hanno bisogno non tanto di saperequando di credere . Come non c'è bisogno per esser cristiani di aver letta e capita tutta la teologia, cosi si può esser ottimi socialisti pure ignorando i lavori e i capolavori della letteratura socialistica, pure essendo completamente analfabeti. I sans-culottes che mossero all'assalto della Bastiglia, probabilmente non avevano nessuna coscienza teorica. La rivoluzione sociale non è uno schema mentale o un calcolo, ma prima di tutto un atto di fede. Io credo nella rivoluzione sociale. Cosi si esprime Mussolini, reagendo all'esclusivismo dogmatico e quietista del troppo marxismo fatto dai capi socialisti prima di lui, con l'unico risultato di incanalare le masse
sulla via del riformismo e del miglioramento economico. Il socialismo di Mussolini si dimostra, in tal modo, vicino al concetto bakuniniano della rivoluzione permanente , affidata all'incessante volontà di prova e di sacrificio degli uomini, e in cui il puro gioco delle forze economiche conta solo come causa esterna. L'importante non è che il capitalismo abbia compiuto il suo ciclo, ma che il proletario sia pronto a sostituirlo. Prontezza vuol dire fede nella causa, amore della lotta e del pericolo, disprezzo del benessere materiale, se esso deve portare, come conseguenza, la rinunzia ai massimi ideali rivoluzionari. Su questo terreno non c'è nel socialismo italiano, uomo più pronto di Mariano Rupe. Il suo entusiasmo per Mussolini può nutrirsi di se medesimo, senza chieder nulla all'occasione dei fatti e al fascino degli uomini.
Altro momento di grazia. La mamma di Sara, la fidanzata di Pietro, muore improvvisamente a Santa Cristina d'Aspromonte, lasciando erede di buona parte delle sue sostanze la figlia naturale che, in vita, non ha voluto mai riconoscere e che, neppure in punto di morte, ha desiderato vedere. L'avvenimento, che realizza un antico vaticinio di Pietro, reca a Sara circa centomila lire tra terreni e titoli. Esso sta a dimostrare che i Rupe, anche su coloro che hanno intorno, imprimono la loro capacità di potenza. Come tale esso s'inquadra nel prodigioso accrescimento della famiglia, è strettamente legato alle sue fortune.
Altro momento di grazia. Dopo appena quattro mesi che è a Parigi, Gilda riesce a entrare in una grande casa editrice come informatrice delle più interessanti pubblicazioni italiane. Ella è assegnata all'ufficio stampa della Casa, fa estratti di libri da sottomettere all'attenzione del Direttore per eventuali traduzioni, si tiene in comunicazione coi nostri editori, corrisponde direttamente con gli scrittori, sui quali si è fermata la benevole attenzione della Casa, insomma disbriga un lavoro molto utile per gli scambi culturali fra i due paesi. E, oltre a ciò, traduce novelle e articoli per un giornale della sera, pubblica anche qualche cosa di suo, sotto pseudonimo, e, in tal modo, rimedia un piccolo stipendio che le basta per non chiedere niente alla famiglia. La quale, però, ogni mese, per mezzo di Mariano, le manda cinquecento lire, ch'ella, in gran parte, accantona per la vecchiaia o in caso di inabilità al lavoro secondo quanto scrive, scherzosamente, lei stessa.
Ma non consiste in questo modesto assestamento economico il momento di grazia di Gilda. Il miracolo è altrove. A Parigi la fanciulla ha disteso i nervi. L'immensità della Metropoli, dandole un senso di
assoluta dispersione della personalità nell'oceano dell'anonimo, l'ha per un lato, diminuita, e, per l'altro, costretta ad umanizzarsi, a cercare una consolazione al suo stato. Per la prima volta Gilda prova l'accorata voluttà di non essere nessuno tra i milioni di nessuno che Parigi sbatte per le sue strade, ciottoli di carne rotolati da una corrente impetuosa verso la foce della piccola morte di ogni giorno, e di cui non resta altra traccia che quel po' di polvere che gli spazzini raccolgono sul far dell'alba con le foglie secche, le immondizie, le lettere d'amore strappate, e qualche giocattolo cieco e sventrato di bambino. Nessuno: tra quelle orde di uomini medi che, a tutte le ore del giorno, come per un sortilegio, spariscono nelle bocche del metro o ne son rivomitati, senza che il rito di scendere all'inferno o di tornare, dia loro un fremito al viso, né cavi dalla bocca un accento qualunque. Nessuno: tra quella folla che sciama frettolosamente dai grandi magazzini, dagli uffici, dagli atelier, a mezzogiorno o alla sera, solo pensosa dall'autobus, del treno, del tram da prendere, del tassi da evitare, dei segnali degli agenti da rispettare; che tutto vede, tranne la città, nella bellezza dei suoi boulevard, nella ricchezza delle sue vetrine, nella magnificenza dei suoi palazzi, nella grandiosità delle sue piazze, nell'imponenza dei suoi monumenti; che vive a Parigi come potrebbe vivere a Sarmùra, e che, tuttavia, morrebbe a staccarsene, perché Parigi è una malattia del sangue, la quale prende tutti, chi ci nasce e chi la vede per un giorno solo ; una malattia che si traduce nel bisogno di conquistare chi viene a lei, abbandonandolo a se stesso, senza né allettarlo né respingerlo, lasciandolo vivere a suo modo, non forzando né le sue idee né i suoi sentimenti - come se essa non esistesse, come se i suoi immani blocchi di case non fossero realtà ma la cartapesta di un regista malato di grandiosità - dando a ognuno solo quello che ognuno aveva già dentro di sé, ma non lo sapeva, e che gli è rivelato, improvvisamente, per gemmazione involontaria, da quella divinità impassibile che è Parigi. Nessuno: tra quella folla che invade il Bois de Boulogne nei pomeriggi della domenica, allorché la luce grigia che sa di cenere dà al viso d'ognuno il colore del rimpianto per la giornata festiva che volge al suo termine. Nessuno: tra quelle file di poveri che aspettano il ritorno delle carrozze e delle automobili da Longchamps o Auteuil, chi per fare ala, e chi per confortare il proprio nichilismo nello spettacolo della spietata ricchezza. Nessuno: tra quelle code d'innamorati del teatro che aspettano per ore ed ore, sotto il freddo, l'aprirsi delle porte dei loggioni, o l'uscita delle dame nelle serate di gala. Nessuno: tra quegli assidui dei quais, ora fermi davanti agli stands dei bouquinistes a 
frugare, nelle montagne di libri, ora in adorazione dei pescatori dilettanti, che protendono inutilmente le lenze sull'acqua giallastra della Senna, ora accorrenti, con urli di sgomento, al grido del barcaiolo che ha toccato col remo, tra la fanga, il corpo del trascurato, buttatosi nel fiume con la pietra al collo. Nessuno: tra quella moltitudine di gitanti, che, nei giorni di festa, riempie il ponte dei vaporini che vanno da Parigi a Saint-Cloud e a Suresnes, nel cui viso è una strana ansia di orizzonti, come se il battello dovesse non fermarsi più, portarli nei mari solenni e ignoti, sognati nell'infanzia. Nessuno: tra le infinite coppie d'innamorati rannicchiati nelle zone d'ombra dei viali, al riparo dei muri dei giardini, nei portoni, nei punti più solitari dei quais, allacciati perdutamente per sentirsi con la carne più che con la voce, isole d'oblio nell'oceano di pietra che li circonda. Nessuno: tra quella fiumana cosmopolita che ogni nòtte impazza per Montmartre, prendendo gusto a tutto, felice di farsi abbacinare dalla Città-Luce, preda degli apaches finti, degl'inferni di latta colorata, della bohème maledetta, e degl'invertiti d'ogni razza. Nessuno: tra le élites che frequentano i teatrini d'eccezione, le boites de nuit, le grandi aste all'hotel Druot e le sale degli Indépendants. Nessuno: infine, tra i geni veri o approssimativi di Montparnasse, sbattuti tra la miseria e la dissolutezza, prigionieri d'una vocazione che aborre dall'asservimento del proprio credo estetico, e, per altro, impotenti a imporre il loro vangelo rivoluzionario ai mercanti d'arte, che si accorgon di loro il giorno in cui si son buttati da un quarto piano, o son morti tisici all'ospedale.
Questo vuotarsi della personalità nell'infinità di Parigi ha fatto bene a Gilda, l'ha resa meno implacabile con se stessa e con gli altri, le ha dato il senso del limite, le ha tolto l'orgoglio, senza tuttavia umiliarla. Soprattutto, le ha dato la consolazione di concludere che, qualunque sacrificio, era compensato dal fatto di poter vivere a Parigi, di respirare un'aria alla quale le anime inquiete di tutti i continenti recavano un po' della loro malinconia, delle loro illusioni, del loro travaglio, della loro grandezza. Il segno della grazia, con la quale Parigi tocca Gilda, è dato dall'amore che, improvviso, bellissimo, e lucente come acqua che scaturisce dal sasso, piena di tutti i succhi e i trasalimenti della terra, sboccia nel cuore della fanciulla indomabile per un giovine scultore russo, povero e genialissimo. Amore, isola verde nell'oceano di pietra che è Parigi. Amore, potenza massima creata dalle anime per vincere lo sgomento della Città immane. In questa primavera, che butta tanti fiori sulla sua famiglia, Gilda stringe al petto il mazzo più profumato.
Altro momento di grazia. Il libro di Tristano su Gioacchino da Fiore, pubblicato nei primi mesi dell'anno, ottiene uno splendido successo. Lo scrittore non ha fatto una fredda opera esegetica sul monacheSimo medievale ma ha tracciato un indimenticabile ritratto dell'abate silano, al quale dobbiamo uno dei più puri messaggi di speranza e di rigenerazione che non solo la storia dell'ascesi, ma quella più grande, in cui tutti gli uomini si ritrovano, possa vantare.
Ha giovato a Tristano, per comporre il suo personaggio, esser calabrese e Rupe. La prima qualità gli ha permesso di entrare nella vita di Gioacchino, desunta dai codici florensi e dalle testimonianze di Luca - raccolte dal Greco e consacrate dal bollandista Papebroch - con l'ardore di chi voglia fare opera di rivendicazione di tutta una gente attraverso uno dei suoi figli più grandi. La seconda qualità gli ha dato d'interpretare l'annunzio joachimita della Libertà dello Spirito, del Terzo Stato, della giustizia sociale, con quel favore verso le idee nuove, profondamente rivoluzionarie, che i Rupe hanno respirato nascendo, attraverso l'ardente repubblicanesimo del nonno garibaldino e le idealità massoniche del padre. Lodatissimo, nel libro di Tristano, lo studio dell'organizzazione cistercense, nel cui valore, formativo delle coscienze, Gioacchino credeva fermamente, e dalla quale si parti per fondare una regola anche più rigorosa, l'ordine che da lui prese il nome, e che il verdetto di Anagni costrinse a fondersi con gli ordini rivali. Anche in questo studio, l'apporto fraterno, la riduzione del politico all'economico di Cino, il materialismo storico in cui crede Mariano, non sono stati inutili a Tristano nell'interpretare il valore sociale del monacheSimo, riferito alle condizioni storiche del tempo, compreso tra il tramonto del dominio normanno e il sorgere di quello svevo. Ond'è che qualche recensore, nel metterne in valore il pregio saggistico e formale, ha potuto affermare che il ritratto di Gioacchino non sarebbe stato diverso se scritto da Cino e da Mariano Rupe, invece che da Tristano.
L'opera, che, per questi, è una testa di ponte per concorrere a una cattedra universitaria, gli vien consacrata dall'amore di Elsa Guala. Amore non più sottinteso, ma pieno, aperto, travolgente. La giovane marchesa ritorna a Torino proprio nel momento in cui il libro prende quota nelle considerazioni della critica ufficiale e nel favore del pubblico. Più grande questo di quella, e tanto più singolare, data la natura dell'opera, la relativa ignoranza del personaggio storico, e l'oscurità del nome dell'autore. Ma allo scrittore recava gran giovamento la fama dei fratelli, si che, anche per questo verso, veniva realizzata un'unità ideale, volta a potenziare nei singoli il concetto della famiglia, e la inscindibilità delle fortune dall'uno all'altro dei suoi componenti.
Nessun dubbio che la nascente rinomanza di Tristano, per un'anima profonda come quella di Elsa, per una donna, come lei, condannata a vivere nel circolo mediocre di una mania, e di un adattamento prevedibile alla situazione di fatto, abbia influito a determinarne le estreme decisioni affettive. Si aggiunga l'esaltazione, di natura tutta intellettuale, venutale dall'accostare, nell'ultimo suo viaggio per l'Europa, uomini di grande valore nel campo dell'arte e dello spirito, dai quali la conferma della pochezza di Arrigo era ribadita con mille chiodi, e invece, la personalità dell'assente, di Tristano, illuminata da una luce nuova e suggestiva. Mai ella, prima dello scorso autunno, aveva sentito il bisogno di conoscere questi uomini che rappresentavano l'intellettualità europea in ogni sua manifestazione. Ed anch'esso era uno degli effetti dell'amore e della ammirazione, ispirati a lei dal giovane Rupe, una forma della propria certezza di trovarlo non indegno, nel confronto, un restargli presente anche da lontano, un farlo partecipe alle sue curiosità, un abbandonarglisi totalmente nello spirito, aspettando di fargli l'altro dono, quando l'ora del possesso fosse giunto, e niente più potesse resistere alla sua rapinosa padronanza.
E quel giorno era assai più vicino ch'essa non immaginasse. E sarebbe proprio stato Arrigo, con la sua smania che lo spingeva a telefonare a Rupe tutte le sere, perché andasse a trovarlo in villa, per la solita partita a scacchi, a creare tra lei e Tristano quel circolo chiuso del desiderio, da cui non si può uscire se non spezzandolo con un gesto pieno e definitivo o con la rinunzia assoluta. Evasione nell'uno e nell'altro caso. Al gesto pieno sarebbero arrivati senz'accorgersene, com'è delle grandi cose che, a furia di aspettarle, di plasmarle sulla creta delle possibilità, ci pare già d'esserne dentro, d'essercele conquistate con la fede nutrita in esse. Un'occasione qualunque: la partenza del marchese, la lettura di un romanzo inquietante, un sogno dominato dalla voluttà, un pallore rivelatore, un tremore di carne avida nella voce, uno sguardo ombrato: e i due innamorati si sarebbero abbandonati l'uno nelle braccia dell'altro.
Una sera, infatti, che Tristano va alla villa della marchesa, per fare quell'eterna partita a scacchi - contrappeso alla gioia che la presenza di Elsa in un angolo del divano, col pensiero a lui, gli dà - e che non trova Arrigo, dovuto partire improvvisamente per affari, i due giovani, naturalmente, come se una calamita li spingesse l'uno verso l'altro,
senza parlare, ina dicendosi tutto con gli occhi un po' attoniti, cadono avvinti sui cuscini. E da quella sera Elsa è più bella. Quel tanto di fragile, di acerbo, che è nel suo fisico, non lo si avverte più. La linfa dell'amore novello la inonda tutta, la fa turgida, come i rami, quando stanno per buttar le gemme. Per la prima volta ella sente di darsi ad un uomo. Fino ad ora Arrigo non ha avuto di lei che un rassegnato abbandono alle sue stanche carezze. Ma l'amore che ti scoppia nelle vene come una libecciata, che ti sveglia nella carne tutti i brividi nascosti, mai. E' più bella, Elsa, più festosa, più serena. L'amore di Tristano ha sgombrato ogni nube dal suo cielo. Nessun rimorso verso Arrigo. Del resto egli non chiede che di coltivare la sua mania. E che ci sia qualche altro scacco matto, nella vita, oltre che sui dadi di una scacchiera, se anche lo sa, non è pericolo tale da fargli mutar registro. Prima scacchista, poi uomo.
Tristano, dall'amore di Elsa, riceve quel premio che esalta, che spinge a nuovi sforzi per incatenarlo a sé, per ricrearlo incessantemente in una vigile ansia di trasfigurazione. Il secondo dei fratelli Rupe è in fondo un ragazzo di trent'anni. Egli è tanto conscio della purezza del suo amore che lo griderebbe perfino ad Arrigo, sicuro che il marchese gli butterebbe le braccia al collo, riconoscendo che Elsa non poteva essere più fortunata.
Ma, per ora, il più fortunato è lui. O non si va, la vedova Wurtzel, a fidanzare con un tedescone, atletico e pelato nella nuca fino al cocuzzolo, come i bambini dei selvaggi, che essa ha conosciuto a Torino tempo fa? Magda gli ha comunicato la notizia con una lettera di dieci pagine in cui chiamava Dio testimone dell'amore che lei gli aveva portato fin dal primo giorno, amore che era stato una cosa divina , e il cui ricordo l'avrebbe accompagnata fino alla tomba. Ma, insomma, la necessità della vita, le insistenze della vecchia mamma e soprattutto l'affetto di quel buon Max che le era stato mandato dalla Provvidenza per ricostruire la sua esistenza , l'avevan decisa al doloroso passo, a fare il gran rifiuto di Tristano. Il quale, nel leggere la notizia, a momenti sveniva dalla gioia. Che il pericolo di Magda era l'unica ombra in tanta luce. Ed egli paventava il suo arrivo dalla Svizzera come l'insolvente che aspetti, di momento in momento, l'usciere in casa. Per quante promesse tu faccia, l'altro non si contenta, naturale.
E come l'eredità di Sara prova che i Rupe, anche su coloro che hanno intorno, imprimono la loro capacità di potenza, Lauro Guardi, riportando, col quadro ispiratogli da Anita, il primo premio alla Permanente, è una conferma del fatto, e aggiunge la sua vittoria a quella della famiglia, di cui Anita è lo spirito più leggero e trasparente.
Che Piras, mantenendo finalmente la sua promessa, capiti, appena congedato, a Torino, a cercare una sistemazione che gli permetta di sposare Rosa, e Cino lo prenda come fattorino al suo studio, acquistando lui e tutti i Rupe, un cane fedele, una forza affettiva d'immenso valore; che il Titanic in tutto l'anno non perda una partita, essendo per i suoi avversari già grande vittoria il match nullo; che Leto abbia le medie con tutti nove; che Donna Maria Rupe trovi nella tenerezza di Sara e nell'esuberante giovinezza di Nina il compenso alla spina dell'assenza di Gilda; che l'opera di Raffaello Guardi ottenga al San Carlouno di quei successi contrastati che fanno la celebrità di un artista giovane e prepotentemente nuovo; che Orsa e Salèmi siano cosi scandalosi nel volersi bene, nel non litigare mai, da spingere a qualche grave espediente, da agente provocatore, l'intrepido Culo di Ferro ; che Pietro, anch'esso congedato, abbia ripreso le sue costruzioni a Sarmùra, battendo gli altri capimastri negli appalti; che la Fornace abbia ricominciato a lavorare intensamente dopo la concessione dei mutui ai danneggiati del terremoto: tutti questi fatti si posson considerare di ordinaria amministrazione nel meraviglioso bilancio che, dopo anni ed anni di cocciuto risparmio, la famiglia Rupe presenta orgogliosa a se stessa ed alla gente che guarda.
Ma i due maggiori momenti di grazia toccano a Mariano. In primavera Nina, umile e gloriosa al tempo stesso, gli rivela che qualche cosa si agita nel suo seno. Dall'amore tra il padrone e la contadina è nato un frutto. Sentendosi cosi poca cosa per lui, ella ha aspettato ad avvertirlo: temeva che il fatto nuovo potesse preoccuparlo, che rappresentasse un legame troppo forte per lui, che sembrasse un farsi avanti della madre nella persona del figlio. Poi non ha potuto resistere. Quel sapere che nel segreto della sua carne palpitava un esserino che era di lui; quel trovarsi unica, fra tutte le donne della terra, ad avere avuto da Mariano Rupe la missione di fare un figlio, forse il solo suo figlio ; quel segreto sperare che Mariano accogliesse la notizia con grande gioia: l'hanno spinta a confessargli tutto. E Mariano ha risposto a quell'annunzio di grazia e di potenza guardando Nina negli occhi, come se le volesse vedere, in quello specchio, le pupille del bimbo nascosto. Poi se l'è stretta al cuore. Niente altro. Ma è tanto.
Quella creatura che sta sbocciando nella carne di Nina mette ordine nei rapporti tra lei e Mariano. In questi anni il giovane si è trovato di fronte all'amore della contadina nello stato d'animo del primo giorno. Scontento di aver servito i disegni di Concetto, e trascinato, dalla forza degli avvenimenti a non poter fare diverso. Egli vuol bene a Nina, sente quale adorazione ella nutra per lui, la vede farsi piccina per non dargli ombra, capisce i suoi sacrifici evidenti e nascosti, grandi e piccoli (e tra i grandi e nascosti son da porre quelli della carne anelante all'amore con l'impeto della giovinezza e della salute, e pur tenuta a freno per non essere di peso e di stanchezza all'uomo idolatrato); ed è, Mariano, riconoscente alla donna per tutti quei doni di devota e quasi incantata tenerezza, ch'egli non può ricambiare se non in minima parte.
Quel figlio giunge per concretare, nella coscienza di Mariano Rupe, la figura di Nina, finora restrittivamente inserita nel quadro dell'intervento sconcertante e grottesco di Concetto. Il problema posto in essere dalla ragionante follia di Mezzomo , e da lui, Mariano, subito senza una chiara visione delle conseguenze che ne sarebbero potute derivare, offre ora impensati sviluppi. Nina incinta non è più la stessa donna che Concetto ha offerto a lui per salvarla da altri agguati. Essa è diventata qualcosa di diverso. Dalla femmina è sbocciata la madre. E non solo. Il padre è anche un compagno come lei, un dirigente del partito di cui Nina è umile seguace. Tanto basta perché una coscienza libera come quella di Mariano Rupe misuri il fatto in tutta la sua umana e civile portata, al di là di ogni grettezza e calcolo borghese.
Come Elsa, dopo essersi data a Tristano, cosi Nina, dopo l'annunzio della maternità, si fa più bella. Quella sua carne mora, baciata, dall'alba al tramonto, dal sole, e insaporita dal salino, è tutta un glorioso crescere e distendersi. Concetto che le si corica a lato, e che non la guarda neppure, specialmente da quando Mariano gli ha fatto la grazia di accettare la sua incredibile e sublime offerta, pare avvertire il mutamento che si sta operando in lei. Infatti, tratto tratto, come se la novità prendesse forma di odore seminale, egli aspira a lungo il fiato carnale che emana dalla donna, e non si addormenta, se non cacciando la testa sotto il cuscino.
Tutte le notti, prima di prender sonno, Nina pensa al corredino del nascituro. La tenebra si popola di cuffiette, di nastri, di fascie e di cornetti di corallo. Poi le palpebre diventan gravi sugli occhi, ed ella è costretta a riporre nei cassoni del sogno tutta quella fragrante minuzia, che deve servire a ornare la carne rosa del suo piccino.
Non è trascorso un mese dall'annunzio di Nina, che Mariano riceve a Sarmùra la visita di Primo di Cantoria. E' questi il primogenito dei defunti duchi contro i quali, circa tredici anni avanti, iniziarono i Rupe una causa d'evizione, nata dalla contestazione del possesso di Calimera, assegnato ai Lèuca con sentenza della corte d'Appello di Napoli. Primo Cantoria è tornato da poco dalle Indie. A Mariano, stupefatto, egli chiede, nientemeno, di fargli delle proposte concrete per definire la lite, senza trascinarla ancora davanti ai magistrati.
Spira dall'uomo, spaesatosi giovanissimo in Oriente per rifare una fortuna che i genitori avevano in gran parte conservata per inerzia, e i fratelli dispersa tra mantenute, strozzini e gioco, l'aria forte e sincera di chi ha preso la vita di petto, senza farsi illusioni, fidando soltanto nella propria serietà e costanza. Quanto diverso, anche alla prima impressione, da quei quattro nobiletti calabresi, di cervello corto e di cuore gelido, viventi come pidocchi sul contadino, grassi e melensi, boriosi e sensuali, avari e maldicenti. A Primo di Cantoria il suo passato di viaggiatore e di colono ha impresso sul viso, e in tutta la persona, un marchio di maschia potenza che mette a fuoco ogni sua parola e gesto, rivelando, senza possibilità di equivoci, la tempra fisica e morale dell'uomo. Egli conquista di primo acchito la simpatia di Mariano. E quella è la base delle trattative, che, né il duca, deciso a ritornarsene in India solo dopo aver liquidato le pendenze della sua famiglia dà al danaro un eccessivo peso, né Mariano è uomo da mercanteggiare su un bene essenzialmente affettivo, al quale è associato il ricordo di quel colonizzatore sventurato che fu suo padre.
Primo di Cantoria si dice disposto a definire per centocinquantamila lire, mentre i Rupe hanno mosso la causa per più del doppio. Egli spiega le ragioni per cui non gli è possibile alzare l'offerta, la quale non ripaga certo la perdita subita dai Rupe, tuttavia - egli afferma -per quella somma o qualcosa di più, i Lèuca, i quali stanno attraversando brutti momenti, non sarebbero alieni dal vendere la loro proprietà di Calimera.
La possibilità di risolvere la questione del possesso paterno in maniera cosi trionfale fa impallidire d'emozione Mariano. Primo di Cantoria si accorge dell'effetto che le sue parole hanno lasciato nell'interlocutore, e insiste sull'azione da svolgere sui Lèuca, parallelamente alle loro trattative, per indurli alla cessione del fondo. Egli stesso se ne occuperebbe se tra le due famiglie corressero buoni rappòrti, o almeno possibili. Invece è l'inimicizia aperta.
Mariano chiede qualche giorno per riflettere sulla proposta e avvertire i fratelli. Intanto, per suo conto, promette di sondare il terreno presso i Lèuca. Primo di Cantoria parte per Catanzaro, e Mariano l'accompagna fino alla stazione, simpatizzando sempre più con lui, e partecipando con cuore commosso all'accenno delle pene sofferte dal giovane nei primi passi della sua carriera di colonizzatore in Oriente.
La proposta del duca lascia Donna Maria Rupe cosi in subbuglio che Mariano quasi se ne spaventa. La madre vede in quell'intervento uno dei segni con i quali i morti danno, a tratti, l'avvertimento della loro presenza. E' davanti a lei Antonio Rupe con la sua maschera tragica, mentre ritorna dal possesso perduto di Calimera. Un albero sfracellato dalla folgore. Viso giallo, guance scavate, occhi spenti, passo fiacco di vecchio, voce lontana e staccata. Lui, ridotto cosi. Un colosso di quella tempra. Un eroe. Non una parola, non il più piccolo gesto suo, ella ha dimenticato. Tutto, ora, la madre ricorda al figlio, e, nello sfiorare tanta parte del passato, palpita, pallida e assottigliata, come se lo stesse ricreando dalla propria angoscia. Mariano finalmente le fa dolce violenza e la distrae.
Però il pensiero di poter ritornare a Calimera riconquistata, ringiovanisce improvvisamente Donna Maria di vent'anni.
L'offerta di Primo di Cantoria trova Pietro e Tristano entusiasti. Cino invece consiglia di andar cauti per veder di strappare almeno cinquantamila lire di più. Tuttavia, in estrema analisi, è anche lui per l'accettazione. Le sorelle si rimettono naturalmente a Mariano. A nessuno, questi, ha detto delle trattative da svolgere presso i Lèuca. Quella dev'essere se mai una grande sorpresa, la più grande sorpresa per la famiglia Rupe. Solo la mamma sa. E come le si sarebbe potuto nascondere una cosa simile?
Alla fine di maggio, Mariano ha la risposta dalla persona incaricata d'informarsi sulla situazione dei Lèuca, e di agire in conseguenza. Esatto che gli attuali padroni di Calimera versino in brutte acque. L'informatore si dice sicuro che, per duecentomila lire, essi sarebbero disposti a vendere. Senz'attendere oltre, Mariano telegrafa a Primo di Cantoria, dandogli un appuntamento a Catanzaro. Tre giorni dopo firma la transazione della causa con lui per centottantamila lire. Non passano due settimane che egli, davanti ad un notaio di Gerace Marina, stipula con i Lèuca il contratto di compera di Calimera per duecentomila lire. Quando ritorna a casa con l'atto in tasca e lo mostra alla madre, vengono le lacrime perfino a Milord. Tutto ciò ha del miracolo.
Miracolo, quindi fortuna, si dirà. E' avvenuto come poteva non avvenire. A quei tali che attribuiscono a fortuna perfino l'ascesa sulla croce di Gesù Cristo, per il fatto ch'egli, liberandosi dal peso umano, se ne poteva finalmente salire al cielo, noi risponderemo affermando che i Rupe hanno riconquistato Calimera, non nel momento in cui il notaio tal dei tali ha offerto la penna a Mariano per la firma sul contratto, ma in quegli anni privi di gloria e di pane, in cui essi hanno tenuto fede all'insegnamento paterno, senza venire a patteggiamenti né con gli altri né con se stessi. La fortuna, intesa volgarmente come terno al lotto, non ha peso alcuno nella vita. Prima o poi quelli che il caso ha sollevato sulla cresta dell'onda ripiombano nell'abisso, giacché manca ad essi la coscienza del loro valore e la forza per imporla agli altri. Invece conta aver sempre fatto il proprio dovere, fidando nell'avvenire e in quella giustizia terrena che assegna i premi e i castighi. E l'ora piena verrà. Magari dopo morti, ma è fatale. Saranno gli eredi a goderne: non importa. La giustizia del mondo non si misura né ad ore né ad anni. Questo preme stabilire: che non c'è fede, studio, tenacia, patire, apostolato, che non abbia il suo premio. E chi non crede a questo; chi, non sapendo aspettare la propria ora, abbandona la lotta, pronto ad attribuire il suo insuccesso alla volubilità della fortuna, dimostra, con la sua piccola, illacrimata tragedia, d'essere indegno di vincere.
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PARTE QUINTA.
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CAPITOLO 1.
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Chi sa la mamma a quest'ora. Conterà i minuti come noi...
Se il treno crede di andare avanti a furia di carbone, sbaglia. Basterebbe che Leto, Nèoro e Anita si addormentassero, come Orsa e Tristano, i quali han potuto prender sonno, è straordinario, perché lui si fermasse di colpo. E avrebbe il fuochista un bel buttargli nelle fauci infernali palate di pane nero. Quale carbone eguaglia, in potere di spinta, l'ansia di tanti figli che corrono incontro alla mamma, dopo cinque anni di assenza?
- Senti, Nèoro. La Calabria è bella ma ci son troppe fermate da Sapri a Sarmùra. Bisognerebbe che Mariano facesse un discorso alla Camera per persuadere Giolitti a fare il doppio binario... E' più il tempo che perdiamo in stazione di quello impiegato a mangiar strada.
- Dal giorno che ho volato - risponde Culo di Ferro- la ferrovia mi fa schifo. Questi treni vanno avanti col bastone del cieco... E poi le gallerie che impediscono di guardare il mare sono insopportabili...
- Sono anche paurose. Pensa se in questo momento una montagna ci crollasse addosso. Allora addio mamma, addio Sarmùra... Avremmo atteso questo ritorno per niente...
- Ma Leto, non hai niente di meglio da pensare? ammonisce Anita dolcemente. Ancora cinque ore e siamo a casa... Dio, pare di sognare... Peccato che non ci siamo tutti. Ma, alla fine della settimana, la felicità sarà completa...
- Però - soggiunge Leto - il Governo fa male a mettere gli orari dei treni in modo che la Calabria si presenti di notte al viaggiatore. Come vorrei che, appena spunta il sole, la Calabria salutasse il treno che scende dal nord con tutta la sua bellezza in luce. Questa gente che viaggia con noi resterebbe a bocca aperta... Invece, cosi, pare di essere in una terra qualunque. Che ne dici, Nèoro?
- Questa notte tu hai la mania dei problemi ferroviari. Prima il doppio binario, ora l'orario. Io invece penso al momento in cui ci fermeremo alla stazione di Sarmùra. Certo sarò il primo a scendere...
- E io ti vengo dietro... Alle valigie baderà Tristano. Da tre ore lui
e Orsa non fan che dormire. E avrebbero anche preteso che spegnessimo la luce. Una notte come questa al buio, dico io...
- Veramente - avverte Anita - si potrebbe parlare anche al buio. Certo è meglio vedersi in faccia... Le parole arrivano meglio e fan più piacere...
Leto guarda un'ennesima volta le ore all'orologino da polso regalatogli dalla marchesa Guala per la sua promozione in quinta:
- Le tre meno dieci. Tra due ore, al massimo, la mamma Mariano e Pietro si alzano. Chi sa che movimento in casa. Mi par di vedere Nina che fa come una lapa. Però anche Sara non canzona... E son sicuro che anche Milord ha capito che stiamo arrivando... Mi dispiacerebbe se non venisse alla stazione...
- Verrà di certo... Non perché arriviamo noi, ma perché la mamma non fa un passo senza che lui le vada dietro...
- Tu credi, Nèoro, che Milord non sappia del nostro arrivo? Tutta quella confusione di preparativi in casa, quel sentir ripetere i nostri nomi cento volte al giorno, quel veder la mamma che non tocca più la terra per la gioia, non gli dicono nulla? Io giocherei la testa, invece, che sa tutto e che stanotte, ogni cinque minuti, guarda anche lui l'orologio, accusandolo di andar troppo adagio... Un cane come quello, oh, si scherza?
- Povero Milord... mormora Anita. Sarà ben vecchio ora...
- Se avessimo tardato ancora a ritornare non l'avremmo più riveduto. E mi sarebbe doluto. Per quanto voglia più bene a te che a me, per il fatto che tu gliele passi tutte lisce, io l'ho sempre protetto lo stesso... afferma Culo di Ferroa Leto. Quella bestia è un fegataccio. Non posso dimenticare che un giorno, vedendo, dal balcone di casa, la mamma imbarcarsi su una yolla per andare alle Pietre Nere, si è buttato come un pazzo dalle armacie della Marina alla spiaggia, e là, senza chieder niente a nessuno, è entrato in acqua, puntando a nuoto in direzione della barca già lontana. Ha fatto circa quattrocento metri, prima che la mamma, proprio lei, avvistasse la povera bestia, e gridasse al pescatore di andarla a raccogliere. E, appena tirato su a bordo, Milord è stato grande. Senza perdersi in smancerie inutili si è accucciato ai piedi della padrona, e si è addormentato. Quel giorno, che per lui era di gloria, la sua modestia ha commosso tutti. Un altro cane chi sa quali pagliacciate avrebbe fatto, chi sa che cosa avrebbe preteso per il pericolo corso. Lui niente. I piedi della mamma, e un buon sonno riposante.
- Quel cane è degno di Omero, Nèoro. Il famoso Argo non potrebbe
legar le scarpe a Milord. Intanto ha sempre vissuto nell'ovatta. Si, il disgusto per tutti quei Proci che mangiavano e bevevano alle spalle di Ulisse. Ma vuoi mettere quel disgusto con la fame che Milord ha sofferto in casa nostra e che le vale una medaglia al valore al giorno? La fedeltà di Argo. Ma quella di Milord se la mangia in insalata... Dunque egli lo supera in tutto. E' proprio un cane unico al mondo. E quando penso che un giorno dovrà morire, e che noi non possiamo far nulla per impedire alla vecchiaia di spingerlo verso la tomba, mi si stringe il cuore...
Le ultime parole di Leto sono accolte da un fragoroso grugnito di Culo di Ferro :
- insomma sei in vena di fare il profeta di sciagure. Prima la montagna che crolla, ora Milord che muore. Sarà bene che tu donna. Altrimenti, se vai avanti di questo passo, il treno precipita da una scarpata... E pensare che questa è forse la più bella .notte della nostra vita...
- Appunto perché è la più bella - spiega Anita - pare di non meritarsela. Io capisco l'animo di Leto. La troppa felicità che ci invade stenta a credere alla realtà e si spaventa di tutto. Sta' allegro, Leto. Milord camperà ancora a lungo... E, se anche dovesse morire fra qualche anno, lo ritroveremo, sta' sicuro. Le bestie vanno in paradiso come gli uomini, quando son buone come Milord. Anche se la religione non lo dice, io lo sento...
La fanciulla accompagna le sue parole rincoranti cercando nella borsetta una tavoletta di cioccolata che spezza in due, per il malumore di Culo di Ferro , e la malinconia del più piccolo. Il dolce in bocca rischiara le idee. Improvvisamente il discorso prende una piega diversa. Ora è tutto entusiasta e spumeggiante. Il prossimo matrimonio di Orsa e di Pietro fa le spese. Si parla di pranzi, di rinfreschi, di confetti, di vestiti. Sarà più bella parata a nozze Orsa o Sara? Culo di Ferroè per Sara che ha un viso perfetto e un corpo cosi ben modellato che pare uscito dalle mani di Michele Guerrisi, il giovanissimo e già famoso scultore di Polistena. Leto che, invece, sarebbe per Orsa, vota per Sara, per punire la sorella di dormirsela cosi saporitamente in una notte come quella. Anita è per tutt'e due, ché, Sara, è forse più bella di Orsa, però questa vince la fidanzata di Pietro in simpatia e vivacità. In definitiva ha la meglio Sara, la quale con l'eredità che ha avuto, chi sa che meraviglia di vestito metterà su alla cerimonia. Però Orsa, che ha più gusto, per esser vissuta tanti anni a Torino, potrebbe arrivare sul traguardo dead-heat, e, chi sa mai, la potrebbe anche battere per un'incollatura: questi termini son naturalmente d'uso comune sulla
bocca di Culo di Ferro , e servono per dare un tono moderno alla parlata. La conclusione è che la festa del doppio matrimonio sarà un grande avvenimento, e che, quel giorno, anche Milord dovrà essere lavato e pettinato come un paggio. Figuriamoci gli altri.
Intanto il treno, infilando una galleria dopo l'altra, incontra l'alba sul suo cammino. Egli la saluta con un gran fischio, e come un atleta, sotto l'esaltante sguardo dell'amata, si dà a corsa velocissima per farla assistere alla sua prodezza. I tre fratelli sono agli sportelli a fissare nella luce incerta del crepuscolo i primi volti della loro terra, e, in essi, quella tal cosa che distingue la Calabria da tanti paesi da loro veduti, in cui sia riposta la ragione della sua supremazia, e il segreto del loro insuperabile amore. Vedon montagne alte e brune, dominio delle aquile, delle capre e dei pastori silenziosi, avvolti nei pesanti mantelli di panno scuro; scogliere sinuose, scoscese, lucide, abbracciate dal mare di smeraldo come da una vegetazione equorea che voglia rivestire delle sue radici le rocce; distese infinite di vigne, non armoniosamente allacciate agli olmi, a ghirlanda, come nella piana di Napoli, ma basse e modeste, fanteria della vite, paga di esistere nel regno dell'arsura, delle febbri, degli scogli, senz'altra pretesa che quella d'arrivare alla vendemmia, non decimata dalla malattia, o dissugata dal solleone; fughe spettacolose di uliveti dai tronchi giganteschi e dalle radici immani che succhiano tutto il sangue della terra per un olio ricchissimo di sostanza e di aroma, eppur vinto, sui mercati nostrali, da rivali lindi e insapori; macchie chiare di eucalipti, di oleandri, di canneti che avanzano sui crinali dei greti disseccati delle fiumare e si spingono alle orride balze, a lambire il mare, di cui ripetono l'eterno mormorio nello stormire delle fronde; casolari e pagliai sparsi nella campagna a difesa del raccolto; qualche casa padronale, costruita anch'essa alla brava, senza alcuna civetteria, per controllo del contadino, fredda e ostile come il bisogno da cui è nata; e, poi, i primi visi di terrazzani e di pastori, di mamme e di fanciulli. Visi quasi tutti scavati e terrosi, illuminati da grandi occhi neri, ed esprimenti una invincibile malinconia, riverbero delle cose circostanti su loro, e di loro sul mondo, che vede svolgere tanta fatica e consumare tanta speranza, senza potere andare incontro né all'una né all'altra. Ed ecco il tratto distintivo che sfugge ai tre piccoli Rupe, che, forse, essi intuiscono, guardando gli stracci che coprono i contadini della loro terra, la loro inutile fierezza, le mura crepate dei casolari, le teste basse degli asinelli che vanno avanti sotto le some come sonnambuli, le barriere spinate dei fichidindia, verdi trincee della strada ferrata, grovigli tempestosi in cui si assomma lo
spirito aspro delle zolle da cui prendon succo e vigore. Una potenza sprecata che cerca di rassegnarsi senza riuscirvi: ecco la Calabria. In quell'olio troppo denso; in quel vino troppo forte; in quei contadini che si svenano per contendere alla Malasorte dei beni che non li salvino dalla più nera miseria; in quella malinconia che traspare perfino dagli occhi dei neonati: è lo spirito della Calabria. Forza senza fortuna, bellezza senza gioia. Confrontata con la riviera ligure o con quella salernitana, la costa calabrese non pare più neppure Italia. E non siamo ancora nella zona dei vulcani e dei terremoti. Però è già cominciato il regno della malaria. Santa Eufemia è vicina, dove le zanzare, grosse come cavallette, e assetate come vampiri, assaltano i treni, costringendoli a passare con i vetri alzati; dove le fiumare rompono periodicamente, allagando le piane e impedendo il sorgere dell'abitato; dove le paludi e gli acquitrini resistono perfino alla canicola.
- Che profumo... dice Leto aspirando a pieni polmoni l'aria che viene dalle marine... E pensare che qui ci son le febbri... Almeno cosi dicono tutti...
- Per togliere la malaria dalla Calabria avrebbe dovuto andarci nostro padre al posto di Giolitti. Cosa vuoi che importi a uno di Dronero la nostra miseria? E cosi le febbri dureranno almeno altri cinquantanni ...
- Mussolini che è tanto temuto dovrebbe scrivere sull'Avanti! a Giolitti: O tu risani la Calabria o ti buttiamo giù con la rivoluzione... . E' vero che anche Mussolini non è calabrese, ma siccome è socialista e fa paura a tutti, otterrebbe la bonifica in quattro e quattr'otto. Basterebbe uno sciopero generale. Non sei convinto, Nèoro?
- Ne sono convinto ma non credere che ci sia solo la Calabria da risanare. Dappertutto mancan le scuole, le strade, l'acqua, la luce. insomma è un disastro. E dove si pigliano i soldi per fare tutte queste cose? Ma ora non pensiamoci. Non perdiamo di vista il nostro ritorno a casa... La malaria è una cosa importante, ma la mamma che ci aspetta è più importante di lei.
Il saggio Culo di Ferro chiude cosi la spinosa questione meridionale, e riconduce la gaiezza nei cuori un po' delusi dai primi miserrimi aspetti della terra natale. Passata Santa Eufemia, e la sua plaga tristemente famosa, anche la costa, forse per l'effetto del sole che improvvisamente la veste d'oro, si stacca con più marcata nitidezza, con più asciutto rilievo allo sguardo dei tre fratelli ansiosi. Ora essi aspettano di trovare le prime rispondenze tra la Calabria che vedono e la Calabria del sogno, quella che, da anni, in ogni vivo paragone, nel rifugio
segreto dei sentimenti, portano come idea-forza consolatrice. E arriveranno a Sarmùra, prima di aver scoperto le somiglianze cercate. Del resto, con quale metro misurarle, se, interpellati, essi non saprebbero dire in che consista codesta Calabria ideale, il cui volto è troppo perfetto per trovare il suo compagno terrestre, in cui riflettersi e concludersi? Possono solo oscuramente sentire che, oltre a quelle marine, a quelle montagne, a quelle messi, a quelle genti, in un raggio che le prolunga dalla terra al cielo, dalla zona corruttibile a quella più alta, dove esistono solo gli stampi ideali delle cose, c'è un quid ch'è il segreto della loro bellezza ed eternità. Un quid che diventa umano solo nell'inaugurazione della vita; che ha il profumo della carne materna nella bocca del pargolo mentre sugge il latte; e che, poi, svanisce, staccatosi il figlio dalla madre, ma il cui ricordo gli resta, come di un cielo perduto, al quale aneli inutilmente di ritornare.
Il mancato incontro tra realtà e sogno è espresso da una considerazione malinconica di Leto:
- E' bello, ma tra Goia e Sarmùra è assai più bello. La parte migliore della Calabria è dove siamo nati noi...
- Da ora lo sai? Ed è appunto per questo che il Padreterno ci ha mandato il terremoto. Qui si può benissimo viver senza insuperbirsi.
Passa Pizzo, passa Tropea, e finalmente Orsa e Tristano si svegliano. Dove siamo? chiede la sorella ad Anita.
- Dopo Tropea... Hai fatto una bella dormita. Tra un'ora e mezzo siamo a casa.
- Io ho già sognato di essere arrivata... Com'era bello. C'era anche Giorgio ad aspettarmi...
- A Rosarno cominceremo a prepararci... avverte Tristano. - Non avete chiuso occhio... Del resto c'era da aspettarselo...
- Ti sei riposato? chiede Culo di Ferro con intenzione. - Noi non abbiamo fatto altro che stare al finestrino, anche sotto i trafori. Non si vedeva che la pietra nera. Però era sempre meglio che niente he Leto?
Risponde per Leto, Anita:
- Certo. Abbiamo visto cose grandi... Ma soprattutto che profumo... La Calabria è una serra... All'alba poi le cose hanno un odore più vivo che in qualunque altra ora del giorno... Pare che, a furia d'esser guardate, si sciupino e perdano l'aroma... Forse è il sole che asciuga tutto...
- Rimprovero solenne, insomma... dice Tristano rivolto ad Orsa. Vi chiediamo scusa, piccoli briganti. Ma il ritmo del treno ha su
me un effetto infallibile, e, per Orsa, sognare è l'unico modo di stare con Salèmi, anche quando non c'è. Del resto, la parte più bella della Calabria viene ora, da Capo Vaticano a Sarmùra, fino a Villa San Giovanni e a Reggio. Dopo Reggio il paesaggio resta incantevole, e, in più, c'è la Sicilia di fronte...
- Tu credi che la parte migliore sia quella? chiede Nèoro che vorrebbe mettere in dubbio, per bisogno polemico, la cosa in cui spera. E non aggiunge altro, lasciando ad Anita la conclusione:
- Sarà magari più bella ma quella che abbiamo vista è più selvaggia, più vergine, più forte. Anche le montagne nude, con le gregge arrampicate sulle rocce, e con i pastori coperti di pelle di capra, che le stanno a guardare silenziosi, son Calabria, una Calabria solenne. Invece, più in giù, verso lo Stretto, la nostra terra è troppo fiorita. Anche il mare che, da Paola a Santa Eufemia, forse per la vicinanza della costa brulla, è scolorito e accigliato, davanti a Sarmùra e a Bagnare, pare messo là per un gioco suggestivo di luci da un pittore. Sta cosi bene che par finto... insomma voglio dire che una parte della Calabria è necessaria all'altra e che, tutt'e due, si integrano, mentre, stando da sole, l'una è troppo selvaggia e l'altra troppo bella.
Nèoro e Leto danno la loro approvazione con gli occhi, ché il parlare di Anita ha espresso chiaramente il pensiero comune. E con quel crisma si chiude l'incidente nato dalla poca sensibilità notturna di Tristano e di Orsa.
Ioppolo, Nicotera, Rosarno. Sarmùra si avvicina a grandi folate, agitando i suoi canneti al vento. La zona terremotata mostra già le sue case smozzicate o sventrate, che solidi puntelli di travi impediscono d'inginocchiarsi sulle strade. Dopo cinque anni, almeno alla prima impressione, il lavoro dei ricostruttori appare minimo Unico frutto visibile: quella fungaia di baracche che assale piane e colline come immense lische di pesce rivestite di tavole.
Ma fabbricati pochissimi, e tutti adibiti a uffici pubblici. Si vedon mandrie di bambini sporchi e laceri davanti ai baraccamenti e, in comunione con loro, asini, galline, capre, gatti e cani. Odor di miseria dappertutto. Per quanto la natura sia lussureggiante intorno alla vita umana, non la si vede più. Il fanciullo quasi nudo e sudicio che, a Nicotera, chiede l'elemosina di un tornese a Nèoro, il quale gli dà un pezzo da due lire, ricaccia violentemente indietro la visione delle vigne e degli uliveti in fiore, che li accompagnerà fino a casa. Forza senza fortuna, bellezza senza gioia: ecco la Calabria. Se non avessero il cuore grande
e luminoso per l'incontro che li attende, questi Rupe non potrebbero impedirsi di guardar la loro terra scoraggiati.
Ecco Gioia, ecco il Ponte sul Petrace, ecco la cantina di Fracà. Ancora dieci minuti. Sarebbero meno, se il treno non dovesse superar la salita di Monte Terso. Le valigie son già state tirate giù; Orsa e Anita si son messe il cappellino e i guanti; Nèoro e Leto son pallidi, e stanno a fianco a fianco, contendendosi con gli occhi la maniglia dello sportello. Tristano raccomanda di non aver furia, ma, chi lo ascolta? Il cuore galoppa nei petti come su una libera spiaggia, mescolando il suo battito a quello del mare. Il traforo di Traviano, ecco è infilato e lasciato ; ancora tre minuti: non si resiste; non si resiste proprio più. La mano di Culo di Ferronel posarsi sulla maniglia dello sportello, trema. Leto è come un uovo senza torlo. C'era un forellino nel guscio, e il piccolo sole giallo se n'è andato via all'inglese. Le ultime truppe di canne di agavi e di fichidindia presentan le armi al treno mentr'esce dal masso della Pietrosa, ed ecco la Cava, ecco le capanne degli sterratori, le case dirute dei signori lungo la spiaggia, poi, improvvisamente, dopo la voltata, si avventano contro il treno i baraccamenti della stazione. Pochi secondi ancora; ancora duecento metri; ora son solo cento; già il treno rallenta; si scorge la macchia della folla che aspetta; non si distingue ancora alcun viso; un fischio acuto; il treno stride sulle rotaie; un grido di Nèoro che ha scorto la mamma; un altro grido di Leto che ha pure visto la mamma; ed ecco il treno si ferma. Un accorrere di gente verso il vagone dei Rupe; e Nèoro che non aspetta gli si venga ad aprire; con un balzo è sulla banchina; evita le persone che lo cercano; punta verso la madre che anch'ella si fa luce nel gruppo del parentado, muove verso di lui con le braccia aperte e gli occhi velati: la distanza è bruciata in un momento dall'ansia che li divora; un ultimo grido di amore incarnato; ed ecco Nèoro è sul petto della sua mamma: Figlio , mamma . Poi non possono più parlare.
Sopraggiunge l'altro piccolo. Anche Leto ha evitato le persone -perfino Mariano - che gli volevan ritardare l'abbraccio materno, ma Milord, quello non ha potuto scansarlo. Appena l'ha scorto, la bestia è scattata verso di lui, chiamando in aiuto le ultime forze, quelle risparmiate per l'incontro solenne. Gli è andato addosso come una furia, lo ha coperto di linguate e di gemiti, e, giacché il piccolo, pur baciandolo freneticamente, voleva sfuggirgli, gli si è buttato di traverso, gli si è messo tra le gambe, lo ha costretto a fermarsi, a ribaciarlo, a fargli ancora tante carezze, e, solamente quando Leto gli ha detto supplichevole: Milord lasciami, la mamma mi aspetta , lui si è un po' 
calmato, e l'ha lasciato proseguire, però, subito dopo, gli è balzato alfianco, ha fatto la corsa a pari con lui, si che Donna Maria Rupe si vede piombare addosso il figliolino e il cane fedele, in uno: Mamma. Figlio. Mammiceddha mia Leto caro. Poi non possono più parlare.
E la gente ai finestrini a guardare il gruppo della Madre abbracciata dai figli e circondata dal parentado. Ora è la volta di Anita, e poi di Orsa, e, infine, di Tristano. La corona diventa sempre più folta. Ogni figlio è una fronda. E non ci son tutti. Ma ci vuole una reggia per contenere tra una settimana questi Rupe, e le creature che ormai seguono la loro sorte. E invece non c'è che una modesta baracchina coperta di lamiere, però con tante rose rampicanti che l'avvinghiano tutta, in un abbraccio fragrante.
Il capotreno non si decide a dare il segnale della partenza. Ed ecco Attisani, l'emulo di Culo di Ferro , gridare:
- Ha veduto, signor capo? Da oggi in poi quando passa davanti a Sarmùra la saluti almeno con tre fischi.
L'impiegato risponde suonando la tromba per tre volte, significativamente. E, a quella vittoria di Attisani, si risponde da terra e dai finestrini con un evviva. Poco dopo il treno parte, disperato di farsi inghiottire dalla lunghissima galleria di Bagnara, e i Rupe si avviano verso le carrozze, accolti da un gaio schioccar di fruste dei cocchieri di posta e dal tinnir delle sonagliere dei cavalli impazienti.
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CAPITOLO 2.
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La seconda ondata dei Rupe arriva a Sarmùra a pochi giorni di distanza dalla prima. Questa volta ci son proprio tutti. Gilda e Lina si son riunite a Cino e a Salèmi, a Torino, e, di là, han preso, tutti insieme, il treno per la Calabria. I nuovi arrivati fanno appena in tempo a sciacquarsi la faccia e a prendere il caffè, che Mariano fa trovar pronte tre grandi automobili davanti al cancello della Fornace. Dove si va? Mistero. Solo Mariano potrebbe rispondere ma egli si guarda bene dal dir cose precise. Si va a fare una certa visita a una signora amica. Non si poteva aspettare? Non si poteva. Anche Milord è della partita.
Nessuno, tranne la mamma che sa, sospetta la sorpresa che Mariano sta per fare ai suoi. Per non dar nell'occhio a Pietro con movimenti insoliti, il fratello, nelle passate settimane, è ricorso a Monteleone, per completare l'ammobiliamento della casa di Calimera, lasciata dai 
Lèuca in un grande abbandono. Cosi anche Pietro è all'oscuro di tutto. Egli comincia a subodorare qualche cosa quando vede, dopo Gioia, le macchine prender la direzione di Calimera. Pietro ha la memoria buona. Egli nella plaga s'è buscata la malaria con Mariano e il babbo. Quante volte ha fatto questa strada. E non sempre in automobile o a cavallo. Quasi sempre a piedi, e col cuore triste, al pensiero di quelle febbri che non si potevan vincere, e che ogni anno allontanavano i coloni dalla tenuta patema.
Al bivio tra Rosarno e Calimera l'automobile di testa, sulla quale son Mariano e la mamma, piega verso destra. Più nessun dubbio per Pietro. La signora amica da visitare non può essere che nella casa dei Lèuca, la casa che fu un giorno dei Rupe, come la tenuta che la cinge, e sulla quale pianse lacrime di sangue il babbo. Ecco il Nasilo che corre al mare con le sue scarse linfe, ecco, nelle lontananze, la foresta da cui il fiume scende, e dove lui - Pietro - ha passato con Mariano tante ore liete ed esaltanti, ad ascoltare il canto degli uccelli o la sinfonia del maestrale, a cacciare il cervo e il capriolo, o a cogliere i primi funghi, le prime castagne. Pietro è in piena rievocazione, quando l'automobile, infilata una stradina parallela alla provinciale, opera anche questa di Antonio Rupe, si ferma, dopo circa mezzo chilometro, davanti a un folto gruppo di case e di baraccamenti, dominati da una grande costruzione al centro. I Rupe scendon dalle macchine mentre alcuni coloni si affollano intorno a loro. Pietro grida con voce commossa:
- Mariano. Ma che significa tutto questo?
E il fratello:
- Per una strana combinazione la signora si trova proprio nella casa che fu un giorno nostra. Seguitemi, e vedrete...
Tutti gli vanno dietro, ed egli, dopo aver aperto il portone con le chiavi dategli dal fattore, conduce i fratelli al primo piano della casa. Nel grande salone, proprio alla parete principale, c'è appeso un maestoso ritratto di Antonio Rupe, eseguito, su un ingrandimento fotografico, da un pittore di Sarmùra, Carmelo La Scala. Il Capo dei Rupe è fissato al suo alto banco da disegno, mentre traccia il progetto del dominio di Calimera, tradotto in case, stalle, piantagioni, opere di bonifica. Il viso del colonizzatore è luminoso. Si sente ch'egli spera di vincere la sua battaglia, e che nessun ostacolo potrà fermarlo. L'inattesa apparizione patema, in quella casa dove tutto parla di lui, commuove intensamente i figli. Ma l'emozione maggiore la riceve forse la madre, alla quale Mariano ha tenuto segreto il particolare del ritratto. Donna Maria, che si regge al braccio di Tristano, impallidisce, e si sforza di tener le la
crime. Ma quelle le sgorgan calde dagli occhi. Il suo pianto chiama quello dei figli. Il ritratto del Morto diventa un altare. Ognuno offre all'Assente quanto di meglio racchiude nel cuore.
Il momento di dare ai fratelli la notizia della riconquista di Calimera è giunto. Mariano comunica il fatto con poche parole. Del resto esso è troppo grande di per sé per aver bisogno di amplificazioni. Egli dice:
- Voi sapete che il giovane duca di Cantoria ha voluto transigere la causa di Calimera. Io sono andato incontro al suo desiderio, ed abbiamo stabilito come cifra definitiva centottantamila lire. Aggiungendo a codesta somma altre ventimila lire, che son riuscito a procurarmi con relativa facilità, ho potuto riprendere ai Lèuca questa Calimera, dove, ne son sicuro, continua ad aggirarsi l'ombra del padre nostro. Non dubito che voi approverete il mio operato. Io sento, e anche voi dividerete questo mio sentire, che, se il babbo fosse qui, proverebbe una gioia sovrumana. Tanto basta per considerare questo momento decisivo nella nostra vita. Esso è cosi prodigiosamente bello, che se, in seguito, la Malasorte dovesse accanirsi contro di noi, noi potremmo sempre opporle questo grande ricordo. Ed ora abbracciamoci. E che il povero babbo dorma finalmente in pace il suo sonno. Noi l'abbiamo vendicato. Senza sacrifici di sangue. Lavorando e facendoci largo con l'ingegno e la probità. Uno per tutti, tutti per uno.
L'impressione che lascian le parole di Mariano è grande. Ognuno va incontro all'altro con le braccia aperte e gli occhi luccicanti, nei visi un po' smorti. Tutti insieme son figure da bassorilievo, dominate dalla grande ombra che seguita a lavorare al banco da disegno per la grandezza dei Rupe. Poi, i figli si riuniscono attorno alla Madre. E' l'ora sua e dell'assente, ch'ella sola deve rievocare, mentre si riconsacra Calimera, e, con Calimera, tutta una vita indomabile, avversata dalla Malasorte, ma, tuttavia, trionfante nella discendenza. Nulla turba il cerchio magico della gratitudine, dell'ammirazione e della nostalgia, in cui i figli racchiudono il ricordo della fatica prodigiosa e il segreto ammaestramento che ne scaturisce. Quando la madre termina di parlare pare ai dieci fratelli di svegliarsi da un dolce sogno che li ha ricacciati indietro di tanti anni, nel tempo. E se il pensiero delle morte stagioni suggerisce, tra le sue identificazioni, quella tra giovinezza e povertà; se la gioia presente non può scacciare una lieve malinconia, per quell'andare incessante delle ore che fa già un ricordo della riconquista di Calimera; tuttavia, la coscienza della personalità, del dilatarsi di Rupe, è tale fuoco da bruciare ogni oscuro presentimento, da dare, anche al più piccino di essi, la certezza che quattordici anni sono passati, è vero,
e non torneranno più, bruciati come sono per il loro amore, ma il senso di quella fatalità è il minor sacrificio che la vittoria d'oggi potesse loro richiedere. Forse Antonio Rupe non era morto sconfitto? O forse non aveva meritato dalla vita quanto loro? Giornata prodigiosa e decisiva. Mariano aveva detto bene. Qualunque agguato la sorte avesse voluto loro tendere nel futuro, sarebbe sempre rimasto il grande ricordo della consolazione di oggi a esaltare l'anima intirizzita nel tenebrore.
Poi, compiuto il rito della riconsacrazione ideale di Calimera all'Assente, comincia la presa di possesso fisica del dominio. Naturalmente, il primo a perlustrarne le immediate vicinanze, è Culo di Ferro . Non è passata mezz'ora ch'egli, tra i ragazzi delle famiglie coloniche, ha già scelto i ventidue giocatori del Calimera Foot-ball Clube dell' As-sociazione Sportiva Antonio Rupe . Egli ha portato un pallone con sé da Torino; l'ha lasciato a Sarmùra, non sapendo che cosa nascondesse la gita a Calimera; però spera di farselo mandare al più presto. Intanto indice gli allenamenti - salto, corsa, flessioni, eccetera - per l'indomani, alle sei del mattino, giacché Luglio picchia sodo, appena il sole gli tiene il sacco. Poi congeda i suoi poulains al grido di Hip hip hip Urrah, e li invita a ripetere il saluto. Il baccano dei ventidue ragazzi, ai quali si associano anche gli estranei, fa accorrere preoccupati i terrazzani e i Rupe, insieme.
- Niente paura... dice calmo Culo di Ferro . Questi ragazzi hanno un viso giallo che non mi va. Fanno certamente poco moto. Bisogna sgranchirgli le gambe. Il giorno che sposeranno Orsa e Pietro, daremo spettacolo di calcio. Ne prendo impegno. E se ne va verso il laghetto, distante circa seicento metri dalla casa, facendo segno a Leto di seguirlo. Leto vuol dire naturalmente Milord. Il cane, da quando il piccolo è arrivato, non l'ha lasciato un minuto. Di notte gli si stende sotto il letto, e si addormenta solo quando il suo idolo è entrato nel giardino dei sogni.
Mentre Nèoro e Leto badano al pittoresco, i loro fratelli cercano di farsi un'idea approssimativa dello stato in cui i Lèuca, dopo un possesso di quattordici anni, han lasciato Calimera. L'impressione generale è di colpevole abbandono. E la famiglia vede il dominio, dopo che Mariano si è dato anima e corpo a riparare i guasti più evidenti e immediati del malgoverno. Quando egli venne al possesso per le consegne, lo spettacolo delle vigne allacciate dagli abbracci mortali della gramigna; scarse di foglie e con fusti stenti; con grandi vuoti tra i filari, segno del trascurato ripianto; delle strade e dei viottoli rotti e invasi dall'erbe selvagge; delle cantine e delle stalle sprovviste di tutto; delle macchine
quasi inservibili; delle case e dei baraccamenti tenuti su coi denti; dei coloni famelici, fatalisti e un po' ebeti; delle opere, eseguite dal babbo per combattere la malaria, aggredite dall'ingiuria degli elementi, senza che gli uomini vi avessero posto rimedio; della foresta erosa sulle pendici dalle alluvioni e, qua e là, spaccata dagli uragani: la vista di tanta incuria fece per un momento dubitoso Mariano d'aver agito alla leggera, affascinato, a tal punto, dal significato affettivo di Calimera, da non cercare il più elementare sostegno materiale per la riconquista.
Poi la fede nei prodigi che l'amore, quand'è imito a voglia di fare, può compiere, gli diedero, passato il primo momento di perplessità, la felicità del fatto concluso, e, anzi, l'ebbrezza di potere innestare nella grande opera paterna lo sforzo della nuova rinascita. Lo stesso sentimento, che è sempre coscienza-Rupe in movimento, agisce in questo momento sui fratelli, intenti a visitare la tenuta, offrendo loro un altro campo di prova, sul quale misurare il proprio attaccamento al passato, e la tenacia, la quale ha dietro di sé troppa ricca messe, per dubitare dei frutti avvenire. Naturalmente bisognerà vigilare. Bisognerà pensare a Calimera come a una bellissima figliuola, nata bene, ma alla quale la balia abbia dato un latte malato. Bisognerà spendere, prima che la tenuta ritorni allo stato di felicità produttiva in cui la lasciò Antonio Rupe, e che i Lèuca, lontani, e solo intesi a spremere dai coloni, senza dar loro nulla come contropartita, non seppero conservare. Sacrifici. Oggi come ieri. Domani come oggi. E, chi sa, forse l'avvincente bellezza di Calimera è proprio in questo pretendere, senza dar nulla, a chi l'ama. Una figliola malata che altro può offrire ai genitori, se non la speranza della salute futura? Ma per lei essi si svenerebbero. Il loro compenso è nel prodigarsi; la loro gioia, nel sacrificarsi.
Del resto la situazione della famiglia Rupe può permettere in questo momento, senza dar preoccupazioni eccessive, la rimessa in frutto di Calimera. La Fornace, dopo la concessione dei mutui, lavora magnificamente. Pietro e Cino guadagnano bene. Tristano basta a se stesso. E anche Gilda. O press'a poco. I più piccoli hanno ancora il sussidio del terremoto. Essi formano, ora che Orsa esce di casa, un'unità amministrativa con Anita e Tristano. Il bilancio è quasi in pareggio. Orsa, sposandosi, non ha bisogno di nulla, giacché Salèmi è piazzato invidiabilmente tra gli avvocati torinesi. E poi è tanto disinteressato che non pare neppure fiorentino. Resta solo da pensare a Lina, fino a che non otterrà il divorzio, e non sposerà Guardi. Ella ha preso in affitto un piccolo appartamento a Milano, si fa quasi tutto da sé, per non pesare troppo sulla famiglia e, incoraggiata dall'esempio di Gilda, si propone
di mettersi seriamente a lavorare, senza, per altro, sapere da che parte cominciare. Intanto prende lezioni di lingue. Raffaello Guardi ha avuto delle proposte dal Metropolitandi New York per la rappresentazione dell'Opera che il pubblico del San Carloha contrastato per la sua novità. Anche per Lina l'avvenire si presenta come suggestiva scoperta del mondo. Cortaldo è ormai per lei il ricordo di un'altra esistenza.
Vanno i Rupe, a gruppi di tre e di quattro, per i filari dell'immenso podere e non fanno che imbastir progetti su progetti. Se i prezzi del vino salissero, e sarebbe tempo, dopo un rinvilio di dieci anni, Calimera vorrebbe dire la ricchezza. Però essi non tengono al danaro. Non pensano al frutto di Calimera indipendentemente da un potenziamento rivolto in dentro. Che il danaro della vendemmia futura possa servire ad altro che a far sempre più bello e ricco il dominio, non passa neppur per la mente, almeno in questo felice giorno, ai Rupe grandi e piccoli. Ricchezza di Calimera per la bellezza di Calimera. Ecco sotto quali aspetti si presenta il lavoro ricostruttivo di domani. Tutto ciò dà il segno della razza.
Progetti e predizioni. Ecco Giorgio predire a Cino, il quale sorride malizioso, già preparando le difese, gli attacchi dei soliti mentecatti, inclini a considerare la rivoluzione un fatto personale e la proprietà di Calimera un palese tradimento di qualunque idealità comunista da parte dei Rupe. Ed ecco Pietro predire a Tristano, il quale sorride amoroso, pensando a Elsa, che tra un anno sarà professore d'Università e convocherà la famiglia a Calimera per le sue nozze con quella tal Renata che gli è parsa un'ottima ragazza. Ed ecco Mariano predire alla mamma, la quale sorride felice, che Calimera riunirà ogni anno, per i mesi dell'estate tutta la famiglia, giacché non c'è Parigi che tenga - e si dice Parigi per abbracciare il mondo - davanti allo spettacolo d'una vendemmia di trecentomila piedi di vite, in un possesso, dove ogni zolla è umida del sudore di Rupe, e dove anche la gramigna è felice della propria spietata sterilità, per dar modo a Rupe di vincere con patimento, com'è suo costume. Ed ecco Gilda predire a Sara, la quale sorride tenera, che, tra un anno, avrà da Pietro una bimba e le metterà nome Calimera. Ed ecco Lina predire ad Anita, la quale sorride entusiasta, che Lauro Guardi verrà a ispirarsi alle bellezze di Calimera per una serie di paesaggi, destinati ad aver più successo del quadro ormai celebre di Saint Vincent. Ed ecco Orsa predire a Mariano, il quale sorride affettuoso, che Calimera lo assorbirà a tal punto che ne andrà a scapito la politica, poco male, soggiunge lei, e tanta salute per tutti. Ed ecco Nèoro predire a Gilda, la quale sorride accogliente, che a Calimera, e non a Parigi,
scriverà il libro che la deve far famosa. Ed ecco Leto predire a Nèoro, il quale sorride paterno, che, come materiale umano, il Calimera football Clube l' Associazione Sportiva Antonio Rupesuperano anche il Titanic. E cosi via. Calimera alla base di ogni progetto o profezia avvenire. E un sorriso, per secondare il vaticinio.
La gran giornata si svolge con quel ritmo largo e generoso delle cose nate sotto il segno della grazia. I coloni hanno preparato per accogliere i nuovi padroni la più bella frutta del possesso. L'uva non c'è ancora, ché lo zibibbo comincia appena a legare. Però, in compenso, che meravigliosi fichi, neri e di vigna, e che susine, e che albicocche, e che pere, e che pesche. Le canestre piene, adunate dai portatori nella stanza da pranzo, proprio sotto il ritratto di Antonio Rupe, hanno un significato simbolico di offerta primaticcia al Morto. Il profumo che emana dalla bella frutta è il medesimo di quello che entra dalle grandi finestre spalancate: profumo di zolle e di sole, di foglie e di germinazione. Oh gloria dell'estate. Ed anche per questo la sorte è stata prodiga con i Rupe. Il dono di Calimera, in un'altra stagione dell'anno, non sarebbe stato cosi pieno. L'estate, per esso, è il frutto dopo il fiore, l'affresco sopra il muro. I Rupe vedranno eternamente Calimera nella grande cornice del sole di luglio, in una vampa di fecondità che s'attacca anche alle pietre, in un concerto assordante di cicale, in un cantar di donne tra i filari, in un andar di carri per le strade, in uno svolio di uccelli da siepe a siepe, in un saettar di lucertole per i sentieri, in un incessante aprirsi di bacche, in un ondeggiare di pappi alla brezza. Estate. Maternità della terra.
Per preparare il pranzo, c'è naturalmente Nina. Essa arriva in automobile da Sarmùra. Quando i Rupe la vedono scendere dalla macchina, come una vera signora, l'accolgono con un evviva. E Nina, senza perdersi d'animo, risponde con estroso inchino. Poi fila ai fornelli, dove è solita far miracoli.
Infatti mezzogiorno è appena passato che la cuciniere, aiutata per l'occasione da tutte le donne della famiglia, mette i Rupe a tavola. Il pranzo è eccellente e allegrissimo. Esso si chiude con la richiesta, a gran voce, che Culo di Ferrofaccia un discorso. E lui:
- Perché poi io? Ma se qualcuno crede che io abbia paura di parlare eccomi pronto a smentirlo. Si capisce che parlerò come viene viene, senza misurare le frasi, giacché io debbo far l'aviatore, non l'uomo politico. Dirò dunque, eccellentissimi signori e gentili dame, che avete ben mangiato e meglio bevuto, che questa Calimera ce la siamo sudata mica male, ma, ora che l'abbiamo in nostra mano, guai a chi ce la tocca,
come disse Napoleone di quella corona che poi perdette, ma non per colpa sua, per scalogna. Però, a noi, nessuna scalogna può più arrivare, giacché ne abbiamo avuta troppa quando eravamo piccini, e anche la sfortuna, alla fin fine, si stanca di battere sempre su un chiodo. Calimera, signori miei, è superiore a qualunque immaginazione. I Lèuca l'hanno pelata in tutti i modi, ma la bellezza non gliel'hanno potuta levare. La foresta non l'ho ancora visitata, ma il laghetto si, ed anzi, dopo questo discorso, che già volge alla fine, farò il giro della tavola per raccogliere la somma che deve servire a farmi un sandolino. Spero che lor signori e gentili dame non se la squaglieranno, per non costringermi a maledirli alla calabrese, cioè con i seni scoperti. Va bene? Che debbo aggiungere, dopo il già detto? Che sono felice di trovare in questi giorni la mamma ringiovanita, che i suoi capelli bianchi non li vediamo neppure, che le auguriamo di campare altri cent'anni, che io non mi muoverei più di qui, che Sarmùra, pur restando il luogo dove siamo nati, è troppo triste con quelle case sventrate e quelle baracche brulicanti di cimici? Insomma prego la nobile compagnia che mi ascolta di voler completare col pensiero il mio discorso, e chiedo venia se io son nato per far l'aviatore. Datemi una cloche in mano e io solleverò il mondo... Ora passo col piattino...
 Culo di Ferrofa davvero il giro della tavola e raccoglie più di un centinaio di lire. La sua felicità è al colmo. Il sandolino è stato guadagnato con un colpo di genio.
- E tu Leto, non hai nulla da dire?
- No, mamma. Nèoro è stato grande. Potrei solo aggiungere che questo giorno è cosi bello che non dovrebbe finir mai. E invece finisce... Ne è già passato mezzo...
Finisce, Leto, come tutte le cose che furono sono e saranno. Né il tuo fragile cuore di fanciullo può nulla contro la fatalità del tempo che macina. Né può fermarlo l'orgoglioso grido dell'eroe. Siamo, e non siamo più. L'attimo che avanza reca già la morte dentro di sé. Calimera è nata stamattina per i Rupe, ed è già un po' morta. Dunque solo la speranza è l'eterna viva? Destinata a nutrirsi di se medesima, a respingere la prigione del fatto come negazione della sua perennità?
Ecco, tra un discorso e l'altro, tra una passeggiata e l'altra, le ore volano. Il pomeriggio è compreso nel battito di una pupilla.
E i Rupe sono arrivati alla sera. Prima che i lumi si accendano nella loro casa, l'avvicinarsi dell'ombra è annunziato da un ventarellino disceso dalla foresta a increspare l'acqua del lago e a staccare i pappi dai cardi, da un salmodiare di rane nei fossati, dagli assoli improvvisi
dei grilli. Tra poco le lucciole usciranno per la prima ronda. Intanto guardan le stelle e le pregano di affrettarsi a spegnere il cielo, se voglion far pompa. Qualcuna ha anche provato ad accendere la lampada in petto ma la sua meschinità l'ha atterrita.
La famiglia è ora riunita attorno al lume. Tutti hanno il cuore pieno ; le membra son dolcemente stanche; parlan solo con gli occhi, che per le bocche è l'ora del sorriso. Come la femmina nel sonno, cosi la terra, con la tenebra, odora più fortemente. Per le finestre spalancate si avventa la notte estiva col suo corpo invisibile, in cui le erbe e le creature versano i loro succhi fecondi. Tutto finisce, è vero. Ma il senso della pienezza cosmica, del distendersi dell'umano nell'universo, del rimpastarsi nella terra: questa illuminazione, che la maternità in atto dell'Estate suggerisce alla coscienza individuale, può bastare a colmare una vita. Entra la presenza invisibile nel circolo dei Rupe, portandovi un alto motivo di consolazione. Il gran giorno è ormai finito. Però, da ora e in eterno, il mondo è più ricco. Calimera non è più della terra, viaggia nello spàzio, diventata luce di stella, voce dell'universo, profumo del Tutto.
Vanno a letto i Rupe augurandosi i felici sogni nella casa riconquistata.
Ma qualche cosa lavora nelle radici di ognuno, qualche cosa di troppo vivo, di troppo forte, che non si placa. Perciò si rifugiano in gran parte alle finestre a guardar, per ore ed ore, lo stellato, e ad ascoltar la sinfonia della notte. E quelli che non lasciano il letto contemplano il quadratino azzurro, unica pupilla della stanza, con una strana ansia di evasione. Solo l'alba ridarà loro la felice concretezza di Calimera, ora divorata dalla tenebra.
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CAPITOLO 3.
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Il programma dei festeggiamenti nella giornata del triplice matrimonio - che, alle nòzze dei due Rupe, si sono aggiunte quelle di una giovane coppia di coloni del possesso - s'inizia alle nove del mattino con la partita di calcio tra il Calimera Foot-ball Clube l'associazione Sportiva Antonio Rupe . Nei mese circa, intercorso tra l'arrivo e la cerimonia nuziale, Culo di Ferro , aiutato da Leto, ha potuto ammaestrare alla meglio i figli dei terrazzani, iniziandoli alle bellezze dello sport in genere e a quelle del calcio in particolare. S'è dovuto mandare a Messina a comprare due palloni di ricambio, giacché, quello portato
da Torino, in una settimana, sotto quel continuo martellare di piedi vergini e cocciuti, aveva esalato l'anima. Oh Dio, quanto alla tecnica, il gioco dei piccoli coloni lasciava a desiderare. Però in compenso che ardore, che coraggio leonino, che resistenza. Naturalmente, comportamento un po' falloso. Ma l'arbitro, che era poi Culo di Ferro , giudice e parte, insieme, non badava troppo per il sottile, si che i cazzotti e le colluttazioni non si contavano. Nessuna recriminazione però. Chi più ne toccava, se le portava via.
La partita, alla quale assistono i Rupe e tutti i coloni del possesso -circa trecento - ai quali son da aggiungersi quelli di Fracà e i fornaciari del Trodio, termina alla pari, per la ragione che Culo di Ferroè capitano di tutt'e due le squadre. Nel primo tempo egli guida alla vittoria il Calimera , segnando cinque goals all'avversario, il quale reagisce per merito di Leto, e di Attisani - quest'ultimo chiamato per la circostanza da Sarmùra - con due punti. Nella ripresa Culo di Ferropassa a comandare l' Antonio Rupee segna sei goals al Calimera , ma, per errori del portiere, si vede infilata la porta per ben tre volte da Attisani, spostato all'altra squadra, per ristabilire l'equilibrio delle forze. Otto a otto. Partita pari. Né vincitori né vinti. Culo di Ferroè come sempre, il re dei cannonieri. Ha fatto da solo undici punti su sedici. A ruota, gli sta il bravo Attisani, il quale, essendo nuovo del gioco, s'è guadagnato i galloni sul campo. Nèoro lo premia con un abbraccio pubblico che è sottolineato da un grande applauso del contadiname e dei Rupe.
I tre sposalizi si celebreranno a mezzogiorno, l'ora piena. Ma già dalle dieci e mezzo, e cioè appena finito il match, parte dei coloni, per poter godere un buon posto al momento del matrimonio civile, si riunisce nella grande sala della casa, dominata dal ritratto del Maestro, sedendo giro giro alle pareti, e intrecciando commenti. Gli uomini han messo gli abiti della domenica, le maritate quelli del matrimonio, odorosi di spigo, attillati alla persona e stretti generalmente alla vita con un alto cinturino, fermato sul fianco da una nappina, da un fiocco o da una pioggia di fili dorati. Brillano sui petti muliebri, alle orecchie, ai polsi e alle dita, collane orecchini braccialetti anelli nuziali. Invece le schiette , cioè a dire le fanciulle, hanno vestiti semplicissimi, non portano ori, ma solo qualche catenina di argento ai polsi o al collo con la medaglia della Madonna. Però son lucenti come banane, quando escon dalla buccia.
I fornaciari del Trodio, comandati da Concetto e dallo Zi Ceo, sono al completo. Mancan solo Stilla, la moglie di Gianni lo Sfregiatodi
ventata pazza, due anni fa, per il dolore di non aver figli, e Caterina, la moglie di Fortunato Agresto, scappata a Napoli a far la malacristiana. Filomena la ddrudarùsa , alla quale gli anni hanno un po' incipriato i capelli, troneggia in mezzo al gruppo delle donne, tra le quali Cicca Malòma pitulia per dieci. Al fianco della moglie di Zi Ceo, è Grazia, l'antica passione di Leto, che ora ha un bambino di un anno al seno, e, più in là, Carmelina, una giovane che par la Madonna di Seminara tanto è nera e altera. Poi, mescolati, fornaciari e cavatori. Dei primi, generalissimo Concetto, sempre più intrattabile, e, dei secondi, comandante lo Zi Ceo, ovverosia Zi Nicola, come lo chiama, da quando è scoppiata la guerra balcanica, quella buona lana di Natale Monacella, per la sua rassomiglianza toccante con Re Nicola del Montenegro.
La gente della Fornace si è messa tutta ad un lato della sala. E' evidente che, appartandosi, essa vuol stabilire una gerarchia. Gerarchia della fedeltà nella sventura. Che oggi i Rupe son grandi. Bella fatica baciar la terra dove passano. Ma ieri? Ieri, quando alla Fornace si chiamava Leto a spartire, alla buona, il pane del mattino, la frisa , con un po' di tonnina per companatico, quando c'era? E, anche allora, che contegno quel piccolo Rupe. Se non lo andavano a strappare dai rami del fico, donde se ne stava a guardare il mare, non c'era verso che andasse a cercare la gente. E magari non aveva preso neppure una goccia di latte, a casa, che allora la miseria era sempre alla porta, e la paga ai fornaciari la si rimediava più con l'aiuto della Provvidenza che con la calce venduta. Acqua passata, e sia. Ma un tempo ha macinato, e tanto basta...
Tanto i coloni di Calimera che quelli di Fracà e i fornaciari non son venuti al matrimonio a mani vuote. Panieri di frutta fragrante; mazzi di galline legate per le zampe, povere bestiole; canestre di uova freschissime; forme di cacio catanzarese e provole grasse come anitroccoli; salsicce; bottiglie di vini vecchissimi e furibondi, di olii puri, di pomi-dori freschi, di vincotti, di amarene; scatole di latta piene di tonno, di acciughe, di funghi; vasetti di conserva; scocche di fichi secchi; collane di sorbe e di giuggiole: insomma ogni ben di Dio. E i poveri, in mancanza d'altro, han portato, chi un boccale d'acquamuta - quella miracolosa che le donne attingono nella notte di Natale, avvolto il capo nei panni neri e chi delle piantine di ruta; chi uno staccio e chi un corno di bue; chi uno zughi-zughi e chi un tamburello; chi una spoglia di serpe e chi un chiodo; chi una pallina di sale e chi una pietra del focolare: contro il malocchio e per la prosperità della casa. E i 
poverissimi, quelli che non han neppure la pelle addosso, han portato l'augurio sincero del cuore. E Donna Maria non li ha accolti con meno dolcezza, anzi la sua preferenza andava a loro che il Signore ha destinati al paradiso, per le sofferenze che durano in terra. Invece ha rimproverato quelli che avevan voluto fare assai più del loro dovere. Però accettava la prova di riguardo, ripromettendosi di contraccambiare largamente, ora e poi.
Tutta la roba è stata raccolta in una stanza della casa, tranne le galline che sono andate a finire nel pollaio, dove i galli, sei matamori dagli sproni da moschettiere, non hanno aspettato a calcarle, per dar loro il viatico dell'amore, nell'imminenza del gran passo.
In un'altra stanza, attigua a quella delle cibarie, sono stati raccolti i doni delle nozze. Quasi tutti belli e di valore. Salèmi ha regalato a Orsa un vezzo di perle; la mamma un bel damasco catanzarese per il letto; Mariano un magnifico smeraldo. Gli altri si son messi insieme per donare alla sorella gli orecchini di brillanti. E lei è rimasta contentissima.
Anche Sara ha avuto la prova del bene che le vogliono i Rupe. Pietro le ha regalato uno splendido zaffiro, Donna Maria una grande rosa d'oro del seicento, ricordo di famiglia, lavorata finissimamente, da mettere al fianco o sul petto, e Mariano, per tutti i fratelli, gli orecchini di perle. A lato dei doni, fanno pompa i corredi delle spose. E son quelli che attirano la massima curiosità delle donne. Le migliori ricamatrici della Calabria vi si son cimentate. Infatti le intenditore rimangon con gli occhi dietro la nuca, come si dice da noi.
Il sindaco e il prete (anche il prete, giacché Donna Maria, e Sara, e anche un pochino Orsa, han voluto cosi) arrivano verso le undici. E sono andati Mariano e Cino a prenderli a Rosarno. Allegrone il reverendo, e che lingua. Per tutto il tragitto non ha fatto che parlar lui, infilando previsioni sulla prossima battaglia elettorale, da politicante consumato. Qualche cosa si muove nelle sacrestie, ed egli la proclama a tutti i venti. In definitiva il suffragio universale segnerà il trionfo dell'idea religiosa. Se non formalmente, ma sostanzialmente, il non expedit è abolito. Si tratta, cara la mia gente, di dividersi il lavoro di domani. Le campagne son per noi, preti, la città per voi, socialisti. Il liberalismo va tramontando come costellazione politica. La parte più animosa si butta al nazionalismo, e quella più seria si fa rimorchiare da noi. Ormai Giolitti è stanco di far l'occhio di triglia a vossignorie. La guerra in Libia ha rotto un matrimonio di convenienza durato la bellezza
di tredici anni. E, d'altra parte, voi sovversivi avete oggi un Mussolini. Da quando lo dirige lui, l'avanti! è salito a centomila copie. L'uomo non scherza, sa quel che vuole, non ha paura neppure del diavolo, e soprattutto ha un fascino sulle folle. E' inutile nasconderlo. Ha il dono di farsi leggere. Magari l'articolo di Treves è più sottile, quello di Turati più paludato, ma, il suo, è il suo. Lo si conosce a un miglio di distanza. Lo leggiamo pure noi preti, è il colmo. Se Mussolini si mettesse in testa di scatenar la rivoluzione, potrebbe anche riuscirvi. Ma, e poi? Qui vi voglio, signori miei, anticristi giurati, giacobini di tre cotte. Ma credete davvero che il mondo si sia fatto in un giorno? E quando avrete buttato giù tutto, non dovrete ritornare indietro a ricostruire pezzo per pezzo? Perciò la via pacifica è sempre la migliore. Guardate il Cristianesimo. Ha vinto col martirio, con la predicazione, con l'esempio. Ci son voluti dei secoli ma alla fine ha stravinto. Dunque vie pacifiche. Voi nella città, noi nelle campagne. In fondo due socialismi. Rosso e nero. Dico male?
Né Mariano né Cino l'hanno contraddetto, ed egli è rimasto convinto di averli ammaliati con la sua dialettica. L'arrivo a Calimera gli ha impedito di continuare. Ma lui si ripromette di riprender la conversazione (veramente è stato un monologo) più tardi. Una calandra in piviale. Mandatelo presto in parlamento, signor Conte della Torre, altrimenti predicherà perfino alle serpi, come i Sanpaulari.
Intanto nella stanza dove si veston le spose, che daffare. Orsa e Sara han voluto con loro la contadina che ha ritardato di un mese il suo matrimonio, per aver la gioia di sposarsi in quello stesso giorno. La giovane colona si chiama Elvira, non è bella, ma ha la bocca fresca, gli occhi radiosi, il petto fiorentissimo, i fianchi solenni; dà soddisfazione al solo guardarla. Attorno a ognuna delle tre spose son le donne del parentado, che le aiutano a vestirsi. Lina e Gilda son perse dietro a Orsa; Anita e Nina dietro a Sara; due sue sorelle dietro a Elvira. Donna Maria, seduta nel centro della stanza, sta a guardare i tre gruppi. A volte, il suo pensiero va a Lina, a quel matrimonio fallito, e non può trattenere un sospiro. Ma ora è tanto felice, Lina. L'uomo che ama, anche a detta dei fratelli, è una degna persona, un grande musicista. Povero Cortaldo, però. Tanto buono anche lui. Destino. La madre nella sua fragrante giustizia non lo dimentica. Forse, se invece di Lina, si fosse innamorato di Orsa, chi sa. Ma anche Salèmi, che caro giovane. Via, tutto sia per il meglio. Oggi non è giorno di malinconia.
Gli abiti delle tre spose sono identici di qualità e di taglio. Son riusciti graziosissimi. Donna Maria ha voluto fare quel dono a Elvira.
Eguale in ogni cosa alla figlia e alla nuora. Vestito, cinturini, calze, scarpe, guanti: tutti simili nelle tre spose. Unica diversità, quella del colore del vestito di Sara, la quale, per essere vedova e con un bambino, non può pretendere il bianco lucente delle vergini. Essa veste di celeste. Il suo abito ha la stessa tinta del suo occhio. E, altra diversità più grande, quella che madre natura dà alla gente, impastando un viso più spirituale dell'altro, un corpo più avvenente dell'altro. E, contro quella, non c'è uguaglianza che tenga. In codesto campo, Sara è la più bella delle tre spose. Però Orsa la supera per vivezza e scatto. Ed Elvira vince le altre due per quei seni colmi, che vogliono urgentemente un bambino, nella cui rosea bocca riversare il fiore del latte e della vita.
Finalmente, una ventina di minuti, circa, prima della cerimonia nella cappelletta, dove già sermoneggia il reverendo, davanti a una rappresentanza del contadiname, le tre spose son pronte. Si forma, all'usanza popolare, un piccolo corteo, che, per arrivare all'altare, fa il giro del caseggiato tra due ali di popolo, il quale, in attesa di buttar confetti grano e fiori sulle coppie, quando ritornan dalla chiesa, si sfoga a gridare evviva, e a mandar benedizioni. Avanti a tutti sono Orsa e Giorgio. Dei due il più pallido è l'uomo. Orsa ha quel suo bell'occhio limpido che dice tutta la fede che l'anima. Vengon, dopo di loro, Sara e Pietro. Rupe è sereno. La donna uno splendore. Si comprende che sia emozionata nel vedersi tutti quegli occhi addosso. Ma, come si fa a non guardarla? Ultimi sono Elvira e Rocco Misaso. Lo sposo contadino non tocca terra nel vedersi tra tutta quella gente, a cui non si sente degno di lustrar le scarpe. Lei, Elvira, che, da qualche ora, pratica le padrone ed ha compreso la loro bella franchezza, è spigliata anche per Rocco, e, se quel suo magnifico seno lo si sorprende a palpitare visibilmente sotto la seta, il fatto non è da attribuire all'emozione, ma all'impetuosità del sangue.
Dopo le tre coppie, viene Donna Maria, la quale ha, ad un fianco, Mariano, e all'altro, Leto, il primo e l'ultimo figlio. Naturalmente, all'altro fianco di Leto, Milord. Poi seguono, Lina al braccio di Tristano, Gilda a quello di Cino, Anita a quello di Nèoro. I genitori di Salèmi non son potuti intervenire. Il loro posto è preso dai parenti dei due terrazzani. Quattro contadini dalle spalle già curve per la fatica e per gli stenti, dal viso buono e dall'occhio lucente. E infine Nina e Concetto, i quali si considerano, a buon diritto, parenti dei Rupe. Nina ha rinnovato un vestito color chermisino che le sta a 
meraviglia. Nel vederla, Mariano ha fatto un gesto di grata sorpresa, e la donna si è fatta forza per non volar da lui ad abbracciargli le ginocchia.
Seguono, al parentado, gl'invitati che son tutti amici intimi di casa, compagni di battaglie e di miseria. Ecco Alfredo De Marco, detto il tribuno , Salvatore di Pace, soprannominato viso geniale , Vincenzo Nostro, Enrico Mastracchi, Pasquale Creazzo, Francesco Lo Sardo, Mario Battaglini. Il socialismo calabrese si riassume nei loro nomi. Essi non potevan mancare alla festa dei Rupe.
Dei coetanei di Nèoro e di Leto è venuto solo Attisani, ma quello basta per mille. Egli si è messo in testa al corteo, a qualche distanza dalle coppie, e impone rispetto anche ai sassi. Ha le tasche piene di confetti e si propone di dare il làal getto, quando gli sposi ritorneranno dalla chiesa.
Però in chiesa lui non c'entra. Lascia che vadano gli altri a fare i baciapile. Mentre nella cappelletta si svolge il rito nuziale, Attisani, appoggiato a un muro, stritola confetti a quattro a quattro. Se qualche contadinello gliene chiede, egli non rifiuta di far la carità, ma pretende che si vada a cinquanta metri di distanza, nella vampa del sole, a gridare Viva Attisani . Naturalmente i monelli che accettan di gridare Viva Attisani , son parecchi, si che il prete, inviperito, a un certo punto del suo discorso, da quel continuo sacrilego vociare che gli spezza il filo, dice: Ma questo Attisani è uno scocciatore, perdincibacco. Non si potrebbe cucirgli la bocca? . Questa frase riportata all'intrepido emulo di Culo di Ferro , per poco non provoca una strage sulla persona del reverendo, più tardi. Ma intanto quel grido di Viva Attisani continua ad alzarsi nel solleone, col ritmo regolare degli avvenimenti fatali. Ed esso, più che la raccomandazione di Mariano al prete, affinchè riducesse, al minimo ragionevole, il suo elogio di chiusura del rito nuziale, ha il potere di smontare l'oratore, inducendolo a riassumere precipitosamente la sua predica. Malgrado questa piccola tragedia, la cerimonia lascia molto commosse le tre spose. Invece gli uomini son piuttosto freddi, specialmente Pietro e Salèmi, e il secondo assai più del primo. Egli si è piegato a quella servitù per mostrare la sua deferenza a Donna Maria. Ma il sacrificio gli pesa, e lo dicon chiaramente certe sue occhiate significative a Cino e a Mariano, mentre esce dalla cappelletta. Non vede poi l'ora di abbracciare quel brigante di Attisani. Senza di lui il prete avrebbe colto l'occasione del matrimonio per fare un discorso elettorale.
Fuori della cappella il corteo si ricompone. Comincia il getto dei confetti da parte della folla. Lo comanda naturalmente Attisani. Ma,
tra quelle che si è divorate, e quelle donate in sua gloria, il tremendo Fràcchi ha finito la sua riserva di pillolecome chiama lui i confetti. Ed allora egli si aiuta col gesto e con la voce, ottenendo, lo stesso, l'omaggio del popolo, che non risparmia né i confetti, né il grano, né i fiori, né la célia, né le nocciole (ognuno butta quello che ha) sulla testa delle coppie ormai unite in Cristo. Il cammino delle quali è cosi segnato dal piovere di quella buona roba, su cui si avventano i monelli appena il corteo è passato. Quando rientrano in casa, le spose hanno qualche fiore tra i capelli. Elvira con quei suoi spettacolosi seni ha fatto da bersaglio ai confetti. La donna dice felice a Orsa che se li sente tutti dolere.
Al pranzo sono invitati tutti. Quasi trecentocinquanta persone. Tavolata unica, sotto un'immensa graticciata coperta di foglie di canne, al riparo del sole. Al centro le tre coppie, aventi, ai lati, Donna Maria e Mariano, il reverendo e il sindaco. E poi gli altri, a piacimento. Tristano va a finire vicino a Carmelina, la madonna nera di Ceramida, e ottiene di farla uscire dal suo armato riserbo. Cino si è cercato il posto tra i genitori di Elvira, e li meraviglia con la sua scienza delle colture e delle malattie della vigna. Anita è alla destra del tribunoDi Marco, il quale finalmente la smette di parlar di materialismo storico, per attaccar discorsi galanti. Gilda è a lato dello Zi Ceo, il quale non sta nella pelle a dover fare da cavaliere alla signorina che viene da Parigi. Leto si mette al fianco di Grazia. Va bene che la sposina vergine di un tempo è ora una mamma, ed è accompagnata dal marito, un giovine spaccapietre che batte tutti sul metraggio della breccia accumulata in una giornata, ma ella è sempre la preferita di Leto. Nel vederla, dopo tanti anni, il ragazzo ha sentito un tuffo al sangue, ed anch'essa ha chinato un po' il viso sul petto, come se la sua maternità fosse una colpa davanti a lui. A fianco di Leto, su una sedia tutta per sé, proprio come un cristiano, è il vecchio Milord. Il padroncino gli riempie il piatto di buona roba, ed egli si fa un dovere di spolverare, leccandosi a lungo i baffi, e guardando in giro con l'aria di dire: Ho più diritto io che voi di stare a questa tavola. E' inutile che mi stiate a guardare come un fenomeno . Culo di Ferroè naturalmente vicino ad Attisani, il quale, mentre mangia a quattro palmenti, non tralascia di guardare a stracciasacco il prete, di cui gli è stata riferita la frase famosa. Ma il reverendo è troppo occupato a catechizzare Rocco Misaso per accorgersi delle occhiate omicide di Attisani, che egli non conosce. Nina, direttrice suprema della gigantesca mangiata, non ne ha voluto sapere di mettersi a tavola. D'altra parte a fianco di chi avrebbe potuto
sedere? Di Concetto forse, che, dal mattino, pare una pentola di malumore, perché quella veste chermisina, più adatta, secondo lui, a una malacristiana che a una fornaciara, lo sta mettendo sopra un tamburo? Ed allora meglio niente. E poi dar da mangiare a tante centinaia di persone con l'aiuto di donne, faticatrici si ma ruffellone e clamorose, non è impresa da poco. A un'altra capitana sarebbero già cadute le braccia. Lei invece, in quell'andare e venire di piatti, in quel reclamare degl'impazienti, in quel vociare che si alza sempre più a seconda che il signor vino lavora, ci trova il suo conto.
E là mangiata si svolge inappuntabilmente. Si è cominciato con un brodo per il quale avevan lasciato la pelle un centinaio di galline. E, nel brodo, diecine di polpettine per tazza. Tutto questo come antipasto.
Seguono i maccheroni di zita , quelli delle nozze, accompagnati da un ragù, il cui odore arrivava perfino al naso del prete, mentre leggeva il messale. Tra i maccheroni, spersi come piccoli soli, rossi d'uova sode.
Dopo i maccheroni ecco arrivare piatti di carne da far risuscitare i morti. Il vitello si alterna fraternamente col fagiano, la gallina con la pernice, il pollo col piccione, e tutti insieme spariscono nelle canne di quella brava gente che trova il Ciro e il Castiglione per accompagnare il pasto. Quindi viene il pesce. E chi si butta sul pesce spada, chi sul tonno, chi sulla cernia, chi sul cefalo. E ancora Ciro da spaccar le pietre. L'insalata di lattuga fresca e di pomodori nessuno la guarda. Invece il formaggio è attaccato con notevole combattività, se si pensa al cammino già fatto. Anche Milord è atterrito dalla lupa di quei terrazzani che lo circondano. Lui, dopo il piccione, ha fatto punto e basta, seguendo anche in questo il suo idolo, che aspetta la cassata per sferrare l'ultima offensiva.
Prima del dolce, che è rappresentato da una ventina di torte colossali, si chiede, da più parti, un brindisi. Il reverendo sarebbe pronto a improvvisarne parecchi, ma nessuno osa rivolgersi a lui. Parte da Mariano l'indicazione dello Zi Ceo. Il vecchio Zi' Nicola , un po' si fa pregare, poi si alza, e tenendo il bicchiere, dice rivolto a Orsa:
Quando nascisti tu, vaga beddhizza, Mamma ti parturiu senza duluri. Nascisti chiddhu journu d'allegrizza Chi li campani sonàvanu suli L'angeli ti calàru li pannizza E la Madonna li fasci d'amuri... Lu zùccaru ti dèzi la ducizza E la cannella lu bellu sapùri...
Un'ovazione corona l'epitalamio, in cui parla la più schietta poesia della gente di Calabria. Lo Zi Ceo accenna a voler continuare. Ristabilitosi il silenzio, egli dice rivolto questa volta a Sara:
O facci di 'na carta janca e fina Siti cchiù beddha vui ca no è la luna. Lu sufi, quandu spunta la matina, Li splenduri chi jetta, a vui li duna. D'oru vi meritati 'na catina e di rose e di gigli na cùruna. Di li cori vui siti la Regina E di la vita nostra la Patruna.
Si rinnova l'ovazione che lo Zi Ceo domina, facendo segno di voler compiere l'opera. Resta Elvira da salutare. Egli dice:
Com'un cristallu e 'na ndoràta tazza Luci assai cchiù di ll'oru la to' trizza. Quandu 'ssu jancu pettu si sdillazza Dùni a tutti li cori l'allegrizza. La to' abbundanza è fiuri di la razza E se la guardi odora la mundizza. Su vecchiu. E ti vorria 'nta li me brazza Pe' vidari Com'è la cuntentizza...
Poi a conclusione delle tre ottave:
Tazze d'oru e bicchieri d'argentu: Signore Zite ve fi rappresèntu.
Un inchino, e lo Zi Ceo siede, salutato da una vera tempesta di evviva e di battimani. Nello scegliere dai canti popolari, con la guida di un innato istinto poetico, egli è stato felicissimo. Dopo il suo brindisi, troppo bello perché l'adunata corra il pericolo di sciuparlo con altri, si grida da più parti affissione e si reclama la chiusura. E' special-mente il tribunoad agitarsi, per paura che il reverendo si butti all'offensiva. Approvate chiusure e affissione. Quindi si passa a far la festa alle torte.
Il simposio si chiude col passaggio dei confetti, dei cioccolatini e delle mandorle perline che non mancano mai in occasione delle nozze, nella più povera casa calabrese. Le sposine accompagnano le portatrici vuotando i vassoi nei grembiuli aperti delle donne. Filomena la ddrudarùsa , partecipe della gloria maritale, ha un trattamento leonino. Tutt'e tre le spose la baciano e la riempion di confetti. E, giacché
il vecchio Zi Ceo le sta a guardare intenerito, in uno slancio improvviso Orsa va a lui è gli butta le braccia al collo. E Sara ed Elvira la imitano. Commozione. Gli uomini dell'adunata si salvano bevendo rosolii su rosolii. Si beve anche per Piras che, proprio in questo momento da Torino, dove è rimasto a guardar lo studio di Cino, telegrafa alzando il bicchiere all'antico compagno d'armi, col quale ha diviso il pericolo mortale della Menscia: Bevo sergente Rupe alla sua felicità ricordando le ore del pozzo e quella nostra speranza di salvarci che ci veniva da Dio in persona. Abbracci. Piras .
Son quasi le quattro, quando Nina, levatisi gl'invitati dalla tavola, che pare un campo di battaglia, può mettersi a fare onore alla roba cucinata sotto il suo comando. Perfino Concetto è rimasto impressionato nel veder la moglie dirigere il banchetto da padreterna, e non borbotta più su quella tal veste chermisina, più adatta, secondo lui, a una malacristiana che a una fornaciara. Mariano trova modo di avvicinarsi a lei, e di ringraziarla con uno di quei suoi sorrisi che danno alla donna la gioia d'essere al mondo, di appartenergli fino alla follia, di ascoltare quel battito - che le si fa sempre più forte nella carne - del bambino suo, con la coscienza di creare un Messia. Non chiede altro Nina. Quel sorriso le basta.
Fino a sera baldoria. Se si toglie il tentativo, frustrato per miracolo, di quel monello di Attisani, che voleva rapire il reverendo, con l'aiuto di una cinquantina di ragazzi da lui sobillati, e trasportarlo nella foresta, per lasciarvelo un'intera notte, niente turba la bella festa del triplice matrimonio.
Verso il crepuscolo Orsa e Salèmi partono, e i Rupe li accompagnano fino alla stazione di Rosarno. Restano i terrazzani a Calimera a commentare con le loro dolci canzoni il sole ormai tramontato, la giornata svanita, la fugacità delle cose adorabili.
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CAPITOLO 4.
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Ed ecco una pagina staccata dal diario di Leto.
10 ottobre 1913. Non mi posso dar pace. Ho perso il sonno, la voglia di mangiare. Nulla più m'interessa. Quel cane era una gran cosa per me. Io son cresciuto con lui, l'ho visto tanto digiunare senza lamentarsi, è diventato vecchio volendomi bene. Milord, Milord caro, dove sei? Ma non senti che, senza di te, la vita non è più la stessa? Ma come
hai potuto lasciarmi? Dove credi di trovare uno che ti ami come me? Quanto ho camminato in queste settimane per rintracciarti. Nèoro mi ha aiutato ma, questa volta, lui che riesce in tutto, si è dovuto confessar vinto. Milord, Milord bello, Milord mammolino, caniceddhu nostro, cosa nostra, ti abbiamo chiamato dappertutto. E tu non ci hai risposto. Non hai potuto risponderci, perché, se ti fosse stato possibile, anche con un gemito, anche con una raspatina su una foglia, ti saresti fatto vivo. Fino a Sarmùra siamo andati, nella speranza che ti fossi nascosto là, abbiamo frugato dappertutto, tra le case, le baracche, in ogni covo, siamo scesi alla Marina, abbiamo domandato a tutti, ai mendicanti e agli zingari, ai frati e perfino ai picciotti. E' ormai passato un mese. Ho perduto ogni speranza. Ma non posso pensarti morto.
Eri vecchio, è vero, povero Milord, il tuo passo sempre più fiacco, e gli occhi un po' velati. Ma quel giorno che arrivammo sembravi un giovanotto. Che capriole, che mattie. E che buon odore avevi, odor di casa nostra. Vibravi come un campanello. Il tuo viso era umano, mi dicevi ch'eri felice di vedermi prima di morire. Oh anch'io, sai, Milord. Nel viaggio non avevo fatto che pensare a te. E, come avrei sofferto se tu non avessi sentito che arrivavo. Ma come potevi non sentire, tu ch'eri il più intelligente, il più buono, il più affettuoso di tutti?
In questi cinque anni non ho mai incontrato un cane per la strada senza fargli una carezza. Ma pareva di accarezzare te. Sentivi da lontano questo mio ricordo continuo? Son sicuro di si. E ogni volta che arrivava Mariano, una delle prime cose che gli chiedevo, era come stavi tu. Subito sopo la mamma, venivi tu, Milord, povero vecchione che avevo scordato d'abbracciare al momento della partenza. Chi sa che dolore hai avuto di vederti dimenticato dall'essere cui hai voluto più bene nella vita. Eppure non hai protestato, mi hai veduto partire, senza neppur emettere un gemito. Eri forse rimasto atterrito dal pallore della mia mamma, la quale si era separata da tanti figli, e non aveva neppur più la forza di respirare.
Eri vecchio, dovevi morire, un giorno, lo so, ma chi pensa alla morte, quando ci si vuol bene come noi ci volevamo? E proprio ora dovevi sparire che le cose nostre si son messe bene, e non c'era più paura per te di passare una vecchiaia affamata? Te l'eri guadagnata la tranquillità, povera bestia. Credo che pochi cani abbiano sofferto più fame di te, perché tu non eri di quelli che andavi a mendicare altrove, o a rovistare nell'immondizia. Quando avevi fame ti saziavi di sonno. Hai dormito per degli anni interi, Milord. E la mamma, che vedeva e capiva tutto, quante volte non ti ha serbato qualche cròzzolo, per darti
l'odore del pane, se non la sostanza. Ed ora, ora che potevi avere un litro di latte al mattino e uno alla sera, ora che potevi fare il signore e guardare dall'alto anche il cane del Re, dovevi morire. No, è troppo triste, non ci posso pensare. Finché non ti vedrò stecchito non crederò mai che tu sia morto. Perché dovresti essere morto, se non facevi male a nessuno, se non abbaiavi ormai che raramente e sempre alle ombre, se non avevi altro scopo che voler bene a me? I malvagi son tanti, dice Nèoro. Potrebbe essere che qualche assassino, avendoti sorpreso in luogo solitario ti abbia colpito a tradimento, non perché tu eri Milord, un cane come tutti gli altri, ma per colpire in te noi, per recarci un grande dolore, per privarci della tua affezione. Oh Milord, io spero che questo non sia stato. Già tanti sacrifici hai fatto per noi, per restarci fedele. Se anche la morte, l'amore per noi, ti avesse dovuto costare, chi si perdonerebbe mai di non averti guardato abbastanza, di non aver vigilato su te come su un bambino che rasenta i più terribili dirupi senza saperlo? Ah Milord, se un giorno ti si potesse ritrovare, come dovresti esser contento della disperazione che la tua scomparsa ha lasciato nella nostra casa. Non solo io, singhiozzavo e gridavo insieme, ma la mamma, Nèoro, Anita, perfino Mariano, avevan le lacrime agli occhi. Anche Gilda, se fosse stata con noi, avrebbe pianto, perché anch'ella ti voleva tanto bene, se pur non lo dimostrava apertamente, per non insuperbirti, come diceva lei. Mariano ha sguinzagliato i coloni in tutte le direzioni; lui stesso ci ha accompagnato nella foresta. Non abbiamo avuto fortuna. Tu eri sparito nell'aria come un dio di Omero, e non saresti riapparso più.
Sai a che cosa penso, alle volte, Milord? Che, sentendoti male, ti sia allontanato per non affliggerci nell'ora della tua agonia. Come avresti fatto male, povero vecchione. Con quale gioia ti avremmo curato, strappandoti alla morte. Ti avremmo visto a poco a poco rifiorire, ti avremmo accompagnato nelle prime passeggiate della convalescenza, e, per non affaticarti, ci saremmo fermati spesso. Tu ci avresti guardato negli occhi con le tue pupille serene per dirci che si poteva andare avanti un altro po', e noi avremmo ripreso a camminare, attenti alle tue minime mosse per cogliere il primo momento della stanchezza. Giacché ti conosciamo. Pur di non darci un pensiero, ti saresti lasciato morire lungo la strada.
E se proprio fosse stato destino che quest'estate, tanto felice per noi, si chiudesse con la tua fine, Milord, avresti dovuto restar lo stesso nella nostra casa. Avresti chiuso gli occhi vedendo noi attorno alla tua cuccia, ci avresti sentito singhiozzare, e te ne saresti andato un
po' consolato. E, morto, ti avremmo fatto il tambutèddhu, ti avremmo seppellito all'orlo della foresta, e ti saremmo spesso venuti a trovare, per dimostrarti il nostro grato ricordo. E, nella nostra assenza, non saresti mai restato solo. Il canto degli uccelli ti avrebbe fatto compagnia. E anche il mormorio della foresta, quando si sveglia nell'alba o quando la brezza della sera fa stormir le fronde.
Invece cosi? Ah Milord, povero vecchio. Sei andato a morire tra gente che non ti conosceva e non ti amava. Magari, sentendoti lamentare, ti ha scagliato un sasso e, appena sei spirato, ha buttato il tuo corpo in qualche dirupo perché l'acqua della fiumara lo portasse al mare o il sole lo struggesse a poco a poco.
Tra pochi giorni partirò. Le vacanze sono ormai finite. Il mosto già diventa vino nelle botti. Dappertutto cadono le foglie dagli alberi; le cicale sono morte. Ed io sono tanto triste.
Ma proprio non ci vedremo più, Milord, Milord bello, povero cane? Almeno, fin che sto qui, un barlume di speranza mi resta. La notte quando tutti dormono, e io non posso prender sonno, se sento un rumore, se battono alla porta, se un grido scoppia all'improvviso nella campagna, penso sempre che potresti esser tu che torni, o almeno qualcuno che ti abbia scoperto morto in qualche luogo. Ma quando io me ne sia andato? Se la mia presenza qui non vale a farti ritrovare, come potresti più tornare dopo la mia partenza?
Il giorno ch'io lascierò Calimera e la Calabria, quel giorno forse sentirò che tu sei morto per davvero, povero Milord, che non troverai più la via per arrivare fino a me. E anche per questo vedo avvicinarsi l'ora del distacco con paura. La mamma non la si riconosce più. Dimagra a vista d'occhio. Ma perché poi si deve partire? Perché si deve soffrire ad ogni costo? Tutti vorremmo stare uniti, non dividerci mai, ed intanto non facciamo che separarci continuamente. Orsa ormai ha la sua casa. Lina è a Milano. Gilda a Parigi. Ce n'andremo noi e la mamma resterà sola. Almeno, fino a ieri, c'eri tu, vecchio Milord, a tenerle compagnia. Tu le parlavi di tutto, della nostra infanzia, delle giornate belle e brutte, di tanti progetti che abbiamo fatto, di tanti che si sono realizzati, di tanti altri che non son venuti a compimento. Le parlavi insomma della nostra casa, povera ma lieta, dove si mangiava poco ma si sperava assai. E i tuoi colloqui senza parole erano i più graditi alla mamma, perché le permettevano di spaziare con l'immaginazione indietro negli anni, dandole la certezza che se aveva tanto sofferto, e senza chieder niente a nessuno, senza sfigurare mai, la sua famiglia avrebbe un giorno vinto, sarebbe stata di modello alle altre,
sarebbe arrivata dove ora è. Partito anche tu, vecchione, e senza far ritorno, a chi potrà la mamma dire coi sospiri la sua malinconia? C'è Sara, è vero, ma ella non sa nulla di come noi siamo cresciuti, delle nostre pene. Ci ha conosciuto quando eravamo già grandi. Invece tu, Milord, ci hai visto nascere, ci hai sentito balbettare le prime parole, hai mangiato il nostro stesso pane quando c'era, hai diviso la stessa fortuna. Via te, sparisce un pezzo della nostra vita, e niente può sostituirlo. Il nostro rimpianto non ha consolazione.
Ci rivedremo da morti, vecchione, se da vivi inseguiremo inutilmente questa speranza? La mamma, Anita, Nina, Sara ne son sicure. Invece Mariano alla mia domanda ha guardato nel vuoto e non ha risposto. Io non so, non so, ma mi pare che sarebbe bello se ci si potesse ritrovare, dopo morti, sentirsi toccare all'improvviso il braccio da un'ombra, e quell'ombra è il babbo, che ci ha veduto apparire dalla nebulosa, dove si muovono tante altre ombre, e ci è venuto incontro. E quel giorno, Milord, insieme con quella del babbo, un'altra ombra, ne son sicuro respirerebbe nell'aria la mia presenza, verrebbe a me, struscierebbe il muso contro le mie gambe, mi leccherebbe le mani, mi farebbe ogni sorta di feste. E quell'ombra saresti tu, povero vecchio cane, che sei sparito dalla mia vita senza dirmi addio, ma non per poco amore. Perché non volevi darmi il dolore della tua agonia. Io ti ricorderò sempre.
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CAPITOLO 5.
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Le elezioni generali, svoltesi alla fine del '13 col suffragio universale, confermano deputato di Sarmùra Mariano Rupe. Vittoria luminosa giacché rimangon tristemente famose le manovre di Giolitti per far trionfare i candidati cari al Governo, specialmente in Puglia e in Calabria. Ma a Sarmùra la corruzione e l'intimidazione giolittiane urtano contro l'insormontabile scoglio della devozione popolare ai Rupe. Anche a Cittanova trionfa Francesco Arcà, magnifico campione del sindacalismo calabrese, stimatissimo nelle sfere rivoluzionarie per la sua rettitudine e preparazione dottrinaria. I due vincitori, per quanto separati da divergenze nei riguardi della guerra libica, son fatti segno a grandi manifestazioni di popolo esultante. Un pubblico comizio è convocato a Sarmùra nel quale parlano i neo eletti. E giacché cominciano a trapelare gli accordi del conte Gentiioni, in uno sfondo di equivoco e di pettegolezzo, fumoso d'incenso di sacristia, la critica contro il Governo, che si butta in braccio alla reazione, per far da 
contrappeso alla minacciosa avanzata del socialismo, favorita dal suffragio universale, trova sulla bocca dei due oratori, ai quali si unisce Francesco Lo Sardo per il proletariato siciliano, accenti cosi fieri e minacciosi, che i ben pensanti di Sarmùra si vanno a rinchiudere nelle fragili baracche, nella tema che da un momento all'altro scoppi la rivoluzione.
In realtà, l'ora è piena d'incognite e di fermenti di guerra sociale. La nostra politica estera è incerta e vivacchia alla giornata. La stampa, che trae la sua ispirazione dalla Consulta, seguita a inneggiare alla feconda amicizia italo-austriaca, la cui convergenza d'interessi nell'Adriatico ha creato il regno di Albania, togliendo ai montenegrini Scutari, e precludendo ai serbi la via del mare. Ma, come segno di quella feconda amicizia , ecco i decreti Hohenlohe a Trieste e le violenze di Graz contro gli studenti italiani.
L'Austria cerca d'impadronirsi del monte Lowcen, facendo ogni sorta di pressioni sul Montenegro, ma, non per questo, cessano, nella stampa imbeccata, gli osanna alla Triplice rinnovata. Politica da servi sciocchi, dalla quale ci libererà la provvidenziale, insolente, suicida, baldanza con cui l'Austria, prendendo pretesto dall'assassinio di Serajevo, scatenerà la guerra europea. Senza gli errori fatali della diplomazia sedente alla Ballplatz, diretta dal conte Berchtold, noi rimarremmo aggiogati al pesante giogo militaresco degl'imperi centrali chi sa fino a quando.
Una politica più franca, ispirata non a influenze dinastiche, o a giochi di cancellerie, ma ai veri interessi della nazione, non è certo agevole, data la risaputa ostilità della Francia. Dà ombra alla nostra cugina non tanto il promettente sviluppo del nuovo Regno nei cinquantanni della sua unità, quanto l'esserci noi accostati a Vienna e a Berlino, senza una chiara coscienza di quello che l'alleanza potesse darci.
Era evidente che non ci potesse essere identità di vedute tra noi e uno Stato che, nella persona di Conrad e dell'arciduca Francesco Ferdinando, meditava di riprendersi, alla prima occasione, il Lombardo-Veneto e di restituire Roma al Papa. La nostra appartenenza alla Triplice era un atto di pura perdita. C'inimicava la Francia, contro la quale l'alleanza era diretta, e non otteneva dall'Austria alcun corrispettivo a Trento e Trieste. Non solo, ma, come si è visto all'epoca del terremoto calabro-siculo, e dello sbarco di Tripoli, lasciava aperta la pianura padana all'incombente minaccia degli eserciti, comandati dall'arciduca ereditario, nostro nemico giurato. Molto difficile, una diversa politica, tuttavia quest'essere esposti all'odio degli uni e al disprezzo degli altri non resta certo un capolavoro di destrezza per chi tenne
in mano il timone della Consulta dal Congresso di Berlino alla guerra europea.
Si aggiunga, in questo periodo, l'ostilità della Grecia, nutrita dalle difficoltà di fissare i confini meridionali dell'Albania, e dalla questione del Dodecaneso; quella della Turchia, che deve al lever de rideau tripolino, il formarsi della Quadruplice e la conseguente perdita dei domimi europei; quella dei serbi, che noi non abbiamo sostenuti contro il veto messo dall'Austria al loro affacciarsi al mare; quella larvata della Russia e dell'Inghilterra, facenti parte di altra costellazione politica, nata per controbilanciare la minaccia germanica, non solo alle frontiere naturali ma sui mercati mondiali: tutto questo ammesso, è chiaro che la navigazione della Consulta nelle acque dell'anno Terribile non è delle più tranquille, e che un ingavonamento è sempre alle viste.
Nella politica interna, le cose non van troppo meglio. Il fatto nuovo è il lento disgregarsi della maggioranza parlamentare, alla quale Giolitti deve la dittatura incontrastata di più di un decennio. L'uomo di Dronero, all'indomani delle elezioni, trova un insospettato mutamento nell'atmosfera del paese e della Camera. Lo si attacca violentemente su tutti i fronti, nelle piazze e in Parlamento, sui giornali e sui libri. Tutti gli argomenti son buoni per scalzarlo dal potere. La guerra di Libia; il modo come è stata condotta; i brogli elettorali, per i quali Giolitti si è meritato l'appellativo di Ministro della Malavita, e per cui un deputato ha invocato il giudizio dell'Alta Corte; il patto Gentiioni; i progetti tributari: sono i più importanti cavalli della battaglia dell'Estrema. Né Giolitti ha la sua solita bella sicurezza di domatore da circo per difendersi, né i suoi amici, ridono, come un tempo, delle scaramuccie parlamentari, affermando sprezzantemente: Essi discutono e noi votiamo! .
Fiutato il vento infido, il Dittatore cerca un pretesto per ritirarsi. Glielo forniscono i radicali, abbandonando le sue fortune. Ed egli rassegna le dimissioni. Gli succede Salandra, ma le cose non mutano per quel cambio della guardia nel campo, su cui imperversa l'inquietudine dei partiti e la grandinata del malcontento popolare, dovuto al perdurare della crisi economica. Soprattutto spiega la sua splendida intransigenza il Partito Socialista, agguerrito dalla vittoria nelle elezioni e martellato dalla quotidiana scuola di volontarismo mussoliniano, fermo nel pensiero del necessario bagno di sangue , unica catarsi possibile dell'idea rivoluzionaria che si fa atto e storia. E' l'ora dei grandi scioperi locali e nazionali che fanno incrociar le braccia a
centinaia di migliaia di lavoratori e che paralizzano la vita del Paese. Scioperi magnifici di compattezza, che provano l'alto morale delle masse, la loro capacità di sacrificio, la presa di coscienza del loro valore. La Confederazione li subisce a denti stretti. Il momento è dei rivoluzionari; e, per altro, l'Unione Sindacale, il nuovo organismo creato da Corridoni, trasferito da Parma a Milano per far breccia nelle organizzazioni, attira a sé sempre più grandi consensi. Necessità quindi di rintuzzare non solo il pericolo politico, derivante dallo spadroneggiare dell'estremismo nel Partito, ma quello strettamente organizzativo, dove i germi della dissoluzione si manifestano specialmente nella minaccia dello sciopero generale ferroviario, la cui effettuazione potrebbe aver conseguenze fatali. Fra l'altro quella di un'insurrezione.
Si va facendo nel popolo la convinzione della paura e dell'insufficienza avversaria nel fronteggiare gli avvenimenti. Il ripetersi degli scioperi è anche un modo per il proletariato di controllare la funzionalità dell'apparato repressivo padronale e statale. I padroni son più pronti a reagire, e le serrate non son rare. Invece il Governo si limita a sparare di quando in quando sulle masse, cercando poi di provare, con le denunzie dei delegati e degli agenti, che, ad aprire il fuoco, furono i sovversivi. Grandi accompagnamenti tra sventolio di bandiere rosse e canti solenni di solidarietà per le strade delle città spaurite; carri avanzanti a fatica sotto il peso delle cento corone che la dolce primavera ha composto con le sue mani per consolare l'ultimo viaggio dei caduti; orazioni funebri intrise di singhiozzi e invocanti vendetta; silenzi accorati delle moltitudini, dalla cui carne viva quelle giovani bare sono uscite, e seguiteranno ad uscire forse sempre; poi, al ritorno della marèa rossa, dai quieti cimiteri, il solito abbassarsi precipite delle saracinesche sui negozi, comandato dalla paura.
Stato d'animo singolare, per non dir tragico. La debolezza avversaria non crea nella massa il contrattacco immediato, spiegato con tutte le forze, e inquadrato in formazioni di combattimento, capaci di esercitare, almeno per il primo trapasso di potere dalle mani della borghesia in quelle socialiste, funzioni dittatoriali per la difesa annata della rivoluzione, per la creazione di un nuovo regime politico. Tutto si limita a lasciar libera mano a quel centinaio di animosi che, in ogni città, prendendo pretesto dalla crisi economica o dalla guerra di Libia, dal fatto di Masetti o da quello di Moroni, dallo sbarco a Vallona o dalla serrata tal dei tali, vanno a sbattere, quasi quotidianamente, contro i moschetti della Forza, coprendosi di gloria e di martirio, ma non spostando la situazione di un pollice. In conclusione, altri grandiosi
accompagnamenti per le strade cittadine, altre struggenti orazioni funebri, altri ritorni dai quieti cimiteri, scanditi dal precipite abbassarsi delle saracinesche sui negozi, altri scioperi di protesta, altre giornate di lavoro rinunziate, altri digiuni accettati, altri propositi di vendetta rimuginati; ma, quanto a rimedi leonini, zero. Quel tale organo di combattimento, oltre che di produzione, che avrebbe potuto essere il sindacato in cui ha sperato Cino Rupe, specialmente dopo l'apporto militare dato alla guerra di Libia dal popolo lavoratore, resta pura astrazione. I sindacalisti sono si alla testa degli scioperi, a dar prova d'intrepidità personale, di sensibilità politica, di capacità critica, di animosità contro i destri. Ma, quanto a preparare quelle tali unità scelte che possano, a un dato momento, opporsi ai battaglioni regi, e trascinare le masse alla conquista del potere, non ci pensan neppure. Pesa sul proletariato italiano e sui suoi capi una tradizione pacifista e messianica, che è il maggior ostacolo alla preparazione guerriera dell'insurrezione. C'è in essi come il disgusto fisico di dover ricorrere a quella macchina militarista, sulla quale batte da anni l'implacabile propaganda di Hervé, accolta con facile favore dappertutto, ed anche da noi. E, oltre al disgusto, la paura religiosa di servirsene, quasi che, da un simile contatto, potesse venirne ad essi infamia o servitù perpetua, o, comunque, la spaventosa prova della vitalità di quell'idra contro cui, nei comizi, nei giornali, nella Camera, nelle organizzazioni, non risparmiano frecce infocate e sarcasmi.
E nessuno, foss'anche il più risoluto, il più audace propagandista dell'azione diretta, sfugge al peso di questo ritegno. Le agitazioni che precedono la Settimana Rossason tutte a spiccato carattere antimilitarista. Generate, certo, da casi interessanti di prepotere monturato, e utili alla necessaria riforma del codice penale militare, esse appaiono sproporzionate ai fatti, se si pensa al rischio cui si andava incontro, e, soprattutto, pericolose al logoramento delle forze rivoluzionarie in azioni di dettaglio, senza scopo preciso e senza unità d'azione.
Anche su questo terreno, Mussolini è certo tra i più realistici e fattivi capi del socialismo nostrale. Egli potrà nei giorni della Settimana Rossagridare al proletariato sterminato dell'arena la necessità di armarsi, di avere la voluttà del pericolo, di spingersi in guerra per vendicare le vittime di oggi e di ieri, e scalzare questo regime basato sull'ingiustizia e sull'iniquità , ma la massa non ascolterà il suo monito. D'altronde, siamo alla porta coi sassi. Mentre da noi si accende il putiferio della piccola rivoluzione romagnola, l'arciduca Francesco Ferdinando si accinge a partire per la Bosnia, per fare il suo ingresso trionfale
a Serajevo. E, anche prima che scoppi l'eccidio di Ancona, che è la scintilla della Settimana Rossa , la Narodna Obrana ha tessuto la sua tela di ragno sulle due vite, alla cui sorte è legata la pace del mondo. Ananke. Ormai il destino dell'Europa è segnato.
Scoppierà la guerra, e gli uomini si troveranno improvvisamente davanti a uno specchio gelido e terribile. Si guarderanno, senza riconoscersi. Si parleranno, e le loro parole, o non avranno suono, o avranno perduto ogni senso. Le loro idee di ieri, fantasmi. Quelle di domani attende la morte a distillarle in una storta dove entrano il fango della trincea, il puzzo della carneficina e il grido d'agonia degl'imperatori, messi al muro dalle rivoluzioni trionfanti.
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CAPITOLO 6.
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In dicembre Lina ottiene il divorzio. In maggio è già sposata con Raffaello Guardi. Il suo viaggio di nozze ha per meta Calimera, dove la mamma è in faccende a preparare la casa per la prossima venuta dei figli. Ancora un mese, e tutto le riderà d'intorno. Bellissima primavera, ma lei l'ha appena veduta, presa dal suo mondo interiore, dai suoi ricordi.
Lina e il marito restano presso la mamma una settimana. Donna Maria rimane entusiasta dell'uomo che la figlia si è scelto per ricostruire la sua vita. L'ha ascoltato e osservato con grande attenzione, senza lasciarsi vincere da alcuna suggestione, ha cercato di scrutare fino in fondo ai suoi pensieri, l'ha capito. Un grand'uomo e un nobile cuore. Ora abbraccia in tutta la sua complessità la tragedia di Lina, dal giorno che il caso le mise vicino Guardi. Cortaldo, pur cosi buono, dovette apparirle un essere di un altro pianeta.
Donna Maria è grata alla figlia di averla esaudita nel suo desiderio di vederla presto risposata e sistemata. Era assurdo pensare che una donna come lei potesse vivere da sola a Milano dove dimorava il primo marito, e il nome dei Rupe non era sconosciuto. Prima che partisse da Calimera, la madre aveva voluto da Lina la promessa di accettare la mano che Guardi le offriva. La figlia non aveva ceduto senza sforzo. Certo, oltre al movente materno, aveva agito sulla sua decisione la supplica silenziosa di Raffaello. Ora che aveva accontentato l'una e l'altro si trovava ad essere la più felice di tutti. Felice. Lina è innamorata di Guardi a tal punto che si vergogna di confessarlo a se medesima. Innamorata dei suoi pensieri, dell'odore della sua carne, delle sue mani,
della sua voce. Lo starebbe ad adorare come un santo, se egli non la prendesse in giro, parando cosi la minaccia d'esser preso lui in giro da lei.
- Ditemi, Donna Maria, faceva cosi anche con l'altro, vero? Vorrei proprio saperlo...
- Diglielo mamma... Anche di più, mille volte di più... L'altro non aveva questo brutto muso che hai tu...
- Mi conforto pensando che io sarò meglio di quello che verrà... Consolazione postuma ma è sempre qualche cosa...
- Non ditelo neppure per scherzo... esclama la mamma con un sorriso un po' trasognato. Basta quanto ho sofferto in questi anni. Ora che le cose, con l'aiuto di Dio, son ritornate a posto, non dobbiamo cercar di sciuparle neppure con le parole... Io ho una gran paura delle parole... Mi pare che ci sia qualcuno dietro di noi che le ascolti e le annoti... E un giorno, quando meno ce lo aspettiamo, quando non ce le ricordiamo più, ecco che ci son mostrate da una mano invisibile, e ci riempion di sgomento...
Lina protesta contro la mamma, accarezzandola a lungo sui capelli:
- Però ora comincia a dare, tu, il buon esempio, non agitando spauracchi inesistenti. Non sei completamente felice? L'unica falla che c'era in famiglia è stata colmata con l'aiuto di questo brutto mostro che, per quanto mi faccia disperare, pure poteva esser peggio, lo riconosco...
- Bontà vostra, madonna Lina...
- Non c'è di che, Monsignore... E dunque, mamma? Tra un mese avrai qui, se non tutti, gran parte dei figli. Gilda ha promesso di passarci l'agosto, e si può esser certi che non mancherà. Cino dovrà venire a riposarsi perché, quest'inverno, ha lavorato moltissimo, e poi tutti quegli scioperi l'hanno affaticato. Mariano avrà parecchio da fare qui, e si occuperà un po' meno di politica. Alla fin fine quella è una gran corvée. Ombre all'orizzonte proprio nessuna. Noi partiamo per l'America e andiamo incontro alla ricchezza, perché di gloria non ne abbiamo più bisogno...
- Sempre modesta, madonna Lina.
- Ho appreso da voi, Monsignore... Insomma si annunzia un'estate anche più bella di quella scorsa. Chi sa che magnifica vendemmia... E' solo passato un anno, da quando Calimera è ritornata a noi, ma si sente che la terra, riconoscente per l'amore che le portiamo, vuol provarci che non è poi quella vecchia avara che si dice. Vedrai che farà miracoli, questa nostra Calimera. Essa è veramente adorabile. Non ho mai capito la sua bellezza come in questi giorni. Ho avuto la 
rivelazione che, ogni pianta, ogni frutto, ogni fiore, hanno un senso riposto per noi, e che, qualunque cosa ci accada, qualunque amarezza ci possa colpire, troveremo qui intatta la nostra giovinezza, il nostro conforto...
La voce di Lina, da scherzosa, si è fatta improvvisamente seria, quasi grave. Un attimo. Come quando nel brivido che ci attraversa da capo a piedi si sente passare la Morte. Ora tocca a Guardi protestare:
- E se ci godessimo queste ore belle, senza pensare a ciò che siamo stati ieri o a ciò che diverremo domani? Ha ragione Amleto: Nessuna cosa è buona o cattiva in se stessa. La rende tale soltanto il pensiero . Io metterò tra i tanti detti memorabili, che voglio appiccicare sulle pareti della mia casa, questa massima: Il passato è un'invenzione dei poeti e degl'ipocondriaci. In realtà non esiste . Lo so purtroppo che esiste, ma quell'avvertimento serve di disciplina morale... C'è poi una cosa peggio del passato, ed è almanaccare sul futuro. Altra scritta: Chi pensa all'avvenire vuol dire che ha fallito la sua vita d'oggi... . Lo so che anche questo non è vero, ma esso sta a indicare un orientamento pratico e ottimista. Mio Dio, c'è bisogno di credere in se stessi, più che di mangiare. Gran parte del disagio di cui soffre oggi l'Europa è costruita sul vuoto, sul malinteso, su immaginarie apocalissi di profeti sospetti, su indiscrezioni di giornali interessati, su interviste che non ebbero mai luogo, su brindisi cui lo champagne dà un'effervescenza momentanea, su prodezze un po' spinte di ufficialetti speronati e cialtroni come galletti di primo canto; ma, e la sostanza? Vuoto, vuoto assoluto. Di veramente serio, che faccia pensare a quelle catastrofi che periodicamente i pastori di popoli, attenti più ai trabocchetti delle cancellerie, che al bisogno di solidarietà delle nazioni, c'imbastiscono, con più o meno arte, con più o meno buona fede: nulla. I popoli son tutti concordi nel volere la pace. Sanno che le guerre non risolvon niente, e, al momento buono, s'imporrebbero alle dinastie e alle diplomazie, per impedirle. E, d'altra parte, l'aeroplano accumula di giorno in giorno le sue conquiste. E Marconi spiega al mondo i tesori della radiotelegrafia... Ecco qualche cosa di più importante dei romanzi più o meno interessanti dei profeti di sciagure. Certo son della vostra opinione, Donna Maria. Bisogna aver paura delle parole... Parlar meno e vivere di più. Vivere, avendo fiducia in se stessi e nella forza della ragione. Vivere senza sospetto, convincendosi che l'avvenire lo si crea, oltre che con le opere, con la fede in esso. Ma se basta che una suffragetta accoltelli la Venere del Velàzquez, o che il Kronprinz mandi un telegramma di plauso agli ufficiali di Zabern, per arguirne la prossima rovina dell'Europa, via, io dico che si sta perdendo il senso delle 
proporzioni, e che si rischia di far ridere i sassi... Tutto questo discorso non ha forse nulla a che fare con Calmiera e il suo rifugio ideale. Ma tu, Lina, l'hai provocato, e me ne renderai conto al più presto, anzi subito. Dieci baci, ecco. Tre sulla fronte, tre su ognuna delle due guance e uno sulla bocca. Madonna Lina è pregata di obbedire al suo signore, senza fiatare...
Lina obbedisce, e lui per punirla, non la contraccambia. La moglie gli dà un pizzico, di nascosto, ma Raffaello tien duro. E lei:
- Me la pagherete, Monsignore. Il meno che vi possa capitare è di esser buttato dai miei sgherri nella segreta del palazzo.
- Sopporterò il supplizio pensando a voi, Madonna...
- Che ragazzi... dice Donna Maria tentennando dolcemente il capo.
Vedono in questo momento, dalla finestra aperta, giù nello spiazzo, Nina che sta passeggiando col suo bambino tra le braccia, nel sole. Mentre cammina, la donna se lo sta a guardare con un'espressione di cosi illimitato e puro abbandono, da suggerire alla mente l'eterno gruppo della Madonna con Bambino consacrato dalla grande arte. Dice Guardi commosso:
- Ecco chi ci dà l'esempio di come bisogna vivere... Il suo bambino, e non chiede altro. A lei il caso di Masetti o il Protestantesimo dell'Ulster, l'assassinio di Calmette o l'incompatibilità tra Socialismo e Massoneria, non interessano affatto. Il suo mondo è tutto tra le sue braccia...
Lina si è appoggiata a lui, i suoi capelli sfiorano quelli del marito. Egli la stringe alla vita, e la sente fremere come la corda di un'arpa. Allora, davanti a quella giovane madre, che passa nel sole cullando il suo bambino, essi fanno il voto di un figlio.
Una settimana indimenticabile. Lina e Guardi se ne vanno da Calimera, lasciandovi il cuore. Il mondo che vedranno potrà esser più fastoso, e forse anche più pittoresco, ma una perfetta armonia di cose e di anime; quel sentire il legame tra i loro baci d'oggi e quelli che si eran dati prima di nascere; quel trovare nel profumo di una bacca, nel brillio di un filo d'erba, nel gracidare di una rana, nel passaggio di un lombrico, nel cadere di una foglia, nel volo di un maggiolino, l'eternità che si nasconde, come un cuore segreto, nelle cose effimere; quel convergere delle voci della natura nella sinfonia del loro amore; quel riguardare il mondo con gli occhi del mondo medesimo: tutto questo non è che di Calimera e dell'innocenza con la quale l'han saputa guardare. Il cuore di oggi è pieno. Quello di domani ha ancora da nascere.
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CAPITOLO 7.
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Seicento persone, tra repubblicani ed anarchici, che tengono alla Villa Rosa, ad Ancona, un privato comizio per protestare contro il divieto di esprimere in piazza le loro opinioni sulle compagnie di disciplina; un tentativo di formarsi in corteo allo scopo di raggiungere il centro della città, dove suona la musica, e dove sfila la rivista, giacché è il giorno dello Statuto; il solito commissario zelante e immaginoso che scorge in quel proposito la miccia accesa per la polveriera istituzionale, di cui è il guardiano; alcune sassate che piovono sulla Forza, ferendo qualche milite; il tempestivo colpo di rivoltella che non sai mai donde venga ma chi vada a colpire si; ed ecco il principio della famosa Settimana Rossa , la quale, sfrondata di tutto ciò che non le appartiene, e cioè la pazza paura della borghesia, avrebbe potuto diventare una cosa seria, se fosse stata ben preparata e meglio diretta. Non mancano, nella storia delle agitazioni operaie italiane, sommosse anche più gravi e cruente della Settimana Rossa , fallite, al pari di essa, per un medesimo vizio d'origine: la mancanza di coordinazione dei fatti, dovuta all'inesistenza di un piano strategico definitivo e di una Guardia Armata, organo supremo dell'insurrezione, che lo faccia eseguire, senza esclusione di colpi, mirando ai punti cruciali della struttura sociale. Scarsa perseveranza nell'azione; tendenza a improvvisare e a romantizzare tutto; poca conoscenza dell'avversario, dei suoi mezzi offensivi, della sua spietatezza; orrore istintivo del sangue; ripugnanza alla disciplina militare; pratica insufficiente delle armi da fuoco; amore dello spettacolo; abitudine a far da incudine, e raramente da martello: son questi i caratteri comuni ai sovversivi, non solo italiani ma europei, tra i quali si distaccano nettamente i russi e gli spagnoli: i primi, per certa loro indomabile tenacia e spregiudicatezza, che li può spingere fino al delitto comune, all' espropriazioneper fine rivoluzionario; e i secondi, sovversivi nati, più portati, però, all'azione terrorista isolata, che all'attacco in forze, secondo un piano prestabilito. I caratteri, cui sopra accennammo, si possono riassumere in uno: eccesso di fantasia. Ora, con la fantasia, è evidente che si possono stilare dei poemi, ma non si fanno le rivoluzioni di masse. Si tentano è vero, ma esse, nate dal caso, son destinate a finir nel caos.
Moti dei Fasci Siciliani del '93, della Lunigiana del '94, di Milano del '98; grande sciopero a tinta sindacalista del '904, definito un po'
pomposamente prova generale della Rivoluzione ; sciopero di Parma nel '908: sono, insieme con la Settimana Rossa , i vari anelli di una stessa catena che avrebbe dovuto fermarsi sulle fragili caviglie della borghesia nostrale, e farla schiava per sempre del rosso Sigfrido. E invece esse, o son cadute pesantemente per terra, non stringendo un bel nulla, o, nella maggior parte dei casi, per un'ironia storica, si son chiuse attorno al collo dell'eroe, partito per uccidere il drago col turcasso pieno di frecce di carta, e una canzone sul labbro.
La Settimana Rossaenumera notevoli episodi di coraggio personale e di ardente fede. Però le violenze inutili e il gusto della parata vi hanno predominio. Appena appreso l'eccidio di Ancona, Roma proclama lo sciopero generale di protesta. Malatesta piomba sul luogo della strage, dove l'eccitazione degli animi è grande, e in Piazza Roma tiene un comizio incendiario. Comincian le prime rappresaglie contro gli ufficiali. Un tenente è percosso e disarmato. Viene intanto attuato lo sciopero generale in tutta Italia. La seduta alla Camera è sospesa per mancanza del numero legale. E i deputati socialisti avrebbero preteso che fosse tolta in segno di lutto per le vittime rosse. Sempre l'amore della forma. La mareggiata sta sfondando i boccaporti ed essi curan di dar la vernice alle maniche a vento. Escon dalla Camera, e son bastonati e minacciati di peggio. Tra gli altri, Mariano Rupe è costretto a sparare in aria per liberarsi da un gruppo di nazionalisti che lo vuol picchiare. Si forma un corteo di ventimila persone che sale al Quirinale, acclamando al Re ed all'Esercito. Controreazione socialista. Centinaia di feriti, guardine piene, gli arrestati bastonati fino all'olio santo. Scoppia un nuovo conflitto ad Ancona. E' assalito un negozio d'armi. La folla occupa le strade sparando. Una bomba vien lanciata contro una caserma. Muore un altro dei feriti del sette. Questi caduti anconetani si presentano agli Elisi con un lugubre corteo. Dà l'esempio dei massimi sacrifici, Torino, roccaforte rossa. Due morti. Atmosfera di terrore a Firenze. Tre morti. Atmosfera di esaltazione a Napoli. Un morto. Ufficiali bastonati e disarmati a Genova. Un morto e diecine di feriti a Bari. Gravi violenze a Parma, altra roccaforte rossa. I funerali di Ancona si svolgono in mezzo alle fucilate. A Milano grandioso comizio all'Arena: più di centomila persone. Parlan Mussolini e Corridoni. Si precisan le responsabilità, quelle materiali e quelle morali. Agli agenti le prime. Al governo le altre. Si dà la parola d'ordine alle masse. Non farsi illusioni. Non aver pietà, occhio per occhio, dente per dente. Rispondere agitando un fazzoletto rosso a chi ti spara una fucilata è follia. La moltitudine si riversa esasperata in Piazza del Duomo. Mussolini è circondato da un gruppo di agenti, armati di nervi di bue e di bastoni ferrati. Un tremendo colpo si abbatte su lui. Cade stordito per terra e, sul suo corpo, si accende una mischia. Amilcare De Ambris gli fa scudo con la sua persona. Forse gli salva la vita. Finalmente Mussolini è sollevato e portato via. Ma resta Corridoni nelle unghie della polizia. Con le vesti a brandelli, perdendo sangue dal viso, egli è sospinto a bastonate e a calci verso la Galleria. Là un commissario gli dà il benvenuto colpendolo con tre bastonate in pieno viso. Poi lo conduce a San Vittore. Prima della serata ne entreranno seicento.
Il giorno dopo, la situazione a Milano peggiora. La cavalleria carica i dimostranti. Alcuni esercenti sparano, per difendersi da minacce di svaligiamenti. Sassate contro i treni. Un attentato alla dinamite al Ponte verso Piacenza. Gli arrestati salgono a mille.
Ma la situazione più critica si va delincando in Romagna. Arrivano d'ora in ora notizie allarmanti. La stazione e la pretura di Imola incendiate. Gravissimi disordini a Ravenna. Un commissario ferito a morte. Le comunicazioni con la città interrotte. Si dà fuoco alle porte delle chiese di Forl. La stazione di Castel Bolognese bruciata anch'essa. Quella di Foligno devastata. Vagoni rovesciati sui binari, pali telegrafici strappati. A Rimini distruzione degli uffici daziari. A Voltano abbattuti i dischi della ferrovia. Non si circola in nessun luogo, senza un lasciapassare dei partiti rivoluzionari. Si vocifera di repubbliche già proclamate in alcuni paesi. E, mentre la Romagna arde, altrove si seguita a lottare accanitamente. Altri tre morti a Napoli, in seguito a conflitti, e più di cinquanta feriti. Barricate per le strade a Parma. Il basso ferrarese completamente paralizzato: non funzionano né treni, né telegrafo; un possidente ucciso. Un muratore ucciso a Milano. Nuovo grande comizio all'Arena. Parla ancora Mussolini. Egli constata che lo sciopero va calando per colpa della Confederazione. Ma, se la borghesia, con le violenze compiute dai nazionalisti contro i deputati socialisti, mostra di volere un supplemento di guerra civile, l'avrà. Portare al centro della città la pressione delle masse. Occupare le piazze. Dopo il comizio tremenda sassaiola contro la Forza.
Lo sciopero precipita, ma la Romagna tien duro. Il generale Agliardi comandante della brigata Forl vien fermatoinsieme con due subalterni sulla strada di Ravenna, al Ponte Nuovo. Nel pomeriggio un drappello di cavalleggeri corre in suo soccorso. Per evitare una strage, il generale va incontro da solo allo squadrone. Intanto Ravenna è occupata militarmente. Molte chiese son devastate. Si tira a bersaglio sulle immagini sacre, si sputa nei cibori. A Mezzano, dopo aver incendiato la
chiesa, si costringe il parroco a spogliarsi e a passeggiare nudo, con un corteo alle spalle di Furie annate di forche e urlanti. A Massalombarda si pianta l'albero della libertà in piazza. Un pioppo parato con due bandiere nere, e tanta gente che vi danza freneticamente intorno. Al balcone del Municipio si strappa la bandiera nazionale, e la si sostituisce con una nera. A Fusignano si perquisiscono le case sospette per trovare armi; si sequestra un'automobile; si dividono provviste di grano e collane di salsicce. Ad Alfonsine s'incendiano la chiesa e, in parte, il municipio. A Bagnacavallo è distrutto il circolo monarchico. A Sant'Agata bruciata la casa del Comune. Son gli ultimi guizzi della fiamma. E' evidente che la Romagna da sola non può sostenere tutto il peso della sommossa. Son mancati quasi completamente i grandi centri operai. Il Mezzogiorno, se si toglie Napoli, completamente nullo. Cosi pure il Veneto. Ancona ha iniziato la sarabanda. Tocca a lei finirla. Gli ultimi disordini sono i suoi. Ma sbarcano in città i marinai di Cagni, e anch'essa si spegne. Ora si attende in Italia a seppellire i morti. E a medicare i feriti. Che son centinaia. Le carceri diventate agenzie di collocamento delle Camere del Lavoro. Che daffare per i secondini... Gli arrestati sono migliaia. E la primavera è tanto bella.
Uno dei morti di Torino è quell'anarchico che Cino ha incontrato all'Ospedale di Tripoli, Pessina. Non aveva dato più notizia di sé. Rupe pensava che fosse caduto nel seguito delle operazioni per la conquista dell'Oasi. Ed ecco che, proprio alla vigilia della Settimana Rossa , Pessina si presenta allo studio di Cino, più pallido e consumato di sempre, facendo sobbalzar per la sorpresa Piras, che è il Minosse dell'ufficio del suo protettore. Introdotto presso l'avvocato, Pessina si mostra piacevolmente sorpreso della fraterna accoglienza che Rupe gli fa. Questo non gl'impedisce, essendo il discorso caduto sulla politica, di fargli una critica serrata per i suoi articoli antitriplicisti. Punto di vista nazionale. Un internazionalista come Cino non si deve preoccupare delle trame delle diplomazie ai tavoli verdi delle conferenze dove si gioca all'azzardo col destino dei popoli. I popoli sapranno fare da sé, prima o poi. Quello che bisogna volere è la rivoluzione comunista e libertaria. Il proletariato serbo, con il porto sull'Adriatico o senza, rimane uno sfruttato, lo stesso, dalle sue caste militari. E cosi quello italiano. Si è visto cos'ha ottenuto con la guerra di Libia. Il più mangia il meno. I problemi nazionali si risolveranno col comuniSmo universale. Si risolveranno, cessando di esistere.
Pessina ha la sorpresa di sentirsi dire da Cino che gli dà ragione. In realtà, non da ora, Rupe ha compreso che la sua campagna antiaustriaca è stato un generoso errore, dovuto a quell'amore della discussione e della polemica, che è alla base della sua natura di cerebrale mediterraneo. Il primo sospetto di aver fatto un passo falso, gli è venuto dal plauso di quei tali marchands de canons avvoltoi delle guerre, ai quali non pareva vero di sfruttare l'aiuto di un uomo come Cino per quelle mire revanchistes cui, con grande sforzo, se pur dissimulandolo, tendeva lo sciovinismo francese. L'abbattimento della Triplice Alleanza, col conseguente avvicinamento franco-italiano, avrebbe affrettato l'accerchiamento della Germania e moltiplicato le occasioni della guerra futura. In questo senso Rupe era un troppo prezioso collaboratore, per non mettergli a disposizione i grandi giornali e fare un clamoroso battage attorno al suo nome. Ma questo calcolo, questo asservimento della sua polemica a dei fini poco puliti, non eran sfuggiti a Cino. Inoltre l'aver praticato Jaurès in quel periodo in cui il nazionalismo l'attaccava ferocemente per la sua campagna contro la ferma dei tre anni; quel sentirsi esaltare dalla stessa stampa che al grande tribuno largiva, senza risparmio, minacce e vituperi; l'avvertimento accorato di Mariano perché non insistesse su certe tesi che avrebbero potuto portarlo troppo lontano da quello ch'era stato, ed era tuttavia, il sogno della loro vita: la rivoluzione proletaria; il dissenso, infine, manifestatogli da alcuni capi del sindacalismo nostrale, a lui assai cari per comunanza di lotta e di pensiero: tutto quest'insieme di fattori aveva determinato una crisi intima di Cino, tanto più profonda in quanto, per orgoglio, s'era studiato di non lasciarla trapelare. Ma egli aspettava l'occasione per riguadagnare il terreno perduto. E l'occasione si era presentata con i grandi scioperi della primavera e dell'estate del '13. Cino si era prodigato, sostenendo la lotta ad oltranza, e capeggiando le agitazioni. Era apparso più estremista di tutti.
Pessina lascia lo studio di Rupe, dopo averlo succintamente informato dei suoi casi. La morte non l'ha voluto in Libia. Egli ha partecipato a parecchie azioni, senza riportare la più piccola scalfittura, e meritandosi due medaglie. Finché l'han rimandato in patria per curarsi i polmoni che gli si sfacevano ogni giorno più. Ha seguito la lotta politica dalle finestre dei tubercolosari. Mussolini gli pare l'uomo della situazione. Un individualista, un animatore. La sua ultima autodifesa alle Assise per i fatti di Rocca Gorga è quella di un Capo. La mossa contro la Massoneria un colpo da maestro. Purché non si stanchi. C'è troppo riformismo a Milano, troppo risotto. E' già un bel risultato che il rivoluzionario di Forl abbia scalzato la dittatura di tanti padreterni
che pontificano tra Galleria e via Manfredo Fanti. Non si sa più che farsene di discorsi, di tira e molla dottrinali. Ci voglion rivoltelle. Altro che scuole professionali operaie. Occorrono tiri a bersaglio. E cosi via, su questo tono.
Pessina lascia lo studio con la promessa di ritornare spesso. Rupe gli offre del danaro, ma lui lo rifiuta. Non saprebbe che farsene. La rivoltella in tasca ce l'ha già. Ora ha anche trovato lavoro. La primavera è tanto bella, quest'anno, ma i morti son frequenti. Tutto merito dei medici. Frequenti, quasi come nella brutta stagione. Perciò le casse da morto son ricercate. Non fa in tempo, Pessina, a finirne una che c'è il morto, alla porta della bottega, come un mendicante, pronto a saltarvi dentro. Brutto andarsene con questo bel sole? Non pare. Lui, Pessina, aspetta la buona uscita a qualunque stagione. Questa o quella, per me pari sono. Se ne esce dall'ufficio canticchiando.
Cino vede Pessina nel momento più emozionante della sommossa torinese. La cavalleria ha caricato la folla. Parecchie persone si dibattono sotto le zampe dei cavalli, mentre i dragoni tirano fendenti all'impazzata. Ed allora si vede un uomo pallido e consumato, vestito di nero, avanzar da solo, seguito unicamente dalla sua ombra, per una piazza battuta dal sole di giugno, con una piccola rivoltella nella destra e un fazzoletto rosso nella sinistra. Un momento di sbalordimento dei cavalieri e della moltitudine, stampata al muro per schivar l'urto delle bestie. Poi Pessina, il disperato della piazza è lui, disteso il braccio e irrigidita tutta la persona in una posa da monumento, scarica la sua arma gridando: Viva l'Anarchia! . Gemiti di colpiti e imprecazioni di vendetta. E un'ondata di cavalli schiumanti che si rompe, sprizzando scintille sull'uomo solo e lo abbatte, per sempre. La macchia nera ha cambiato colore, ecco tutto. L'ombra che seguiva alle spalle il destinato non c'è più. Svanita per sempre nel sole.
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PARTE SESTA
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CAPITOLO 1.
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Una domenica di fine giugno, tra mezzogiorno e il tocco. L'aria è limpida e il sole caldo. Gli uccelli cantano a gloria tra gli alberi; gli organetti di Barberia impazzano per le strade. La gente è già quasi tutta raccolta nelle case e pranza, o aspetta di mettersi a tavola. Il buon odor di cucinato impregna perfino i muri. Ma ci sono i babbi ritardata-ri, quelli che non la smetterebbero mai di parlare con i loro amici di culture, di politica, di pensioni, di processi; e ci son pure le mamme ritardatarie, quelle che non vanno se non alla messa di mezzogiorno, la più chic , e che non rientrano in casa, se prima non hanno fatto la loro passeggiatina nella strada elegante della città, la quale, in certe ore del giorno, si trasforma in un salotto. Ci sono anche questi genitori, e i loro piccoli li aspettano impazienti con le testine tra le stecche di ferro dei balconi. E, per ingannare l'attesa, mangiano qualche chicca, e anche del pane.
Tra mezzogiorno e il tocco. C'è anche la gente che non va a casa, perché a casa non c'è fuoco nei fornelli, e la pentola è attaccata al muro come arnese inservibile. Questa parte d'umanità, quando gli altri sono a tavola, riempie i parchi delle città, oppure passeggia lungo le sponde dei fiumi, guardando l'acqua. Nei giardini, qualcuno dorme lungo disteso sulle panche, qualche altro sonnecchia, cullato dal canto delle cicale, molti leggono, ma i più se ne stanno a guardare attoniti il vuoto. Non vedono il verde che li circonda. La magnificenza della natura è un libro chiuso per loro. Se non avessero la saliva incollata alla bocca, non farebbero che sputare.
Tra mezzogiorno e il tocco. Le campane delle torri han cessato di suonare. Però resta nell'aria il profumo di quel suono. Le campane di domenica hanno un timbro diverso. Paiono rallegrarsi di veder la gente in riposo, dopo una settimana di fatica. Pace sulle zolle, nelle case, nelle miniere, nelle fabbriche, negli uffici. E pace anche a voi, poveri disperati, che non avete una pentola che borbotti sul fuoco.
Una domenica qualunque. Di quelle che servono per inaugurare i monumenti, per posar le prime pietre dei nuovi edifici pubblici, per far le pesche di beneficenza, per decorar le insegnanti messe a riposo, per
eleggere i deputati, per premiare i cavalieri del lavoro, per rinnovare gli abiti alle corse, per organizzare gli spettacoli all'aperto. La giornata delle grandi cerimonie e degli svaghi. Incanto delle fiere di sobborgo, dei balli popolari, dei teatrini di burattini, delle feste patronali con i lampioncini veneziani a tutte le finestre.
Anche il giorno è qualunque. Posto sul tramontar del mese è li come un povero che aspetti di andarsene in punta di piedi, dopo aver mangiato il piatto di minestra datogli per elemosina, ma senza simpatia. Giacché viene dopo un giorno cosi importante per buona parte dell'umanità, il ventisette, esso vive quasi esclusivamente di luce riflessa. Ma si è appena consolato di vedere intorno a sé tanti visi distendersi, e una certa larghezza entrar nelle case, che gli tocca filare.
Anche l'ora, tra mezzogiorno e il tocco, è qualunque. Un'ora poco ben definita. Non è piti mattino e non è ancora pomeriggio. Fino a mezzogiorno, il tempo che vola non lo si vede. Ma, appena il mezzogiorno è scoccato, ecco che viene la malinconia. Addio giornata di festa. Sei appena venuta che già scappi. Per fortuna c'è il pranzo che fuma sulla tavola. Si scacciano i pensieri mangiando.
Anche il mese è qualunque. Il giugno non ha più la bellezza del maggio. L'afa si fa sentire. I selciati delle città cominciano ad aver la febbre. I terrazzani non arrivano a lavorare le glebe oltre le dieci del mattino. La terra è incalorita e butta gramigna in abbondanza. Molesta per evitare di esser molestata. Ha i denti della vipera dicono i contadini. Ma se ha questo potere perché aspettare il sole con ansia? Non è meglio il gelo eterno?
Tra mezzogiorno e il tocco dell'ultima domenica di giugno. Donna Maria ha terminato di pranzare, e si è seduta sul suo divano preferito. Per la stanza sfaccenda Nina, mentre Sara, affacciata alla finestra, canta in sordina. Delle tre donne, la madre dei Rupe si contenta, e le altre son proprio felici. Si contenta Donna Maria, perché, nel suo cuore, la gioia e la pena hanno egual diritto di asilo. Due ore fa, le è giunta la lettera che le annunzia l'arrivo dei figli da Torino per gioved. Ma tra essi non ci saranno né Lina, né Gilda, né Cino, né Orsa, né Salèmi. Lina tra un mese parte per l'America; Gilda ha rimandato le sue ferie per stare con Cino, il quale si è rifugiato a Parigi dopo i fatti della Settimana Rossagiacché l'Autorità lo cerca; Salèmi è uccel di bosco per la stessa ragione. Può esser la madre tranquilla?
Invece le altre due donne non hanno i suoi stessi motivi per star con l'animo sospeso di fronte all'avvenire. Da una settimana, Sara si è 
scoperta incinta, e quella maternità lei l'accoglie come una benedizione: è il coronamento del suo amore. Nina ha ottenuto proprio ieri da Concetto una specie di separazione personale. Deciso che non si debba più muover da Calimera. Mezzomoha paura di quel bambino che è troppo bello, quasi un angelo, per esser creduto suo. Dunque, se ne resti la donna appartata più che può. E quella diavola scatenata pronta a dargli ragione. Se non diventa matta dalla gioia, è un miracolo.
Dice Sara voltandosi verso Donna Maria:
- Ma sentite questi passeri? Paiono impazziti. Gli altri anni non era cosi. Ce n'era la metà, e poi eran meno gai, meno chiacchieroni. Son sempre a comizio...
- Si sfogano, povere bestiole. Loro almeno non hanno paura che il giudice gli spicchi contro il mandato di cattura. Han solo da render conto al Signore.
- Ai passeri va sempre bene... esclama Nina. D'inverno e d'estate, sempre festa per loro...
- Non lo dire... ammonisce dolcemente Donna Maria. Una nidiata di passeri che un uragano improvviso abbia snidato da un albero o da un tetto è una delle cose più pietose che si possano vedere... Pare che il vento o la pioggia sferzante tolga loro la forza delle ali. Non fan che saltellare per terra senza potersi sollevare, poi, sfiniti, rinunziano a volare, e se ne stanno immobili, raggricciati su se stessi, a farsi staffilare dal temporale. A volte, quando esso è finito, li si raccoglie morti... E che gioia, quando si riesce, mettendoli tra le lane, a salvarne qualcuno... Pare d'aver conteso una cosa preziosa al destino...
- Anch'io, Donna Maria, ho tanta paura dei tuoni... dice Sara segnandosi. Mi sento sconvolgere tutta, quando piombano sulla casa. Vi ricordate alla fine di maggio? Pareva che ce l'avessero proprio con noi...
- A me, invece - dice Nina - fan più paura i fulmini. Una mia nonna mori allampata. Il fulmine andò proprio a cercarla a letto. Girò tutta la casa, finché la trovò. E là, Cristo aiutaci, non le dette neppure il tempo di farsi il segno della croce. La trovammo incenerita...
Silenzio.
Entra dalla cucina una giovine colona, aiutante di Nina nel governo della casa, portando il caffè. Donna Maria e la nuora sorbiscono lentamente la bevanda, che trovano eccellente. Nina si riserba quel vizioper le grandi feste comandate. Oggi non è che una domenica qualunque, quindi niente.
- Brava, Micuddha - dice la padrona - stai imparando a fare un buon caffè. Quando ti sposi verremo a cantare in tuo onore.
- C'è tempo, signora. Prima di me si debbon maritare tre sorelle. Se i prezzi del vino salissero, sarebbe possibile ma, per ora, tante belle cose non si vedono. Tutti aspettan la vendemmia come una manna.
- Speriamo, Micuddha. A volte quello che pare cosi lontano è invece a portata di mano. E succede anche l'opposto, mio Dio...
Silenzio.
- Comare Nina - dice Micuddha - fatemi aggiustare il macinino del caffè. Stamattina non ne voleva sapere di marciare... Pareva fosse incantato, finché si è allentata la manovella.
- Altro che incantato. Sei tu che struggeresti il ferro con quelle pale che ti fanno da mani. Il ferro, te lo dico io. Pare impossibile...
Tra mezzogiorno e il tocco dell'ultima domenica di giugno. Pietro è a colloquio, nel carcere di Sarmùra, con Nino Fame detto Malaspina, là detenuto. Il famoso camorrista, catturato per il tradimento di un suo fido, fa da quasi tre anni la spola da una prigione all'altra. Ha subito molti processi, e si è buscato, in tutto, tredici anni di reclusione. Ora è a Sarmùra, perché chiamato a testimoniare in favore di un picciotto, ch'egli ha tenuto a battesimo. Saputo che Pietro Rupe era in paese gli ha mandato una fibbiaper avvertirlo che avrebbe avuto piacere di parlare con lui. Pietro va immediatamente a trovarlo, con le tasche piene di sigarette. Il bandito rimane toccato da quell'attenzione.
- Don Pietro vi siete voluto disturbare. A quest'ora, e con le sigarette... Non meritavo tanto.
- Che cosa dite, Don Nino. Son venuto oggi perché non lavoro, e a quest'ora perché per me è la più comoda. Io vado a tavola quando gli altri la lasciano. E poi attualmente sono solo. I miei sono tutti a Cali-mera.
- Ah, ho sentito che il possesso, per cui vostro padre ha sudato sangue, è ritornato a voi. Non vi posso dir la mia soddisfazione. Io ho conosciuto Don Antonio Rupe proprio a Calimera. Si vede che c'è un Dio, anche se non lo s'incontra tutti i giorni.
- Siete un poco triste, Don Nino. Non dovete scoraggiarvi. Un leone come voi. Il tempo della detenzione passerà. Qualche amnistia verrà, statene sicuro...
- Credete che m'importi il carcere in se stesso? No, non è questo. Ma mi fa dispiacere vedere tanti cristianiscavallati da infami che non sarebbero degni di vuotare il bugliolo .
- E' sempre stato cos, Don Nino. Il mondo non è mai stato dei forti, ma dei furbi.
- Forse avete ragione, Don Pietro. Però non dovrebbe essere cosi... bisogna proprio incarognirsi, buttarsi sotto bandiera. Ed allora tutti si fanno in quattro a premiare la vostra infamità. La società mi pare una federazione di leghe di vigliacchi contro pochi isolati. Due sono i casi. O quei pochi riescono a far diventare cristianii tanti, o questi fanno diventare infami anche quei pochi. Di qui non si scappa.
Silenzio. Malaspina riprende:
- E vostro fratello Cino? Quello ce l'ho proprio nel cuore... Pensare che, se avesse voluto lui, a quest'ora avremmo fatto la pelle a tutti i proprietari della Calabria. So che ha dovuto fuggire a Parigi, dopo i fatti della Settimana Rossa . Che fegato, quel giovinotto. Sempre in prima fila. Peccato che non sia seguito. I socialisti abbaiano, ma non mordono. Tutto quello di cui eran capaci l'han dimostrato venti giorni fa. Di più non faranno mai. Se alzassero la cresta, ci penserebbe il governo a mitragliarli nelle piazze. Per ora si contenta di metterli al fresco. Si dice che le carceri siano gremite. Qui a Sarmùra hanno arrestato il solito Polimèni, poveraccio. Almeno avesse dato tante legnate all'avvocato Licerta e ai suoi pari... Ma che... Neanche quello. Io ho ordinato di portarlo nella mia camerata, dove è trattato come un principe. Viene di branda dopo di me e siede alla mia diritta, a tavola...
- Dove andrete, dopo Sarmùra, Don Nino?
- Ritorno a Volterra. Non è allegro, ma giacché non c'è altro da fare...
- Se volete essere mandato in qualche altra casa di pena, possiamo interessarci.
- Vi ringrazio. E' inutile. Dappertutto l'acqua è salata. Non c'è che un cataclisma che possa metter tutto a posto. Ecco, ci vorrebbe un terremoto del ventotto dicembre ogni anno. I pochi che resterebbero in piedi vivrebbero alla meno peggio. Ma cosi...
Silenzio.
Il breve colloquio è finito, e il secondino agita il mazzo delle chiavi per farlo capire. Pietro abbraccia Malaspina, commovendo col suo gesto il Capocamorra.
- Abbracciatemi l'onorevole Don Mariano e l'avvocato. E ditegli che non mi dimentichino del tutto. Io penso sempre a loro...
- Vedremo di fare qualche cosa per voi.
- Difficile. Il male è qui, ormai.
E si tocca il petto, proprio sul cuore. Poi si volta bruscamente, e se ne va, seguito dal custode.
Pietro lascia Malaspina rattristato. Quel ribelle con la freccia nel fianco simboleggia nella mente di Rupe tutte le libertà cariche di catene, le quali, non sostenute più dalla fede, ripiegano stanche, su se stesse, anelando all'ombra e all'oblio.
Tra mezzogiorno e il tocco dell'ultima domenica di giugno. Mariano sta pranzando in una trattoria romana con Cecè Verderame. Cecè è conosciuto a Roma come la betonica. Egli è nel mondo politico quello che è la mosca per la buina. Amico di persone influenti, di deputati e anche di eccellenze, ai quali rende servizi non sempre lecitissimi; scrittore di fogli che nessuno ha mai visto, sui quali tratta di qualunque argomento: di letteratura, di arte, di politica, di scienza; sedicente marchese, e in realtà figlio di un povero scarparo siciliano; sbafatore emerito e stoccatore micidialissimo; ricattatore in pectore , perciò temuto e trattato con familiarità da gente che, in altra sede, al di fuori della brutta politica, non oserebbe toccarlo con le pinze; annunziatore di combinazioni ministeriali, esistenti solo nella sua mente o in quella di qualche miserabile àscaro, suo amico; senza opinioni politiche definite per potere essere amico di tutti, e a tutti strappare il foglio da cinquanta o il pasto o la raccomandazioncella per terze persone passibili di mungimento: Cecè Verderame è il tipico prodotto di quel basso politicantismo che si annida nelle capitali, e che fa pensare ai Parlamenti come a delle fogne piene di gatti morti e di aborti avvolti nelle pezze nere.
Mariano Rupe ha Cecè alle costole, da stamani. Di tutto ha fatto per levarsi quella piattola di torno. La cocciutaggine di Cecè è stata sublime. Si è seduto al tavolo della trattoria in faccia a Mariano che non lo guarda neppure, e ha ordinato gli spaghetti con le vongole e il fritto di triglie, sapendo che paga l'amico suo:
- Ma la cosa più divertente mi è successa ieri. Ero all'Aragno con Claudio e Oddino (sarebbero Treves e Morgari ch'egli chiama familiarmente col nome di battesimo, ed è quasi certo che quelli non gli han mai rivolta la parola), quando vediamo entrare il gran Costantino (Lazzari). Sapete dice quest'ultimo con aria di trionfo che ho scoperto chi è che fa i discorsi al Sottosegretario...(e qui Cecè abbassa tanto la voce che Mariano non afferra neppure il nome che l'altro ha pronunziato, né si cura Rupe di domandarlo, convinto com'è che si tratta di sciocche fandonie). E Costantino nomina 
l'avvocato Fasulo, sa, uno dei firmatari del Patto Gentiioni, una brava persona certamente, ma di valore zero. A quel punto, io non ho potuto trattenere il riso. E Oddino insospettito: E se fossi tu Cecè che aiuti Fasulo a fare i discorsi a Sua Eccellenza? . Ed io: Ma che ti piglia, Oddino. I miei discorsi si capirebbero lontano un miglio, hanno uno stile troppo riconoscitivo, una personalità . Ma allora perché hai riso? Ho riso perché ho il cuor contento, ecco tutto. E la cosa è finita li, ma i tre amici deputati son rimasti con la convinzione che sia proprio io l'ispiratore di Sua Eccellenza. Purché la voce non si propaghi. Starei fresco. Proprio ora che ho bisogno dell'aiuto del Sottosegretario per certe concessioni demaniali in Sicilia. Sarebbe la rovina assoluta per me.
- A me lo può dire, Cecè - chiede Mariano divertito, malgrado lui. E' lei l'ispiratore? Sarò una tomba, ne può esser sicuro.
- Mi dà la sua parola d'onore, Onorevole Rupe?
- Ma diamine.
- Oh, non ch'io dubiti di lei, mi guarderei bene. Ma la cosa, vede, Onorevole, è tanto delicata. E poi Sua Eccellenza è un'ottima persona. E' rammollito, poveretto, ma questa non è colpa sua. Almeno lui sa di non valere un fico, e si dà daffare per cercare chi lo aiuti, chi lo consigli. E cosi mostra di aver buon senso, le pare? Invece ci son tanti palloni gonfiati che, invece di baciare i piedi a chi non è al potere, a chi si contenta di restar nell'ombra, e di far figurare gli altri, li guardan dall'alto in basso. Il mio caso... Oh, io non mi lamento della mia sorte. Certo, se avessi voluto, con la penna che ho a mia disposizione, con la mia travolgente oratoria, chi sa dove sarei potuto arrivare... Invece, niente... Vedo salire gli altri, e faccio quel che posso per aiutarli a far le scale a quattro a quattro. E' il mio destino, e l'accetto.
- Un vero martire, Cecè... A vederla cosi non si direbbe...
- La mia vita, Onorevole, è una tragedia. Un giorno gliela racconterò tutta per filo e per segno. La relazione con la duchessa di Filavia mi è stata fatale, mi ha dato il colpo di grazia... Ma quello scandalo che ha riempito i giornali del tempo non ha messo in chiaro una cosa... Ed è che la duchessa mi ha mangiato due milioni... Dico due milioni... Son rimasto completamente a terra... Fottuto, per dirla franca.
- Oh povero Cecè. Deve farne di discorsi a Sua Eccellenza prima di rientrare nel suo...
- Non ci penso neanche. Quello che guadagno mi basta appena per tirare avanti con decoro. Ah, se volessi fare uno strappo alla mia co
scienza. Ne guadagnerei di danaro... A palate, Onorevole. Da non saper dove metterlo... Basterebbe voler speculare su certi documenti politici che son riuscito a procurarmi... Documenti d'importanza mondiale... A metterli in piazza, ci sarebbe da far scoppiare un quarantotto, e conquistare la celebrità in un sol colpo.
- Animo Cecè... All'opera... Se io fossi in lei, non esiterei...
- Che scherza, Onorevole? Documenti di politica estera... Ma scoppierebbe una guerra europea, Dio liberi... In un momento come questo in cui tutte le nazioni cercano un pretesto per buttarsi l'una addosso all'altra...
- E' bello avere nel pugno la pace del mondo, Cecè. Quando penso al terribile potere che lei ha in mano mi vengono i brividi... Ma se in un momento di follia... Dio, è meglio non pensarci...
- Io ho la testa a posto, Onorevole. I documenti verranno all'ora giusta, non prima. Ho su di me una troppo grande responsabilità. La pace, che si scherza?
Silenzio.
Poi il miserabile riprende la sua omelia. E Mariano deve farsi forza per non ridergli, o sputargli, sul muso.
Tra mezzogiorno e il tocco dell'ultima domenica di giugno. Tristano dà un altro bacio a Elsa, che si sta mettendo il rosso alle labbra davanti allo specchio. Oggi ci son le corse di chiusura a Mirafiori, ed ella deve andarci col marito. Perciò i due amanti si son trovati nel loro nido a quest'ora insolita, affrettando il convegno che era fissato per le cinque del pomeriggio. Le mosse della donna hanno il languore delle carezze che poco prima l'hanno torturata. Non ha fretta, Elsa. Respirare l'atmosfera di carnalità della stanza, che sa i momenti migliori della sua vita, le dà la sensazione di prolungare nella realtà il sogno amoroso. Ogni volta che, dal nido, esce sulla strada, le pare di esser nuda, e che tutti le leggano in quel cerchio blu che le ombra gli occhi. E ciò le dà paura e gioia insieme. Dice, voltandosi a un tratto verso Tristano:
- Però, in fondo, sei un egoistaccio della più bell'acqua. Piuttosto che rinunziare al desco familiare, ti faresti segare. Bella scusa quella dei fratelli che aspettano. Se tu mi amassi per davvero, non mi lasceresti andar via... E' il penultimo giorno che ci troviamo... Domani parti e per molti mesi...
- Vuoi Elsa che ci tratteniamo ancora?
- Non voglio aver l'aria di costringerti a volermi più bene di quanto me ne vuoi... Son sempre quella che chiede...
Tristano se la stringe al petto cosi forte che lei si sente dolere i seni:
- Mi vuoi assassinare ora?
- Perché no? Sarebbe quel che ti meriti, né più né meno... E giù una pioggia di piccoli e golosissimi baci che Elsa accoglie come se ognuno avesse un potere di crescita prodigiosa su lei.
- Ma non farai troppo tardi, amore? Io mi preoccupo specialmente per te...
- Ti ho già detto che Arrigo oggi pranza fuori d casa con un amico. Fino alle due meno dieci son libera. Ci resta più di un'ora, pensa. Chi sa come ci sarà cara, quando saremo lontani. Vuol dire che i tuoi fratelli non vedendoti arrivare si metteranno a tavola.
- Certo... E' già successo altre volte. Aspettano fino al tocco, e poi...
Non soggiungono altro. Si son capiti. In pochi secondi son di nuovo spogliati e allacciati, liane di carne. Si prendono furiosamente con l'ansia della prima volta, con la coscienza che ogni nuovo approdo renda più entusiasmante il viaggio all'isola delle sirene. Non c'è che l'amore per scoprire i paradisi dell'amore. Ogni particella di carne compie nella disciplina del possesso una vera gemmazione sull'essere amato. Le due entità si guatano, si osservano, si odorano, si aggrediscono, si compenetrano, si adorano.
- Non mi sazierei mai di baciarti - dice Elsa. Se penso che ho potuto vivere tanti anni senza conoscerti, e senza sentire quello che mi mancava, non posso a meno di guardarmi con diffidenza... Ma ero cieca e insensibile, eh Tristano?
- No, Elsa, quest'amore tu lo portavi con te senza saperlo. La tua vita era un continuo rimandare perché il premio futuro fosse fatto più grande dal sacrificio dei giorni vani. E del resto la stessa cosa vale per me. Posso dire che mi hai rivelato tu l'amore. Le donne che ho conosciuto prima di te erano ombre di una fantasia notturna, di cui io solo ero il triste re. Ma l'amore che è fatto d'incontri miracolosi di linfe nella più intima struttura vitale, l'amore fatto di simpatie toccanti nel mondo dello spirito e di scoperte incessanti nel campo fisico: mi era completamente ignoto. Debbo a te tanta ricchezza.
- Ci vorremo sempre bene, Tristano?
- Ci vorremo bene, Elsa, anche malgrado noi. Spezzare un cosi perfetto accordo di vita vorrebbe dire ripiombare nel caos dei tentativi, dei pudori, delle incertezze, da cui siamo vittoriosamente usciti. Passare
dal sole pieno per entrare nella baluginante luce di un crepuscolo. A meno di esser pazzi, non faremo mai ciò.
- Son pazze, allora, le api, che appena l'alveare è pieno di miele lo abbandonano in massa per cercarsi una nuova amia?
- Lascia star le api, ora. Se la fatica di Sisifo è nella fatalità della loro specie, io non so cosa farci. In quanto a me son troppo ghiotto del miele che tu hai sulle labbra perché me ne vada prima di suggerlo tutto...
Baci. Occhi negli occhi. Odor di corpi in succhio. Silenzio.
- Andrai dunque a Viareggio per le bagnature. Come mai vi siete decisi per quella spiaggia?
- Arrigo è stanco di Venezia... E forse è anche un po' geloso del conte Nardin, il quale, poveretto, mi fa una corte disperata... Sapesse almeno giocare a scacchi, mio marito gli perdonerebbe quelle occhiate languide che mi largisce come salvagenti buttati a un naufrago. Non sa giocare, e, per di più, disprezza gli scacchisti. Ce n'è abbastanza, mi pare, perché si cambi spiaggia...
- E di me non è geloso, il marchese?
- Non so dirti né si, né no. A volte l'ho dubitato. Tutto sommato, credo che non sospetti nulla...
- Pensa, Elsa, se all'improvviso ce lo vedessimo apparire da quella porta. Una piccola rivoltella, una fiammella, un colpo e sarebbe tutto finito...
Silenzio.
- Del resto - dice lei concludendo un discorso iniziato nel segreto del suo spirito - potrebbe anche darsi che entrasse con la scatola degli scacchi, sedesse sulla sponda del letto, e t'invitasse a giocare...
Tra mezzogiorno e il tocco dell'ultima domenica di giugno. Nèoro e Leto sono alla finestra. Gli sbadigli dei due giovinetti sono strazianti. A turno, ogni cinque minuti, uno di loro va di pattuglia alla tavola apparecchiata, e porta via un grissino che divide fraternamente.
- L'una meno un quarto - borbotta Nèoro. Aspettiamo ancora cinque minuti, poi mangiamo. Si vede che ha incontrato qualche attaccabottoni...
Passa nella strada una signorina tenendo al guinzaglio un cane barbone.
- Bello - dice Leto. Quando i barboni chiedon l'elemosina col piattino hanno degli occhi cosi teneri che ricordan quelli degli agnellini. Io non li posso guardare senza commuovermi.
- A proposito di cani... Stamattina al Valentino non son riuscito a liberarmi da uno nero che mi ha seguito per più di un'ora. Si vede che rassomigliavo al suo padrone. A un certo momento l'ho chiamato ma esso si è limitato a guardarmi da lontano, senza avvicinarsi. Com'era nero... Proprio il color del corvo. Da noi si dice che portano sfortuna... Ma son tutte storie, ti pare?
- I cani, qualunque sia la razza o il pelo, son nati solo per far compagnia, per voler bene... Poteva portar sfortuna un vecchione come Milord, anche se avesse avuto il pelo nero?
Silenzio. Leto riprende:
- E com'è finita, Nèoro? Il cane ti ha lasciato finalmente?
- L'ho lasciato io. Ho preso il tram e l'ho perduto di vista.
Viene Anita alla finestra e, dopo di lei, Orsa, la quale, da quando Salèmi è fuggiasco, si è riunita alla famiglia.
- Io comincio a essere in pensiero... dice Anita. E' quasi il tocco. Non gli sarà successo nulla?
- Cosa vuoi gli sia successo?... risponde Orsa. Avrà trovato qualche professore, o qualche amico di Cino, e si saranno fermati a chiacchierare...
- Forse sarà andato a votare e avrà fatto tardi. Piras ha detto che c'è grande confusione, oggi, alle urne.
- Che votare, Leto. Cosa vuoi che importi a Tristano di Bevione o di Bonetto? Lui non è affatto socialista. Può, tutt'al più, arrivare a Mazzini. Alla fin fine è più furbo degli altri. Ti pare?
- Però se io fossi in lui andrei a votare per il socialista. Tu dimentichi che i nazionalisti han cercato di picchiare Mariano all'uscita della Camera, durante la Settimana Rossa .
- Han fatto per guapperia, Leto. Sapevan bene che bastava un peto di Mariano a metterli in fuga tutti quanti... Son più ridicoli che malvagi, credi a me...
E' quasi il tocco. Mancheranno due minuti. Culo di Ferrolascia impetuosamente la finestra e si precipita verso la stanza da pranzo:
- Chi mi ama mi segua. Io non aspetto più nessuno.
Poco dopo i quattro fratelli sono a tavola. La pastasciutta si è un po' gonfiata ma tanto è l'appetito che vien trovata eccellente.
- Non far quella faccia afflitta, Anita. Tristano sa che noi lo aspettiamo fino all'una. E' una tranquillità anche per lui...
- Però è sempre cosi puntuale. In tanti anni avrà ritardato si e no cinque volte.
- E questa è la sesta... proclama solennemente Culo di Ferro .
- Bisognava pur che venisse il sei, dopo il cinque, ti pare? E, dato che dopodomani si parte, non aveva tempo da perdere...
- Dove sarà a quest'ora Giorgio? chiede Leto a Orsa.
La sorella risponde facendo gli occhi lustri:
- Non lo so, Leto. Si sposta continuamente per far perdere le sue tracce... E' diventato un Musolino, come vedi... Pensare che non sarebbe capace di ammazzare una mosca.
Le ultime parole di Orsa sono intrise di amarezza e di sconforto.
- Ora non metterti a far la sentimentale... grida Nèoro, che, intanto, diluvia gagliardamente anche per Tristano che non c'è. A tavola l'allegria è obbligatoria. Son certo che in questo momento Giorgio sta mangiando tranquillamente in una buona trattoria. I carabinieri all'ora di pranzo diventan meno esigenti. Alla fin fine sono uomini anche loro, che credete?
- Ma questa storia della latitanza durerà parecchio? chiede ancora Leto. E Anita:
- Ma no, è questione di giorni... E fa segno al fratello di non insistere per non rattristare Orsa. La quale sorprende il gesto e ha improvvisamente uno scoppio di pianto.
Silenzio. Ora anche Culo di Ferrosmette di mangiare.
Tra mezzogiorno e il tocco dell'ultima domenica di giugno. Salèmi non si è allontanato da Torino. Egli ha trovato rifugio presso la signora Emilia, la mamma di Renata. Orsa lo sa, ma ha l'ordine di non farsi vedere per nessuna ragione alla pensione Carmagnola, potendo darsi che la polizia segua le sue tracce. Giorgio non esce mai di camera. (Gli hanno dato la sua di un tempo, essendo egli stato qualche anno in pensione, al pari di Tristano Rupe.) Per parecchie ore del giorno gli tien compagnia Renata, e di tanto in tanto la signora Emilia. Del resto egli è rifornito di libri e di giornali, e il tempo gli passa alla meno peggio. Ora sta pranzando. Renata ha preso l'abitudine di portargli lei, in un gran vassoio, la colazione, primo, per un suo gusto personale, e, poi, per tenere segreta alla servitù la presenza di Salèmi. Il letto invece glielo fa la mamma, e la sua venuta, tra il lusco e il brusco, è un avvenimento per il prigioniero che vuole un gran bene alla buona signora, la cui casa egli ha lasciata unicamente per togliere a Renata qualunque pericolosa illusione sul proprio conto. Dice Giorgio:
- Oggi non mi pare allegra, lei. Che le è successo?
- Niente, avvocato. A me purtroppo non succede mai nulla... E
invece vorrei che mi capitasse qualche cosa, anche di spiacevole, ma qualche cosa...
- E' presto detto, mia cara. Ma tra il niente di fatto e il tegolo sul capo non c'è da esitare.
- Non sempre, non sempre...
- Su, mi dica le sue malinconie, andiamo. Io sono un vecchio amico e posso pretendere delle confidenze. Ne farò un uso discreto, glielo prometto...
- Non ho proprio niente da dirle, mio caro. Vorrei poter versare nel suo seno la piena di un cuore esulcerato. Si dice cosi? Ma, per uscire dalla banalità, dovrei, ahimè, cominciare a inventare. E a quale scopo?
- Non l'ho mai trovata cosi nichilista come oggi. Eppure stamattina, prima di uscire per fare la sua passeggiata in Via Roma, non era cosi. Evidentemente ha fatto qualche brutto incontro...
- Curiosone. Vuole proprio che le dica tutto? Ebbene, ci siamo trovati in un angolo deserto della Metropoli. Pochi passanti, e tutti con le spalle curve sotto immani some. Il sole di giugno pareva una gigantesca mano che premesse quei miserabili contro i selciati. Un gesto, e sarebbero stati stampati sulle pietre come dei pomodori marci. Debbo seguitare?
- Certo. Siamo ancora allo scenario. Ora escono gli attori.
- La prima donna è una di quelle giovani creature nate dive, per cui tutti spasimano ma che nessuno piglia. Candidata a finire nell'onesta casa d'un impiegato dell'Esattoria comunale, dopo aver sfiorato letti d'imperatori senza corona e di angeli decaduti: i poeti. Nell'attesa del buon impiegato dell'Esattoria, la giovane piétine sur place con un emulo di Napoleone, un ufficialetto d'artiglieria, che l'adora, e che aspetta grandi avvenimenti per mostrare la sua alta predestinazione. Il guerriero ha cuore ardente e occhio d'aquila, ma, ahimè, non sta a lui ridar la vista a quel fanciullo orbo che è l'avvenire, e che dimora, come tutti sanno, sulle ginocchia dell'almo Giove. Ed ecco l'incontro nel punto deserto della Metropoli. Dice lui: Io ti sposerei anche subito, ma, con lo stipendio da sottotenente, non basto neppure a me stesso per quindici giorni del mese, per cui son costretto a chiedere un sussidio a casa, dove, poveretti, si levano il pane di bocca per aiutarmi. Risponde lei: Se è cosi, separiamoci. Io non posso aspettare che tu, dopo vent'anni di camera, arrivi a bastare a te stesso per tutti i trenta giorni del mese. Ed allora lui: Se tu mi pianti, io ti ammazzo, poi mi faccio saltar le cervella . Come soluzione non c'è male risponde lei. Chi sa che bazza per i cronisti della Gazzetta e della Stampa. Non 
scherzare, io parlo sul serio urla lui. E lei: Mi fai ridere, caro . Allora l'uomo con un improvviso scoppio di pianto: Ma perché non aver fiducia in me? Chi ti ha detto che ci voglion vent'anni perché diventi capitano e ti possa sposare? Potrebbe, per esempio, scoppiare una guerra... Ed allora, in poco tempo, sul campo della gloria io avanzerei di grado... E, inoltre, ho una vecchia zia che mi lascerà qualche cosa morendo... Potrebbe andarsene da un momento all'altro. Perché disperare, amor mio? . Lei, la giovane diva, si è alla fine arresa: Ebbene, caro, aspettiamo che muoia la zia, o che scoppi la guerra. E non parliamone più . Si separano mentre i rari passanti paion quei tali pomodori... eccetera. Le è piaciuto?
Silenzio.
- Povera Renata... dice commosso Salèmi. Come vorrei fare qualche cosa per lei.
- Non c'è che da ammazzare la zia o da mettere la miccia alla guerra. Scelga lei. Però, mentre sta decidendo, non tralasci di bere quel buon Barbera che non è più nero dei suoi occhi, è tutto dire.
Tra mezzogiorno e il tocco dell'ultima domenica di giugno. Lina e suo marito stanno raggiungendo la loro abitazione, accompagnati da Lauro, che si è svegliato stamattina con la smania di fare una grande mostra a Parigi. Da un'ora il giovane non fa che illustrare il suo progetto. Tra paesaggi, ritratti e nature morte, egli esporrà circa un centinaio di pezzi, e quasi tutti nuovi. Pittura couillarde cosi come la voleva Cézanne. Non passerà sotto silenzio. Se farà fiasco, sarà colpa dei parigini. I quali sono ancora in Europa gli unici che possono creare una fama pittorica mondiale, vedi Picasso. E tuttavia han sulla coscienza casi d'insensibilità grave, vedi Van Gogh, maestro barbaro smisurato, costretto a suicidarsi per disperazione, Gauguin lasciato morire in esilio a Tahiti, Seurat invenduto fino alla morte, Modigliani deriso e costretto a menare una vita di triste indigenza. Ma allora Chagall, Ensor, Rouault, questi affascinanti individualisti della pittura, che danno dinamite ai filistei e che, ciò malgrado, son lanciati da Parigi? Parigi, eterno rebus, malattia del sangue di tutti gli artisti della terra, sei troppo grande perché ti si presti una logica umana. Bestia dell'Apocalisse o Città-Luce. Termine di mezzo non esiste: questa la conclusione di Lauro. Chiede Lina:
- E se Parigi ti verrà incontro facendo di te un pittore di fama mondiale, ti stabilirai là?
- Non lo so. Confesso che, oltre Parigi, da cui spero solo la 
consacrazione, mi tenta l'Oceania. I paesi che vide Gauguin, dove le donne vivono in tutta libertà come gli alberi delle loro foreste, dove l'amore non si copre di mistero per paura di se medesimo ma splende alla luce del sole come un miracoloso frutto di carne. Credo che il segreto di certi azzurri, di certi verdi, di certi rossi, non lo si possa trovar che laggiù. Qui i nostri cieli han perduto qualunque splendore. Il fumo delle fabbriche e la polvere che sollevano per le strade le automobili, gli han tolto la primitiva purezza. E poi c'è troppo fumo d'incenso. Dalle sacristie, esso sale agli astri, recando, come triste trofeo, la voluttà della mortificazione carnale. E tutto ciò ruba alla nostra vita la gioia di esistere, frena ogni impulso, alimenta l'ipocrisia. Bisogna ritornare a un nuovo paganesimo. Ieri tenevano il campo i cubisti, i quali credevano di aver seppellito il neo-impressionismo. Ora ecco avanzare gli apostoli della religione nuova: il purismo . Ma essa si è appena annunciata che già gli orfistisi lanciano all'assalto delle posizioni pittoriche, lasciate indifese dal cubismo. Ora tutto ciò è ridicolo. Le scuole non significan nulla, se non si cambia radicalmente lo spirito della vita. Bisogna finirla con l'ipocrisia della nostra pretesa civiltà, ritornare alla natura. Il giorno in cui parleremo ad un ruscello come ad un Dio, in cui sentiremo nel crepitio del fuoco la voce benevola di Agni, in cui faremo all'amore sotto un albero, senza paura che il carabiniere ci porti dentro per offesa al pudore, quel giorno si ritornerà a saper dipingere come a saper poetare come a saper far meglio qualunque cosa. Insomma abbasso il nero e il grigio. Io voglio rossi e verdi squillanti. Voglio le persone coi capelli color della giada e i paesaggi immersi in una violenta luce di ceralacca. Tutti i miei quadri saranno variazione di un unico tempo: adorazione del sole. Io mi rappresenterò naturalmente nudo... E son sicuro di farci una magnifica figura.
- Speriamo bene - dice Raffaello. Altrimenti potresti esser più grande di Van Gogh, ma nessuno ti darebbe un soldo di credito. Certi esibizionismi possono essere pericolosi.
I tre hanno svoltato l'angolo dei Giardini allorché un assembramento attira la loro attenzione. Si avvicinano incuriositi per vedere di che si tratta, e uno scoppio di strani ululati, provenienti dal centro della calca, li investe. Una donna è impazzita. All'improvviso, mentre se ne stava seduta su una panca, col suo bambino in braccio, si era messa ad abbaiare. Il bambino, credendo si trattasse di un gioco, si era rizzato sulle gambine, cercando con le mani di acciuffare gli abbài. La madre allora aveva buttato il figlio per terra e, ululando, si era allontanata. Ma alcune persone l'avevano raggiunta, consegnandola a due vigili 
accorsi. La pazza, una popolana né vecchia né giovane, dal corpo sfiorito e dal viso di cera, nel vedere i monturati, era diventata una belva. Li aveva accolti a calci e a pugni, non cessando i suoi terribili latrati. I Guardi arrivano contemporaneamente al tassi che condurrà la disgraziata all'astanteria. Con grande sforzo gli uomini la caricano sulla macchina, mentre lo chaffeur si prende il bambino, che continua a piangere, sulle sue ginocchia. E l'automobile parte lentamente, scandendo la marcia del motore sugli ululati della pazza.
Silenzio.
I tre riprendono il cammino. Dice Lina con voce desolata:
- La gioia di vivere. Hai visto quella sventurata? Vai ora a dipingerle i capelli di verde. Nero, mio caro, nero è il colore del nostro tempo. E la colpa non è tutta della religione. Siamo noi impastati male, credimi. Quella povera madre non mangiava forse da quattro giorni.
Lauro non risponde. Ora Parigi, l'Oceania, e tutti i cari progetti avvenire, gli paiono tante fontane secche, disseminate per una strada battuta dalla canicola.
Tra mezzogiorno e il tocco dell'ultima domenica di giugno. Gilda e Wladimir Sckielji attendono, sulla porta del loro bistro, l'arrivo di Cino. Situato nel cuore del Quartiere Latino, tra Rue de Buci e Rue Mazarine, il locale è un portentoso campionario umano quale solo Parigi, putain du monde, può offrire. Vi convengono artisti emigrati alla rive gauche dopo il decadere della Butte, ballerini negri, sovversivi e studenti di ogni paese, sgalerati, prostitute, gigolos, operai, bouquinistes dei vicini quais, chansonniers, barcaioli, voyous, suonatori ambulanti e i soliti americani di passaggio, collezionisti di ricordi. Si beve absinthe nel bistro assai più che non si mangi, perciò le risse non si contano. Antoine, il padrone, un ercole dal viso segnato da una rasoiata che da un orecchio gli arriva all'altro (ma Seine la chiama lui) è uomo da mettere ordine tra i suoi tempestosi clienti. Quando vede che si passa il segno non fa complimenti. Agguanta l'indesiderato e lo butta fuori sulla strada, dove l'attendono gli sberleffi delle veneri vaghe, numerosissime nel Quartiere, e le risate dei monelli. La vietile qui chuchote è però, in prevalenza, regno della scapigliatura e del rivoluzionarismo internazionale. Cino vi ha fatto delle conoscenze assai interessanti, ed egli stesso, quando si è saputo ch'era un celèbre sindycaliste italien, ha dovuto apporre la firma sul grande albo che Antoine serba come una reliquia, e che lo seguirà nel forno crematorio, non avendo nessuno fidato a cui lasciarlo in eredità.
Mentre Gilda e Wladimir aspettano, il viavai per la strada delle meretrici, accoppiate o sole, è intenso. E' il momento della conquista della tazza di bouillon o almeno del café-creme col solito croissant. Sono affamate, le sciagurate, eppure hanno nel viso una spavalderia che è un grido di sfida alla sorte. La matita di Toulouse-Lautrec e di Degas ha immortalato queste creature della strada, del caf conc', delle case di piacere, ma la loro tragedia è troppo grande per esser conclusa nella sfera idealizzata dell'arte. Ed ecco ch'essa, placata per un attimo nel fantasma pittorico, ne esce furibonda, grondante lacrime di sangue, con un grido di maledizione contro tutta una civiltà. Dice Gilda:
- A certe ore del giorno queste sciagurate sgomentano. Per quanto mi sia abituata a tante terribili cose, in questi due anni di soggiorno parigino, pure la vista delle prostitute che sciamano fuori dai covi, nell'ora della caccia e della preda, mi fa sempre pensare a un cataclisma di putredine che minacci non solo la gente vicina ma quella lontana, non solo questa strada miserabile, che mostra, sulle facciate delle case, la stessa lebbra che le donne hanno sui volti malamente truccati, ma tutto il Quartiere, ma tutta Parigi, ma tutto il mondo. Il sole che picchia spietato sulle pietre centenarie è il personaggio più importante dell'assembramento. Pare che, al suo calore, il seme impuro che queste disgraziate raccolgono dai rigagnoli dell'abiezione, la sporcizia dei tuguri, i cattivi odori dei muri, delle persone e perfino dei pensieri, sboccino in un mostruoso fiore di serra. Serra da cannibali. Come si potranno salvare?
- Oh, nessuna speranza. A furia di praticare uomini violenti malvagi e sfruttatori son diventate peggio di loro. E guai a mostrar verso di esse qualche pietà. Allora son veramente belluine perché la ritengono una debolezza. Ed è naturale. La pietà dell'uomo nei loro riguardi è un ritorno sia pur fugacissimo a quell'innocenza, dalla quale furono strappate o si strapparono spontaneamente. Quel ritorno non può apparire alla meretrice che come un tranello. Esso le mostra il delitto commesso contro se stessa o la perversità della sorte. Nell'uno e nell'altro caso reagisce scatenando i suoi dèmoni e stordendosi.
Arriva Cino con un tassi. Mentre paga, alcune donne si avvicinano alla macchina nella speranza di cacciare il cliente. Per evitarle, Rupe entra precipitosamente nel bistro spingendo avanti la sorella, e facendo segno a Wladimir di seguirli. Trovano posto in fondo alla saletta, tra un tavolo di pittori e uno di chansonniers. La vieille qui chuchote è una sottospecie della Bolée, la quale è riconosciuta una delle gemme di cui il Quartiere fa pompa, nel suo tentativo di attrarre sulla rive gauche la
scapigliatura che già rese illustri, sulla Butte, il Lapin Agile, il Coucou, La Belle Gabrielle e l'Hotel du Tertre. Coperta di quadri e di disegni alle pareti, disseminata di sculture grandi e piccole nelle nicchie e sulle mensole, di poesie manoscritte chiuse in cornice o inchiodate semplicemente ai muri, la Vieille ha un'aria suggestiva di piccolo porto intellettuale, fatto per brigantini e pescherecci che vi entrano dentro a velatura piena, senza paura della barra, mentre i grossi carichi, quando gli sono davanti, debbon tirar di bordata e farsi il segno della croce.
Hanno appena cominciato a mangiare, che si avvicina al loro tavolo Wiple, segretario di redazione all'Humanitè, amico di Cino.
- Non sei più venuto al giornale. Come mai? chiede a Rupe.
- Hai ragione... Ho tanto desiderio di salutar Jaurès e tutti voi. Ma la colpa è di questa vostra Parigi. Non la si finisce mai di vedere. Ogni volta che ci torno mi debbo rifar daccapo. Finalmente stamattina ho preso il coraggio a due mani e sono stato al Pére Lachaise. Confesso che, davanti al Muro dei Federati, mi son commosso. Tutta la storia della Comune mi è balzata viva nel ricordo...
- Saranno mai vendicati quei morti? chiede Sckielji. E Cino:
- Speriamo, Wladimir. Nessun sacrificio è stato seminato invano nella storia. La Rivoluzione Francese ha vendicato i contadini di Munzer dopo due secoli e mezzo. Dalla Comune a oggi non son passati ancora cinquantanni.
- Nove anni fa noi ci siamo svenati a Mosca. L'insurrezione è finita in un disastro. Eppure non mancava la fede...
- Mancava forse un uomo, un dominatore al quale si ubbidisse ciecamente e che s'intendesse di strategia militare quanto di marxismo... Si comincia a fare qualche cosa su questo terreno. Gli articoli che Lenin ha pubblicato otto anni fa sulle Izvestia, sul fallimento dell'insurrezione di Mosca del 1905, rivelano che il capo bolscevico ha studiato attentamente la strategia militare del Clausewitz e che ne ha fatto grande profitto. Egualmente lo studio di Jaurès sulla nazione armata è interessante. Insomma la strada non può essere che una. La rivoluzione è una guerra che il proletariato muove alla borghesia. Ora le guerre non s'improvvisano. Bisogna prepararle con pazienza di certosini. E, alla prima occasione favorevole, sferrarle, mettendo come posta la vittoria decisiva o la morte...
Silenzio.
- Come sta Jaurès? chiede Cino a Wiple.
- Benissimo. Quest'anno è stato un trionfo per lui. Le elezioni hanno segnato la sconfitta dei partigiani della legge dei tre anni. Presidente della Commissione dell'Esercito è ora il generale Pédofa, avversario deciso della ferma triennale. E' un bel risultato, no?
- Certamente. Ritornerete al servizio dei due anni come propugna Jaurès?
- E' probabile... La situazione intemazionale è discreta. Le azioni della pace europea salgono continuamente. Anche il Congresso di Basilea ha servito, ti pare?
In questo momento, al tavolo vicino, si accende tra due pittori un alterco a cagione di Picasso e del cubismo. Giacché i due competitori son tra quei raffinati che prendono il kirsch a l'éther, non tardano a buttarsi i bicchieri in faccia. Pandemonio. Ed ecco Antoine entrare in funzione con la polizia armata di cui è comandante e gregario in uno, cacciando fuori del locale i contendenti.
- Hai visto? dice Cino a Wiple. Le azioni della pace salgono continuamente. Per Picasso quei due si taglierebbero la gola. Mi dici dove arriverebbero se fosse in ballo una cosa più importante, qualche cosa di cui non sapessero o non volessero fare a meno?
Tra mezzogiorno e il tocco dell'ultima domenica di giugno. E' l'ora in cui, nella piccola città di Serajevo, l'Arciduca Francesco Ferdinando d'Austria e la duchessa di Hohenberg cadono sotto i colpi dei congiurati serbi. Cabrinovic li tenta con la bomba, Princip li finisce con la rivoltella. E, dal sangue dei due assassinati, ecco nascere infinite torme di giganteschi avvoltoi che si levano in subitaneo volo nel cielo, acquattandosi in parte tra le montagne selvagge della nativa Bosnia, dove si confondono col pietrame bruno e con gli arbusti, ed in parte migrando verso gli abeti degli splendidi parchi viennesi, dove aspettano fidenti le carogne che il pietoso Berchtold vorrà loro dare per supremo viatico. E, all'ora fatale, una medesima furia d'uragano avvinghierà gli uni e gli altri, congiungendoli in un solo stormo, ma cosi grande, da coprire il cielo dell'impero e atterrirlo con lo sbatter delle penne, in tutto simili a rumori di scheletri franti. Poi l'onda nera trasalirà, si solleverà lentamente verso le sommità dei cieli di tutti i continenti. Anche il sole sommergerà. E da quel momento, sulla terra, sarà notte profonda.
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CAPITOLO 2.
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Eppure fino al ventiquattro luglio, mentre i tessitori della Guerra attendono al loro ordito nelle sale dorate dominate dalle rare panoplie e dai ritratti dei re, i popoli ignari seguitano la loro vita d'ogni giorno, come se le rivoltellate di Serajevo non fossero state. Che importa al pastore della Transilvania o della Maiella, al minatore della Saar o della Boemia, al barcaiolo del Danubio o del Tamigi, all'operaio di Parigi o di Duisburg, al contadino dell'Ucraina o della Sassonia che un ragazzo esaltato abbia sparato su un arciduca d'Austria, in un paese della Bosnia? Hanno mai visto, almeno in fotografia, il principe assassinato? Hanno mai sospettato l'esistenza di quello studentino terreo e ricciuto, più somigliante a un venditore ambulante di tappeti turchi o a un giornalaio, che a un terrorista politico?
Ma tutto questo non conta. Non sono i popoli che debbono giudicare di ciò che tocca da lontano o da vicino il loro destino. Ci sono i maestri di sapienza politica, seduti ai tavoli verdi delle cancellerie, che pensano alla felicità dei sudditi. Hanno alla destra un generale, alla sinistra un ammiraglio e, sulla scrivania, oltre le carte che non furono strappate al Vangelo, ma sono piene di segni oscuri e di rilievi terrestri e costieri, un crocifisso. Un crocifisso a ricordo dell'immortale Sacrificato. E la croce è ancora quella di Simone di Cirene. Non sono loro i cirenei dei popoli? Non sono loro che passan le notti insonni, mentre le genti riposano tranquille tra le mura domestiche, non vigilate, queste, da panoplie lucenti o da ritratti d'imperatori, ma da figurine di santi e di madonne, dall'aria modesta e un poco stanca, e da fotografie familiari? Non potremo mai ripagare i vari Berchtold di tanta abnegazione! Saranno venti persone in tutto e soffrono per milioni di individui, mio Dio. Ma ci vorrebbe un monumento che vincesse in maestà le piramidi, per questi benefattori dell'umanità. E fosse fatto non di pietra serena, di travertino o di babma di scheletri impastati. E al vertice, a conforto dei futuri, brillasse perennemente la lampada votiva accesa dall'immane stupidità del gregge. La quale è superata e riscattata soltanto dalla sua sofferenza.
Afose queste giornate del luglio, ma c'è tanto verde a Parigi, che il solleone deve ridursi a fare il gradasso nelle grandi piazze indifese, o sulla Senna, la quale, con la febbre a quaranta, a tutte le ore del giorno,
consegna già bell'e decomposti quei dieci annegati che gli incubi della Metropoli offrono quotidianamente alla Morgue.
La gente chic ha lasciato in gran parte la città per le famose spiagge dell'Atlantico. Se nessuno si può permettere il lusso del signor Poincaré, che naviga verso la Russia, a bordo di una nave ammiraglia, molti son quelli che hanno gli yachts nelle ben difese rade e stanno sciogliendo gli ormeggi per qualche crociera in Spagna od in Africa, fino a quel Marocco che, a detta di tutti, è il più bel paese del mondo: terra avviata a diventar francese, se Dio vuole, come l'Algeria, a marcio dispetto della diplomazia boche che volle minacciare a vuoto, nella baia di Agadir.
Mancano i miliardari da Parigi, e se ne accorgono le grandi sarte e le gioiellerie di Rue de la Paix. L'uomo della strada è andato a vederli per l'ultima volta al Grand Prix o al Palazzo dei Duchi di Grammont. Il ballo di chiusura della stagione è stato superbo. La resurrezione delle delicate mode del Secondo Impero non poteva esser salutata da un parterre più eccezionale. Era il medesimo che aveva fatto corona, poche settimane prima, a Giorgio V d'Inghilterra e alla regina Mary al gala dell'Eliseo e dell'opera. Tutte le dame in parrucca di colore. La trovata della season. Ormai nei balli dell'alta società essa non si discute più. E' accettata come il tango. Il tango che fa impazzire di languore Parigi. Ha un bel pretendere il Papa che venga sostituito dalla furlana. Il tango è una deliziosa tortura dei sessi, è un modo elegante di fare all'amore in pubblico sotto gli occhi dei babbi e dei mariti, senza pericoli di scandali o di tragedie. Ma è una soluzione geniale del problema dell'adulterio, ma è una ragione di cemento sociale. Infatti lo ballan tutti, indistintamente, la principessa e l'apache, il generale e il piou-piou, la mamma di famiglia e la neonata. Forse quei dieci annegati che la Senna riceve ogni giorno si buttano in acqua a passo di tango.
Anche i militari stranieri sono in lieve diminuzione, tuttavia, quelli che restano, fanno per quelli che son partiti, e anche per i loro sozi parigini, al nobile scopo di abbacinare l'uomo della strada. I ristoranti di gran lusso, le boites notturne più famose, i locali più eccentrici, si gloriano della loro presenza. Poi, alla calata del sole, comincia la sfilata delle fastose pariglie e delle automobili regali per il tratto Rue de la Paix, Place Vendome, Rue de Castiglione, Rue de Rivoli, Place de la Concorde, Avenue des Champs Elysées, Porte Dauphine, Acacis. E' là strada dei militari parigini e stranieri. A quella data ora, quando il sole sparisce dietro il Bois de Boulogne, dando una patina d'oro vecchio agli eroi di pietra dell'Arco di Trionfo, i cresi si concedono all'uomo della strada. E' il loro modo di far l'elemosina. E non pretendono 
neppure che la gente si butti sotto le zampe dei cavalli o sotto le ruote delle automobili per dar loro il frisson.
In queste giornate di luglio, la folla è quella di sempre. Forse aspetta con una maggiore impazienza l'uscita dei giornali ecco tutto. Che spera di trovarci, santo Dio? I colloqui tra Berchtold, Conrad e il vecchio Francesco Giuseppe? Le pressioni che si stanno facendo su Titza, perché accetti la guerra contro la Serbia? Le postille bellicose di Guglielmo ai telegrammi cifrati che gli trasmette il suo ambasciatore da Vienna? O forse spera di leggere quali pensieri passano nell'animo del suo Presidente, mentre fa rotta verso la Russia? Santa ingenuità. Del resto, come si dice? Nessuna nuova, buona nuova. C'è stato si un ammazzamento in un villaggio lontano della Bosnia, ma come si può pensare che tanta brava gente, che regge i destini d'Europa e del mondo, non trovi il modo di aggiustar la cosa? L'aggiusterà. E la folla, in mancanza d'altro, s'appassiona, che so io, al successone de l'ecole des vierges alle Folies Dramatiques o alle prodezze dei malandri del Sebastò, al suicidio della povera serva sedotta, o all'ultima retata di apaches nei bals-musette dei sobborghi. E tanto le basta.
Forse nel metro e nei bus si nota, tra le persone, per solito cosi indifferenti e silenziose, una strana voglia di attaccar discorso, un rizzar le orecchie quando vengono pronunziati certi nomi che son nell'aria, un partecipare alle catastrofi previste dai pochi allarmisti con degli energici Fi donc, mais pas du tout, mais c'est inoui, mais c'est epatant, e cosi via.
Poi la gente scende alle rispettive fermate, affretta il piede verso casa, e, come vi giunge, la vista dei bambini, delle mogli, delle madri, rasserena gli spiriti. Delle tristi profezie non resta neppur l'ombra di un ricordo.
La sera, nei caffè dei grandi boulevard, si parla forse un po' più dell'ordinario di politica e di guerra, ma basta che un'orchestrina attacchi l'ultima canzone lanciata dal Casino o dal Moulin-Rouge, perché ogni nube si disperda. E cosi tra Place Bianche e Place Pigalle, dove l'animazione popolare ha sempre la stessa pittoresca gaiezza e disarma gli snobs dei due mondi. E cosi, tra Raspail e Montparnasse, dove la scapigliatura internazionale s'interessa assai più alla poesia di Apollinaire e alla pittura di Utrillo che alla politica di Berchtold e di Pasic. E cosi, tra rue Saint-Martin e rue du Temple, dove le facce patibolari che s'intravvedono fra i budelli delle strade atterriscono, ma quelle sono sempre compagne in tutti i tempi. La Corte dei Miracoliregnava in quei luoghi.
I più soddisfatti che Princip abbia buttato una sassata nello stagno della vita europea son forse gli chansonniers. Non per malvagità di cuore, oh no, ma perché il fatto nuovo offre loro qualche speranza di rinfrescare il repertorio. Alla fin fine i soliti couplets sulla ferma triennale e sul manicotto di Madame Caillaux, sulla voilette a la turque e sul fischio a roulettes, sui poliziotti travestiti da apaches e sugli americani messi in mezzo, sulla barba di Tristan Bernard e sulla pittura cubista, sullo sventramento della Butte e sulle ultime prodezze del Raffut de Saint Polycarpe: tutti questi motivi, pescati a caso nella vita d'ogni giorno, avevano stuccato anche le sedie. Era ora d'insaporirli con qualche droga. E' cosi facile il pubblico a stancarsi, cosi proclive a distruggere gl'idoli che fino a ieri ha portato in palma di mano. Non dormire, dunque. E Princip aveva trovato il modo di togliere il sonno a parecchie persone, oltre che la vita agli arciduchi. Un cosino da niente, una figura che pareva ricalcata su quella del poeta a lato della musa nel curioso quadro del doganiere Rousseau. Bella musa, quella di Princip. La rivoltella. Una rivoltella, però, usata da padreterno. Due colpi, due cadaveri. In fondo egli poteva salir la forca contento.
Che il luglio a Parigi abbia il suo fascino lo sente e dichiara Gilda, la quale, senza l'infortunio della Settimana Rossatoccato al fratello, sarebbe a quest'ora a Calimera con gli altri cari. E se è vero che in Calabria c'è tutto il suo passato, ragione per lei di orgoglio e di consolazione, è pur vero che, a Parigi, in quel poligono che dalla Senna si estende fino a Montpamasse, avendo per limiti le parallele di Rue de Rennes e del Bould Saint-Michel e, per cuore, il Giardino del Lussemburgo, c'è tutto il suo avvenire. C'è la sua casa, il suo ufficio, i suoi quais, i suoi bouquins, il suo bistro, e, soprattutto, c'è Wladimir.
Gilda ha conosciuto lo scultore russo dopo alcuni mesi di soggiorno parigino. Un soggiorno piuttosto desolato, alleviato solo dal bottino delle curiosità, da lei fissate in brevi e succose note, e accantonate per la ricostruzione futura di ambienti e di casi. Solitudine quasi assoluta. Qualche collega d'ufficio si avvicinava a lei, attirato dalla sua oscura forza, ma, presto, se ne allontanava, messo a disagio da quella netta responsabilità che la fanciulla imponeva anche nei minimi giudizi, non solo nei fatti. Le compagne di lavoro le volevan bene, ed ella le contraccambiava, ma eran per lo più rapporti di fortuna, condizionati dalla grettezza della vita d'ufficio. Si potevano al massimo spingere fino all'andata in compagnia in qualche teatrino dei boulevard o alla gita domenicale nei dintorni di Parigi. Suresnes, Saint-Cloud, Versailles,
La Malmaison, Saint-Germain-en-Laye, Maison-Lafitte, Saint-Denis, Montmorency, Chantilly, Vincennes, Fontainebleau: volevan dire per Gilda: Geneviève, Fanny, Francoise, Jannette, Emilie. Forse, senza di loro, non si sarebbe mai mossa a veder la meravigliosa cintura di castelli e di parchi famosi che circonda Parigi. Oppure l'avrebbe vista, ma con meno gioia. Gioia fatta di piccole cose, di partenze al mattino presto, di complotti sventati, di mangiate sull'erba, di corse per i prati, di trovate estrose, di confidenze affettive, di giochi di parole, di prese in giro di compagni di viaggio sui battellini o sui treni, d'illusioni amorose alimentate, per gioco, tra una fermata e l'altra. Piccole cose, ma che fanno adorabili le giornate. Ritornavano, le amiche, un po' stanche, con della buon'aria nei polmoni, e sgusciavano a letto prima del tempo. E, spesso, il sogno era un riprender la gita sotto un cielo più luminoso di quello reale. I prati, i laghi, i castelli, le magnificenze, i compagni di battello o di treno; ancora quelli visti durante il giorno, ma più aerei, resi simili a spiriti. E la meraviglia di guardar le cose, ancora più grande. E la gioia di possederle, infinita, non più limitata alla durata di un attimo.
Delle compagne, quella per cui Gilda, fin dal primo momento, aveva nutrito una più spiccata simpatia, era Geneviève, una fanciulla quasi della sua età, non bella ma simpatica, intelligente e risoluta, e con quel fondo di malinconia che i temperamenti forti nascondono nel limite tra la coscienza e la zona oscura, come un avvertimento e un freno contro se medesimi. All'amica doveva Gilda il più delle scoperte parigine dei primi tempi, tutte serali e notturne per ragioni d'ufficio, facilitate dalla presenza di Charles, il fidanzato di Geneviève. Il giovine, uno studente di medicina, salvaguardava le due donne dai pericoli di cui Parigi è piena in ogni ora del giorno, e non solo nei quartieri eccentrici, ma specialmente di notte, allorché gli alveari umani, fuori del diadema di luce che, dalla Senna va ai Grands Boulevard, e, da questi, all'etoile, diventan sciami di blatte, e le strade strette tra i muri spanciati e sudici son più delle meretrici e dei disperati che dell'uomo medio o del signore, e l'odor di urina impazza alle porte delle case di piacere, e, davanti alle taverne, le risse non si contano, e le canzoni oscene, mescolate a quelle degli esteti nei cieli dei cabarets artistici, irrompono fuori dalle finestre spalancate, suscitando suggestioni perverse in quella bestia che ogni uomo nasconde nella carne. Bestia che talvolta è più pazza quanto più forte è la resistenza che le si oppone.
E non solo Gilda doveva all'amica la conoscenza di certi aspetti favolosi di Parigi notturna, ma Geneviève era la causa per cui la 
Walckyrie brune, com'ella chiamava la compagna italiana, s'era imbattuta nello scultore Wladimir Sckielji, in un teatrino di Montparnasse, frequentato da artisti e da refrattari di tutte le razze. Si dava, quella sera, il Giardino dei Ciliegi, una commedia che, alla lontana, ricordava a Gilda l'abbandono di Calimera da parte del babbo suo. Da una discussione sul teatro russo era nata la simpatia tra lei e Wladimir, il quale le era stato presentato da Charles. Da quel momento, la Valchiria bruna era toccata all'ala. Sckielji si rivelava un'interessante figura di artista-profeta, uno di quei rari spiriti, non guastati dalla moda, per i quali il talento artistico non era pretesto a costruirsi una torre d'avorio al di fuori dell'umanità, ma arma per la battaglia sociale, missione di potenziamento del popolo per la creazione dell'estetica nuova: quella comunista.
Era, Wladimir Sckielji, un profugo russo, uno di quei rottami che il naufragio insurrezionale del 1905 aveva sbattuto alle rive non sempre ospitali dell'Europa democratica. Prima di sbarcare al Quartiere Latino e consistervi, egli aveva peregrinato un po' dappertutto, in Svizzera, in Italia, in Inghilterra, in Germania. Almeno Parigi offriva quello che nessun'ultra città del mondo può dare: il clima spirituale che fa ad ognuno. Qualunque sogno politico si accarezzi, qualunque programma morale si voglia bandire, Parigi fa l'effetto di ricordare , socraticamente parlando, la cosa che si crede di aver scoperta, la novità che si crede d'imporre con la meraviglia. Ma tutto questo c?era già, a Parigi, ma questo pensiero fu già discusso, suscitò contrasti, chicanes, entusiasmi. Ci sono, tra Montmartre e il Quartiere Latino, in embrione, tutte le idee degli uomini sparsi sulla terra. Il cannibale della Poline sia, che un impresario andasse a scovare nelle sue foreste, per farlo agire in qualche teatrino di Place Pigalle, si troverebbe a suo agio, come l'angelo che riparasse a Place Maubert, dopo la cacciata dal Paradiso, dovuta al malumore che le sue inquietudini hanno suscitato nella Divinità. Marché aux idées. Ecco la vera unicità di Parigi.
Però che vita pazzesca di miseria, di freddo, di solitudine, per Wladimir Sckielji. Buttarsi a qualunque mestiere e non cavarci il minimo per un pane e un letto. Andare alle Halles nelle ore in cui lo scarico della frutta e della verdura è più intenso per strappare una lattuga, un'arancia, una mela, un grappolo d'uva. Ordinare il café-créme alla disperata, sapendo di non poterlo pagare, e scampare alle ire padronali col disegno fatto li per li, accettato in mancanza di meglio, con la preghiera di non farsi più vedere. Dormire in una camera completamente nuda, per terra, su un materasso fatto di pezzi di cartone da scatola. Non
potere uscire per gli strappi del vestito, per la loia del colletto e della camicia, per mancanza di scarpe. Non avere un pugno di creta per farci una testa, neppure una farfalla. Rifugiarsi alla Senna, là dove l'acqua è più bassa, e pescar con le mani nel limo per avere almeno la voluttà di stringere quel fratello inconsistente della creta. Fare lui, scultore, da modello ad altri scultori, ottusi ma giubilati, per un franco all'ora. Andare a letto con delle vecchiacce orribili e viziosissime per uno scudo a sbarco compiuto. Dieci volte sul punto di suicidarsi, e sempre quella voce interna che ti frena, che ti fa accettare altre ignominie per quella vittoria che ti premierà. Ma che cos'è anche un grande trionfo ottenuto a cosi caro prezzo?
Eppure, mangiando un giorno si e tre no, facendo ora lo scalpellino negli ateliers mortuari, presso i cimiteri, ed ora vendendo statuine lungo i quais, nell'or di notte, ora improvvisandosi meccanico ed ora insegnante di lingue: era riuscito a Wladimir di resistere a Parigi, dove non conosceva nessuno, e dove i pochi compagni, profughi russi come lui, potevano aver bisogno, ma non dare. Dopo alcuni anni di cosi triste vita, che avevan ridotto il suo corpo come una di quelle aeree colonne che si ammirano nelle ajimeces dell'Alhambra, Wladimir aveva potuto finalmente metter su un piccolo atelier e ricominciare a scolpire. La sua temenza, che il lungo sonno avesse intorpidito le dita, che la sua facilità nell'ottenere dalla creta tutti i prodigi, tutti i suoi segreti, fosse perduta per sempre, non era campata per aria. La materia opponeva al padrone di un tempo la potenza accumulata nel silenzio e nell'inerzia. Era essa la più forte, ora. Giorni amarissimi per Wladimir. Questa si era la volta del suicidio, se la creta avesse continuato a disobbedirgli, se si fosse rifugiata nel vago, nel comune, per eludere la sua struggente attesa. Meglio il buio assoluto, che una luce annebbiata, meglio il masso informe che una scultura banale. E alla fine aveva vinto. A poco a poco il suo fuoco aveva investito il masso bruto e l'aveva tramutato in creatura vivente. Erano ritornati dal mistero i suoi eroi contadini - figure gigantesche di seminatori e di guerrieri in uno - nei quali la potenza si sposava alla spiritualità, la tecnica più raffinata a un apparente disprezzo di essa, il movimento all'estasi. Eroi che parevano ascoltare voci misteriose sorgenti dalla terra, che guardavan luci di lontani uragani, che scrollavan pesi immani dalle spalle, che tendevan le braccia verso fratelli sconosciuti, che accettavano con serena fortezza il messaggio del sacrificio, perché esso era il fondamento della rinascita. Scultura religiosa, fatta di comunicazioni segrete con lo spirito del mondo, permeata di attesa di grandi eventi,
di grandi mutamenti. Arte rivoluzionaria per la novità della forma che superava tutte le esperienze più audaci, quella negra compresa, senza però farsi prender la mano dal gusto di épater gl'ingenui. Soprattutto originale per il tentativo di creare un'epica contadinesca, l'etica plastica dell'eroe marxista.
Ma, ahimè, arte poco redditizia. Il giorno che gl'indipendenti gli decretavano un gran successo, mettendolo in primissimo piano tra i più geniali scultori d'Europa, Wladimir era costretto a saltare il pasto. E lo avrebbe saltato anche il giorno appresso, se Antoine, il padrone della Vieille qui chuchote, bravo diavolo malgrado tutto, e sincero amico degli artisti, non lo avesse invitato alla sua tavola, per dimostrargli il piacere di saperlo quasi celebre.
Gilda aveva conosciuto in questo periodo Wladimir. Era andata al suo studio, e la potenza creativa dell'artista l'aveva affascinata. Come la sua arte era lontana da qualunque frivolità o gioco dell'immaginazione! La pietra, per merito suo, diventava preghiera e inno. Nessuna concessione alla fumisterie. Tutto gravemente fuso come in una sinfonia di Wagner. Si sentiva che lo scultore si era avvicinato alla creta col sacro sgomento di chi si sa guardato da tanti occhi invisibili, che non può tradire il Verbo senza cader fulminato. L'eroe marxista interprete di un nuovo panteismo: ecco la scultura di Sckielji.
L'amore era nato in Gilda dall'ammirazione, dal miracoloso avvertimento che Wladimir fosse uno di quegli uomini che danno l'immortalità alla donna che eleggono a compagna della vita. Si era attaccata a lui con la coscienza di non appartenere più a se stessa ma ad un destino più alto, con la certezza di fondare la storia della propria vita là dove non era prima che cronaca, vanità, dispersione. Questo era l'uomo che aspettava. L'aveva finalmente trovato e nessuna forza umana gliel'avrebbe strappato. Stimando la miseria di Wladimir un indegno abbassamento della sua esistenza, l'aveva subito aiutato, acquistandogli delle sculture. Pretesto. Che bisogno aveva di procurarsi qualche statuina sua, se, tutto lui, ormai, tutto, dai pensieri ai sospiri, dal passato all'avvenire, le apparteneva?
Gli si era data, venuta l'ora, senza chiedergli nulla. Quell'atto suggellava la fatalità che univa le loro vite, ed ella lo aveva accettato come una necessità, con lucido coraggio. Il pensiero di poter commettere un errore, di menomare il suo nome, il suo onore, non aveva neppure attraversato il suo spirito. Venuto Cino a Parigi, lei gli si era confidata. E fratello aveva risposto guardandola lungamente negli occhi e stringendole le mani.
Giorni di luglio quasi beati per Gilda e Wladimir, e anche per Cino, il quale, tutto sommato, non crede alla guerra, e si riposa nell'attesa che la sua posizione venga chiarita dal giudice istruttore di Torino. Sckielji attraversa un momento di grande felicità creativa, fa oro di tutto quel che tocca, è un prodigio. Gilda lo cova col suo occhio d'aquila e le pare quasi impossibile che, da quelle fragili membra, limate per anni ed anni dai digiuni, possa venir espressa tanta forza. Il tuo corpo non ha le phisique du ròle, mio povero Wladimir. Ne son disperata per te.E lui: Un giorno che mi sarò disgustato di esso, ne prenderò uno in prestito dalla folla dei miei eroi. Scenderò sulla strada tutto di pietra e mi farò arrestare dagli agents per circolazione abusiva di statua vivente. Originale, eh? Confido di battere i più diabolici bohèmiens montmartrois .
I due innamorati, ai quali si unisce spesso Cino, passan le ore libere al Giardino del Lussemburgo. Che profumo, che bellezza. Se si pensa alla vecchia decrepita Parigi che lo circonda, il Giardino non appare un minor miracolo della Menscia di Tripoli, abbracciata tutt'intomo dalla steppa. E' veramente il parco di Watteau, questo. Et in Arcadia ego. Tutto al Lussemburgo è alato, dolce, sopportabile. Anche l'eterno vociare dei ragazzi che si rincorrono per i viali, anche l'ossessionante frinire delle cicale, anche la chiacchiera dello studente che vuol convincere i suoi compagni che la guerra è inevitabile. Alato, dolce, sopportabile. Un'oasi. Quasi fuori del mondo. Seduti sotto un albero, vien fatto di pensare che sia stata l'arte a presentare alla natura lo stampo in cui fermarsi, e non viceversa. Quante mamme, giovani e anziane, borghesi e poveracce, ma tutte egualmente serene. E come lavorano, di maglia e di ricamo, come leggono, come chiacchierano di gusto. Magari anche loro discorrono di quel tale arciduca, un po' antipatico in verità, il cui solo merito era stato quel matrimonio d'amore fatto contro tutti, contro l'imperatore in persona; quell'arciduca che un ragazzo aveva freddato in un paesino dal nome difficile; ne discorrono, per ricordare, con un sentimento di umana compassione, la sua vita e la sua famiglia stroncate; senza però prender viva parte al fatto, com'è di tutte le cose che non accadono sotto gli occhi, che restan confinate in una lontananza quasi inverosimile, alle quali la nostra doglianza non può portare riparo alcuno. Infatti, dal discorso dell'arciduca passano a quello dell'ultima fiera dei pani pepati , al quaresimale dell'abate Coubé alla Trinité, alla sparizione del maquis di Montmartre, al matrimonio dell'inquilina del loro piano, alla decorazione ottenuta dal padrone di casa, per aver ceduto alle istanze dello spassoso Cochon: e, in questi parlari, come in tutto che riguarda la vita del loro Quartiere, e di Parigi, mettono la stessa pacatezza, la stessa umana comprensione, frutto di temperamento buono, e, anche, dell'ora dolce che si gode in quel bel Giardino del Lussemburgo, dove vennero le loro mamme a sferruzzare e a chiacchierare delle cose loro, e dove ci verranno un giorno, diventate madri, quelle ragazzine che ora si rincorrono per i viali dietro un cerchio o una palla.
La sera, in generale, i due Rupe e Wladimir, finito di cenare alla Vieiile qui chuchote, vanno al teatro, oppure, raggiunti i Grands Boulevards, passeggiano a lungo, godendosi lo spettacolo pittoresco della folla in movimento, dei caffè gremiti, delle gigolettes impennacchiate, delle vetrine splendenti, e aspettando i mille casi, figli dell'imprevisto, che posson capitare tra tanta umanità riunita in cosi breve spazio. Spesso si accompagna a loro il pittore Anselmo Bucci, italiano che vive a Parigi, spirito geniale e frondista come pochi se ne crearono sulla faccia della terra. Bucci, che ama Parigi di un amore esclusivo e severo, che disprezza l'americanismo, i cabarets di Montmartre, i falsi poeti della Rotonde. Tutto ciò secondo lui non è Parigi. E' il rifiuto di Parigi. Una Place Maubert truccata. Truccata, ma resta sempre quella, la cloaca di cui parla Erasmo. Invece Parigi bisogna cercarla a Saint-Julien-le Pauvre, agli Invalidi. Bisogna cercarla in certi odori di vecchia provincia, taccagna, misoneista, inospitale. Là è Parigi, là: la potenza della Francia. La quale ora si chiama Colbert, ora Richelieu, ora Mazarino. Ma non si potrà mai chiamare Picasso, non si chiamerà mai Braque. E, via di questo passo, sempre a parlar di Parigi, con una mimica che è tra quella di Giovanni Grasso e quella di un espada raffinato che stia lavorando di muleta come con un bulino da orafo.
Ma, per quanto Bucci dica, anche Place Maubert truccata è interessante. Montmartre notturna è uno spasso degli occhi. Il suo fascino è in quell'atmosfera di fiera da sobborgo e di dubbio paradiso artificiale che unisce la folla alla bohème e le chiude senza sforzo, come per una necessità naturale, nell'album di un Lautrec, di un Seurat, di un Degas. Com'è ingenua la folla, e come si diverte con niente. Le basta, che so io, un gioco di cavallucci, un globo di vetro colorato in una vetrina, un falso chiromante che dà i suoi responsi sotto un albero, un sollevatore di pesi, un prestigiatore da strapazzo; le basta tutto questo per passar la serata felice. E com'è ingenua, a ben vederla, la scapigliatura, che paga con la fame, con gli abiti strappati, con la mancanza di tetto, la gioia di passare le sue notti nei cabarets, a parlare, che so io, del vestito da cow-boy di Mac Orlan, dei panciotti fiammanti di Dorgelès, della barba rossiccia di Claudien, dell'ultima ubriacatura di Utrillo, dell'ultima diavoleria di Carco.
Guidati da Wladimir, che conosce lo stato maggiore della scapigliatura, Cino e Gilda passano spesso qualche ora notturna alla Butte, facendo conoscenze con artisti famosi o in via di diventarlo, interessandosi ai loro estri, e gustando la schermaglia dei paradossi, prove sempre di qualità non comuni, e qualche volta di genio. Però, quante ore sciupate, quante parole inutili, quanta giovinezza scentrata. Una servitù accettata da anime libere e generose, senza necessità, per una malinconica inerzia, sulla quale pesano la vaga ribellione al mondo borghese e una tradizione romantica nata dall'arbitraria equivalenza tra genio e stranezza, tra arte e crapula: ecco l'ultima Butte come appare a Cino ed ai suoi compagni; la Butte che si sgretola ogni giorno più, poiché la rive gauche si mangia i migliori. Ed anche questa è una malinconia.
Montparnasse vuol essere una reazione al romanticismo della Butte, un'Internazionale dell'Arte. Ma un'Internazionale fatta di elementi non sempre schietti, poco fusi, concordi sulla canonizzazione di qualche grande talento, ma, in generale, proclivi a bizantineggiare, a infilare gli aghi al buio e scarsamente disposti a creare qualche cosa di durevole, fuori dagli allettamenti effimeri delle mode. Cino ci va volentieri perché trova là degli amici politici con i quali parlare del momento, e poi perché quel carrefour du monde è più interessante, forse, per i suoi difetti che per i suoi meriti. A Montparnasse, molto più che altrove, si discute di guerra e di crisi europea. Ma, anche qui, tranne i soliti profeti di sciagure, nessuno se la prende calda. All'epoca dell'incidente di Agadir non si parlava diversamente. La guerra non la si fa perché se ne discorre troppo. Scoppierà un giorno, ma non saranno i diplomatici a ordirla e i giornali a batterla . Saranno gli eserciti a creare il caso di guerra, sostituendosi alle diplomazie e rimorchiandosele.
E cosi luglio brucia i suoi giorni l'uno dopo l'altro, col suo sole implacabile. Ma pare ieri che è cominciato il mese, e siamo già al ventitré. Volato, proprio volato. E cosi se ne andrà la nostra vita, tra un progetto e una malanova, tra un teatro e un caffè, tra una fantasticheria in un giardino fiorito e un sospiro sotto un cielo stellato. Volato. La gente si trova, ogni sera, al calar del sole, un giorno di più sulle spalle; e, all'alba, quel giorno lo aveva nelle braccia come un bambino o un mazzo di fiori. Volato. Ma perché rimpiangere, se questo è il destino
dell'uomo? Disporre nella bara d'ogni giorno le ore piene e le vuote, le passioni e le indifferenze, le glorie e le disfatte, le parole e le fantasie, volendo bene alle une e alle altre indistintamente, perché tutte fanno parte della sua vita?
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CAPITOLO 3.
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Troppo giusto, mio Dio, che l'Austria non possa lasciare invendicato il duplice assassinio, e debba ottenere dalla Serbia, non le solite riparazioni diplomatiche, ma il diritto di compiere l'istruzione sull'attività della Narodna Obrana nel territorio dei Karageorgevich. E intanto procede alla mobilitazione parziale. Il 23 luglio.
Troppo giusto, mio Dio, che la Serbia non possa accettare quell'enormità, senza perdere la sua dignità di nazione, e che, mentre mobilita, debba girar l'ultimatum alla Russia, perché tuteli le fedeli vedette slave sull'Adriatico dalle pretese austriache. Il 25 luglio.
Troppo giusto, mio Dio, che la Russia non possa restare insensibile all'invocazione dei poveri serbi, di cui è protettrice, e debba considerare aperto il periodo preparatorio della guerra. Il 26 luglio.
Troppo giusto, mio Dio, che, forte dell'appoggio della Russia, la Serbia non possa fare più di quello che fa e debba puntare i piedi su gli articoli 5 e 6 dell'ultimatum. Il 27 luglio.
Troppo giusto, mio Dio, che l'Austria, forte dell'appoggio della prima ora, avuto dalla Germania non possa più tirarsi indietro e debba dichiarare la guerra alla Serbia. Il 28 luglio.
Troppo giusto, mio Dio, che la Russia, di fronte alla dichiarazione di guerra dell'Austria alla Serbia, non possatardare a ordinare la mobilitazione generale, e debba , dopo averla revocata il 29 luglio, renderla definitiva. Il 30 luglio.
Troppo giusto, mio Dio, che la Francia repubblicana, fedelissima socia della Russia zarista, non possa lasciar l'alleata allo scoperto, e debba ricorrere all' ordre de dèpart en couverture , in attesa che la Germania, stranamente esitante, butti la maschera. Il 30 luglio.
Troppo giusto, mio Dio, che l'Austria non possa considerare le misure militari della Russia se non come una minaccia per lei e debba , a sua volta, procedere alla mobilitazione generale. Il 31 luglio.
Troppo giusto, mio Dio, che la Germania, di fronte alla mobilitazione generale russa, e a quella preparatoria francese, non possa restar con le braccia conserte e debba dichiarare lo stato di pericolo di guerra . Il 31 luglio.
Troppo giusto, mio Dio, che la Francia non possa attendere più oltre, dopo la Kriegfarunstand tedesca, e debba ordinare la mobilitazione generale. Il primo agosto.
Troppo giusto, mio Dio, che la Germania non possa , senza suicidarsi, tardare a scatenare la sua mobilitazione generale, e debba contemporaneamente dichiarare la guerra alla Russia. Il primo agosto.
Troppo giusto, mio Dio, che la Germania non possa , dopo aver dichiarato la guerra alla Russia, non dichiararla anche alla Francia, e debba senz'altro ricorrervi. Il 2 agosto.
Troppo giusto, mio Dio, che l'Inghilterra, stanca d'interrogar le Sibille, non possa più decentemente menare il can per l'aia e debba mobilitare la sua flotta. Il 2 agosto.
Troppo giusto, mio Dio, che la Germania, avendo dichiarata la guerra alla Francia, non possa mettere in esecuzione il suo piano di accerchiamento dell'esercito francese da Ovest, senza toccare il Belgio, e debba senz'altro invaderlo. Il 3 agosto.
Troppo giusto, mio Dio, che l'Inghilterra, di fronte alla minaccia tedesca nelle Fiandre, non possa tardare a mandare l'ultimatum sulla neutralità belga, e, alla scadenza senza risultato di esso, debba considerarsi in stato di guerra con la Germania. Il 4 agosto.
Questo l'ordine reale, cronologico e causale dei fatti, nella terribile settimana che decide del destino d'Europa. Ma i popoli apprendono solo quello che la stampa ufficiale dei vari paesi, istruita dai vari ministeri degli Esteri, pubblica, per condurre a compimento l'imbottitura dei crani. Le rivoluzioni apriranno più tardi le casse dei documenti segreti e metteranno a posto le cose. Ma, per il momento, dum haec geruntur, ogni Stato non può' agir diversamente. Ognuno deve buttarsi nella mischia, per difendere la sua esistenza, e salvare un diritto, che è tutto il diritto. Tutti hanno ragione. L'unico che ha torto è l'uomo della strada, per il quale si sta scavando una fossa tanto grande che neppure le sue ossa si troveranno, un giorno.
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CAPITOLO 4.
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L'uomo qualunque, aprendo il giornale, dove, a caratteri di scatola, fa pompa la dichiarazione di guerra dell'Austria alla Serbia, si fa bianco come un lenzuolo. Dunque la cosa non si è aggiustata. E c'era tanta brava gente che aveva il compito di appianarla, di dar soddisfazione all'Austria (dove nessuno era morto di dolore alla notizia della strage di
Serajevo) senza mortificare troppo la Serbia. Non doveva essere una cosa impossibile, almeno questo era il parere di tutti. E invece. Via, non regge il cuore all'uomo qualunque di andare all'ufficio come le altre mattine. Marcherà visita, pur senz'essere ammalato. Farà festa. Ma che festa, mio Dio. Acqua e vento col cielo incredibilmente limpido. Acqua e vento, e diavoli a cento a cento.
Ora egli prova il bisogno di veder la moglie, di dirle: Sai, è scoppiata la guerra . Bisogno di sentir quella cosadetta dalla propria voce. Ti annunzio, mia cara, che è stata dichiarata la guerra. E stare a veder l'effetto che fa, se la donna diventa anche lei bianca come un lenzuolo, se le tremano le mani, se si strappa i capelli.
Eccolo di ritorno a casa. La moglie è là che sta dando il latte al bambino. Nel vederlo ella crede che abbia dimenticato qualche cosa: Come mai, di ritorno? . E lui muto. Ha un nodo alla gola, ora. Si pente di esser ritornato a casa. Quel bambino al seno, gli ha rovinato tutto. Quella frase: Sai, mia cara, è scoppiata la guerra la sente sfocata e malvagia. Dice: Ho dimenticato il fazzoletto. Non disturbarti. Lo prendo da me . Va al cassettone, prende il fazzoletto (ce n'ha già uno in tasca ma questo gli servirà per altre lacrime), dà un bacio al bambino che non gli stacca gli occhi di dosso, sorridendogli con la bocca odorosa di latte, ed esce. Barcollando. Eccolo di nuovo sul portone. Gli pare d'essersi liberato di un gran peso. Le case son belle con le buone notizie. Ma basta ci sia qualche cosa che non va, e la casa diventa insopportabile. Anche le sedie partecipano alle paturne.
Camminare, camminare. Le strade hanno un aspetto domenicale. La folla abbandona i marciapiedi, occupa il centro della strada, come se i tram, gli autobus, i carri, non esistessero, non vedendoli, un po' allucinata. E come cammina a passo cadenzato, pare già un passo soldatesco. Basterebbe che uno uscisse dai ranghi e ordinasse agli altri di mettersi per quattro. L'ubbidirebbero, si troverebbero davanti alla porta del Distretto senza saperlo.
Come voglion sentirsi i piedi per terra tutti questi uomini qualunque. Potrebbero andare in tram, in metro, in bicicletta, là dove son diretti, e, invece, vanno tutti a piedi. In certi momenti niente deve interrompere il contatto tra i tuoi nervi e la terra su cui stai andando, nessun isolante deve esistere tra le due realtà. Camminano, sentendo i selciati avvampare sotto il sole di luglio. Quel sole, che buon conduttore. Trasmette la tua febbre fino al centro della terra, là dov'è il fuoco eterno.
Tutti chiedono, tutti discorrono, tutti aspettano grandi novità. Si rimbalzano la solita frase: Ha visto eh? Questa volta è la guerra ,
come se ciascuno di loro fosse l'inventore della cosa . Pare ad ognuno, dicendola, che la grandiosità di essa si rifletta sulla propria persona.
Camminare, camminare, cosi, senza una meta precisa, ma con l'orientamento al centro della città, dove la gente si raccoglie per vedersi, per contarsi, dove ognuno aggiunge il suo granellino agl'infiniti granelli della moltitudine, confondendosi con essa, sentendosi più massa che individuo, più coro che monodia. Ed ecco, il fiume nero sfocia nella piazza, la più grande piazza della Metropoli. Che colpo d'occhio imponente. Come messi assieme anche solo centomila uomini qualunque incutono rispetto. Chi oserebbe sfidarli?
Ma che cos'è quella confusione laggiù, cosa significano quelle grida che, improvvisamente, come bombe scagliate su mucchi di altre bombe, scoppiano nella piazza? Son gli strilloni dei giornali, i tiranni di queste giornate. Escono con le edizioni straordinarie. Che voce hanno... Anche se annunziano il ribasso del prezzo del pane, fanno accapponare la pelle. E che dicono, che dicono? Qualche buona notizia, forse? Sarebbe tempo, eh? E le orecchie si tendono, e le tempie dolgono. Le prime cannonate su Belgrado. La mediazione inglese fallita. La mobilitazione dappertutto. Silenzio. Ognuno sente una nausea assalirlo, vorrebbe appoggiarsi a qualche cosa, bagnarsi la fronte che brucia all'acqua di una fontana. Se non si sostenessero l'un contro l'altro, per la fittezza della calca, tutti questi uomini qualunque stramazzerebbero per terra. Si reggono perché son tanti. La sensazione della inscindibilità della massa dall'uno, dell'uno dalla massa, si esprime, ad un tratto, in un canto. L'Internazionale . Centomila bocche la intonano nello stesso momento. Bandiere rosse invisibili sventolano nell'aria, cadono Bastiglie, crollano imperi. L'uomo qualunque pare impazzito. Canta per non sentire la maledetta voce degli strilloni che seguitano a gridare: Le cannonate austriache su Belgrado. La mediazione inglese fallita. La mobilitazione dappertutto . Storie. Panzane di giornali. Son notizie fabbricate in redazione. Poche cannonate su Belgrado non son la guerra europea. L'Intemazionale dei Popoli saprà far sentire il suo peso. O la Pace o la Rivoluzione. A Pietroburgo, da parecchi giorni, si muore per le strade. Cosi sarà dappertutto. Viva la Rivoluzione Sociale. Alla lanterna gli assassini della Pace. Alla lanterna.
Camminare, camminare. Non si può più star fermi. Quelle cannonate austriache su Belgrado seguitano a scoppiare nei cuori. Sente la massa la sua forza, ma il presentimento che la strage avverrà fatalmente la trafigge. Prevarranno gli assassini della Pace, è sempre stato cosi, cosi sarà sempre. Troveranno il modo di fare apparire la carneficina come
unica salvezza dei popoli. E ci sarà chi gli darà retta. Domani, quanti di questi che ora cantan l' Internazionale , non avranno la coccarda nazionale all'occhiello? Basta quel sospetto perché l'uno guardi l'altro con diffidenza. L'incanto è svanito. Ecco la cavalleria che fa la sua apparizione agli sbocchi delle strade. Gambe, uomo qualunque, se non vuoi che la giornata finisca male per te. Tua moglie t'aspetta. A quest'ora avrà anche lei saputo della guerra. Del resto quel tuo ritorno misterioso l'aveva poco persuasa.
S'avvia verso casa l'uomo della strada, inseguito dagli strilloni. Maledetti, maledetti! Bisognerebbe ammazzarli, per farli tacere. Il loro grido si ripete come una condanna, e brucia, brucia più del sole che spacca le teste, che strizza gli alberi, s'incide nelle carni come una scheggia di granata. Le prime cannonate su Belgrado. La mediazione inglese fallita. Mobilitazione dappertutto. Arrivato sul portone l'uomo qualunque si volta verso il giornalaio e gli fa un gesto osceno. E l'altro che si gira dintorno per vedere a chi è diretto l'atto dello sconosciuto. A te, a te. Ti venga il vermocane! E scompare, sotto il diluvio d'improperi dello strillone.
Ecco la moglie, ecco il bambino. Ogni cosa è al suo posto. Tutto è come sempre. Il pendolo è alla solita parete; le fotografie a quell'altra; il bambino ha il bubbolino in mano; arriva dalla cucina un buon odor di mangiare. Ma che ora è? ! dice lei, voltandosi verso il pendolo. Oggi sei in anticipo. E lui: Ma non senti questi strilloni per le strade? . Che cosa vogliono? Vogliono la nostra pelle, vogliono. La nostra pelle? Per che farne? Concime! Pazzerellone! 
Poi, anche lei, diventa bianca come un lenzuolo. Corre dal suo bambino, e se lo stringe appassionatamente al petto. E lui finge di non vedere, per non scoppiare a piangere. L'uomo non deve mai piangere. Si rifugia alla finestra, ma quell'eterno gridare dei venditori di giornali lo ricaccia in camera. Oggi non si può vivere. Se sapessi di non pagarlo ne ammazzerei freddamente uno. Che colpa ne hanno loro? E che colpa ho io, che debbo starli a sentire? Ma, all'ora di pranzo, l'uomo qualunque si rasserena un poco.
Ed un'altra notte è passata. L'uomo qualunque non ha mai dormito, non ha fatto che sognare ad occhi aperti ammazzamenti e sconquassi. Quando è apparsa l'alba ha tratto un sospiro. Ora almeno sapremo. Può darsi che la notizia del bombardamento sia stata inventata dai giornalisti. Quelli son peggio degli strilloni. Ucciderebbero la madre, per poter fare del chiasso intorno a loro. Vestendosi, ha anche 
accennato a fischiare il suo motivo preferito. E se la guerra fosse un bluff? Ci sarebbe da ridere.
Uscendo di casa, la moglie lo ha voluto baciare. Non succede spesso alla coppia di trattarsi in punta di forchetta, cosi. Quei baci, dati per abitudine quando si esce, sono cose da signori. E' già molto che ci si baci quando si parte per un lungo viaggio. Altrimenti, che valore hanno? Ma, questa mattina, lui ha lasciato fare. Debolezze di donna. Poveretta, anche lei ha dormito poco. Tra il bambino che non la smetteva di agitarsi nella culla, e quegli orrori di bombardamenti che le parole del marito le avevano messo in testa, non ha fatto che rigirarsi tutta la notte. Guarda d'esser puntuale, mi raccomando. Certamente. Perché dovrei bighellonare per le strade? Ed esce.
Le strade sono calme, anche la gente pare quella di ogni giorno. Gli strilloni sono ancora a dormire perché, al mattino, per quanto gravi possano essere le notizie, c'è la solita edizione, e quella la si vende alle edicole. Avrei piacere che la guerra fosse un bluff per vedere questa brutta genia di giornalai e di giornalisti crepare di rabbia. Oh come mi divertirei. 
Svolta l'angolo, e scorge, davanti all'edicola, dov'è solito prender il giornale, parecchia gente intenta a leggere. Niente di straordinario, però. La confusione che ci può essere, non però a quest'ora, quando si aspettano gli arrivi delle tappe del Giro di Francia o della Sei giorni . Buon segno. C'è la détente, come dice la gente istruita. Si avvicina, e prende il giornale, facendo un sorriso alla vecchietta dell'edicola. La quale lo conosce da tanti anni, gli è affezionata. Che notizie abbiamo, eh? Ed ella triste: Ma... Voglion fare il diavolo a quattro . Bah! dice lui con voce alterata, sempre senza guardare il giornale. Purché si decidano. Almeno sapremo di che morte si muore. E parte. E legge. Notizie brutte ed altre discrete. Da una parte, la guerra, che ormai si svolge in pieno, misure di mobilitazione, di stati d'assedio in ogni nazione, allarmi, arrivi di orde di profughi alle stazioni, battage dello sciovinismo d'ogni paese, cortei inneggiatiti alla guerra; dall'altra, lotta disperata del socialismo europeo per impedire la strage, controdimostrazioni dappertutto, a Parigi come a Berlino, a Londra come a Vienna, discorsi di famosi rappresentanti socialisti, quel meraviglioso Jaurès in testa a tutti, vero leone del pacifismo, arcangelo del proletariato mondiale. L'uomo qualunque, finito di leggere il giornale, si sente consolato. Le masse si muovono. I loro generali che ora si chiamano Jaurès e ora Kautsky, ora Mussolini e ora Hervé, ora Liebknecht e ora Vandervelde, le sapranno condurre alla vittoria. Bisogna aver fiducia. 
Forse il brutto è passato. Il convegno di Bruxelles è un sintomo confortante. Jaurès ha avuto un trionfo inaudito. Tra qualche giorno, i capi socialisti dei vari paesi in contrasto si riuniranno ancora, troveranno una via d'intesa, grideranno l'alto là, ai loro governi. Al lavoro. Al lavoro tutti, uomini qualunque, e quelli che hanno la responsabilità del potere. Al lavoro per l'ideale comune, la Pace.
Va all'ufficio l'uomo qualunque e trova che nessuno dei compagni ha testa per far nulla. Uno scoramento, un parlare a bassa voce, un guardare il cielo fuori dalle finestre aperte, come se quello dovesse essere l'ultimo della loro vita. Mancano parecchi impiegati; i più giovani hanno avuto ordine di presentarsi ai depositi. Domani sarà la volta nostra dice il capufficio. L'uomo qualunque si confronta con lui e dice a se stesso: Se domani è la volta sua, son fritto anch'io. Siamo della stessa classe .
Qualche minuto prima dell'uscita si presenta il direttore a fare un fervorino patriottico. Il nostro paese ha cercato di salvare la Pace a tutti i costi. Son gli altri che vogliono schiacciarci. In questo caso abbiamo il dovere, sotto qualunque partito si militi, d'imbracciare il fucile per la difesa della patria. Se spera che qualcuno gli batta le mani, s'illude. Si sa che, in questo momento, a Parigi come a Berlino, a Londra come a Vienna c'è un direttore che dice le stesse cose ai suoi impiegati. Buon per lui se nessuno gli si butta addosso per scannarlo. Invece trova uno che gli chiede con voce tremante: Ma, allora, non c'è più nulla da fare? . E il direttore grave, e con un gesto un poco teatrale: Speriamo, mio Dio. Certo le possibilità di accordo stanno sfumando a una a una .
Esce l'uomo qualunque dall'ufficio con la morte nel cuore. Il discorso del principale lo ha smontato. Non gli dà un'importanza assoluta, nel senso di credere il direttore tanto bene informato sugli sviluppi della crisi intemazionale, da poter dire se ci sarà la guerra o no. Tuttavia quello è un brutto sintomo. Certe esortazioni sentono il cadavere lontano un miglio. Quando vedi che un tuo superiore scende fino a te, e ti parla umile, facendo appello a certi sentimenti, vuol dire che ha deciso di fotterti. Sta' in guardia, uomo qualunque. C'è qualcuno che ha messo gli occhi sulla tua pelle, e non ti mollerà facilmente, e ti ubriacherà di parole fino all'ultimo momento della tua vita, e, anche da morto, quando le tue ossa reclamerebbero almeno un po' di pace, verrà a sbrodarti addosso il discorsetto imparato a memoria dove si parlerà di patria, di pace, di grandezza, di amore del popolo, e di tante altre cose del genere. Come tutto ciò è vecchio e risaputo...
Vorrebbe l'uomo qualunque passare dalla Piazza, per vedere se c'è la stessa folla di ieri che canta l' Intemazionale , ma ha paura d'avere una grande delusione. Sa che, per oggi, è annunciato un corteo patriottico e che la polizia ha vietato qualunque manifestazione sovversiva. Si comincia a preparare il consenso universale. Tra poco tutti saranno di un parere. Il parere dello Stato Maggiore, della Corona, del Governo, degli armatori e di quei parassiti che vivono attorno ai grandi. Meglio filare verso casa, dove quella poveretta attende, chi sa mai con quale orgasmo. Forse son queste le ultime ore che si passano assieme. Bisogna godersele. Almeno averla preveduta questa vigliacca guerra. Si sarebbe impedito a quella creaturina di nascere. Che ci sta a fare al mondo, se il suo papà parte e non toma? Chi penserà a lei? Il gatto mascherino?
A casa, una brutta sorpresa aspetta l'uomo qualunque. Gli basta veder la moglie per capire che è arrivato il foglio di mobilitazione. E' in convulsioni, la disgraziata, là sul letto, e l'inquilina dell'appartamento accanto le fa i bagnoli, mentre il bimbo non fa che batter le manine in segno di giubilo. Ma che cos'è successo, santissimo Dio! Mi pare di sognare... E si avvicina al letto col passo di un vecchiardo. State calmo, evitate ogni scossa a vostra moglie. Il foglio di mobilitazione non vuol dire la guerra... Del resto mal comune... Mezzo gaudio un corno, amica mia... La mia pelle vale quella di tutti gli altri messi assieme... Ma questi son discorsi inutili... Dov'è il foglio? Il foglio, la moglie l'ha nascosto sotto il cuscino, come una reliquia. Credeva forse di togliergli ogni pericolosità, mettendolo là sotto? Pazzia. L'uomo legge, poi se ne va alla finestra a guardare il cielo. Gli strilloni maledetti hanno ripreso a gridare - in questo momento annunziano ai quattro venti la mobilitazione generale - ma egli non li sente. Che gliene importa che milioni di altri uomini qualunque subiscano la stessa sua sorte? Ci sarà confusione anche nella fossa. Ecco tutto. Ognuno non saprà nemmeno quali sian le sue ossa e quali no... Bella consolazione. 
Ed ecco un'altra notte è passata. Egli si veste lentamente, come se lo dovessero portare al patibolo. La moglie, rimasta a letto, se lo divora con gli occhi, degli occhi bianchi, di carta. Stai un po' meglio, ora? chiede lui tratto tratto. E lei: Si, caro, molto meglio . Ma lo dici per tranquillizzarmi, o stai veramente meglio? No, te lo giuro, meglio. Ho una gran fede che in guerra non ci andrai. Hai l'asma, stamattina ti farai visitare perbenino, ti farai mandare in qualche deposito. Guarda di insistere. E aggiungi che hai una moglie molto ammalata, e che, se io morissi, questa creaturina non avrebbe nessuno al mondo... 
L'uomo sorride. Se i medici dovessero badare a tutti i bambini che resteranno soli al mondo, in guerra ci andrebbero soltanto quattro gatti. Ma promette, promette tutto quello che lei vuole, e, se è il caso, toccherà davvero il tasto del bambino... Non si può mai sapere... Alle volte s'incontran delle brave persone che si commuovono...
Prima d'uscire per recarsi al Deposito, è lui che va ad abbracciare la moglie, la quale è cosi debole che non si può neanche muovere. Però non piangere... Mi porterebbe sfortuna. Invece, bisogna convincersi che tutto finirà bene. In fondo le cose son brutte quando appaiono all'improvviso, come assassini da un vicolo. Ma quando si è fatta l'abitudine, spaventan meno, è vero? Lei risponde al suo abbraccio come una morta, con le labbra gelide e col corpo inerte. Il marito se la tiene stretta al petto per un pezzo, l'accarezza a lungo, poi si stacca d'impeto e corre all'uscio. Ma si ricorda che non ha baciato la creaturina. Ritorna sui suoi passi, e, preso il figlio in braccio, lo bacia all'impazzata, pungendolo con i baffi e facendolo strillare. Contento di quella prodezza, consegna il piccino alla madre, e questa volta esce per davvero.
Al Deposito, con quella confusione che c'è, non lo degnan neppure d'un'occhiata. A chi dovrebbe parlare dell'asma, del bambino, della moglie ammalata? Di medici neppur l'ombra. C'è un furiere, il quale fa poche chiacchiere. Chiede il nome, dà una piastrina con un numero di matricola, ordina di trovarsi all'indomani a quel tal treno, a quella data ora, in tenuta da combattimento, poi spedisce al magazzino vestiario e all'armeria. In meno di due ore l'uomo qualunque è soldato. A vederlo, sembra un sacco ritto, con quella giubba che gli casca da tutte le parti, e quei pantaloni che paion delle colonne a tortiglione, tanto son piena di roba che si accartoccia, prima di finire nel collo della scarpa. E che ridere, a vedere qualcuno più buffo di te, che nel vestito ci nuota addirittura, o a cui il berretto dà un'aria di capostazione ubriaco. Si trova sempre quello che fa le spese per tutti. Le stranezze della vita. Stamattina, mentre si concretava la cosa, per la quale ha avuto tanti batticuori, l'uomo qualunque ha passato un'ora quasi allegra...
Ma l'avvenimento più straordinario, gli capita, uscendo dal magazzino insieme con altri compagni di sventura, una sessantina in tutto. Mentre si dirigono verso il viale vanno a sbattere in un corteo patriottico, che sta festeggiando l'ordine di mobilitazione. Alla vista dei sessanta richiamati, la testa del corteo improvvisa una grande ovazione all'esercito. I militi sono incorporati d'autorità nella manifestazione, e condotti, come in trionfo, per la città. E giacché nel corteo ci son pure degli ufficiali, i quali applaudono freneticamente a ogni passo, tocca ai
sessanta soldati qualunque imitarli, per non dar nell'occhio. E sgolarsi anche, gridare evviva questo, abbasso quello, una vera commedia. Purché non mi abbia visto qualche conoscente... Ci avrei fatto un figurino da nulla... pensa l'uomo qualunque. E, intanto, si fa scoppiar le mani ad applaudire perché c'è quel capitano laggiù che deve avergli letto qualche cosa nel viso; lo tien d'occhio, da un pezzo.
Finalmente, come si presenta il destro, egli pianta il corteo, e fila verso casa. Ma, ad un tratto, si sente chiamare. Si volta e vede il figlio del droghiere, un socialista militante: Non si riconoscon più gli amici, eh? Avete l'aria di un generale... . Non prendetemi in giro. Con questi panni duri si scoppia dal caldo... Fanno un tratto di strada insieme, poi il socialista, improvvisamente: Eravate il più scalmanato di tutti. Vi ho osservato attentamente... . Ah! dice l'uomo qualunque, tossendo imbarazzato. Era il caldo... Vorrebbe aggiungere qualche cosa, spiegare le ragioni per cui ha applaudito, ma c'è qualche cosa nell'atteggiamento del socialista, come un'ironia, come una pretesa di giudicarlo, che lo irrita. Giudicarlo poi no. Egli è padrone di fare ciò che gli piace, padrone di odiare quegli assassini che lo hanno tirato per i capelli nella dimostrazione, e di sgolarsi contemporaneamente per la loro guerra, per le loro idealità. Del resto, diano prova questi signori sovversivi di saper fare qualche cosa. Oh allora, invece di limitarsi a battere le mani, perché c'è un capitano che ti tien d'occhio, egli saprebbe, per la rivoluzione, per la giustizia sociale, per l'abolizione della guerra, fare dei sacrifici. Ma si muovano, e che aspettano? A chiuder la stalla quando i buoi son scappati? Ciò che sta avvenendo. Si lasciano vicino a casa, senza cordialità, disprezzandosi probabilmente a vicenda. E' tanto il malumore dell'uomo qualunque che, dopo qualche passo, vorrebbe tornare indietro a dirgliene quattro, a quel giovanotto . E com'è intanto che non è soldato? E' tubercolotico, marcio, pare. Ma codesta è una buona ragione per restare in vita, mentre i sani vanno in guerra a lasciar la pelle? I primi dovrebbero essere i malati a far da carne da cannone, se ci fosse una giustizia. E invece...
Ma ora non pensiamo più a queste miserie. Mi resta una mezza giornata di tempo libero, e me la voglio passare tranquillamente nella mia famiglia... Che valore hanno le ore... Che cos'è in tempi ordinari una mezza giornata? E ora è tutta una vita. 
La moglie nel vederlo conciato a quel modo non può trattenere un sorriso, e si che, in quel letto, è come un limone spremuto, povera donna. Il bambino non lo riconosce, e scoppia in certi strilli da assordar la casa: Io, il tuo papalotto... Non mi vedi? gli dice rimproverandolo.
Se non mi riconosci ora, che sarà tra qualche mese, forse tra qualche anno? Le parole che ha finito di pronunziare lo riempiono di cupa tristezza. Il senso oscuro della fatalità lo afferra. Non mesi, non anni. Forse queste ore che sta passando nella sua piccola casa, tra tante cose modeste, ma care, son le ultime della sua vita... Che hai, che hai? gli chiede la moglie, tendendo le braccia verso di lui. Niente. Ombre risponde l'uomo. Sarebbe il colmo se da domani, uscito da quella porta, non ci dovessimo veder più... 
Ed un'altra notte è passata tra le lacrime i baci e le carezze. L'alba li ha trovati abbracciati, come nella prima notte di matrimonio. Lei gli ha fatto tante raccomandazioni, a tutto lui ha risposto di si. Poi, è venuta l'ora di alzarsi. Si è levata pure lei, per fargli vedere che sta veramente meglio, e che perciò può partir consolato. Che consolazione? L'uomo qualunque esce dalla casa che pare ubriaco. Ha i baffi inzuppati di lacrime; non si vergogna di piangere per la strada; per fortuna ce ne sono altri, quanti! che camminano con gli occhi volti a una finestra e non vedrebbero un milione, se la fortuna glielo facesse trovare ai piedi, in un bel foglio lucente.
Prima di prendere l'autobus, che lo deve portare alla stazione, l'uomo qualunque passa dall'edicola. E se, nella notte, la Provvidenza avesse messe le cose al piano? Se i telegrammi tra lo Zar e il Kaiser avessero fermato le mobilitazioni? Se il Tribunale dell'Aia... Via, non correr troppo con la fantasia. Per ora convinciti che tutto è finito, e che ti aspetta una pallottola in fronte, appena passerai il confine... Avrai tempo, se mai, a impazzire dalla gioia, se, nella notte...
Eccolo all'edicola, ecco la vecchina che, nel vederlo cosi bardato, tira fuori la testa dalla piccola apertura, come una lumaca. Anche voi... Tutti, proprio tutti, se ne vanno... . Già, tutti. Pensa, l'uomo, che, se quella grande novità ci fosse stata, la vecchina non avrebbe tardato a gridargliela, sarebbe, anzi, uscita fuori dalla sua celletta e, malgrado l'età, gli sarebbe saltata al collo. Non c'è nulla, mio caro. La macchina falciatrice s'è messa in moto, e niente, niente, la potrà fermare... Quali novità, in questo brutto mondo, eh? chiede tanto per dir qualche cosa. E lei, porgendogli il solito giornale: Hanno ammazzato Jaurès... L'unico che voleva la Pace... . Hanno ammazzato Jaurès? ripete lui, rabbrividendo come se la morte gli fosse passata attraverso il corpo. Jaurès non c'è più? La vecchia risponde con un silenzio sconsolato. Ed allora lui, lasciando cadere le mani sui fianchi, in un gesto di supremo abbandono: Ma allora tutto è finito, mio Dio! .
E parte. Riprende a camminare come un ubriaco. Non piange più. E' intirizzito. Sa che la sua strada mena al camposanto. Ora che non c'è più Jaurés nel mondo, ora che non c'è più l'Arcangelo della Pace ad atterrire i tiranni, a sterminare i vampiri di ogni paese, l'uomo qualunque, russo o francese, tedesco o inglese che sia, si sente morto anche lui.
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CAPITOLO 5.
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Che pesante bara passa per le vie di Parigi. Dentro ci son dieci milioni di morti. Jaurès li annuncia tutti, li riassume tutti. Egli parte e la carneficina comincia.
Hanno aspettato quattro giorni a fargli i funerali. Anche da morto il leone fa paura. Se quella sera, al caffè del Croissant, ci fosse stato un uomo che avesse detto alla moltitudine: Santa canaglia, vendica Jaurès! il popolo di Parigi avrebbe dato fuoco alla città, avrebbe scannato gli assassini vicini e lontani, i provocatori, i seminatori di vento, i profittatori, i bugiardi. Avrebbe proclamato una nuova Comune per scongiurare la Guerra. Invece si son trovati i soliti spauriti, i soliti consiglieri di viltà. E la folla che urgeva come un mare sconvolto da una furia primigenia di elementi, è rientrata nelle case, sconfitta. Poche ore dopo assediava le stazioni, chiusa nei duri panni del fantaccino.
Passa la bara del Tribuno per le strade che ieri risonavano delle grida vittoriose dei partigiani della strage, e ogni cosa si ricompone davanti a quella maestà distesa sotto i fiori rossi. Si ricompone, ritrova il suo primitivo pudore, riprende il suo volto solenne di sempre -quello che Jaurès amò - nasce una seconda volta per lui.
Quante bandiere rosse, dietro la bara di Jaurès. E' la loro ultima festa. Da domani non ci sarà che il nero sulla terra. Perfino le culle saranno foderate di crespo nero, perfino la fiamma dei focolari sarà fasciata a lutto. Ritorneranno le bandiere rosse un giorno, ma non saranno più queste. Queste muoiono con Jaurès. Cinquantanni di battaglie precipitano nell'abisso con lui. Jaurès seppellisce con sé la poesia del socialismo europeo.
Quanti vecchi compagni, dietro la bara di Jaurès. Anche per loro questa è l'ultima festa. Da domani i più saranno travolti dalle insidie delle Unioni. La Guerra che si combatte alla frontiera uccide il corpo. Quella che si combatte a Palazzo Borbone uccide lo spirito. E non ci sarà più, lui, Jaurès a vigilar per tutti.
Quanti poveri diavoli, dietro la bara di Jaurès. Sono i padri degli
uomini qualunque, i quali, stanotte, facevano a pugni alle stazioni per occupare un posto di tradotta. Vengono a portare al Morto il loro umile ringraziamento. I figli son partiti, e forse non torneranno, ma bisognava che si passasse sul corpo di Jaurès, perché quest'infamia avvenisse. Lui vivo, la Pace era guardata dalle spade degli arcangeli. Lui morto, i diavoli si erano impadroniti della terra e del cuore degli uomini.
Quante madri, dietro la bara di Jaurès. Son tutte vestite a bruno, queste popolane, tutte hanno il viso pallido e le labbra gelide, tutte hanno i capelli sulle spalle, come in un coro dell'antica tragedia. Non piangono. Gli occhi han perduto il balsamo del pianto. I seni sono inariditi. Stamattina il latte che hanno dato ai pargoli era intriso di umor sanguigno.
E quanti bambini dietro la bara di Jaurès. Han tanto sentito parlare di quell'uomo dal volto leonino e dalla voce di uragano, che ora aspettano di vedere se si comporterà come un morto qualunque. Camminano, tenendo gli occhi fissi sul feretro coperto di garofani. Oh se Jaurès li vedesse, come si dispererebbe di non poter tornare dai regni bui per stringerseli uno per uno al petto...
Ma quando, finiti i discorsi ufficiali, gli uomini della pompa funebre si dispongono a partire, per portare al Pantheon il Padre della Pace, la moltitudine scoppia in un urlo di belva trafitta. No, Jaurès non è morto. Egli non può abbandonare il suo popolo, non può lasciarlo senza guida nella tenebra che incombe. Non può morire chi porta nel cuore tutta la speranza del mondo. Il carro fa per muoversi. Ed allora si vedono centomila disperati contendersi la bara del Martire, stringersi attorno ad essa per far baluardo alla morte e all'oblio, e piangere, e gridare freneticamente al cielo impassibile: Vivi, vivi Jaurès. Vivi per noi! .
Ma Jaurès non torna dall'isola degli Eroi. Invece della sua prodigiosa e consolante voce si ode lontanissimo l'ululato del cannone.
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FINE.